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Temi e ricordi

Ho provato a cercare tra i temi dei miei ’90 quello su cui mi ero cimentato ma ho fatto molta fatica a riconoscerlo.  Anni in cui erano sfumati i mondiali delle notti magiche e seppur da giocare sarebbero presto sfumati anche quelli Usa, chiudendo cosi il ciclo Sacchi. Rileggendo le tracce consegnate ieri però, ricordo di aver  preso in prestito il libro di Bartali un paio di volte in biblioteca e di aver letto Sciascia  come compito scolastico, suggerito poi più volte  come lettura. E ricordo anche il volto di chi ce lo fece leggere, alle medie, la professoressa M.

Il “mio” tema era forse sulla tecnica, efficienza, tecnologia o qualcosa che aveva a che fare con quelle “magie” che si chiamano ristrutturazioni e che sotto la vernice nascondono altro, o chissà,  qualcosa del genere. Ricordo però  volti e visi dei commissari all’orale ed in particolare  le domande sul vino e “la sua fermentazione  con annesse formule chimiche, il latte, intero, parzialmente scremato e scremato” e molto altro ancora , come fosse stata una interrogazione infinita in un “infinito viaggiare”. Poi, il “tempo inglese”….ah si…”in England you can esperience four ….”

Tra caldo e calore a Torino

Il caldo e l’afa, a TorinoTorino dai Cappuccini, 19 luglio 2015. Foto, Borrelli Romano, proprio non vogliono mollare la presa e ce li sentiamo addosso. Sulla pelle. Gli eritemi da sudore non si fanno mancare. E si “gratta”. Mica ci facevamo mancare anche questo no? Vorrei continuare a svelare i sogni, miei (un paio) e dei ragazz* annotati in giro nella scuola,foto  Borrelli Romano ma i fogli di questi racconti preferisco srotolato per i giorni che verranno e così preferisco staccare e rimandarne il racconto e la sua traiettoria a  data da destinarsi. Parto dal p.m. (pomeriggio). Sul tram, capita di origliare storie, cosi come al mercato, al tempo in cui tutto si smobilita e tutti smobilitano. Cartoline da Torino. È il cuore del pomeriggio e in queste scatole di ferro grigie e blu che si chiamano tram si contavviene al “divieto di parlare al conducente” e “obliterare entro la prima fermata dopo quella iniziale del percorso”: le macchine obliteratrici, almeno di questo tram, non funzionano. Il via vai  interno , direzione conducente, è continuo e i discorsi identici: trovare cioè un’annata simile a questa cosi “condizionata” dal caldo. “Quando il peso delle parole”…”Era da 150 anni”, ” no, era dal 2003″ risponde pronto un altro, “ricordo le vacanze a Roseto degli Abruzzi, l’anno della finale di Champions, Juve-Milan, vista in piazza Castello, e sai, c’era ancora  lei con le scarpe regalate da lui, che erano nuove simili ad un tappeto da salotto”….”già hai ragione quell’anno che poi lei lasciò lui…””no”, interviene un altro sullo stesso sfondo calcistico,  “è dal 1994, quando si disputava Argentina Grecia ai tempi del Mondiale USA. Ricordo che c’era una pizzata di piazza in piazza Statuto, all’aperto…noi, cioè gli artefici del racconto, davanti ad uno….”screen wall”. Questo è il tema dominante. Potrei continuare ma  ad “Università'” devo scendere. Una voce metallica femminile dice: “Università” cosi metallica come ho sentito in altri luoghi e piazze, lontane da qui. Devo  ritirare dei libri. La copisteria mi rimanda ai ricordi della tesi, l’ultima, ovviamente, con la prima pagina, la sua scrittura dedicata… Entro, pago ritiro. Mi dirigo verso Piazza Castello: fontane sold out.Torino 23 7 2015 foto Borrelli Romano Il caldo è davvero infernale. Decido di rientrare. La gola è secca. Vorrei un’acqua e menta. Pochi passi e sono alla Sida. Entro.” Acqua e menta, per favore”. Mentre la sorseggio lentamente, in vetrina, in attesa di qualcuno, è in bella mostra una tortaTorta Sida. foto Borrelli Romano simile alla mia, quella della tesi, di due settimane fa. Saprei a chi regalarla per festeggiare e sfogliare ancora la tesi e brindarci su, su quello e questo di  record. Di laurea e di calore. Fa caldo. Nei pressi,  una Chiesa. Si sa che oltre ad essere luoghi sacri sono anche luoghi freschi. È quasi buio. Entro, mi siedo. C’è una funzione ma non sono qui per pregare: sono soltanto un accumulatore di fresco. Dalla sacrestia entra ed esce una sacrista: una giovane suorina espleta quelle funzioni che un tempo…accende delle luci ed ha un microfono in mano. È gentile nelle sue movenze. Io intanto vago nel tempo e nella storia “mangiando” del tempo, incurante che allo stesso tempo, una flotta di zanzare ha trovato il loro pasto tra i miei piedi. Esco. Oramai è tardi. Il loro dovere lo hanno fatto. E si gratta. Mica poteva mancare questo.

Impronte nel ’94, Orme nel 2014. I Maggiori, rettori

DSC00232Fino a poco tempo fa, una delle tante professioni che mai avrebbero conosciuto periodi di crisi, o, addirittura,  saracinesche abbassate per cessata attività, era il calzolaio, il ciabattino. Da queste parti, ne esisteva uno. “Nella città dentro la città”. In molti, passavano da lì, in quel negozietto, posto tra due piccolissimi archetti, tra un cortile ed un campo da gioco. In pietra. Tra due sotterranei, dove nel primo, si cuoceva il pane, di comunità, nel secondo, con gli anni, ci si rifugiava, dal rumore delle bombe. Poco lontano dal campo in pietra, double face per la domenica, il parcheggio, buono per la rimessa delle macchine la domenica mattina. E sempre nei giorni di festa,  un bar aperto, con profumo di caffè e brioches, qualche chiacchiera, un incontro, il più ed il meno della vita, come capita spesso nei vari “livelli di vita”. Nel cortile, piante e fiori, sempre ben curate. Un ispettore ne sovraintendeva la cura.  Dal  negozietto del calzolaio  emanava un odore, quello del cuoio,  che si respirava già dalla portineria, all’entrata, dove era posto uno di quei vecchi telefoni a rotella, a gettoni, che resisteva al passare del tempo.  Anche la cabina era qualcosa di arcaico. Un uomo mite, con con le rughe trasversali sulla fronte, era addetto, da molti anni, al cambio dei gettoni e al centralino, con tantissime telefonate internazionali in arrivo. “Buongiorno Almini“, e l’uomo mite rispondeva con un cenno di mano e un sorriso appena accennato. La sua era stata davvero una missione. Almeno fino a poco tempo prima. E mentre infilavi ad uno ad uno i gettoni nell’apposita feritoia, cominciavi a respirare l’odore, che non si sa bene esattamente di cosa, se di pelle e cuoio o pelle e cuoio misto al profumo di bucato proveniente dalle lavanderie. E col cuoio avanzato e regalato dal calzolaio, i ragazzi,  si divertivano, ci giocavano, provando a realizzare braccialetti intrecciati. Da quei gesti avrebbero anticipato l’importanza dell’intreccio nelle relazioni umane. Nonostante il re di quel negozietto fosse il cuoio, la Regina, come facile immaginarsi, era un’altra. (La regina di cuoi, invece, la si trovava in una zona ristretta e delimitata, nel cuneese, a Bra. Talvolta le pagine di quel libro fanno compagnia a qualche studente universitario, o qualche ricercatore di storie locali. “Regina di cuoi”, di Giovanni Arpino, anche questa, una storia di amicizie, di gioia e divertimento, dello stare insieme nei momenti di festa, del piacere nelle lunghe camminate e giocate con gli amici. Scrittore tra altri de “La suora giovane”, Sei stato felice Giovanni” edito nella collana “Gettoni“, “Gli anni del giudizio”, “L’ombra delle colline“. Inoltre, giornalista sportivo de La Stampa).  Ci si andava, dal calzolaio per un tacco, una suola, una stringa. Dovevano durare il più possibile, per compiere una infinità di km. Per giocare, lavorare, camminare.  I soldi erano pochi. Le scarpe dovevano resistere, magari per passarle al fratello più piccolo. Talvolta con le scarpe buone, della domenica, si finiva per giocarci,  al pallone. Spesso con un tocco particolare, magari di tacco,  insieme alla rete, si riusciva a rimediare un buco, in una delle due scarpe. Gli applausi e gli abbracci duravano quel poco che potevano durare. Il pensiero, correva subito al dopo partita e al ritorno a casa. Quando  il rientro a casa, insieme al pranzo, poteva essere “condito” da una buona dose di carezze materne.  Le scarpe servivano, erano utili, necessarie. Un tesoro da capitalizzare. Da conservare il più possibile. Utili, per andare, lontano. Viaggiare. Magari all’estero o in qualche missione. O magari, perché no, al mare.  Fare strada e non farsi strada. “Far fare strada“, fornirle, regalarle, per  provare a stare meglio “sulla strada“. Per lasciare impronte e sollevare, alleviare dalle fatiche chi segue. Quando le nevicate erano abbondanti, e camminare diventava difficile, era facile incontrare (quando non si chiudevano le scuole e qualche giunta comunale cadeva per “le abbondanti nevicate”) qualche padre “disegnare” impronte coi suoi passi. A seguire, il figlio, con i piedi nello spazio ricavato dalle impronte del padre.   Forse Egidio il Rettore,  pensava questo, quando il 31 gennaio dono’ alcune paia di scarpe da ginnastica ad alcuni ragazzi per meglio cooperare.  I mondiali di calcio del 1994, negli Usa, erano vicini. La strada da percorrere  era davvero molta. Occorreva lasciare  impronte per sfuggire alla mediocrità. Ora, l’odore del cuoio non si sente quasi più. Qui, come dalle parti del braidese, dove quell’odore era “industriale”.

Ora, altre orme e  nuovi piedi, “Maggiori“,  lanciano ai giovani  un monito, nuovo quanto antico. Anche le orme del 2014, come le impronte del 1994,  a pochi mesi dall’apertura di un nuovo  “Mondiale”.  E si sa, tutte le partite, cominciano con un “fischio”. Anche questa bella vecchia e nuova partita inizia con un solo e semplice “fischio”. La storia  continua a lasciare le sue impronte.

Un paio di scarpe. Da ginnastica. Una numerazione ristretta, ma efficace. Da numero “tre”  su cinque punti, lasciti. Di ieri: “orme”.  Nella città dentro la città.  Orme da lasciare “camminando affinché altri le possano seguire. Sono pochi, quelli che sono capaci di lasciare orme. Occorre lasciarle, per altri. Per chi segue. Parola d’ordine: no alla mediocrità. Occorre camminare sulle strade della vita lasciando orme”. Poco prima della Buonanotte. Del 30 gennaio.DSC00198