Archivi tag: michela marzano

Lecce

20190715_185803.jpgLe luci della città, Lecce,  lentamente si accendono e quelle del giorno lasciano il posto ad una notte brontolona, a tratti rabbiosa, umida, e una pioggia fine, con “magliette idem”, e ragazze chissà, con su scritto su bianco vivo “stau nervosa”, “sto nervosa”, magliette e  che non lasciano presagire “tempo”  buono. E da perdere. Il mare a due passi da qui, lo immagino che chissà  come brontola, lasciandomi pensare ad una gara di rumori e di guerra in un duello intenso ma breve, col temporale che incede, un pochino come una lotta tra due innamorati lontani da tutto e tutti. Sciami di turisti corrono tra corti, viuzze, case, barocco; schivano, si defilano, declinano o accettano ben volentieri  taralli di ogni tipo da tre ragazze salentine. Una grande bellezza. Altri, naso all’insù,  prroccupati del tempo, alzano il passo introfulandosi in qualche bar, me compreso. Pasticciotto salentino, un must, con rustici e caffè  Quarta. È  passato molto dall’ultima volta che sono stato qui e riconosco ogni cosa e sembra che parli, racconti qualcosa che è  statoe che puntualmente aspetta, attende;  per distogliere pensieri  e farne subentrare di nuovo provo ad immaginare il bar dove Michela Marzano potrebbe aver fatto gustare qualcosa ai suoi personaggi. E rileggo mentalmente alcune pagine di “”Idda”. Mi posiziono per una foto, e penso a come sia tutto uguale, al solito posto, il campanile, oltre, l’anfiteatro, alle spalle, i bar davanti, come una vecchia foto che mi ritrae sorridente, con la magliettina, “Salento, lu sule, lu mare, lu jentu”; tutto uguale ma anche tutto diverso,  almeno dentro di me. Passo il palmo della mano sul viso e non percepisco se sia acqua o magone strizzato per qualcuno,  che manca, una assenza di un grande come può  essere un padre. Gli ulivi parlano come la vite, di memoria e di radici,  come le mie. Molti bruciano, sono secchi, sembrano con poca vita, ma vedo e sento un verde  che mi porta a pensare che in qualche e in ogni modo   resistano.

“Idda”

20190624_085756Era lì, da qualche parte, smarrito come un bimbo, che grida “mamma-mamma”, perché, diciamoci la verita, per le autrici, i libri sono un pochino come loro figli, che “lo vuoi tenere un pochino?”e , lui , piccolino, resta in attesa di essere preso in mano, anzi, tra  “le braccia”, con il profumo del suo “borotalco” che è la carta stampata, che solo i libri nuovi sanno emanare. Sono i “libri in attesa”che per un motivo o per un altro prendiamo e ne rimandiamo “la conoscenza” a data da destinarsi. “Idda”, (libro edito da Einaudi) in dialetto salentino, “lei”, di Michela Marzano, libro composto da 53 capitoli brevi suddivisi in  4 parti, ambientati tra Parigi e Salento,  zona tra Brindisi e Lecce, vigne e ulivi, cicale e terra rossa, tradizioni e orecchiette da mangiare, ambientato tra “ieri” e “oggi”, passato e presente. Chissà  per quale motivo era in “deposito”, dimentico di averlo lasciato da qualche parte della casa:   “come funziona la memoria”? Una storia nella storia o due storie a y che convergono, o un “polinomio da mettere in “evidenza”. La musica di Zaza “Si je perds” come sottofondo e la ricetta migliore per il “clafoutis”: noccioli si o  no? Lo leggo si o no? La storia scorre, bene, a mio modo di vedere, libro impegnato, ben costruito. La memoria, la ricerca delle radici:”scusa, tu,  che albero ti senti?” E via talloni a terra ti immagini in un crescendo, schiena, spalle, braccia, chioma…”Scusa ma tu sei un albero con le foglie o senza?” E ancora: “scusa ma tu ti senti dai tanti rami intrecciati o senza?” Ulivo millenario o palma con un ciuffo solo, con  un ospite come il tarlo che al pari di mille pensieri ci divora?” La necessità,  la voglia di dimenticare e un fatto ben preciso che induce per forza di cose a dimenticare, quando qualcosa “degenera”. E sullo sfondo, ma non troppo,   la forza dell’amore che esiste, resiste, e recupera, rimette in gioco, vince su tutto, anche quando basta poco, una parola fuoriuscita dai ricordi dell’infanzia, inaspettata, durante la lezione universiitaria, “l’ua”(uva) che ha radici ben forti, come l’amore della famiglia. L’amore che esiste e resiste contro tutto e tutti. E allora, “statibe citti” (state zitti) e “tia ca nu sai, statte citta” (tu che non sai sta zitta). Ho pensato, appena terminata la lettura, che il libro avrebbe potuto avere come titolo “Idda: Annie-Giulia-Maria”(metto e tolgo il “-” ma il risultato, cambiando gli addendi, non muta) che avrebbe raccontato come un incipit moltissimo delle vicende di coppie descitte tra gli orli delle pagine con virtù  e difetti, quali, Giorgio e Giulia, Jean e Annie (il passato, la storia, le storie, l’amore) la ricerca storica), Ale e Pierre (il presente ed il futuro). Una storia molto femminile, con una Ale, protagonista attiva, ricercatrice, in tutti i sensi, perfezionista, che sa quel che vuole: rimettere ordine senza procrastinare; una Annie, che sapeva cosa voleva, una Giulia, che avrebbe potuto dire e dare moltisssimo ma non sarà così. Sarà infatti   Ale a raccogliere “la staffetta” nel continuare la corsa, nel fare, ricercare tanto quanto Annie-Giulia-Maria. Ma questo sarà presumibilmente materiale per il nuovo libro.

Lessico Famigliare

Era da un po` di tempo che mi frullavano nella testa alcune cose, incomprese, o comprese a metà, o semplicemente per  il non volerle accettare, in quel nostro essere finiti, come in una mancanza, delle parole o di persone. Volevo indagare, “Morettianamente” scrivendo, come quando nella “Stanza del Figlio” Nanni, si è  infilato in un negozio di attrezzi per sub cercando di capire il perché  non era filtrata aria nel respiratore incriminato per la morte del figlio. Volevo sentire chi ha visto “iddo” ancora una volta, e farmelo raccontare, per sentirmelo ancora vicino, indirettamente,  in un lessico intimo, famigliare, scivolato troppo velocemente nell’incomprensibile, dei nostri incontri quotidiani sempre nuovi. L’infermiera parlava, ripescava dalla sua memoria parole ben curate, pettinate, come fossero la medicina adatta al malessere ingiusto chiamata malinconia, nostalgia o mancanza. Sfogliava parole dai suoi ricordi, di una notte buia, che si affrettava a ad essere tempestosa e fredda. Erano le 5, poi le 6, diventate ben presto e troppo tardi allo stesso tempo,  le 6.53, quando l’orologio si fermò. Le pagine, forse quelle adatte, da sfogliare realmente, potrebbero esssere “Idda” (di Michela Marzano), e “Lessico Famigliare”…Forse. Non restava che lasciare l’infermiera, oltre il tavolo, e portarmi a casa le mie pagine nella mia testa. Perché  chi non ha un lessico famigliare tutto suo? Noi, per esempio,in famiglia, ne avevamo uno. Poi, ne abbiamo avuto un altro, da grandi, quando gli incontri erano diventati sempre nuovi e non restava che conoscerci perché il riconoscerci si affievoliva, giorno dopo giorno. Erano belle quelle parole, che non erano “sempiezzi” e neanche “malegrazie”, ma semplici come acqua e bere erano “brumba”, con i bicchieri di plastica azzurro e arancione. Quelle da grandi,e ultime, le ho dimenticate, per restare in tema, perché mio padre lo voglio ricordare quando il lessico lo dirigeva elo inventava, non quando ha incominciato a subirlo perche ogni parola era diventata sempre nuova.

Ciao Pietro

20150926_151229La strada e’ quasi ultimata. Tra le mani il libro, Sulla strada. Kerouac: una, due, dieci pagine. L’asfalto, i pali della luce, le corsie. Un gomitolo di strade e di pensieri, verso il gazometro, l’Universita’Universita' di Torino.25 9 2015, Borrelli Romano ai piedi della collina, di Superga, un fiume, poi un altro, il trenino e noi stretti. Stretti nel nostro dolore delle nostre parole della realta’ dei fatti… che si poteva cancellare ma non si riusciva a dimenticare. Ci si provava a chiuderlo fuori, uno “zip” di  cerniera, lasciandolo, ancora e ancora fuori. L’evento, la frattura, e ripartire da li, direbbe Michela. In fondo, non volevo, volevamo, mica la luna.Torino 27 9 2015. Univ.foto Borrelli Romano Solo una sana e robusta relazione, una sana e robusta costituzione. Non volevamo la luna. O forse si. Un mondo diverso, possibile, possibilmente. Ciao Pietro (Ingrao).

Il digiunatore di Kafka e la lezione di Michela Marzano

Sdraiati sulla sabbia vellutata a parlare di libri e a guardare il mare e il tramonto che partorisce la sera come ogni giorno  mentre allaga sulle nostre teste in una casa invisibile…Ci scambiamo i libri, della Marzano, l’ultimo e quello arrivato per posta, quelli che ci legano e legato e tenuti insieme…La filosofia, Lacan, Weil, la farfalla e volevo esserlo, e Parigi e il padre che ama puu’ di ogni altra cosa, anche quando nel 1993, in un pronto soccorso gli disse: “Sai …Simone Weil..” e lui rispose: “Ma tu non sei Simone Weil”. Il padre, che va sempre amato, anche quando talvolta si dimentica del compleanno e se ne ricorda a sera. Ma lo ami ed e’ giusto cosi. E poi l’evento che induce a ricominciare da qui e la “frattura”. Ti ricordi? Si andava e si chiedeva se per caso il pacco col suo libro era arrivato. Sono parole che piovono alla grande e la fantasia pure…complice una giornata ancora estiva e qualche kg di nostalgia da deglutire fra mare e sabbia.  Oggi c’e’ la lettura de Il digiunatore di Kafka (morto a 41 anni, nel 1922) pubblicato in seguito e la lezione di Michela Marzano: allora, ci andiamo? Torino, ore 17.30. La fantasia messa tra parentesi. Palazzi, edifici storici indicano che siamo a cavallo tra Il CambioTorino, Il Cambio.26 9 2015 Borrelli Romano, ristorante, PepinoTorino 26 9 2015 Pepino.Foto Borrelli Romano, i gelati, Palazzo Campana, l’ Universita’ e il ’68, il teatro CarignanoTorino.Carignano.26 9 2015 foto Borrelli Romano, oggi, Torino-Spiritualita’, Il Digiunatore di Kafka e la lezione di Michela Marzano. Esibisco il mio biglietto e salgo su, secondo piano. Apro la porta, la numero 42. 26 9 2015 teatro Carignano, To.Borrelli RomanoAlcune poltroncine rosse, odore di velluto26 9 2015 Torino.Carignano.foto Borrelli Romano. Sembro proiettato nel passato. Le luci si spengono, ed e’ la volta della lettura de “Il digiunatore”. Stupenda lettura. 20150926_175200Bellissimo testo. Foglio dopo foglio, scivolato via, cascato in terra, e cosi il tempo. Cade la terra. Il digiunatore…”almeno per 40 giorni…con i primi partecipanti attenti attivamente all’osservatorio col calendario che ne evidenzia i giorni passati, giorno dopo giorno, e le guardie a verificare…che il digiunatore non mangiasse davvero nulla. Un’attrazione che non si doveva…ammirare (dice alla fine il digiunatore). L’entrata in scena della pantera…la gioia, la vita e la morte del digiunatore”. Terminata la lettura, la volta di Michela Marzano. Una lezione. E quale! Magistrale.20150926_175200 20150926_173420

Giro d’Italia. Dei saldi

DSC00007DSC00008Al via i saldi, e via i soldi, pochi, rimasti, messi da parte, per questo evento. Pioggia battente  verso metà mattina, a Torino. Ombrelli aperti e chissà i cordoni della borsa. Chissà, magari, saldi bagnati, saldi fortunati. Budget, per chi può, 300 euro, in media. Di spesa. In giro per l’Italia, qualcuno ha avviato una promozione particolare: i primi cento, in attesa, nudi, sarebbero stati rivestiti.

Chissà….in attesa che si sappia di piu’… In attesa. Sempre in attesa. Per ora “la corsa è appena partita”. Sotto la pioggia, invernale, che entra dappertutto. Anche nel cuore. Come quella parigina. La pioggia batte insistente in questo giro circolare seduto all’interno di un treno. Poco distante, la nuova stazione, pare una balena spiaggiata. Pulsa vita. Al suo interno.  Continua ad inghiottire persone trasformate in “consumatori”, venuti in città appositamente per i saldi. Pacchi in mano. Gente che si fotografa immortalata in una specie di Grande Fratello all’aperto. Personalmente ho optato per qualche buon  libro. La cultura non è mai in saldo.  Un libro in particolare, mi accompagna nel  breve viaggio. E nell’attesa che questo treno termini il suo giro.  “L’amore è tutto“, di Michela Marzano, suggerito dal mio parlamento interiore in seguito dalle vicende di cronaca cittadina, “quell’amore legato al cancello”. Sfogliando le pagine, resto seduto, ora all'”opposizione parlamentare”, della storia di Diego e Marilisa, ora al centro,  e ora “mi astengo,prenoto la discesa, mi alzo, e alla prossima stazione scendo”.  Tornando all’ “amore non fa rumore”. Non dovrebbe farne, almeno. Quindi, scelgo l’astensione.  Il libro è illuminante, per la storia relativa a Diego e Marilisa. Per i dispensatori di consigli. Per noi. Un salvagente.  Da leggere. E rilegggere. Alcune frasi, sottolineate. Più volte. Letto e riletto. Un ferroviere, controllore, mi distoglie dalla lettura. Chiede il “biglietto”. Lo vidima. A modo suo. E allora, un pezzettino cade a terra. Un biglietto “mutilato”, nel contenuto, privato della sua metà. Come la storia, in alcune interpretazioni. Una storia dolce, quella dell’amore rimasto al cancello. O del biglietto al cancello. Come le storie altrui che a volte piacciono più delle proprie,  e che solo quelle, solo loro sanno comprendere, anche quando si socializzano e paiono le migliori del mondo. Osserva la pagina de La Stampa spiegazzata, riposta nel libro, in corso di lettura. In corsa. Commenta e interviene. Si sdoppia, e nel suo sdoppiarsi il suo parlamentare lo materializza, gli da voce. Lo fantastica. Pare un Salgari prestato alla fantasia, più che alla poesia. Un viaggiotre fasullo che non ha mai viaggiato. Forse solo nel suo io. Non è più la stessa storia. Storie banali, sostiene pensando di fare filosofia. Ma l’amore non è mai banale.  Non è più lo stesso viaggiare.  Piu’ o meno, alcune osservazioni sono di questo tenore.  “La vita ci ferisce”. E allora mi rituffo nella lettura del libro. Osservo alcuni passi appena sottolineati.

“L’amore è fatto di cose piccole piccole. Cose che sono niente, e che nonostante il niente, sono  più forti di tutto il resto”.  Vetri appannati, in questo scompartimento.  Provi a scrivere qualcosa, poi, inevitabilmente, qualcuno o qualcosa cancellerà il fumetto. Riprendo la lettura. Qualcuno ha scritto: “Ti amo”. Ma chi ama chi? Quali dei tanti io che ci portiamo dentro ama quel tu? Ascoltare e ascoltarsi. Perchè solo quando si ascolta il rumore che ci si porta dentro si può  poi esser pronti ad  accogliere la parola altrui.  La vittoria di chi ama è nell’accettare la possibilità della perdita.” “Non si ama una persona perchè arriva al primo appuntamento con il mantello azzurro o il cavallo bianco, ma forse perchè sotto quel mantello si nasconde un segreto che ci commuove. Qualcosa di indefinibile”.  “Domanda d’amore, che resta insoddisfatta”. Ancora. “La vita ha bisogno di verità. Quando si è prigionieri delle menzogne, si soffoca e si muore”.

“L’amore, la chiave, la risposta”. E allora, Diego e Marilisa, riprovateci, rivedetevi, parlatevi. Perchè, Passion lives here, per un amore olimpico.

L’amore, un dettaglio.  L’amore è tutto, è tutto ciò che sappiamo dell’amore. Emily Dichinson.

Il viaggio sta per terminare. Anzi, il viaggio è terminato.

Il libro è un capolavoro.

Filosofando ad Ancona

Bella questa città, Ancona,  di notte………..lungo le sue vie, fino al porto….aspettando le luci dell’alba…aspettando che si faccia giorno, per comprare un libro di poesie…………così tanto “raccontato, ma inesistente, lungo i “binari” della vita…….Libro mancato, come prevedibile, libro inventato, come riscontrato.

Il treno si è portato via qualche viaggio e un po’ di vita, mia, tanta. Insieme a sonni profondi e sogni infranti, qualche canzone e molte emozioni, rimaste all’interno di qualche scompartimento di treno, notturno e no…”Ecco che il tempo cambia già, comincia qui un nuovo ciclo… Sento che la mia stagione è qui. Ho freddo ma…c’è il fuoco accanto a te…li fuori no, un suono non c’è piu…le stagioni stan dormendo intorno a noi. Scorre acqua nuova dentro agli occhi tuoi. E così la vita cambia in me, impazzirà nel buio la città…ma come mai il tempo fugge già….” (I Nomadi, per esempio)…già, la città……..

Già, il tempo passa, velocemente e con esso le stagioni…………Primavera, primavere, estate, autunno…

In uno scompartimento del treno, ultimo vagone, Pesaro Ancona, del mattino, una mano anonima, a matita, ha scritto: “Giuda si siede qui”. Mha’….Non si sedeva, ma si “siede”…segno di un “pendolarismo precario”, magari filosofo anche lui.

Ancona. Ferrovieri, studenti in attesa, profumi di brioches e cappuccini e ancora un po’ di notte davanti. Palazzi e finestre che sembrano tanti visi e occhi, fessure chiuse e socchiuse, che scrutano l’animo umano. Chi dorme, chi ama e chi trama. Anche in una piazza che sembra dei Papi.

Penso al rumore del mare, mi avvicino e mi sdraio, sfiancato…è l’acqua che porta pensieri e cose concrete…L’acqua dispensa pensieri e restituisce cose concrete, come il senso dell’amicizia e della verità. “L’amicizia e la verità, diceva Aristotele, sono entrambe care, ma è cosa santa onorare di piu la verità”. Dirompente, eppure per tanti così fragile, come concetto, tanto che a guardarlo troppo, evapora, lungo i binari del treno, come altre responsabilità. Concetto che lampeggia sul cellulare di qualcuno, ma evapora anche questo. Troppa disattenzione. E così, quella fragilità menzionata prima, che lima la fiducia, riporta a Duclos, alle sue Memorie segrete: “La fiducia si ispira per gradi, ma basta un istante per distruggerla, e allora, è in qualche modo impossibile ristabilirla”. E così, quando la fiducia la si equipara alla stregua di una corda, quando la si tira troppo, si rompe. Evapora, anche questa. Le luci dell’alba ormai han lasciato il posto ad una luce nitida. Alcuni laureandi sono pronti. Entrano studenti ed escono dottori. Applausi, fiori, voto, proclamazione. Nell’attesa, leggo qualche pagina di un libro reale. Basta “Avere fiducia”, di Michela Marzano. Bellissima copertina: un cuore, blu (e chissà perchè) e al suo interno “Avere fiducia”.

Prendo il sottopasso e leggo, ancora, “Giuda passa da qui”. Questione di fiducia. Sarà.

A Torino, intanto, alcuni deplian mi ricordano che è in corso il Salone del gusto e Terra Madre.

Un appuntamento mancato, quest’anno. Dopo tre edizioni al servizio come volontario. Esperienze indimenticabili.

Nelle foto, stazioni di Ancona e Torino Porta Nuova.

Un angioletto, e il ricordo di Pascoli

 La visusale frontale dell’angioletto, così incastonato nell’aiuola,  volto a contemplare fiori, giardini, e nuovi nidi posti tra gli alberi, mi ha indotto a riflettere  “ad altro nido”, simbolicamente inteso come spazio vuoto, luogo di abbandono, e racconto di vita e storie personali da raccontare . Ogni vita è un romanzo e quindi, alcune vite interessano piu’ dei romanzi, si leggeva alcuni giorni orsono su un noto quotidiano torinese.  Spesso siamo soliti, pero’, interessarci apparentemente, delle vite degli altri. Altre volte, ne diveniamo “cantori” al solo scopo di catalizzare attenzioni.  Essere narratori, affabulatori, è un conto, provare ad entrare nel vissuto sociale degli altri è davvero altro. Esperienze personali, molto dolorose, come una malattia o una perdita, un lutto…forse racconti molto personali.. e il loro racconto deciso dal tempo, quello giusto. Oggi in tanti si raccontano, si mettono in mostra, con tanta “finta voglia di meravigliare”.  E forse con obiettivi altri. Vendere? Forse meglio fare chiarezza. Certo, da questi se ne discostano tantissimi,  bellissimi, veri, scelt, da scrivere e pubblicare  nel tempo giust;  mi vengono in mente bellissimi libri, letti poco tempo fa, tra questi,  quello  di Michela Marzano, “Volevo essere una farfalla” .   

A proposito,  Lalla Romano sosteneva che una biografia “è una menzogna ben congegnata“).  Ma, tornando al nido, alla famiglia, al ruolo del “padre” che tanto induce a parlare di noi,  non posso, in merito, non ricordare che il 6 aprile 1912  morì il grande poeta e professore Giovanni Pascoli. Grande Zvani, che non riesce mai a smettere di cercare la verità, proteso sempre a tenere unita la famiglia, a cercare di comporre una “identità” anche quando  ci si sente fantasmi. Fantasmi tra fantasmi.  Fanciullini che si cercano, per farsi coraggio. Bello rileggere, “La cavalla storna”.  Ogni vita è un romanzo, e quanti romanzi ci apprestiamo ad ascoltare, e a raccontare, sul solo ritorno della cavalla. Ma la cavalla storna, è unica, irripetibile. Inimitabile.

Ma oggi si ricorda anche L’Aquila. Si deve.

Con oggi comincia l’esodo, per le vacanze, per  chi potrà permetterselo (per chi continua a viaggiare sull’ottovolante dei “danè” o “sghei”),  dato che i segnali derivanti dal fronte economia non sono certo incoraggianti, specie per quanto riguarda la disoccupazione, quella giovanile, (15-24 anni), che ha raggiunto cifre davvero drammatiche. Certamente ci saranno “42.250 offerte di impiego senza risposta”, cioè inserzioni che cadono nel nulla, ma il fatto principe è che altri 335 mila posti “sono spariti”, dissolti.  “Incaponirsi” sull’articolo 18 non aveva nessun senso. Pochi casi di “reintegro”, di licenziati non possono certo distruggere la ripresa. Non possono ingessare il tutto.  Forse bisognerebbe focalizzare l’attenzione su altri fatti e dati di cronaca, come quello di “nonna Nunzia”, impaurita, come tanti, dall’allegerimento della sua pensione, e che ci ha lasciati proprio per questo. Il caso Indesit, e del ventilato trasferimento di produzione, come ci ricordano in questi giorni numerosi lavoratori, a distanza di soli tre anni da una situazione analoga a questi giorni, che sembrava chiusa. E invece, “ad incasso” non vi è nulla. Nenache le lavastoviglie. “Incassati”, (sarebbe appropriato mettere le z) restano solo i lavoratori.  Qui, in Italia, resterà solo la ricerca. Forse. O poco altro. Il caso di Termini Imerse, luogo dove negli  anni ’80 si produceva la famosa Panda. E l’elenco potrebbe continuare…

Difficile davvero, in un frangente come questo, provare a recuperare quei 25 minuti di sorriso che ci mancano. Una volta si rideva di piu’……………”Così ridevano…” …Proviamo a pensare alla primavera, al mare, al suo profumo, (non il Profumo con la P maiuscola) alle sue onde, alle spiagge di velluto, a vele in lontananza. “Così, rideremo”…almeno ci proveremo…

“Si respira una dolce aria che scioglie le dure zolle, e visita le chiese di campagna, ch’erbose hanno le soglie: un’aria d’altro luogo e d’altro mese e d’altra vita: un’aria celestina che regga molte bianche ali sospese…..si, gli aquiloni..”

(Giovanni Pascoli, da l’Aquilone)

Primavera alle porte.

 La primavera è alle porte. Alcuni lampioni,  della nostra città, Torino, accennano “l’inchino” al risveglio della natura.  Corsi, piazze, giardini, segnalano il “cambio di passo”. Anche se l’aria…

Porto con me una copia del libro di Michela Marzano, “Volevo essere una farfalla”, e una copia di Repubblica, di sabato, con un editoriale della stessa Michela. Ero curioso di leggerlo, l’articolo. Volevo capire, approfondire. Una risposta ad una domanda. Di altri.  “Perché scrivere del proprio dolore, perché  raccontare la propria storia?”…..Per dare un senso, rispettando le emozioni, senza mai buttarle sulla carta. “Quando si scrive, è perché ci si è messo tanto tempo-talvolta anni e anni-prima di trovare finalmente quelle parole. E allora si cerca solo di condividerle con gli altri. Per mettere un po’ di ordine nel mondo, come direbbe Albert Camus. Per trasformare il proprio dolore  in un atto militante…”……..quel non detto e quel non fatto che a volte ci tormentano…Già…

Continuo a leggere…nei pressi, una buca delle lettere. Una ragazza si avvicina. Imbuca una lettera. Il suo contenuto: cinque anni di sacrifici.  Mi bisbiglia: “Speriamo”. I suoi occhi sono lucidi: un misto di gioia, tristezza, ansia. Emozioni, sentimenti. Capisco. E’ una dei centomila, forse, che lasceranno l’Italia. O forse no.  L’unica certezza: dottoressa in Scienze Politiche. Laurea Magistrale. In nome del popolo italiano.  “Tanti auguri, dottoressa”.

 

Libri da leggere………..Michela Marzano

“Ama la vita piu’ del senso, e anche il senso ne troverai” (Dostoevskij, Fratelli Karamazov).

Appena chiuse le porte del convegno, il gigante d’argilla, pare essere in ginocchio. Ilgigante si è “svenato”. Si sono “volatilizzati” circa 700 mila lettori. E se la metà di quelli che si sono persi appartengono alla categoria dei lettori forti, gli altri allora, dove saranno andati a finire?  Tutti a far compagni alla generazione “Tuareg”? Difficile ipotizzare dove siano andati a finire…..eppure i libri comunicano anche allegria, spensieratezza, gioia, ad un mondo che forse di pensieri ne ha………parecchi Per tutti. Il libro “trattiene” e dona vita……..un libro se letto alimenta speranze, sogni…………..cambiamenti…..e poi……….emozioni….vita…..

…”Ormai lo so. Quando si parla con qualcuno ci sono sempre due registri di dialogo che si incrociano. Quello verbale, apparente, liscio. Che talvolta parla senza dire nulla. Che spesso maschera. E poi quello sotterraneo e invisibile. Fatto di sguardi e movimenti quasi impercettibili. Che dice sempre tutto senza parlare. E che crea l’intesa, la tenerezza, la complicità.

Perchè sono sempre le emozioni e gli affetti che danno un senso alla nostra esistenza.  Anche se, quando ci affacciamo sul mondo, facciamo di tutto per costruirci un muro di razionalità. Come una colonna vertebrale che ci tiene su. Per evitare di precipitare nell’abisso che si spalanca davanti ai nostri piedi quando ci innamoriamo. Ma è solo quando si precipita che si comincia a vivere veramente. Perchè si impara a essere veramente presenti. Accanto a quello che succede. Accanto alle sue parole. Accanto al nostro desiderio.” (Michela Marzano, “Volevo essere una farfalla”).

Ho riletto alcune pagine del libro di Michela Marzano, “Volevo essere una farfalla”……in questi giorni vi è anche un sondaggio, fino al 25 gennaio. Compratelo, leggetelo, votatelo.