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La ragazza della metro: incontrarsi tra le righe

20151130_150326Non so se sia la Giovanna Mezzogiorno  ma molto le rassomiglia. “La ragazza seduta di fronte”. In metro. Stessi  suoi occhi e identici capelli. Sguardo intenso, dolce e rassicurante allo stesso tempo. Due treccine lunghissime, insieme alla massa dei capelli le scendono fin sulle spalle, con qualche filo colorato che fanno da ornamento. Capelli castani, un pochino mossi. Occhi azzurro-verdi. Lineamenti ben fatti. Viseo roseo e naso alla francese. Niente tucco e nesdun inganno. Ha due anelli, uno al police e uno al mignolo, in mani differenti. Cappotto grigio spigato, aperto, sopra un maglioncino colorato. Metropolitana.” La ragazza di fronte”, come un film. Come quel film, dove regina era una finestra.  Di  Roma.  Qui Torino. Pancia, ventre, sottosuolo. Uno di fronte all’altro, seduti.  Io con “Il grande Gatsby”, lei  con “Il tropico del Capricorno”. Sette fermate. Ad ogni annuncio della voce metallica della metro alziamo contemporaneamente gli occhi dal libro per dirigerli sulle cartine della metro, speculari, sopra noi. Poi, gli occhi ridiscendono per fissarsi,  prima occhi negli occhi poi sui titoli. Sono certo che ciascuno di noi stesse leggendo dell’altro dall’altro/a. Alla sesta fermata, dopo l’annuncio della voce metallica, stesso gioco-movimento degli occhi: occhi, libro, richiuso, riposto nella borsetta. Le sue  mani si fregano e accennano un applauso senza sonoro. Penso che scendera’ alla mia fermata. Io, occhi, libro, richiudo, tasca. Pochi secondi e la clessidra segnera’ il tempo. “Potremmo parlare dei libri sulle scale mobili”,  penso, “prima di essere restituiti alla citta’, ai suoi colori a dire il vero, oggi poco primaverili”. Liberarli, almeno, “share books and love”.  Ah questa “benedetta “fede del desiderio”. E invece no. La metro si ferma, staziona, ma, lei, la Giovanna Mezzogiorno, e’ ancora li, seduta, al suo posto, seduta.  Un fischio, due, tre, io di qua’, lei restera’ di la’. La metro chiude le porte ma sulla banchina ci sono solo io. Ruoto il busto. Lentamente  mi giro. Lei, la Giovanna della metro torinese e’ ancora racchiusa  li dentro, nella metro torinese, fatta per magri. Ancora pochi secondi e il “missile” sotterraneo  torinese  proiettera’  quella visione oltre. Ha ripreso il suo Tropico del cancro. Io il mio “Grande Gatsby”. Quando si dice: “Incontrarsi tra le righe”Foto Borrelli Romano, Torino, circolo lettori. Pochi secondi, la metro riprende la sua marcia verso Bernini e chissa’ dove.  Chissa’…. Resto a guardarela e osservare i suoi lineamenti e movimenti: ha alzato gli occhi, la cartina della metro, la sedia vuota, quella che per 7 volte era stata mia, il suo libro, i suoi occhi e….di qua, i miei e il mio libro. Recupero la scala mobile e via. Un incontro cosi, difficile possa ripetersi: “Il grande Gatsby e il Tropico del capricorno”  specchiati  a pochi centimetri, in una metro, l’unica, torinese.

“Shinoi” for ever

Torino 12 1 20156. foto Borrelli RomanoIl vento scompiglia capelli e pensieri: rossi, castani, neri e biondi.  E li sposta, li alza, li annida. Capita come per le parole: il tempo di pronunciarle, fuori dai denti o con larghi sorrisi e si perdono nel vento. Fuori, la notte e’ piacevole, anche coi “fischi di fondo”: e’ la luna che in maniera smaliziata si sfila i collant, prima di spegnere le luci e richiudere la porta del cielo. E gli uomini fischiano come quando passa una bella donna. Ululati sguaiati, smodati. Forse gatti in calore. Fischi. Spazio al maschile, mai al femminile.”Fiu, fiu, fiu”. Colonia e l’uomo che “non cambia mai”, “difficilmente cambia”, “lentamente cambia”, “raramente cambia”. L’uomo.  Era il vento, maschile. E’ il vento. Foglie ingiallite e venate insieme a carte accartocciate che si “stoppano” ai piedi dei piu’. Raccoglitrici di storie e di venti di passione. Paole andate. Il tempodi pronunciarle e si consumano. Il  giorno la musica non cambia. Effetto “phoen”, si, il “fon, fon”, 15 gradi sulla citta’. Vento caldo di passione, e noi fermi davanti a scale mobili della metro  che non salgono ( e non solo per uscire dalla metro) e non scendono. Questa poi delle scale mobili rotte (della metro torinese) e’un ritmo costante e continuo. A dieci da Torino2006, anno di entrata in funzione. Altra passione, rosso cinabro. Appena usciti dalla metro, la pista ciclabile. Manubri di biciclette e manubri in palestra tra baffi a manubrio tipicamente sabaudi. Corso Vittorio Emanuele: ogni citta’ ne ha uno con questo nome. La statua, il Re, i baffi a manubrio, il cavallo: guardano verso Roma. Palestra: “Corri, corri, suda, suda, puff puff, pant pant”: km e calorie e tempo tutti sotto braccetto. E noi, “sob sob” a versare goccioloni di sudore di panettoni e pandoro del tempo andato…perche’ “oggi mi sento grasso dentro”.  “Dove, dove?” Risponde il vicino o la vicina? “Srotolando” cuscinetti, maniglie dell’amore, sederi, pance: il trionfo dell’estetica, mica della salute. E cosi, tanto per smaltire, o provarci,  ad una certa ora del pomeriggio la palestra sembra il piu’ grande mercato europeo all’aperto: Porta Palazzo. “Menu’ e donne e cibo e qui e la’ e sotto e sopra e su e giu’. “Bum, bum” “pesi” che si toccano tra sguardi che si sfiorano, respiri ansimanti e soffi, come dopo l’amore. Chi cerca, chi prova, chi prova a conoscere e chi contatta chi. Fuori.  Dopo la doccia, borsone in mano e capelli ancora bagnati. Tra poco tornera’ la luna in cielo e….sulla collinetta del Valentino due giovani amanti si giurano amore eterno. “Shinoi forever”…amore per sempre. Parole. Se son rose fioriranno. Scende il buio sulla citta’.  Gli ultimi tram fanno le ultime corse. Tra capannoni dismessi, noia di alcuni e tanta “capannoia”. O capannonia. Sguardi bassi e chini: vietata polvere!Torino c.so P.Oddone.12 1 2016.fot Borrelli RomanoIn cielo,  la luna tra poco chiudera’ i battenti e…pantaloni strappati all’altezza delle ginocchia queste  le mostrera’   rosa come pesche, insieme a  stivaletti da togliere e capelli lucidi da tirare su. Dopo il vento.Dopo le parole.Foto,  Borrelli Romano. Holden  scuola Tra poco sfilera’ ancora i suoi collant e…buonanotte. Shinoi for ever.

Primo Dicembre 2015

Foto Borrelli RomanoTorino, piazza Castello, ore 17.30-18.00. Tutto pronto come sempre, meglio, come da un po’ di anni, almeno per il presepe. I vigili del fuoco gireranno l’interruttore e abbasseranno la prima casella del Presepe e poi “coro” di flash e selfie. Per quanto riguarda l’albero, bhe’ devo dire che mi piaceva di piu’ quello dell’anno scorso. E’ un po’  come l’albero di Natale di Porta Nuova sempre piu’ magro. Poverino. Un po’ come la storia della  metro, fatta per magri. E noi torinesi, di magri abbiamo davvero un occhio: senza offesa, da Primo Cittadino. L’occhio o il fisico? (Comunque mi ha fatto gli auguri per il mio sogno avverato e per il primato!). Un po’ come quando ci sentivamo dire da piccoli: “e vuoi piu’ bene a papa’ o mamma?” Ecco, ora: “e ti piace di piu’ la metro di Milano o quella di Torino? E ancora, :”L’albero della stazione Centrale di Milano o Porta Nuova?” E ancora: “E tra l’albero di piazza Castello e quello del Duomo?” Non voglio essere critico con la mia citta’ ma perche’ dobbiamo  sempre fare le cose in riduzione un po’ come quel caro vecchio e attuale “sistema” matematico matematico sempre cosi in voga fra gli studenti.  “Quale sistema usi?” Rduzione, rispondevamo sempre. Al massimo una “sostituzione”. Dobbiamo sempre ridurre. L’anno scorso ho appeso sull’albero di Natale un sogno in  grande, riuscito poi. Era in grande e per un sogno grande ci voleva un albero grande. (Due anni fa la storia e la pagina de La Stampa, di Diego e Marilisa cosi piaciuta ai ragazzi: “Dhe'”). Quest’anno portero’ a turno le classi. E le mie, si sa, sono, manco a farlo apposta, in ….riduzione. Chissa’ che anche i loro sogni….non possano trasformarsi in…grandi, da grandi. Ora prendo la mia storia sotto braccio e le faccio  fare un giro nella sua piazza tanto amata. Anche questa per me e’ una grande storia. “Ma che vuoi fare??” Mi domandano davanti ad un caffe’, scrutandomi per quel mio sogno pronto ancora una volta da appendere lassu’,.sull’albero nel momento in cui lo montetanno”. ” Insegnare”, rispondo. “Ma non lo fai gia’? Non hai realizzato il sogno dell’anno scorso?” Rispondo:”Si, ma vorrei farlo…in grande. Non in…riduzione”. E fortunatamente non sono una “pantera grigia” nell’Italia record di professori anziani.

Chiudo gli occhi e penso: “un anno e’ trascorso”, avviandomi verso casa con la mia storia sotto braccio. I miei passi ritmano i ricordi.”In un momento” (ricordando Dino Campana, e non solo) e la piazza si svuota.

Buon primo dicembre.Foto romano borrelli

Bacio bandaTo

DSCN3523DSCN3525Sabato pomeriggio. Sabato autunnale. Profumo di castagne, meglio, caldarroste.

L’uscita della stazione della Metropolitana torinese “Stazione Porta Nuova” (una grandissima M rossa) “vomita” continuamente, a tutte le ore, gente. Le scale mobili continuano instancabilmente il loro viaggio e instancabilmente, come muli cittadini, sopportano il carico di cittadini e non che scelgono questa fermata per iniziare il loro viaggio spensierato nel centro cittadino. Una enorme impalcatura della stazione Porta Nuova ne copre la maestosa “faccia”;  la stazione delle biciclette gialle sulla sinistra e il parco della piazza, davanti a noi, si apre con la sua storia di globalizzazione. Chissà se qualcuno ricorda un enorme e bellissimo orologio composto da fiori, posizionato lì, a ricordarci lo scorrere del tempo. Sotto il porticato, l’hotel Roma. Una “marea” si sparge, si confonde, si spalma, e, in alcuni tratti, si “sdraia” in questi due kilometri che ci separano dall’altra piazza, seguendo via Roma. A metà, della via, delirio. Confusione.

Confusione in centro cittadino….due amori “invisibili” si scambiano un bacio a ritmo di banda. Confusione per questo gesto, o confusione per le strade cittadine? Lasciandomi alle spalle Piazza Carlo Felice, la stazione Porta Nuova, i portici che trasudano di  tanta poesia, narrativa,  di uno dei grandi della nostra letteratura,(Cesare Pavese), una musica distrae la passeggiata sabauda di un sabato pomeriggio autunnale. La domenica pare essersi infilata di soppiatto, anticipatamente, sotto le volte dei lunghissimi e bellissimi porticati torinesi. Qualcuno ne approfitta ed effettua, “pedonalmente” una sosta, così, tanto per accompagnare il “corso” della musichetta. Coralmente. Altri, invece, nelle loro movenze, ricordano l’inizio del film, “La stanza del figlio“: ci si ferma, si segue la banda con lo sguardo, ci si muove se ne intonano alcuni pezzi riconosciuti e si canta liberamente, il tutto con caffè o cappuccino in mano.  Il restringimento di via Roma, prima a di sfogare nella piazza, vede gli  “scheletri” delle due Chiese gemelle. Per un momento, con l’aiuto della fantasia,  pare di essere in altra piazza, piu’ a Sud, con due Chiese dedicate agli artisti: piazza del Popolo. Anche lì, come in numerose altre piazze d’Italia, numerosi Apollo e Dafne staranno scambiando occhiate verso “grandi bellezze”. Sulla destra, una piccola piazzetta “apre” alla Rinascente, altrimenti detta, “la Rina” dove ci si incontrava quando la piazza era davvero reale e le occhiate ce le si lanciava da quella scala mobile. Ora un bar moderno, al suo interno, posizione lungo i tavoli “piazze virtuali” con pc perennemente collegati. Manca il Pincio, ma con un po’ di immaginazione si possono oltrepassare  palazzi sabaudi e provare a vedere la collina torinese, oltrepassare così, con la fantasia, una serie di vie che ricordano altrettanti personaggi sabaudi. Anche la piazza, volendo, potrebbe avere delle vaghe analogie con la bellissima piazza del Popolo, di Roma. Il parco romano, impresso sulla cartina geografica, rassomiglia ad un cuore, con le sue arterie, che poi sono le vie, i busti, il laghetto. Nella piazza torinese, il cuore è “appeso”, resiste. Pulsa, come il cuore del centro cittadino. E piu’ lo maltrattano e lo buttano giu’ e più quello si tira su. Cuore, cuori pulsanti e  labbra “stampate”  congiuntamente alla musica profusa dalla banda, appena entrata in piazza San Carlo, compongono un romanzo polifonico su di uno sfondo panoramico per un bacio davvero romantico di due mimi.

Allo stesso tempo in cui un “romanzo” prende corpo, e il bacio si consuma in un tempo espresso, un altro, piu’ a Sud, vicino altra Chiesa, Santa Chiara, termina definitivamente la sua narrazione.

I due mimi, intanto continuano a  consacrare un amore eterno per la nostra città….Potenza di un bacio.