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C’era un caffè, prima della fabbrica

Le tre auto convergevano simultaneamente verso parcheggi ampiamente disponibili, nella notte ancora fonda, con l’alba distante  da noi, chiusi, nei nostri pensieri, mentalmente, e nelle “scatole” di latta, fisicamente. Avevamo da poco lasciato le calde case e comodi letti, per sorbirci “otto ore di turno”  (da leggere rigorosamente in maniera fantozziana!). Alle nostre spalle, e delle auto, la collina, Chieri e compagnia, bella, “e brutta”. L’unica, rada, luce che illuminava pochi metri d’asfalto,  era quella  gialla,  con la scritta “BAR”, in orizzontale. Tutte e tre le auto, si disputavano il posto in prima fila. Metalmeccanici contro tessili. Arrivare prima significava non aspettare. Ma il risvolto, poteva anche essere negativo: poche “battute” della Bialetti e caffe’ non proprio al massimo. Capitava, delle volte. Poche battute delle nostre, “come stai?”. Avremmo voluto essere a casa, in quell’istante, cosi vicina e  distante, da noi, distesi, ancora, sotto le coperte, liberi “da catene”.  E invece, nasini all’insu’, ma non cin la classica posa da turista. Cosa acremmo potuto osservare? La scritta Bar? E invece quelle catene, ci attendevano per 8 lunghissime ore ( da leggere fantozzianamente). Ogni auto, davanti al bar, ne scaricava quattro, di passeggeri. Mani in tasca,  ed il primo che allungava il braccio, apriva la porta del locale. Per tutti. Come i caffè.  Dodici accessi in una porta non girevole ma girevolissima. Tutti avvolti nei nostri giubbotti, qualcuno per fare in fretta, con la tuta da lavoro  addosso ed il logo. Della fabbrica. Scarpe anti-infortunistiche incorporate. Il barista aveva acceso la sua macchina del caffè da poco, e ci dava le spalle. Dalla bocca del fornetto a micro onde, aperto nello stesso istante in cui entravamo noi, nel locale, minuto, si perdeva  un buon profumo: croissant appena sfornati; una parte di quello (il ptofumo) era sequestrato nel locale, un altro ricercava velocemente la via d’uscita, come un gatto che non sognava altro che il ritorno alla sua liberta’, precaria. Dalle nostre bocche, sbadigli, occhi stropicciati, e tanta stanchezza nelle ossa. Caffè per tutti, due parole, il contratto, lo stipendio, i toc. I saluti, l’arrivederci, al mattino dopo e i 12, in macchina, ancora una volta, verso la loro “bolla”. Entro le 6. Poi, chi al tessile, chi al frigo, chi al meccanico. Da questa sera, in tv sento che  a fare il ” frigo”,  cioe’ il suo mototino, all’ Embraco, forse, non ci andranno piu’. E cosi al caffè. Prima del turno.  Anche il Vescovo Nosiglia ha promesso il suo interessamento e vicinanza. Ha detto che scrivera’ al Papa. Intanto, chi comanda, dice “Amen”

“Io siamo, 10 e lodo”

I metalmeccanici non abbassano la testa“, questo era il grido di un operaio, venerdì. “Fermiamoli” era lo striscione indicativo di una volontà di ripresa. Del proprio destino. Del proprio futuro. Insieme ai metalmeccanici, altri, lavoratori del pubblico impiego e scuola. Fra questi, noi, io e l’amico Daniele. Un giorno in più, di lavoro, per poter pagare il biglietto del treno, che non contempla i ritardi, quasi quotidiani. Non saranno certo i soldi di una giornata di sciopero a modificare il nostro destino. Ma almeno le idee, quelle, non le vendiamo e in un mondo dove tutto è in vendita non è cosa da poco. “In 250 mila per il lavoro: stop ai licenziamenti”, titolava Liberazione di venerdì, a pagina 2 (articolo di Federico Gamberini). “Fabbriche vuote, piazze piene: 250 mila metalmeccanici manifestano da Milano a Palermo. Riesce lo sciopero proclamato dalla Fiom contro il “contratto dimezzato”, per il blocco dei licenziamenti e la democrazia in fabbrica. “Vogliamo votare piattaforme e accordi”. A Roma operai e studenti protestano davanti alla Rai contro il silenzio dei media”, titolava il Manifesto della stessa giornata. (articolo di Antonio Sciotto). Sì, non solo tute blu, ma anche ragazzi, studenti, lavoratori della scuola. E tra questi, noi. Quotidianamente cerchiamo di ricordarci a vicende le nostre radici, la nostra provenienza. Quotidianamente siamo vicini, come possiamo, agli operai, a chi è in cig, a chi è in mobilità, a chi il lavoro lo ha perso. Stiamo un pochino meglio, forse, anche se non troppo. Con le nostre nomine annuali, con uno stipendio che non vede mai i “mille”, e a questi dobbiamo decurtare il prezzo del treno, “per la nostra gita quotidiana”. Senza mensa, senza nessun tipo di rimborso. Con gli occhi assonnati, come voi, che avete scioperato venerdì, e per questo, ci siamo uniti a voi, anche se, eravamo davvero pochi. “Perché aderisci allo sciopero?” era la domanda ossessiva che ci veniva posta. Perché fino a quando qualcuno continua a crederci davvero, in una prospettiva, in un cambiamento per tutti, bhe, allora un altro mondo è possibile. Sono belle giornate, queste, di solidarietà, dove noi, abbiamo cercato di lasciare la nostra “tranquillità” dei “mai mille euro” per essere più vicini a voi, per non farci inglobare dall’individualismo. Sono giorni in cui anche i grandi sono finalmente più vicini a noi. Una costituzione sempre da difendere, da tutelare, da ricordare, da studiare e da ripassare. A tutti i partecipanti delle manifestazioni di venerdì, un bel dieci e lodo.