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Un 46% di No. Una responsabilità da allargare. Sciopero generale

L’immagine è volutamente inserita in questo modo. Mi piace vederla così, in orizzontale, e forse perchè mi ricorda una quasi parità, quella ottenuta dall’esito referendario.

Un referendum “viziato” in origine, con l’ ipotetico rifiuto di un risultato: il No. “Se passa il no, vado via”. E nemmanco i monumenti ne vogliono sapere. Un monumento fasciato da una sciarpetta Fiom nel centro di Torino.

Un referendum passato col si, grazie a 441 voti impiegatizi (20 hanno avuto il coraggio di dire No). Un voto impiegatizio, “crocettato” prevalentemente da “Capi Ute” (qualche quotidiano ci ricorda che il merito è anche dei “pipistrelli”, dediti cioè al lavoro notturno. Solo 9 voti di scarto fra i due fronti se prendiamo in esame il voto delle tute blu (carrozzerie). In definitiva, 54% si, 46% no. Ora, qualcuno dovrebbe rivedere alcune cose. Rimettere in discussione. Tutto. Utilizzando quell’intelligenza che è mancata. E che non ha invece fatto mancare il senso di divisione. “Dividi e impera”, per qualcuno. Forse piu’ di qualcuno. E magari anche qualche sindacalista di professione. Perchè, e vorrei ricordarlo ad un lavoratore intervistato su La Stampa che auspiacava il si, che non è vero che “si possono poi migliorare gli accordi”. Ma dove è stato girato questo film? Quando si apre una fessura, questa, prima o poi diviene un cratere. E quante fessure, negli ultimi anni sono state aperte?

Piuttosto, cerchiamo di analizzare cosa si nasconde dietro questo investimento, un vestito da spaventapasseri. O meglio, non, “nascosto”, ma “non detto”.

No, un lavoro senza diritti non è un lavoro. Se non si è liberi di scegliere cosa, non sarai libero.

L’entusiasmo, nella notte passata davanti ai cancelli, è stato enorme. Moltissimi operai. Empatia, ci ricorda nella sua lettera Barbara. Tutela della Costituzione e dello Statuto dei lavoratori (affinchè non diventi statuto dei lavori) ricordava Simone Ciabattoni proprio davanti ad alcune telecamere in attesa dei risultati. Una domanda: ma insieme al prof. Marco Revelli, nello studio televisivo, alle 23.30, in collegamento da Milano, non doveva essere presente anche Bonanni? Forse era raffreddato. Speriamo….non gli venga decurtato….”il giorno di malattia”. Telecamere che “sono mancate” a Mirafiori e tra gli operai in genere prima del referendum e a ritroso negli anni; telecamere accese in ritardo, piazzate come in un set cinematografico; telecamere proiettate su questa classe operaia, lasciata sola. Soprattutto da una forza politica che ha rescisso il legame con il movimento operaio, per puntare “all’equidistanza fra operaio e imprenditore”. Per fortuna la sinistra-sinistra c’era. Con la Fiom, ovviamente. E cobas, slai cobas. Telecamere, invece, che non fanno mancare la loro presenza per la “difesa dall’attacco dei giudici” del Presidente del Consiglio, in un noto tg. Davvero, troppa sproporzione. In tutto. Quel 46% dimostra che la classe operaia non è andata in Paradiso, ma esiste. Il dialogo con loro, fra loro e per loro non si è interrotto il 15 gennaio, a risultati avvenuti. Il dialogo continua. Deve continuare, collegandosi con le vertenze dei precari. Perchè Mirafiori e precari non sono disgiunti. Anche dentro quel contenitore i diritti sono stati “toccati”. A proposito di precarietà: domenica prossima (come previsto dal Collegato lavoro) scadono i termini per impugnare i contratti di lavoro precario davanti ai giudici. I precari con 36 mesi di anzianità si attivino presso un sindacato.

Cerchiamo di allargare questo ampio ma piccolo fronte di responsabilità. Non lasciamo solo questo “46%” che poi sono persone, in carne ed ossa. E spesso lo si dimentica. Soprattutto i “padroni delle ferriere” e quelli a cui piace vedere i film ma senza farne un’analisi di cio’ che hanno visto e senza documentarsi su cio’ che vedranno. No, gli accordi di questo tipo, non sono migliorabili.

Allarghiamo il fronte alla precarietà della scuola. E’ miope la visuale di chi sostiene “ho famiglia, voto si”; forse proprio perchè si ha famiglia, e figli, bisognerebbe liberarli, questi figli, da queste gabbie che il neoliberismo ha costruito intorno ad essi.

Empatia e Costituzione, ricordavo. La lettera di Barbara ci ha ricordato che ognuno di noi ha avuto, ha, una madre, un padre, un fratello, parente, amico che ha lavorato a Mirafiori. E quanto del nostro rapporto affettivo ci è stato tolto, perchè quello scatolone enorme, nella sua pancia, “ci rubava un affetto”. Ma solo chi è dotato di una forte sensibilità e memoria storica puo’ capire e ricordare certi sentimenti. Proprio per tale motivo, ho deciso di visitare, oggi, l’allestimento della mostra “Arte e Shoah”, a Torino, presso il Museo Diffuso della Resistenza. (Corso Valdocco, 4/a). E che vi consiglio di visitare. Al piu’ presto.

...”Ma dove il forte vuole prevalere, imporre la propria supremazia, esiste sempre uno debole, una vittima…e allora il corpo diventa un involucro svuotato della sua essenza, violentato nella dignità, spogliato dell’animo e dei sentimenti…”(opera di Luca Zurzolo, “Stessa carne”, 2010).

Per terminare, i numerosi post-it lasciati a centinaia, a ricordare cosa è, cosa dovrebbe essere la nostra cara Costituzione, quella che qualcuno vorrebbe smontare.

Con la Fiom e Landini.

Prima di ogni cosa, un ricordo ad Haiti e al suo popolo. Un anno dopo.

Grande e partecipata fiaccolata lungo via Garibaldi, direzione Piazza Castello a Torino.

Alle ore 18, un grande corteo, formato da operaie, operai, pensionati, studenti, e quanti credono che un referendum siffatto non va bene. E neanche quell’accordo. Così come non va bene che “enormi risorse siano evaporate nei grandi circuiti finanziari, delocalizzate“, mi dice Marco Revelli.

E proprio con Marco ho l’appuntamento per recarmi alla fiaccolata. Con me una copia de “il Manifesto” di oggi, che riporta l’articolo in prima pagina, “La costituente Fiat” e il suo libro, che mi accompagna ormai da diversi giorni, “Poveri, noi” (Edizione Einaudi).

Si, Marco ha ragione, con quanto afferma sulle colonne de Il Manifesto, e tutti noi,gente da “sotto  i mille euro al mese” ormai lo abbiamo notato: quanta crisi in questa città, dove compaiono come funghi cartelli con su scritto “compro oro”; una città dove sono in forte aumento i pignoramenti di alloggi; una città dove il 35%-40% dei metalmeccanici devono far ricorso alla cessione del quinto dello stipendio per far fronte a pagamenti in sospeso.

Non so quanti di coloro che erano alla manifestazione oggi si trovassero nelle condizioni citate sopra. Le uniche cose certe erano il grande entusiasmo e la voglia di dire no a quelle condizioni, ( che “a qualcuno piace porle per  vincere facile”). Sarà dura, come affermano in Val di Susa. Eravamo tanti, tantissimi. La Fiom, la federazione della sinistra, sinistra critica, Ferrando e Turigliatto, Vendola, tutti gli amici di Rifondazione.

A qualcuno col maglioncino blu piace “Vincere facile”, troppo facile in una città, in una società che galleggia, o boccheggia  “su uno strato sociale allo stremo“; Si, si galleggia su una città, una regione, dove si parla di “bonus-pannolini” e nello stesso tempo mi dicono ci siano ancora delle difficoltà per le borse di studio. Vincere facile. Chi, vince facile?  Per uno che ha percepito un compenso di 4 milioni e 782 mila euro, pari a 435 volte il reddito di un suo dipendente di Pomigliano, cifra comprendente il “bonus che la Fiat ha deciso di attribuirgli per il 2009, mentre l’attività svolta dal manager italo-canadese negli Stati Uniti per Chryser è stata forntia a titolo gratuito” (così ci ricorda il libro di Marco Revelli, capitolo quinto, Ambivalenze, pag. 107, rifacendosi a Gad Lerner in un editoriale di qualche mese fa).

Un accordo sulla pelle di chi? “E’ stato calcolato che nel 2006 meno di due operai non specializzati ogni cento percepissero un guadagno netto mensile superiore ai 1500 euro, e solo un 5% si collocasse tra i 1300 e i 1500 euro. Il 73% strava tra gli 800 e i 1300 e il restante 20% non raggiungeva gli 800 euro. In sintesi 14 milioni di italiani guadagnano meno di 1300 euro mensili; piu di 7 milioni non raggiungono i 1000 euro; lavoratori piccole imprese, 866 euro al mese; immigrati extra UE 856 euro; giovani, 854 euro” (dal capitolo terzo, Progredire declinando, Poveri, noi, Marco Revelli). La classe operaia, proprio, non va in Paradiso.

Lungo il percorso, molti visi conosciuti e tanti altri sconosciuti, e anche se non ci si conosceva, qualche cosa ci univa, ci faceva sentire dentro, interni alla solidarietà di un tempo, quella che oggi l’individualismo sfrenato ha cancellato. Qualcosa di bello e indescrivibile, questa fiaccolata. Peccato per quanti non erano presenti. Una camminata lungo via Garibaldi. Fino all’apoteosi, con Landini.

Ha ragione Landini. Un voto per non votare mai piu’. Ma come fanno a non rendersi conto gli altri sindacati? Un voto per tornare indietro, di cento anni. Alla faccia di chi sostiene che difendere le conquiste è “vecchio”. Ha ragione Landini: perchè la Merkel ha detto no al piano Marchionne? Perchè Marchionne “non scopre le sue carte”? Perchè questo Governo non ha preso posizione? Perchè non si pensa ad un’industria dell’auto, altra? Perchè la testa pensante rimane negli Usa e qui, a Mirafiori, la “manovalanza”? Chi li compera questi Suv? Dove andranno a finire questi Suv? Un’ultima cosa, a chi propone la firma, tecnica. Chi si recherà alle consultazioni si accollerà una responsabilità anche per gli altri, anche per chi non è metalmeccanico, anche per chi lavora nel pubblico impiego, per esempio e continua a dire: “lasciate che succeda, non è colpa mia”,oppure, “tanto non mi interessa”.
“Si, anche noi vogliamo la firma tecnica, sul blocchetto degli assegni di Marchionne”.

Landini, non ti lasceremo mai solo. Come la Fiom. Con la Fiom nel cuore.

Un saluto a Simone, Barbara, Massimo, amiche e amici incontrati in tantissime altre occasioni, nei viaggi e in altre mille occasioni. Quando le radici chiamano.

“Nessun dorma”.

Questa crisi, complotto di banche e industriali, sta ammazzando Torino: la città degli operai

di Barbara Chiappetta

L’altro giorno al Tg3 Regione un giornalista intervistava dei turisti che per la prima volta visitavano Torino e tutti gli interpellati dicevano pressoché la stessa cosa, Torino signorile, elegante, curata (?), una dama di classe. Nessuno se l’aspettava così bella.
Bella l’opulenza del centro, che piacere fare una passeggiata, osservare le vetrine, prendersi un caffè in un bar storico, finire in uno dei tanti musei…ma Torino la sta pagando amara questa crisi, la dama di classe, la Signora, agli occhi degli addetti ai lavori, è una vecchia stanca e diseredata, a cui è rimasto solo un vecchio vestito per bene e uno sguardo aristocratico. Ma è malata.
Questa crisi, complotto di banche e industriali, sta ammazzando la città degli operai, delle tante storie di immigrazione e di difficile ma talvolta riuscita integrazione. Il sistema capitalistico ha deciso. Risparmiare. Ridurre ai minimi termini il costo della mano d’opera, dislocare, ridurre il numero degli stabilimenti di uno stesso gruppo là dove i costi energetici e di trasporto siano più convenienti, alimentare l’idea che fusioni tra grandi colossi portano lavoro, ma invece lo tolgono in tutti i sensi, perchè spesso si portano proprio via i macchinari di lavorazione. Collocano una grande sede e chiudono, chiudono, chiudono le reti capillari ma anche spesso le uniche risorse di un territorio, tolgono aziende storiche per rinnovare la geografia del lavoro…dà quel tocco di freschezza, quasi di morte. Gli operai sperano solo più in qualche incentivo da parte del governo, se ci saranno porteranno lavoro altrove però (vero Marchionne del “mio stivale”?), ma almeno, forse, chi lo sa, il gruppo non deve tagliare sul mio stabilimento. Mors tua vita mea, sta bene a molti, soprattutto a chi sta passeggiando per saldi.
Non ancora tutto il sistema è in crisi. Questa per il momento è soprattutto la crisi delle famiglie degli operai tagliati, l’effetto domino deve ancora arrivare.
Noi operai così disuniti e per anni educati alla “non reazione”, ora siamo il nuovo fenomeno da baraccone italiano, non ci calcolano se non in preda a qualche gesto disperato (vedi tetti, gru, occupazioni, ecc.). Addirittura, per parlare di noi in certe trasmissioni televisive che ancora qualche volta, tra travestiti e veline, parlano di noi, invitano la torinese Alba Parietti, si chiama spettacolarizzazione e denigrazione di un sistema, come il circo per gli animali, loro hanno Moira, noi abbiamo Alba.
Portiamola la compagna Alba a casa delle famiglie disperate. Portiamola anche in certi quartieri di Torino dove tra poco succederà qualcosa in stile “Rosarno”, perchè il gesto più forte della disperazione deve ancora arrivare: è la ribellione e io, perdonami Romano, non vedo l’ora.