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Dalla scuola. Una passione che…”brucia”

scritta su muro, Torino. Foto Romano BorrelliUscito da scuola, una signora mi avvicina e mi dice: “Buongiorno, l’ho riconosciuta. Lei è blogger. Vorrei raccontarle una storia“. Impietrito. In ogni caso mi fermo e ascolto. E’ sulla scuola. Il tema “La scuola” ha sempre qualcosa di allegro, in sè. Ascolto e annoto.  Penso che la scuola sia un ambiente che “brucia” di passione, di passioni. Tempo fa avevo pensato che le circolari di una scuola potessero essere un modo per “ricostruire” storia e storie. Un archivio, una “biblioteca” in proprio, al pari della civica o di qualsiasi altra. Una biblioteca pubblica, la scuola, senza dover uscire dalla mura dell’edificio,  senza mettere in moto tutta quella burocrazia relativa ai permessi, “declinazioni di responsabilità” del tipo…”Io sottoscritto, genitore di tizio, autorizzo la scuola a…”. In questo modo,  tutto si ritroverebbe all’ interno della scuola. La ricostruzione di una comunità,  di persone, organi collegiali, di un quartiere attraverso le circolari. Fattore economico o culturale? Ad esempio, i mercatini di Natale nei pressi di una scuola. Una scuola per scrivere bene. Ancora. Quanti scioperi, quanti consigli straordinari, attività, manifestazioni. Un mondo. Un’officina culturale. Eppure, complice la signora che mi ha riconosciuto chiamandomi “blogger” ho pensato che in realtà qualcosa in più, oltre, a quella mia idea già pensata, elaborata, proposta in seguito ad un articolo sulle relazioni nella scuola, pubblicata su La Stampa (e proposta alla scuola) poteva e doveva  esserci, all’interno di un edificio scolastico.  Bisognava solo riflettere. Magari era sotto gli occhi e nessuno se ne è mai accorto o mai ci aveva pensato. Mi giravo e rigiravo all’interno di una classe, per vedere se era tutto a posto, in sicurezza, in previsione di una grande mostra che si terrà domani e mi dicevo: qualcosa dovrà pur esserci”.  La mia scuola è davvero d’arte. Qualcosa, di sicuro, la conserva. I suoi studenti, sono artisti. Per un attimo, i miei occhi, guardano verso il basso. Avevo trovato. “Potevano brevettare la più grande invenzione nel mondo della comunicazione”. O forse quello a cui stavo pensando  è un patrimonio comune, alla scuola. Sto parlando di quei “messaggi” con brevi caratteri che si chiamano i “cinguettii”. Il papà di Twitter era sotto i miei occhi. Già. perché davanti o sotto, o nei pressi di una fonte di “calore”, che brucia, perché non esisteva un tempo (forse anche ora in molte scuole) la possibilità di regolare, si trovano micro-temi. Uno, in particolare mi ha incuriosito. “Credo ancora nell’amore, nonostante i cerotti sul mio cuore“. Mi son fermato. Riflettevo. Se erano cerotti sul cuore o nel cuore. Il messaggio era datato. Come tanti. Una storia, datata, nel vero senso della parola. Tante storie, datate.  Passioni che bruciavano ma che bruciano tuttora. In molti, in tanti potrebbero rispecchiarsi in quelle narrazioni. Cambiano i soggetti, restano identici i sentimenti. Mentre dipanavo i miei pensieri quella signora raccontava a “blogger” ma la testa, non era lì. Le mie “orecchie” non erano attive. Pensavo e ripensavo. Un messaggio, un altro, un altro ancora. “Gressoney, 29 maggio”. ” Ancora: “2007” e poi una infinità di “Buco” per via dei numerosi buchi al lobo che lo hanno reso una finestra da cui guardare il mondo, ecc.ecc. Micro temi svolti su muro. Uno dietro l’altro. Anni scolastici lasciati ai posteri. Nomi, in quantità. Aggettivi, a “pennarelli”. Inizi e fine. Anniversari e luoghi. Prime e ultime volte. Caloriferi. Generatori di storie. Vicino la puoooorta. E chi la porta nel cuore. Caloriferi emettitori di storie e calore.  Che bruciano a scuola. E carte di merendine con rispettive calorie. Bruciate.La signora continua a parlare. “Perché quella volta, qualcuno aveva perso all’interno dei fori del calorifero un euro. I ragazzi chiesero il permesso per andare  a chiedere a qualche bidello un bastoncino, qualcosa di affilato, per provvedere al recupero di quell’euro, così necessario, così indispensabile allo studente. Si immagini gli studenti, una seconda. Venti, tutti intorno al termosifone. Il righello o cosa fosse, di mano in mano. Colpo dopo colpo, da sotto il calorifero, insieme all’euro,  finirono sul pavimento a decine di biglietti. Micro temi, cinguetti su carta indirizzati chissà a chi”. Oltre ovviamente, carte in grande quantità di merendine di ogni tipo, tipologia: dalla marmellata alla nutella. Stagnole, carte di pane, pizza e …..molto altro. Uno  di quei micro temi  aveva colpito la signora. “Credo ancora nell’amore, nonostante i cerotti sul mio cuore“.  Di colpo fu come svegliarmi. Un soprassalto. La signora lentamente aveva ripreso la sua strada salutandomi. “Buongiorno, blogger”. Misi la mano sul cuore. Apparentemente, in superficie, non c’erano cerotti. Dentro, si. Mi allontanai, rendendomi conto che il micro-tema calzava a pennello. In più, avevo perso la mia identità. E mentre mi allontanavo, mi scoprivo a ridere, per un “buongiorno blogger”.

Il primo settembre, una nuova disoccupazione alle porte, una parola fuori dalla porta: “ormai”

Grazie Barbara. Hai lasciato un commento che è uno “spaccato” di un’Italia con tantissime difficoltà; una società sempre più’ polarizzata: tantissimi che attraversano condizioni economiche critiche e pochissimi, che concentrano grandissime ricchezze nelle loro mani. Ho conosciuto la disperazione in questi giorni. L’ho vista in faccia. La conosco con nome e cognome. L’ho incontrata in un edificio, in una scuola, dove venivano conferiti incarichi, nomine, annuali o di fatto ai lavoratori della scuola. “Una nuova disoccupazione è alle porte,” titolavo un paio di mesi fa un articolo apparso sul blog.

In questa nuova disoccupazione ci sono le tante maestre che potrebbero essere le maestre dei tuoi figli. Ci sono tecnici che hanno dato una mano nelle tesine dei ragazzi maturati soltanto a luglio. Ci sono collaboratori scolastici che con le loro cure amorevoli si sono presi cure dei ragazzi diversamente abili, e di tutti i ragazzi e le ragazze con tanti bisogni, anche soltanto di un ascolto. Nei giorni scorsi l’ho quantificata, quella disoccupazione alle porte. Ho visto gente disperarsi, piangere, svenire. Qualcuno ha scioperato quando era stato indetto lo sciopero. Altri, no, perché egoisticamente non hanno voluto rinunciare ai trenta o quaranta euro. Gente che diceva, tanto “ormai”. Erano molti che dicevano e dicono, “tanto ormai”.

Non è bastato, non è stato sufficiente, il nostro impegno, il nostro sciopero davanti a certa gente che si comporta come “rulli compressori”. “Non hanno pietà di noi”, affermava Barbara in una bellissima mail. Hai ragione, Barbara: non ne hanno. Ma noi, che abbiamo riempito quel treno, quei due treni, diretti a Roma, che abbiamo invaso Piazza Vittorio a Torino, non diremo mai: “ormai”.

Lotteremo, daremo una prospettiva, indicheremo una via, anche a chi ha il morale a terra e “viaggia” con il freno a mano tirato. Indicheremo, denunceremo, ci incateneremo se sarà necessario (come hanno fatto oggi i docenti in Calabria), faremo vertenze, scenderemo ancora in piazza, e diremo che “certe sacche” d’Italia non ci vanno bene.

Così come, a me, non va aver visto nell’insenatura di Torre Lapillo tantissimi stabilimenti balneari che pezzo dopo pezzo sottraggono (pagando il dovuto) spiaggia libera a tantissimi che non hanno risorse sufficienti per “affittare” un ombrellone, una sdraio. La spiaggia è libera, il mare è di tutti. Vedevo negli stabilimenti gente che ballava, che beveva aperitivi; e , viceversa, gente con chilometri e chilometri sulle spalle contendersi un pezzettino di spiaggia. Libera. Non lo accettiamo un mondo così, Barbara; e, la parola “ormai” non fa parte del nostro vocabolario.

Unità per fermare la guerra

Quelle di oggi (ndr 17 gennaio 2009) sono state ciò che dovevano essere: grandi, pacifiche manifestazioni di massa. Una folla straripante, composita, ha percorso le vie di Roma e di Assisi, unita da un’intensa emozione, atterrita dallo sdegno per la strage continuata che ci propone quotidianamente le immagini strazianti di corpi dilaniati, la disperazione inconsolabile di persone di ogni età in lotta disperata per la sopravvivenza.
Una folla unita anche nell’obiettivo condiviso di porre fine, qui e subito, ad un dramma che si rovescia su tutta la comunità internazionale e rischia di scavare un solco incolmabile, una vera e propria regressione della civiltà.

Manifestazione 17 Gennaio 2009
Manifestazione 17 Gennaio 2009

Il popolo della pace, da troppo tempo inerte, ha ritrovato la parola e la forza per rientrare in campo, con spirito unitario, con l’istinto politico che avevamo auspicato, superando contrasti e divisioni che ne avrebbero fatalmente indebolito la richiesta – perentoriamente salita, da Assisi a Roma – di fermare l’aggressione israeliana, di mettere fine all’ecatombe umanitaria che sta infliggendo al popolo palestinese inaudite sofferenze. La barra deve ora essere tenuta ben ferma, senza tentennamenti. Sarebbe imperdonabile offrire al governo israeliano pretesti per continuare l’escalation militare. Vanno isolati atteggiamenti – fortunatamente marginali – che inneggiano allo scontro frontale. Si sa che di questo si nutrono – in una perfetta specularità – fondamentalismi di opposta natura, irriducibili nemici del dialogo e di qualsiasi prospettiva di pace. E’ di vitale importanza trasformare l’indignazione in una efficace azione politica, nella costruzione di un consenso talmente ampio da non poter più essere ignorato. E, nello stesso tempo, promuovere il più ampio confronto fra le diverse posizioni, bandendo anatemi e pregiudizi. E’ questo un impegno al quale questo giornale non verrà meno.
Bisogna allora intensificare la mobilitazione per imporre ai tessitori della politica mondiale di uscire dalla vergognosa latitanza che si traduce in un implicito lasciapassare all’aggressione. Che tacciano tutti i cannoni, che si ritiri da Gaza l’esercito di Tel Aviv. Non per tornare semplicemente all’insopportabile status quo ante , fatto di segregazione, privazioni, umiliazioni del popolo di Palestina. Ma per intraprendere la fatica di un vero negoziato, quale Israele non ha mai voluto intraprendere, per la costruzione di un libero stato palestinese, capace di convivere a fianco dello stato di Israele. Tra breve, archiviata l’era Bush, vedremo il nuovo presidente americano alla prova su questo nodo cruciale.
Anche l’Europa, sino ad oggi tristemente impotente, deve battere un colpo.

Dino Greco

18/01/2009
Fonte: Liberazione

Continua post precedente…

Un’ultima cosa….ogni qual volta inizio a scrivere, questo strumento mi ricorda alcuni personaggi e tra questi Baldoni. Da lui ho iniziato a cercare di capire cosa potesse essere un blog….poi, penso alle 2 Simona, forse perchè era iniziato un maggior impegno da parte mia: le manifestazioni, i viaggi a Roma, le fiaccolate….