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Quanti ricordi a Bonn

Fino a poche ore fa, quando sentivo parlare di Bonn, riaffioravano  in me moltissimi ricordi. Del passato e del recente passato. Il mio. Ora a Bonn assocerò un altro ricordo. Da quella cittadina tedesca, conosciuta come capitale (ora ex) e luogo di numerose manifestazioni durante la Guerra Fredda, sono stati sferrati attacchi volgari e violenti alla Costituzione e quanto da essa previsto. Pericoloso “monarca”; pericoloso “cesare”. E proprio contro il “monarca” si è conclusa una giornata di sciopero. Indetto dalla Cgil. Dopo una precedente il NO B-DAY. Non importa quanti eravamo. Esiste una buona fetta di cittadini che si pone domande, che ha voglia di predisporre una risposta proporzionata ai continui attacchi. Provenienti dal monarca e dalla sua corte. “Resistere per esistere”. Con lo sciopero odierno, un’altra fetta dello stipendio è rimasta nelle casse, ma dignità, coerenza, solidarietà per l’oggi e per il domani, resistono e resisteranno. Per l’oggi, per il domani. Anche noi abbiamo “le palle” per resisterti. Resistere a te, e alla tua corte, che fa “guerre per il Crocefisso“, un simbolo che svuotate di contenuti, se questi ultimi si chiamano poveri, disoccupati, immigrati. Spero che in tanti,  a conclusione di questa giornata, comincino a porsi delle domande. Spengano per un po’ la televisione di regime e accendano il cervello.

Oggi, è stata una bella giornata.

Due “foto-ricordo”, “fermo immagine”. Ma non “facciamoci spaccare il tavolo in testa”

roma-001bHo ricevuto molte mail, di amici, conoscenti, ex colleghi di lavoro che mi hanno trasmesso le loro impressioni, le loro emozioni, lo scarto fra ciò che si aspettavano e quanto hanno trovato, nella manifestazione di Roma del quattro aprile. Un racconto della  manifestazione  e dei suoi protagonisti che mi hanno scritto “oscurata” non perché  “è imminente la precondizione dell’esistenza di tutte le Tv”, ovvero per i “classici scopi pubblicitari”, ma per il rispetto per il dolore, per il lutto dei moltissimi abitanti abruzzesi che hanno subito il tragico evento del terremoto. Facciamo silenzio, sì, ma voglio lasciare due fotografie, scattate da me, a Roma, in luoghi in cui  ho fortemente voluto recarmi per andare incontro a persone, per cercare di capire il perché di tanti problemi socio economici: del razzismo strisciante, “delle ronde”, del “rifiuto del diverso” o della sua “accettazione” a seconda dei casi, della convenienza del capitalismo” quando necessita di sole braccia e non di persone. Ancora, della mancanza di lavoro, della crisi economica che colpisce ormai tutti, giovani ed anziani.  Per reclamare più democrazia, più partecipazione, più sicurezza sui posti di lavoro.roma-005 Del lavoro che lo si perde, che non lo si trova  che  lo si cerca dappertùtto, apponendo annunci anche anche nelle stazioni della metropolitana, con foglietti penzolanti, in tutte le lingue. Lascio due foto, che come dice qualcuno, sanno esprimere più messaggi che un concetto, un periodo, uno scritto. Che colpiscono. Ho delle lettere bellissime, ma non le pubblico, per rispetto non “della pubblicità imminente, che sta per andare in onda” che impone  “risposte a domande del cronista anche quando l’intervistato non può soffermarsi”; non le pubblico perché così hanno richiesto, per il forte rispetto che nutrono verso le persone colpite negli affetti da questo evento così tragico. Però, non dimentichiamoci del mancato rispetto di chi ha il coraggio di dire che “tavoli, sono buoni, per spaccarli in testa”, alla Cgil, quindi, a tutto quel bellissimo popolo, che con i suoi berrettini rossi, le sue bandiere, ha colorato non solo il Circo Massimo, ma tutta Roma.

Ha ragione “CarCarlo Pravettoni: eravamo 58 al “Massimo”

monte-citorioSabato 4 aprile 2009, ore 22.00 circa. Dopo una giornata di lavoro, e un pomeriggio passato ad incontrare e ascoltare ex colleghi della Denso, che attualmente riversano in condizioni lavorative poco esaltanti, mi reco, come scritto a febbraio su questo blog, quasi in forma di promessa, presso la stazione di Porta Nuova, diretto, insieme a tantissime donne, uomini, ragazze e ragazzi (lavoratrici, lavoratori, disoccupati, in cig., ecc.) a Roma, dove di lì a poco, saremmo confluiti, insieme a tantissimi altre, altri, nel corteo romano, destinazione finale, il Circo Massimo. Il corteo della Cgil aveva come slogan “Futuro sì, indietro no”.  Cinque i cortei che hanno attraversato la città, 40 i treni speciali, 4.800 pulmann, due navi. Senza contare tutti coloro che hanno preso parte al corteo con i propri mezzi, e coloro che, non annoverati in questo lungo elenco, il cui totale, darà sempre “58 persone”, arrivati in forma “personale ed autonoma. Alla stazione di Porta Nuova avrei dovuto incontrare gli amici della Fiom, Inca Cgil, che, come sempre, nonostante il mio addio al mondo del lavoro privato, mi tengono sempre informato, contribuendo, anche in questo modo, a rinnovare una amicizia nata nei meandri della fabbrica. Il mio ringraziamento e le mie scuse vanno a Stefano, Francesco e tutti gli altri, che pur avendo “preso in carico” la mia sottoscrizione, hanno vista la “mia diserzione” davanti al treno che avrebbe dovuto portarli a Roma.  Un pensiero mi accompagnava su quel treno, obbligando a portare con me anche le “istanze” degli ex colleghi di fabbrica. Se qualcuno ha ironizzato  sul corteo rendendolo “una scampagnata” probabilmente lo ha fatto nel momento in cui è venuto a conoscenza del materiale messo a disposizione dalle ferrovie: erano due treni a due piani utilizzati per la tratta Torino Bardonecchia, buoni quindi per fare pochi chilometri, al massimo un centinaio. Quindi, mi sono aggregato ad un altro gruppo di amici, “quelli politici”, i militanti cioè di Rifondazione Comunista (per la correttezza, ho sottoscritto nuovamente). La partenza è avvenuta alle 23.15. Un paio di ore buone per la discussione politica, come sempre, hanno rubato un piccolo spazio a chi invece avrebbe voluto dormire.  Durante la discussione approfitto anche per acquistare la maglietta commemorativa: Roma 4 aprile 2009. C’è chi dice no. Made in Cgil”. L’arrivo, puntuale a Roma Ostiense. Una colazione veloce, un saluto a tutti i conoscenti partiti da Torino, e l’avvio, lento, ma allegro, verso il Circo Massimo. Durante la notte, nei miei interventi “politici”, ho sottolineato come i problemi di questo periodo siano trasversali: lavoro pubblico e lavoro privato attraversano la medesima crisi. “Lo Stato non paga. In crisi le scuole” era un articolo de La Stampa di martedì 31 marzo 2009; la crisi del privato, ormai investe quotidianamente le vite di ciascuno di noi, fino al punto, che la disoccupazione ha portato ad un gesto disperato un geometra, a Genova, senza lavoro da 7 mesi: “Morire di disoccupazione”, La Stampa, lunedì 30 marzo. La vergogna e le forti pressioni causate dalla mancanza di lavoro hanno spinto un uomo al gesto disperato; nell’articolo si mette in luce come nel 2008 il tasso di disoccupazione sia salito al 6,7%, colpendo in forme maggiori gli uomini; il tasso, un anno prima era del 6,1%. Il fatto di aver partecipato al viaggio con i compagni di partito ha fatto si che il discorso fosse in maggioranza politico. Abbiamo commentato l’articolo del Segretario di Rifondazione Comunista Ferrero “Rifondazione è al vostro fianco” (sabato 4 aprile), articolo in cui si diceva che “il movimento operaio non è disponibile a pagare una crisi che altri hanno prodotto. Sicuramente la mia presenza ha caricato maggiormente le mie motivazioni. “Noi siamo qui, con voi, per costruire, insieme, un’opposizione sociale e politica che sia in grado di proporre un’alternativa”. Sì, per uscire dalla crisi occorrono quattro cose: aumentare i salari e le pensioni e bloccare, subito i licenziamenti, garantire a tutti gli ammortizzatori sociali, varare un intervento pubblico in economia con molta attenzione agli aspetti ambientali. “Questione di classe”, il titolo di Liberazione, mi faceva sentire più tranquillo rispetto ad alcune discussioni intavolate il giorno prima, rispetto al termine “classe”.  Un termine che sta bene, che è attuale, in una società in cui “Il lavoro non è finito”, dove un’enorme massa di popolo gremisce il Circo Massimo per un radicale cambiamento della politica economica e sociale del governo (Liberazione domenica 5 aprile 2009). Ha ragione il direttore di Liberazione Dino Greco: “il virtuale evapora e irrompe la realtà”. La contraddizione fra capitale e lavoro esiste tuttora. Contraddizione in un’epoca in cui “il trionfo dell’élite manageriale ha dilatato immeritatamente il rapporto fra le retribuzioni dell’alta dirigenza e quelle dei dipendenti, portandola da 45:1 nel 1980 fino a 500:1 nel 2000 (Alessandro Casiccia). Ma dietro ai tecnocrati si nascondono azionisti che hanno ingigantito nel frattempo i loro patrimoni” (Gad Lerner su Repubblica del 30 marzo 2009 in “La cifra del maxi-bonus”). La ricetta per tornare indietro? tornare indietro ponendo nuove regole, “non che tutto torni come prima” dopo aver rimesso a posto, con i soldi pubblici.  Ecco che dopo queste discussioni, ciascuno di noi, parafrasando una nota canzone di Vasco Rossi (a sua volta ripresa da Il Manifesto del sabato 4 aprile) poteva affermare di “andare al Massimo”.

romano-96Tornando alla “marcia”, durante il cammino ho incontrato tantissime persone con le quali abbiamo socializzato “le nostre storie”, “i nostri numeri”.  Il cammino è stato accompagnato da canzoni varie, una su tutte “Bella Ciao”. La mia confluenza nel Circo Massimo è avvenuta quando eravamo 57 (58 poi con  Epifani), e tale è rimasta nonostante la confluenza degli altri quattro cortei nelle ore successive. Grazie anche “ai numeri così bassi” ho avuto la fortuna di incontrare Sebastiano e altri compagni di lavoro conosciuti durante lo sciopero generale di febbraio. Altri lavoratori di Ferrara e Vicenza hanno raccontato le loro storie.

Durante l’attesa dell’intervento finale di Epifani, ho avuto modo di annotare gli interventi; fra questi quello di Mario Di Costanzo, operaio cassintegrato della Fiat di Pomigliano d’Arco; di Rossella Zelioli, insegnante precaria di 28 anni, che mi ha fatto rabbrividire al solo pensiero del suo lavoro svolto non solo con passione e con amore, ma con il saper “farsi carico” dei suoi allievi, essere al loro servizio, intrecciare relazioni e scambiare sentimenti, e vivere, tutto l’anno con l’ansia di non poter essere riconfermata nella stessa scuola e avere pena per i suoi allievi, e sperare solo che una collega, magari migliore di lei, sappia continuare a infondere sentimento e sapere in continuità al suo. Poi è stata la volta della studentessa fiorentina Mata Lavacchini e del migrante (erano tantissimi) Joseph Walker. Poi, la pensionata (ma quanti eravate!!!), che ha sottolineato l’insufficienza dei servizi (alcuni pensionati che sedevano vicino a me erano indignati della social card: com’è umiliante!). Poi, la volta del discorso di Epifani. Un discorso davanti ad una platea che non “era elettorale”. Noi non siamo fuori dalla storia. E’ stato come giustamente afferma il Manifesto oggi, un “Capolavoro”. (“quasi tre milioni i partecipanti per i promotori). Finito il discorso ho approfittato per scambiare qualche parola con lavoratori, pubblici e privati di Vicenza, (lavoratori che hanno un denominatore comune: il NO dal Molin con il No Tav); poi ancora con un gruppo Emiliano. Infine, faccio un giro a salutare i lavoratori di Liberazione (erano tutti al lavoro, ma in ogni caso, il senso dell’accoglienza è stato forte: lì ho potuto vedere tutte le fotografie raccolte e il momento della stesura, da parte di alcuni dei commenti; un gruppo di lavoro fenomenale, che, loro si, rispondono sempre!). Da lì, compio un giro nelle due stazioni: Tiburtina e Termini, al fine di incontrare altri lavoratori e “Inchiestare e conoscere”. La maggior parte delle persone con ansie e preoccupazioni erano i lavoratori immigrati.

La sera, verso le ore 22.00 appuntamento per il ritorno. Con i compagni di scompartimento anticipiamo le nostre considerazioni. Abbiamo convenuto che l’intervento di Epifani poteva essere diviso in due parti: la prima, forte, forse più vicina a ciò che vorremmo noi del partito, la seconda, forse più morbida (per alcuni era fondamentale capire “il ritorno al tavolo”). La discussione è continuata anche sul treno, fra presente, futuro e ricordi del passato.

Ancora un forte dispiacere per i compagni della Fiom che ripartivano “su treni che non avevano nulla di un treno” per fare 800 chilometri (soldi per Freccia Rossa, e poi, non si hanno convogli nei depositi?); un ricordo per lunedì, il presidio davanti al tribunale, luogo in cui inizierà il processo sull’amianto.

Infine, una buonanotte. L’arrivo, ha visto un forte ritardo sulla tabella di marcia. Stanchezza si, ma tanta fiducia per “le prossime scadenze”. A Porta Nuova acquisto la Stampa, la Repubblica (i miei li ho già citati). Il primo: “Un milione di persone in piazza a Roma. Berlusconi: niente dialogo con questa Cgil” (che premesse!!!). Il secondo: ‘Una marea in piazza con la Cgil: “Il governo tratti con noi”‘.

TUTTI A ROMA

articolo-repubblicaMentre treni e pulmann fra poco partiranno per Roma, dove una marea di gente confluirà nella grande manifestazione nazionale della Cgil, le preoccupazioni per altri gruppi di lavoratori non fanno che aumentare. Oggi la Repubblica indicava in maniera dettagliata le aziende in crisi. E fra quelle, una in più, la Denso, che a leggere la Stampa di ieri, sta attraversando un brutto periodo. Se qualcuno dei mie ex colleghi avesse voglia, di scrivere, lo faccia tranquillamente.

Proprio oggi, mentre mi recavo presso il Gruppo Regionale di Rifondazione Comunista per raccogliere ulteriori ragguagli su alcune situazioni di aziende in crisi, e portare in quelle istanze, ancora una volta, (in un luogo in cui, tutte le risorse e le energie su questo tema non latitano), le preoccupazioni e le ansie di alcuni lavoratori della Indesit, il  Consigliere Juri Bossuto mi ha trasmesso la risposta all’interrogazione scritta sui collaboratori scolastici risposta-interrogazione-collaboratori-scolastici; ringrazio Juri e Rifondazione a nome di tutti i lavoratori della scuola che seguono il blog: grazie Juri, hai raccolto le preoccupazioni di un numero elevato di lavoratori con foschi orizzonti, e spesso, grazie all’insufficienza che si verifica in alcune scuole, fucina di litigi provocati anche da chi punta l’indice, non per indicare, ma per accusare, chi svolge il proprio lavoro, “secondo mansionario”, scaricando altro lavoro su chi “ha compreso che la scuola è cambiata”, mentre non riesce a trasmettere in maniera chiara una cosa sola: “LO STIPENDIO, CARI DIRIGENTI, NON E’ CAMBIATO RISPETTO ALLA COLLABORAZIONE RICHIESTA”.

Buona manifestazione a chi si accinge verso la stazione prima, e verso Roma poi, e un abbraccio e un coraggio, sono con voi, ai lavoratori tutti che resteranno a Torino e nelle proprie città.

Arrivederci al 4 aprile

piazza-san-giovanni-roma-13-02-09Sono tornato da poco; era, infatti, passata la mezzanotte da quando ho rimesso piede a Torino, dopo la splendida manifestazione a Roma, dove metalmeccanici e pubblico impiego si ritrovavano per la prima volta a manifestare insieme.  L’indecisione: “a quali delle due categorie appartenere si è manifestata da subito” pur essendo iscritto nel treno del pubblico impiego, dove peraltro attualmente lavoro,  mi ritrovavo contemporaneamente iscritto nel treno dei metalmeccanici, grazie al pensiero sempre fisso del mio ex RSU Claudio Palazzo ( una storia, una figura carismatica in una grandissima azienda in provincia di Torino). Volevo stare con chi “soffre di più” la condizione economica e lavorativa, ora. Chi soffre di più?

Loris Campetti, sul Manifesto di oggi, afferma che un operaio che manifesta oggi, non lascia soltanto la parte economica relativa alla giornata di lavoro: se, infatti, la sua azienda è in cassa integrazione, quell’operaio che ha deciso di manifestare perderà anche una parte degli “istituti” ad esso connessi (tredicesima, ferie, ecc). Se, infatti, non si lavora per 15 giorni  al mese i “ratei di ferie, tredicesima e quattordicesima non vengono corrisposti. Il lavoratore assunto il giorno 16 del mese, in quello stesso mese non vedrà corrisposti i ratei corrispondenti.  Se partecipa con il pubblico impiego – continua nell’articolo, – (dopo tutte le cose già dette) è un eroe. Io penso che eroi siano entrambi i lavoratori, “uniti dove qualcuno vuole disunire”. Avessi potuto rimanere per un tempo’  su un treno ed un altro tempo’ sull’altro lo avrei fatto volentieri. Alla fine ho deciso che avrei voluto ascoltare “storie” che fanno la storia, di persone, di fabbrica. Come dice Dino Greco, nell’editoriale di Liberazione in edicola questa mattina, “Democrazia e lavoro”, volevo ascoltare “Il lavoro, non nella sua astratta espressione sociologica, ma con i volti di donne e uomini in carne ed ossa” capaci di fare sentire la loro voce. Così, nel viaggio d’andata mi sono aggregato ad un gruppo di lavoratori di  Mirafiori, lavoratori delle “presse”, che già il nome incute timore. Mi hanno raccontato i loro trent’anni di lavoro, i cambiamenti, le condizioni attuali e le prospettive. Mi hanno raccontato di come, spesso, condividono anche quel po’ di tempo libero che rimane loro dopo il lavoro quotidiano. Il loro lavoro, continuavano nel racconto,  mentre i colleghi sono in cassa integrazione,  spesso “pare trasformarsi in più produttività'”, più movimenti, più sforzo fisico: più “toc””. E, nonostante ciò avevano tanta delicatezza nel ricordare i molti colleghi che non erano presenti su quel treno: impossibilitati ad esserci, vuoi perché con contratto scaduto, vuoi perché “stanchezza ed incertezza rendono talvolta impossibile condividere qualcosa, perché facilmente, se non hai prospettive, è facile cadere in depressione”. Durante il viaggio di ritorno invece ho condiviso “lo scompartimento” con un gruppo di una grande azienda in provincia di Torino: Barbara (che merita la mia stima e di tutti i lavoratori della sua fabbrica, in maniera incondizionata, dato che la condizione di genere la porta a “raddoppiare”, se non “triplicare gli impegni”: lavoro, mamma, sindacato: coraggio, Barbara!!), Massimo, Lello, Giuseppe, Stefano ed Altri mi hanno raccontato le “loro storie di lavoro”. Mi piacerebbe, se vorranno, “ospitarli” in questa specie di diario, affinché, anche in forma anonima, possano raccontare ciò che il tempo e la stanchezza di un viaggio ha reso difficile. In ogni caso, ho avuto la possibilità di conoscere un gruppo che davvero sa “materializzare” la solidarietà anche fuori dalla loro fabbrica. Una solidarietà che ad un certo punto mi ha fatto quasi sentire parte attiva di quello stesso gruppo, quasi come se lavorassi con loro da anni. Anche con questo bel gruppo si è parlato di cassa integrazione, crisi, difficoltà economiche; ma, anche tanta riservatezza nel “trattare” casi personali nella tutela della salute dei loro iscritti; i loro racconti erano pieni di una serietà e solidarietà che hanno reso e rendono grandi i valori espressi dalla FIOM.

Rinaldini – dal palco di San Giovanni – ha affermato: “Dobbiamo contrapporre la solidarietà all’odio, l’intolleranza e la divisione che diffondono il governo e la Confindustria: attaccano il diritto alla salute, con la misura sugli extracomunitari, manganellano gli operai di Pomigliano e dell’Innse, vogliono sterilizzare il Testo Unico sulla sicurezza perché – dicono – costa troppo alle imprese”. E, sempre, a proposito di “solidarietà” e medici, che parrebbero trasformarsi in “poliziotti”, ricordo che nella stessa città dove ho manifestato, un po’ di anni fa, in seguito ad una forte distorsione, sono stato  curato gratuitamente da alcuni medici presenti in un poliambulatorio nei pressi di San Giovanni: umanità e solidarietà resteranno sempre, nonostante i decreti.

A Roma, inevitabilmente la memoria è corsa ad un’altra manifestazione, quella del 15 febbraio 2003: quanti eravamo! Ieri non eravamo in egual numero,  ma si era in tantissimi ed è stata davvero “Una grande impresa”, portata a termine da tanta “Bella gente“.

Infine, un ringraziamento anche a Marco Prina, compagno di partito che si è adoperato per i biglietti nel treno “pubblico impiego”.

Un saluto ai compagni de Il Manifesto, che per combinazione ho incontrato a Roma, in particolare Katia, che mi ha ringraziato enormemente per gli abbonamenti, da me regalati, all’Inca Cgil di Torino  e, la compagna di area Valentina Steri, incontrata a Ostiense, e Pietro Passarino, grande funzionario Fiom, che ho avuto accanto durante tutto il tragitto del nostro corteo: da Roma Ostiense a Piazza San Giovanni.

Infine, un saluto al gruppo Magneti Marelli di Venaria Torino: amici di fabbrica, impegnati sempre a tutela della democrazia in ogni elezione politica, in qualità di rappresentanti di lista. Un contributo enorme, oltre che impegno e partecipazione.