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Scuola d’opera. D’arte

DSCN3485DSCN3470In lontananza, ancorato presso il centro della nostra città, Torino, un enorme palazzone ha preso definitivamente “corpo”. Luci intermittenti ne segnalano la sua presenza, in prossimità della nuova  stazione di Torino Porta Susa. I suoi piedi affondano entro l’asfalto della giungla di città. Ai suoi piedi, scale mobili in continuo movimento, senza mai una sosta, pronte ad “ingoiare” la mobilità cittadina. Una M rossa ne indica le entrate e le uscite. Gabbie d’acciaio entro cui siamo entrati, a volte nostro malgrado, ritrovandoci  “a galleggiare” nel mare della “modernità liquida”. Forse, “consumo, dunque sono”. Ma la “modernità” ha portato altro ancora. Pesi, preoccupazioni. Le notizie apparse sui giornali e trasmesse da ogni telegiornale , sono davvero allarmanti.  Oltre sei milioni di italiani sono senza lavoro. A pranzo e cena, per loro, e molti altri, “air fooding”, non piu’ solo un modo per dimagrire, ma una necessità. Un imperativo. Categorico. Magri noi, magri i bilanci. E bilanci magri. Nella nostra città, le rilevazioni dei consumo, sostengono “meno cibo e più vestiti”. Proprio vero? Che fare? Probabilmente le radici di questo male che si chiama disoccupazione affondano nell’ultimo ventennio. Un altro. E pensare che non ne avremmo mai piu’ voluto sentir parlare. Pensavamo forse di esserci lasciati alle spalle tragedie di quella portata. Scollamento dell’economia reale, intenta a produrre chissà dove (il profitto e l’accumulazione che hanno dato luogo alle delocalizzazioni) e trionfo di quella finanziaria, pronta a fare soldi con i soldi. “Con i soldi degli altri”, sottolineava un titolo di Luciano Gallino.  Cosa resta del grande movimento no-global? Lungo i corridoi della scuola, talvolta si passeggia, nei momenti di intervallo, a zigzagare tra divieti di fumo e opere d’arte pronte per essere ammirate.  “Troneggiano” ultimi modelli di cellulari, qualche tablet, si socializza con i social network, e lavagne elettroniche e registri elettronici in dirittura d’arrivo pronti per il loro uso. Resistono anche studenti fedeli affezionati alla lettura, alla letteratura, all’inventiva, chini su banchi dei tempi andati. Probabilmente non siamo “un popolo di analfabeti” come andavano sostenendo alcune ricerche su “lettura e far di conto”. Sui banchi, loro si, andati, studenti in controtendenza a quel 50% di italiani che non hanno mai letto un libro. Altri ancorai “giocano” con i termini, con il vocabolario italiano, provando e trovando con sinonimi la formulazione linguistica piu’ adatta per uno slogan che di lì a poco dovrebbe, potrebbe diventare un “affisso negli spazi pubblicitari”. Studenti intenti a perfezionare la parte artistica di sé. Bozze di manifesti e locandine accuratamente lavorati, esibiti al pari di un’opera d’arte. Ragazzi che danno forma ai propri pensieri con la propria condotta, pensieri che si trasformano in parole, emozioni che prendono corpo e li rapportano al mondo. Ragazzi bisognosi di fare della propria vita un’opera d’arte. Un pensiero a Chagall, che nel 1973 presentando una sua opera, disse: “Nell’arte come nella vita tutto è possibile, se alla base c’è l’Amore”….amore, musica, pittura…spesso mano nella mano nei corridoi della scuola divengono con la parola poetica.

In lontananza, una mongolfiera si staglia sui cieli di Torino…..

Primo maggio

DSCN3056Il lavoro, grande questione sociale. Un Paese “affondato sul lavoro”, nella giornata che dovrebbe essere dedicata alla festa del lavoro. “Di solo risanamento si muore”, sostengono alcuni governanti. E allora che facciano di piu’. Ossigeno all’economia, “ossigeno” ai lavoratori. Ai disoccupati, cassintegrati, in mobilità. Per quel milione di famiglie prive di un euro di reditto. E stentano in tutto.Per quelle settantamila che hanno perso il posto di lavoro nell’ultimo mese.  A quei cinquecentomila in cassaintegrazione. A quanti, non valorizzati, non aiutati, fuggono da questo Paese. Eppure, “L’Italia è una Repubblica democratica fondata sul lavoro”, articolo uno della Costituzione, collegato all’articolo 3, che detta il principio di rimuovere gli ostacoli di ogni tipo. 

Con la festa di oggi si deve celebrare la cultura del lavoro, la dignità del lavoro. Lavoro che inserisce il soggetto in una comunità. Tantissimi i significati da declinare con il primo maggio: dignità, cittadinanza, uguaglianza.

Nelle prime ore di governo pensavo si parlasse di piu’ del  lavoro che manca, di creazione del lavoro, sviluppo del lavoro, di persone che non riescono piu ad andare avanti, di stabilizzazione dei precari. Certo, “Lavoro, priorità assoluta, lavoro come grande tragedia”, ma, quali, le indicazioni di dettaglio, soluzioni?  E invece, il mantra: Imu si, Imu no.DSCN3016

Festa Internazione del lavoro, ma con una disoccupazione ferma all’11%. Drammatica la situazione dei giovani: due su cinque a casa. Dopo di  noi solo Grecia e Spagna. In questo quadro, boom delle ricette sanitarie esenti per il reddito, a riprova di quanto sia davvero critica la situazione.  Crisi, tagli, mancanza di lavoro, mancanza di contratti e stabilizzazioni…e allora il pensiero in questa giornata uggiosa, piovosa, noiosa, ansiosa il pensiero è dedicato a chi il lavoro non lo ha e a chi fa fatica e arranca. In tutto. Solo divieti di accesso e divieti di transito causati da queste politiche di austerità.

(Foto. Presentazione libro, 17 aprile, Feltrinelli. Gabriele Polo, Luciano Gallino, Marco Revelli.” Affondata sul lavoro”).

A lato, immagine da “Amore e Psiche”(Torino)

Il fiore del partigiano

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Questo è il fiore, del partigiano. Questo è il fiore, al partigiano. Quando si era piccoli, si usciva, e tutti i tram e i bus della nostra città, verdi prima, rossi poi, arancioni ancora,  esponevano, sul muso anteriore, la bandierina italiana. Si capiva, tutti, che era la festa della Liberazione. La lotta di Resistenza partigiana culminata il  25 aprile. Momento piu’ alto della storia italiana.

Tanti i modi per ricordare la  Liberazione. Col farsi grandi, prendevano piede le fiaccolte, del 24 sera,  a Torino, e i brividi salivano sulla schiena quando vedevi comparire i partigiani sul finire di via Pietro Micca, prima di entrare in Piazza Castello, al termine della camminata. Che brividi a pensare ai partigiani, alle staffette, alla grande libertà e democrazia che ci hanno consegnato. Poi, col tempo l’Istituto storico della Resistenza, i fiori in ciascuna lapide ” a loro ricordo” in tanti angoli della città. Ancora, Casa Gramsci. In mezzo, una manifestazione, Milano 1994. Sotto la pioggia, ma………….”Che Liberazione”. Così titolava il Manifesto. Eravamo trecentomila. Sotto la pioggia.  Treni pieni. Andata e ritorno. Forse l’inizio di una fine. Elezioni perse da poco. In quell’anno.  La gioiosa macchina da guerra si era inceppata.  Qualcosa che pare non passare. Ancora oggi. Confusione. A due mesi dalle elezioni, chi vince le elezioni, con un premio di maggioranza non riesce ad esprimere un governo, e forse, come la si osservi,  non è  riuscito neanche ad esprime un candidato alla Presidenza della Repubblica. Il dodicesimo, che poi è l’undicesimo, Presidente della Repubblica è Giorgio Napolitano, o Napolitano Giorgio, o G. Napolitano, o ancora Napolitano G.Così, tanto per tenere sotto controllo il tutto.  Forse un ritorno malinconico, quello del Presidente, nonostante i 21 colpi di cannone o probabilmente  il viaggio in Flaminia. ( Correzione: Niente viaggio in Flaminia, e niente corazzieri a cavallo). Una sicurezza per molti. Applausi nell’emiciclo di tantissimi, per altri,invece, l’elezione rappresenta un’ ultima tassa “pagata all’inganno e ipocrisia”.  Nella società liquida, dei partiti liquidi,  dei colloqui in streaming, dei messaggi gratuiti, dell’analogia “delocalizzazione partito-non partito” anche la leadership di un politico si è squagliata, come neve al sole.  Come i voti. Come certi finti o brevi  amori. O confusi.  Chissà dove è andata a stazionare la delicatezza d’animo.  Per alcuni, lo scenario, l’esito di questo film è colpa di una fusione di un partito, anzi due,  non ponderata, avviata troppo velocemente. Forse il pegno pagato alle primarie: un ricambio accelerato, un rinnovo della vetrina dell’apparato politico senza tener conto della mancata conoscenza di certi temi. O forse a voler tenere il piede in due scarpe, non si procede bene. E così, qualcuno asserisce un meno 6% di consensi in meno al Pd, altri, invece, rincorrono eventuali traditori. Forse non è stato capace di dare risposte alle domande provenienti dal Paese. Nessuna riedizione, nessuna rincorsa al sistema fotocopia dell’ultimo anno e mezzo, di sosteneva, prima delle elezioni del 24 e 25 febbraio e invece, tutto, o quasi, tal quale a prima. Dall’ ABC si temeva il pasaggio al BeBe, “morto” precocemente in culla. Almeno, in parte. Forse, continuando col “sistema” Boldrini Grasso sarebbe andata diversamente. Forse. Davvero la politica pare esser precipitata nel sottoscala del buonsenso per far posto al battibecco da liceo. Bastava dare un’occhiata alla connessione sentimentale. Invece, sottoscala. Come le incomprensioni di coppia, ormai sfiatate, intente a costruire altre realtà invece di affrontare i veri nodi.  Colpa del tempo. Colpa del vento o della pioggia dei giorni scorsi. Scilipotume da commedia. Magari la storia avrebbe detto, dato, altro e altri Presidenti. E così il paradosso.  Sembrerebbe che chi ha perso le elezioni, o meglio, non le ha vinte, finisce per averle vinte. E così, i brividi che tornano alla schiena per timore di rivedere certi personaggi armati di forbici nel già scheletrico corpo statale.

Un pensiero a questi nomi, su questa lapide, su questo fiore, posato da persone che credono nei valori della Resistenza, dotati di delicatezza d’animo. Consistenti. Dalle radici profonde. Coerenti. Sempre fedeli al ricordo. Poco distante, la scintillante stazione, punto di arrivo e di partenze. Fonte di gioia e tristezza, oscillazioni e pendolarismi. Ma la tristezza non è una categoria politica. Forse come la riconoscenza. Talvolta come nelle relazioni.

Tra pochi giorni, usciranno nuovamente i bus e i tram dai loro depositi. Con le bandierine. Sarà il primo maggio. La festa dei lavoratori. Nonostante i 500 mila in cassaintegrazione e i quasi cinque milioni tra disoccupati, sotto occupati, o demotivati che non cercano. Anche se………….”affondata sul lavoro”, come sostiene il libro di Gabriele Polo, presentato alcuni giorni orsono da Marco Revelli e Luciano Gallino. Il lavoro forse dovrebbe essere rimesso al centro. E basta austerità.

Aria fredda natalizia, domenicale

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Prima domenica con negozi aperti. Domani, come sempre, sapremo i numeri: cosa, quanto, chi, tendenze.  Chi è stato “sequestrato” e sottratto agli affetti famigliari per una giornata dedita “alla forza per spostamento” (lavoro).  Una domenica un po’ borghese e un po’ no, nelle vie centrali. Occhi. Dentro le vetrine e dentro di sè.  Ogni cosa, pare essere, occhi. Il Derby cittadino, la Juve,il Toro,  il TFF appena concluso, la tredicesima, l’Imu, le primarie… pensieri e parole. “Prendiamoci un caffè“, è il ritmo che rimbalza. (ricordo un caffè da blog, filosofando diversamente…). Altri discutono di lavoro e delle modifiche dell’articolo 18 e delle firme che si raccolgono per un referendum che abroghi la nuova normativa. “Torniamo all’antico e sarà davvero un progresso”. Concordo.

Nelle vie laterali, file di persone alla ricerca di una panchina o un appiglio qualsiasi, con sacchi, sacchetti, buste varie: il loro mondo racchiuso tutto li dentro. Cose necessarie, utili. E “occhio” a non perdere nulla,  per non perdersi poi.  Altre, decisamente vuote. Specchio del loro sé.  Ma sono loro. Sacchetti. La loro stanza.  Cittadini  di ritorno dalle mense , quelle poche, aperte. Vie centrali e laterali, che non si incontrano, in una città che ha fretta. Occhi scintillanti del benessere da una parte, occhi  del vivere male che incontrano il mal di vivere dall’altra. Occhi tristi e pensierosi. Ma anche innamorati. Della vita. Comunque sia, La diseguaglianza non è produttiva, anzi, “La disuguaglianza è produttiva: falso!”  (titolo del saggio di Marco Revelli), troppi eccessi del liberismo. (vedere lunedì pomeriggio, Centro Gobetti, con Luciano Gallino, seminario sul tema).

In altra via, defilata, un paio di vecchiette, scialle sulle spalle, sbocconcellano un pezzo di pane. Hanno del latte in mano. Tra pochi istanti lo porgeranno a qualche gatto che si raduna nei pressi. Regaleranno qualche carezza e riceveranno qualche fusa, un miagolio di ringraziamento. Le vecchiette si stringono ancor piu’ nel loro scialle e socchiudono gli occhi, pronte per un riavvitamento dei pensieri, un viaggio a ritroso nella loro memoria. La memoria. “Memoria che va fatta riposare, deve trovare pace, non puo’ bruciare per sempre” .

(nella foto, via Garibaldi)

Democrazia. MicroMega e Fiom

Un’altra giornata di passione è scivolata via. Il seminario proposto da MicroMega e Fiom ha dato spazio e voce a numerosi personaggi del mondo universitario, sindacale e della scuola-università in qualità di studenti, alcuni dei quali, dal giorno del referendum sull’accordo di Mirafiori, non si sono mai allontantati dall’ombra della Mole. Un rimanere, quasi a presidio della democrazia. E la strada , termine che ha caratterizzato questa giornata. E i diritti e la democrazia passano proprio da qui, da Torino. Città che proprio ieri ha visto sfilare tra le sue vie una bellissima manifestazione di metalmeccanici, studenti, pensionati. Una città che ha accolto, chi dice 30 mila, chi 40 mila piu’ uno manifestanti. Tantissimi comunque, provenienti da ogni dove. 35 bus. Tantissimi.

Federico Bellono, Maurizio Landini, Luciano Gallino, Antonio Ingroia e Paolo Flores D’Arcais sono stati i relatori, al mattino, di questa iniziativa nata dal rapporto tra MicroMega e la Fiom, iniziativa tenutasi a Torino, dal titolo, “Democrazia”, presso “La fabbrica delle E” in corso Trapani 95 (dalle 10.30 circa alle 17.00).

Democrazia, un concetto e un valore svuotato lentamente, da molto tempo, che ha perso strada facendo il suo significato originario. Grazie, si fa per dire, alla coppia, tandem, Governo-Confindustria di turno. Una perdita di significato di quel valore, ripercorsa negli interventi e sul piano sindacale e su quello politico. Un sindacato che perde senso e significato, oggi, grazie a questi ultimi accordi, privato della rappresentanza e trasformato in soggetto con ruolo di servizio. Per fortuna la Fiom NO. Per fortuna la Fiom esiste e si batte per i diritti dei lavoratori. Non contribuisce ad abbatterli. Perchè la tutela del lavoratore con i suoi diritti rientrano nel compito del sindacato. Non avere una penna sempre facile e a portata di mano. Siamo ad un passaggio epocale, si usa cioè la crisi, la paura, la debolezza per avviarsi ad una modifica sostanziale delle regole. Viviamo cioè in un periodo in cui la democrazia è attuata come “imposizione” e non decisione. Economia, politica, diritto…moltissimi gli argomenti e le analisi che ci hanno portato a questo stato di cose. Ogni relatore un punto di vista. Un approfondimento. Un’analisi.

L’intervento di Luciano Gallino è sul rapporto tra economia e impresa.

Per Luciano Gallino, Democrazia, si legge nei manuali, è una forma di governo in cui i membri di una collettività hanno sia il diritto sia la la possibilità reale e materiale di poter partecipare alla formulazione delle decisioni di maggior rilievo che toccano piu o meno da vicino, la loro esistenza. Si puo’ realizzare con partecipazione diretta o mediante forme di rappresentanza. In tema delle decisioni che toccano direttamente le esistenze di tutti noi, viene a includere diversi elementi, diversi aspetti attinenti all’economia. Toccano la nostra esistenza alcune cose: tipo di manufatti e servizi prodotti; luoghi della produzione degli uni e altri; le condizioni di lavoro in cui vengono prodotti, in Italia o altrove, la possibilità per ciascuno di noi di trovare un lavoro stabile e adatto al proprio talento. Tra le cose che ci toccano e che conformano la nostra esistenza troviamo anche gli alimenti,la loro provenienza e il modo con cui vengono distribuiti, i mezzi di trasporto, la qualità dell’aria, dell’acqua che beviamo, gli abiti, il modo in cui il sistema finanziario si collega con l’economia reale, in cui la serve oppure in cui la domina e per finire la struttura sociale della comunità di cui facciamo parte. Quanti oggi sono esclusi dalla partecipazione? E quale il ruolo della grande impresa? Nella trattazione Gallino ricorda un anno, il 1938 e un presidente, americano, Roosvelt, preoccupato per le sorti della democrazia a fronte della crescita del potere privato arrivato al punto di diventare piu’ forte del potere democratico.

Qui da noi? Grandi le riflessioni della platea che assiste al seminario.

Gli interventi sono stati tutti interessanti, pieni. Interventi che si legano a quelli del pomeriggio. Interventi anche di con Marco Revelli e Roberto Iovino, interventi nel pomeriggio di studenti universitari, che insieme invitano tutti a ripercorrere in senso inverso la strada per recuperare l’autentico significato del concetto di democrazia, un concetto svuotato da chi detiene le leve del potere economico e politico. Provare a riempirlo, quel concetto, nuovamente, ancora una volta, di contenuti: in Italia esistono centinaia di club, associazioni, di ogni tipo. Mettiamoci dentro, frequentiamoli, parliamo.

Landini nel suo intervento ripercorre la strada di quella parola “svuotata” di senso e di fatto. Un terremoto che ha avuto inizio dagli anni ’90.

Dagli accordi separati, degli anni 90, e con l’avvio di quella pratica in forma strutturale che sono stati appunto gli accordi separati. Il primo accordo separato avvenne a Milano sui contratti a termine, sui diritti, sugli immigrati, sulla gestione del lavoro. Poi quelli nazionali nel 2001, poi nel 2003, e ancora dopo una fase di ricomposizione sul terreno della democrazia e del diritto dei lavoratori. Poi, ancora, dal 2009 l’accordo separato sulle regole tra governo associazioni imprenditoriali e sindacati; sulle regole, come se si fosse fatto un accordo separato sulla Costituzione. Questo ha determinato nella nostra categoria un nuovo accordo separato senza dimenticare poi tutta la vicenda della Fiat.

Il contratto nazionale del nostro Paese potrebbe essere derogato, (vedi la decisione della Fiat di non essere piu’ associata a Confindustria, stabilendo quali sono le regole dentro il suo stabilimento, fino ad arrivare a non garantire piu’ alcuni diritti fondamentali, come il diritto di sciopero e di malattia).

Cosa sono concretamente gli accordi separati?” Adesioni di chi firma alle condizioni poste dalla controparte” mentre il contratto presuppone una mediazione tra interessi diversi e al limite anche degli scambi; noi siamo davanti al fatto che questa mediazione di interessi non vi è piu’ e gli accordi separati vengono imposti dalla Fiat o dalle controparti arrivando anche a scegliere quali sono i sindacati con cui decidere quali cose.

Per Marco Revelli l’accordo non è un accordo ma un manifesto ideologico dell’ad della Fiat; non un prodotto di una trattativa; non di una negozazione si tratta, non di uno scambio. E’ un diktat fatto sottoscrivere ad altri.

Il contenuto di quel documento ha una ricaduta generale. Non è un documento relativo ad un rapporto privato tra la Fiat e i suoi dipenenti, non è neppure relativo al rapporto sindacale tra l’azienda e le organizzazioni sindacali (già grave). E’ un accordo che ha una ricaduta generale sulla cosituzione materiale del nostro Paese e sul concetto di cittadinanza; cosa succede ad un cittadino di questo Paese quando varca i cancelli di una fabbrica ed è costretto esplicitamente a depositare il bagaglio dei propri diritti? Certo esisteva, di fatto, già negli anni passati questo lascito di diritti; avveniva anche prima, questo depositare il bagaglio dei diritti nei pressi dei cancelli: quante volte i diritti sono stati violati nella storia?La differenza è che oggi quel lascito viene sancito e interiorizzato da una parte dei rappresentanti dei lavoratori. Ci sono delle firme in quel documento. E qui è lo scandalo, di cio’ che sta nell’asse che va da Pomigliano a Mirafiori. Un impatto forte sulla Costituzione e sui suoi principi, sulla legislazione ordinaria sulla contrattazione nazionale. Ecco cosa si è avuto. Uno scandalo, un atto scandaloso. Forse il principale scandalo di questa questione sta nella “asimettria spaventosa” che emerge nel percorso stesso e nel suo processo attraverso il quale la vicenda è nata e si è presentata: l’entrata in scena della figura del potere che assume l’immagine come onnipotenza, che si presenta come un potere mobile, che puo’ atterrare dove vuole, a Torino come a Detroit in Polonia, in Turchia, un potere che si muove nell’iperspazio e che sta fuori dallo spazio nazionale e dallo spazio della legislazione dei diritti da una parte,e, dall’altra parte, per Torino, 5500 uomini e donne già straziati, provati sotto un punto di vista economico, uomini e donne con le spalle al muro, economicamente parlando.

Una sproporzione spaventosa che mette difronte, anche personalmente, un signore che sta 435 piani piu’ in alto di quelli su qui vuol fare cadere o minaccia di far cadere la scure. E’ la distanza che emerge, distanza sociale, che fa scandalo, la distanza sociale che rende inaccettabile la faccenda. E di distanze ne stiamo vedendo tante in questi giorni. Un festino, una sera di festa organizzata come privato cittadino, dal Presidente del Consiglio, costa come quanto guadagna una squadra di lavoratori di Pomigliano o di Torino in un anno di lavoro. Fuori dalla modernità, ecco dove ci porta. Un balzo indietro di due secoli. Nel 1789. Perchè quando in uno spazio vivono distanze così grandi è difficile pensare che il rapporto sia tra cittadini che appartengono allo stesso Paese. Siamo davanti ad un rapporto che corre tra tra signore e servi. Siamo in una società in cui vigono rapporti servili. La persona non è piu’ portatrice dei diritti che la rendono uguale ad un altro dandole pari dignità. La Fiat ha cercato di far passare, nel suo out-out un principio di asservimento del lavoro. Una parte consistente ha avuto la forza di dire NO. Un principio che non è stato condiviso, grazie ad una dimensione eroica che va al di là del calcolo individuale.

Gli interventi sono stati davvero illuminanti. Ognuno meriterebbe di essere ricordato al meglio.

Solleciato dalle analisi, dai ricordi, passiamo in rassegna i momenti di resistenza ad un film già visto. Analisi e azione, ci veniva ricordato da Landini in mattinata. Oggi non siamo piu’ nelle condizioni di soffermarci, di fare analisi e in un secondo tempo l’azione. Oggi il tempo stringe. Troppe vole i due termini hanno avuto una collocazione temporale distante. E si riavvolgono nei ricordi tante tappe.
Quante manifestazioni, quasi una ogni anno: Firenze, Roma nel 2002 per l’articolo 18, Roma nel 2003 per dire no alla guerra e si alla pace, (quante bandiere, è stato ricordato, sventolanti da ogni balcone d’Italia) ancora Roma nel 2004, i girotondi prima. Quanta gente incontrata, su quei treni, bus per ritrovarci nelle identiche condizioni. Un decennio fa, oggi. Quante e quali, ma con pochi sbocchi. E allora proviamo a riprendere quella strada, è l’esortazione, di entrare in quelle associazioni, parlarci, parlarsi, collaborare, fare rete, senza gelosie, senza frazionismi, senza egoismi. Muoversi. Uniti, contro la crisi.

Ultima nota. Airaudo resta patrimonio della Fiom.

Fotografie sul sito della federazione della sinistra Piemonte

Dal bus 91, un game over col bacio

Fuori dai finestrini del bus 91, il generale inverno fa la voce grossa. Gli operai, il fiato grosso. Altri, la voce grossa. Altri ancora discutono, mentre altri, cercano inutilmente il meritato riposo. Nei pochi istanti in cui siedo con loro, i ricordi tornano ad alcuni libri di Arpino dedicati alla vita operaia. Altri tempi. Leggo una data su di un finestrino: “1945”. Da un’altra parte. Una data. “w la Fiom”, un acronimo, dall’altra.  Fuori da questo bus, un automobilista, in attesa che il suo semaforo diventi verde, bacia candidamente il logo della sua auto, logo posizionato in bella mostra sul volante. Quanto sudore deve aver raccolto quel logo. Quante lacrime. Quante mani a toccarlo, ma sono pronto a scommettere: nessun bacio.  Porgo l’orecchio ad alcuni discorsi degli operai presenti all’interno del 91. In mano a quelli, alcuni giornali, poche pagine, non 36. La stanchezza non riduce la voglia di capire ed analizzare quanto sta accadendo, “sotto lo stesso tetto”, direbbe il testo di un noto sociologo, Barbagli. Alcuni fogli relativi all’accordo. Chi sostiene quell’accordo, perchè “piu’ di così”, chi lo osteggia e prova a ragionare. Dal finestrino intanto osservo gli alberi correre. Penso alla galaverna. Gelo. Cerco di capire cosa analizzano. L’accordo. L’operaio legge che in seguito all’accordo, “questo si applica alla nuova società: dal 2012. Un accordo che servirà a “gestire” lo stabilimento Mirafiori”. Gestire, penso, brutta parola. Quali le prospettive, cerco di pensare per l’anno nuovo, così imminente? Cosa si produrrà, sotto quello stesso tetto e a nome di chi, mi domando? continuo ad ascoltare e l’operaio sostiene, quasi interpretando il mio stato che “l’accordo prevede la costruzione di circa 250 mila autovetture, con marchio Alfa e Jeep”. Sotto quale “tetto”? mi domandavo. E anche a cio’ anticipa la riflessione: “ La società, la nuova società, sarà fuori dal sistema contrattuale oggi vigente. Sotto questo nuovo tetto, ristretto, di una “casa grande”, come spazio, ma così piccola, perchè ci ingessano nei movimenti.” Mi domando, riferendomi alla dimensione spaziale, quali  sindacati. Anche su questo, l’operaio è categorico. ”Solo quelli che avranno firmato l’accordo, il 23 dicembre”. E qui si impunta su un dato fondamentale. “L’importanza consiste nel ricordare due riferimenti, a proposito di rappresentanze. La prima: i delegati in tutta Italia vengono eletti in base all’accordo del 1993, tra Cgil, Cisl e Uil e Confindustria.”Ma venivano eletti o sono eletti, mi domando? Cosa cambierà? Qualcosa sarà modificato, dato che si parla spesso di “stabilimento governabile”, perchè il contraio è ingovernabilità. Prima era ingovernabile? C’era l’anarchia? E tutti i provvedimenti disciplinari? Non erano forse dei deterrenti? L’operaio continua sostenendo che “a Mirafiori, gli unici sindacalisti presenti saranno nominati tra i delegati Fim, Uilm, Fismic e Ugl, ovvero i firmatari dell’accordo del 23 dicembre. L’unica legge valida sarà quella relativa allo Statuto dei Lavoratori, articolo 19, dove si affida la rappresentanza sindacale solo ai firmatari di accordi collettivi applicati nello stabilimento. Prima, per chi non firmava, vi era la possibilità, in seguito al protocollo Ciampi, del 1993, di poter presentare una lista, (raccogliendo il 5% delle firme dei lavoratori interessati). In tal modo si potevano eleggere i propri rappresentanti sindacali. Non saranno cioè i lavoratori ad eleggere i propri delegati ma i sindacati a nominarli”. Che strana cosa, penso, e, quasi quasi, mi torna in mente il “porcellum”! Ora le Rsu subiscono un secco “cartellino rosso”: game-over, penso, per rimanere nell’ambito americano. Spero che l’operaio mi e ci chiarisca alcune cose, e difatti, continua spiegando a chi è affidata la rappresentanza dentro “lo spazio grande ma piccolo”. “Dentro, solo le Rsa, ovvero le rappresentanze aziendali, quelle delle sigle firmatarie”. Ritorno con la memoria ad un articolo di alcuni giorni fa di Sergio Cofferati, in cui asseriva che “Il contratto nazionale, a Mirafiori, non si applicherà mai piu’”. Forse, sarà il freddo, ma, a quell’affermazione mi viene in mente un’oasi. Poi, ripensando al alcune letture di classici russi, cambio immagine, penso: la Siberia! E così, ci si colloca out, out, out, penso. Fuori confindustria, fuori dal contratto nazionale, fuori dalle regole della rappresentanza. Mi domando: “E lo sciopero?” sarà sempre garantito o no? L’operaio comincia a parlare di diritto allo sciopero e di un “riferimento è alla clausola di responsabilità per i firmatari”. Altri gli chiedono: “si ma si puo’ ancora fare o no? Non sapevamo che avessero abrogato un articolo della Costituzione!”. L’operaio li incalza, dicendo: “Non possono cioè proclamare sciopero contro l’accordo sottoscritto e le sanzioni riguarderanno solo i sindacati”. Dopo lo sciopero, penso ad un altro concetto che fa riferimento sempre alla “governabilità”: la malattia. Ci si potrà ancora ammalare? Mi domando? “ I certificati di malattia, forse non copriranno il pagamento del primo o secondo giorno”. Eppure, racconta un altro operaio, anche qui, i deterrenti erano già presenti. Le “micromalattie” ed il loro modo di essere retribuite. Evidentemente …non è una spiegazione plausibile. Il racconto pero’ non termina qui. Ci racconta che “da febbraio poi, ci sarà, a rotazione, “per democrazia”, la cig straordinaria. Insomma, meglio farsi uccidere o farsi amputare le gambe? Davvero come sostiene Maurizio Landini, un imbarbarimento sociale. Davvero si è salvata Mirafiori? O si sono “schiavizzati” gli operai? Poi, dal 2013, la fine del limbo, “si produrranno, un suv a marchio Jeep per il mercato europeo, un suv a marchio Fiat, e una berlina di derivazione Chrysler ma con marchio Lancia”. Ma era la Fiat alla conquista degli States o la Chrysler alla conquista dell’ Europa? Chiarissimo l’articolo di Luciano Gallino su la Repubblica di venerdi 24: “L’America a Torino”. Due certezze e due incognite. Cosa si importa insieme alle auto? “legislazione e giurisprudenza statunitensi sulle libertà sono piu’ arretrate che in Europa”. Questo mi pare importante. E forse ora, lo scudetto, (alla luce di questo dialogo l’automobilista sorpreso a viaggiare lungo il viale alberato nei pressi di Mirafiori), non lo bacerà piu’. Mi domando se nel gioco nascondino, verranno “pizzicati” tutti ad accettare acriticamente questo accordo o se, finalmente, qualcuno avrà il coraggio di “liberare” tutti e dire chiaramente come stanno le cose? Chi accetterà acriticamente, presumibilmente, si troverà, da domani, a baciare, come quell’automobilista di cui sopra lo scudetto corredato di tutto punto, compresa la sigla sindacale a cui è iscritto. E per completare l’opera sarà felice di “santificare” il tutto sul suo badge: scudetto società e scudetto sigla sindacale. Un bacio al mattino prima di entrare, un bacio in mensa, un bacio all’uscita. E mentre lui, di bacio in bacio, prosegue con la sua “torpedo blu”, altri, altre, magari troveranno il coraggio, seguendo la tradizione di alcuni personaggi dei classici russi, “di sputarci sopra”. “Altro che libertà sindacale”, grida un altro. Un altro ancora, dalla memoria lunga, ricorda che “nel 2007 furono concessi, indirettamente, per mezzo delle amministrazioni locali, dai cittadini torinesi e piemontesi, la bellezza di 72 milioni affinché Mirafiori rimanesse dove era”. Il baciatore dello scudetto Fiat, esulta, perché con la riduzione delle pause (dieci minuti) la sua busta paga vedrà un incremento pari a 32,50 euro al mese. Caspita, che fortuna! In un colpo solo, eliminata la polarizzazione della ricchezza! gli fa eco l’altro.

Uniti contro la crisi, dal bus 91

Se esiste un luogo dove poter raccogliere la disperazione, a Torino, questo è un bus, fino a pochi anni fa, un tram: il 91. Perchè, domandava al pubblico Matteo Bianchi, durante la presentazione del suo libro “Apocalisse a domicilio” raccontare posti, luoghi, città, tra l’altro mai visti realmente, al solo scopo di fare presa su potenziali lettori? Spesso i giovani scrittori citano luoghi che non hanno mai visto, ma bisogna cominciare ad essere sinceri. Il 91 è un bus che “raccoglie” piccole masse, retaggio di quei 60 mila che furono di Mirafiori, ora ridotti a 5 o 6 mila. Fotografia di una Torino che è stata. Ricordo di un movimento operaio che lotto’ per avere, come sostiene il prof. Luciano Gallino. Lavoratori che scontano ormai da anni la mancanza delle “tre unità”: unità di tetto (la fabbrica, grande contenitore, prima delle delocalizzazioni), di padrone e di contratto. Ma il 91, lungo il percorso, che è una fotocopia del tram 10, costeggia anche luoghi simbolo della nostra bella città; tra questi luoghi, il Politecnico. Cosa c’entra, si dirà, in questo mio pensiero, l’operaio con lo studente universitario (ma anche di scuola media superiore) e con i ricercatori universitari? “Tutti sotto lo stesso tetto”. “Tutti sopra lo stesso tetto”, o, se non è una gru, una fabbrica dismessa, sopra lo stesso monumento, o, data la delicatezza, meglio dire, dentro lo stesso movimento. Il 91 è un bus, reale. In movimento. Al suo interno si incontrano visi stanchi, assonnati, pronti a qualche educato apprezzamento alle ragazze universitarie di turno, (certo, non i loro, che, per il momento si protraggono su 15 turni). che provano a salire e accomodarsi. Generazioni vicine, nella stessa barca, la crisi che non vogliamo e non dobbiamo pagare. Visi tirati, stanchi, educati, ma non pronti a “pettinare i pensieri come vorrebbe” il padrone, il Cesare, l’Imperatore, con accordi “dammi tutto, in cambio di niente”. Indisponibili. Come indisponibili sono quei pochi studenti, studentesse che utilizzano quel tram. Entrambi privi, come ci ha ricordato un’indagine di qualche giorno addietro, “privi della forza di guardare piu’ in là, costretti a vivere in un presente perenne”. Insomma, una pista di pattinaggio, dove, sotto la coltre di ghiaccio, risiedono, ormai da anni, atteggiamenti volti all’egoismo, comportamenti indifferenti, e una maggioranza di persone prigioniera di influenze mediatiche. La disoccupazione giovanile, quella under 35 arriva al 16,4%, un dato preoccupante che fa il paio con la preoccupazione di questi operai che vivono il terrore di vedersi “appioppare” il contratto fotocopia di Pomigliano, con turni lavorativi da dieci ore. Il conflitto “è roba” vecchia, datata, invece, le condizioni lavorative di questa fattispecie? Roba da prima del ‘900. “Quanto manca alla pensione?” domanda ricorrente fra gli operai su quel 91- Che desiderio! “Dopo una vita lavorativa e di lotta.” Che desiderio, eppure le ricerche sostengono non esista piu’. Come il tempo libero, considerato un diritto. “Certo, davanti ad un miliardo di investimenti, bisognerebbe piegarsi?” Da dove arriva, questo miliardo? Dal proprio portafogli o dall’amministrazione americana?”, si sente dire dal fondo del 91. Un altro se la prende con il governo, troppo buono con chi ha e rivendica la condizione operai, e le differenze che via via si sono create tra operai e manager. “Troppo bravi con i soldi degli altri, cioè, i nostri dei contribuenti. Un tempo, nel ‘900, il rapporto tra operai e “padroni”a livello retributivo, all’Ansaldo, era di uno a 100; nel ’60 tra Valletta e i suoi dipendenti di uno a venti, trenta, con Marchionne, uno a seicento!!!”.Troppi sogni venduti e regalati, soprattutto da questo governo, cui in molti, ora, giustamente, non credono piu’. Dieci ore di lavoro su due turni! Ha ragione Marco Revelli, penso io: “la nostra presunta modernizzazione è un piano inclinato verso la fragilità e l’arretratezza”. Questi pochi operai, questi pochi studenti, studentesse, sono lo specchio di un Italia, formata da una catena di generazioni, che stenta a trovare il suo posticino, dopo una vita di sacrifici, dopo anni di studio. Studenti che lavorano gratis, chissà per quanto. Famiglie che non riescono a pagare le rate dei mutui e nel frattempo aumentano i pignoramenti delle case. Ultimi pezzi di welfare che vengono toccati, basti pensare a quanti avranno, fra qualche anno, maturato i requisiti per la disoccupazione: “almeno 52 settimane di contributi nel biennio….” ma chi li avrà maturati, con questi contratti capestro? Nel bus 91 comincia a respirare la voglia di un’altra Italia. Speriamo da subito. Scendo alla fermata, contento di aver ascoltato un pezzo di questa Italia,stufa, sfiduciata ma con la coscienza di quel piano inclinato raccontato da Marco Revelli, un piano nel quale anche lo spazio per i favori e le raccomandazioni è sempre piu’ stretto e sempre piu’ costoso in termini di dignità e rispetto. E’ terminato il tempo di delegare, di nascondersi. Usciamo, tutti, allo scoperto. Uniti contro la crisi che non vogliamo. Questo debito pubblico, è debito privato.

Indisponibili

A Torino è cominciato l’autunno. Caldo? Non si sa. Minuscole goccioline, di tanto in tanto, ci bagnavano. Torino, una città con circa 76 mila studenti e con 12.400 borse di studio erogate nell’anno accademico (con un importo da 2mila a 4.500 euro l’anno: borse ora a rischio?). In Piazza Arbarello, luogo storico per le partenze delle manifestazioni studentesche, sono già in tantissime e tantissimi per la manifestazione indetta dalla Rete degli Studenti, per dire no. Studenti e lavoratori della scuola, insieme, per dire no “alle politiche della scuola del governo”. Un’ora di sciopero, invece, promosso dalla Flc-Cgil e un’intera giornata promossa da Unicobas. Chiedo a Igor Piotto, Segretario Provinciale Flc di Torino, perchè un’ora soltanto. “Abbiamo programmato pacchetti di sciopero da un’ora cadenzati ogni 15-20 giorni, per tenere alta alta la mobilitazione. Nelle precedenti assemblee non vi è stata un’ attenzione alta per uno sciopero da indire per un’intera giornata,e questo sicuramente spiegabile con la crisi economica e la conseguente perdita di salario che dallo sciopero deriverebbe. Penso che con oggi si sia aperta una possibilità. Esiste un movimento in piazza e noi ragioneremo su questo. Se cambia il contesto nelle assemblee, noi siamo pronti. Il problema, ripeto, è di capire se vi è un movimento. E cosa ci chiedono i lavoratori nelle assemblee”. E la crisi economica, in città, picchia duro. Un mercato del lavoro che ondeggia sulla e nella crisi: diminuiscono gli avviamenti, aumentano i contratti precari, diminuiscono anche le famiglie che ricorrono “alla badante”. E nella crisi chiedo al professor di sociologia del lavoro, Luciano Gallino, se, negli ultimi mesi, qualcosa è cambiato, magari con un approccio diverso. Magari ipotizzando una riappropriazione del nostro futuro. “Rispetto ad un po’ di mesi fa, esiste un sintomo in piu’ che consiste nella partecipazione. Le varie facce della crisi spingono le diverse parti e componenti di lavoratori e studenti a trovare un accordo. Alla fine degli anni ‘70 l’ideologia legava il movimento; vi era una sorta di rappresentazione della necessità di cambiare, di “sbloccare la società”, come sostenevano i tedeschi. La crisi in atto è davvero forte; potrebbe avere sviluppi, imprevisti, sia a destra, sia a sinistra. Ricordiamoci della crisi degli anni ‘30. In ogni caso, ripeto, rispetto ad alcuni mesi fa, vi è piu’ partecipazione”. Personalmente ho optato per lo sciopero di sei ore. Pensando ad Ilaria studentessa di scienze politiche, specialistica, a Torino, che vorrebbe “vivessimo in un mondo migliore”. Con il sogno di un futuro, ma sembra che ci stiano lentamente togliendo perfino la capacità di sognare; ad Alberto, studente lavoratore di Scienze Politiche, lavoratore presso un grande centro commerciale, (“tasse universitarie elevate”)che non saprà se e quali corsi seguire, ai fratelli gemelli, Simone e Mattia Ciabattoni, bravi, meritevoli, ma forse, senza borsa di studio? Pensando a chi mi chiede di scrivere per denunciare con la penna, o la tastiera,una ingiustizia, perchè scritti nel nome della Pace.

Si fa un gran parlare di banchi sponsorizzati da privati e pubblicità che entra nelle scuole. Ma di loro, cioè delle persone che ho visto durante la manifestazione e ricordato ora? Del loro futuro? Oggi, e sempre, con voi, domani, con la Fiom, con Barbara e gli amici della Skf. Poi, voi con noi, perchè in ogni scuola, potrebbe nascondersi una Pomigliano.

Movimentiamoci”, con lo spirito di Genova.

A-mobilità sociale

Silenzio. Doveroso. Per Haiti. Paese povero, distrutto. Paese ricco, culturalmente, musicalmente, artisticamente. Pochi lo sapevano. Anche il sottoscritto. Silenzio, ancora per un attimo.

Per l’ennesima volta, proprio nella giornata in cui a Torino, i No Tav hanno in programma una “passeggiata” da Piazza Massaua fino a Corso Marche (luoghi dedicati ai “sondaggi”), il treno delle 7.35 da Torino Porta Susa, diretto ad Aosta, subisce e fa subire l’ennesimo ritardo. La mia, di passeggiata, purtroppo, non è per nulla festosa. Non è una gita. Anzi. Nei pressi di Settimo Torinese il convoglio subisce uno stop. Il capotreno, con voce flautata ci annuncia che “causa guasto scambi nei pressi di Chivasso, il treno subirà un ritardo imprecisato”. A Chivasso, una voce metallica annuncia che “i treni diretti a Milano subiranno ritardo”. Quanto ritardo non è dato sapere. Complessivamente il ritardo effettivo maturato dal treno Torino Aosta, sul posto di lavoro ad Ivrea è di 40 minuti. Come sempre, il ritardo o si recupera, o si monetizza. Prima di apprestarmi a “bollare” il badge osservo il tetto della scuola. Il pensiero va a Roma, dove proprio su un tetto analogo, da 54 giorni, resistono i ricercatori dell’Ispra.
Penso agli operai Fiat, a quelli dell’Eutelia Agile e delle mille realtà sparse per quello che era il “Bel Paese”, ma che oggi non lo è più. Ben prima delle arance di Rosarno. Penso ai disoccupati, giovani e immigrati i più colpiti. Penso ai trucchi, alla magia, di un “Bel Paese” che, “vedete, ha retto meglio degli altri Paesi alla crisi economica”, tranne sapere poi che nel conteggio non si era seguita una certa conformità con gli altri Paesi: la cassa integrazione entra o non entra nel conteggio?
Alla mancanza di mobilità sociale. Passato faticoso e futuro fosco. Presente “paludoso”. Per molti. Un’immagine che stride con quella del turbo capitalismo. Transazioni finanziarie veloci, immediate, da un capo all’altro della terra. Bonus, benefit, denaro evaso che ritorna. Ma nel quadretto, anche persone. Persone ferme. In attesa, Di qualcosa, di qualcuno che ci illustri una redistribuzione delle risorse migliore, giusta. Ma tutto, per un disegno politico congegnato ad arte, pare fermo, guasto, volutamente, come la scala mobile di Porta Susa, come il dispositivo che dovrebbe indicare il passaggio dei bus, spesso mal funzionante; fermo come un semplice “tappeto” su cui correre. Come il treno, che senza neve, senza ghiaccio, si ferma. Mentre si ipotizza l’alta velocità e il sindaco del Partito democratico di Torino Chiamparino, ahimè, chiama a raduno i sindaci a favore della Tav. Tutto sembra congegnato per “correre dietro palle perse”. “Vorrei ma non posso”, sembra dire questo Governo. Guardo il tetto, oggi. Immagino il tetto, ieri. Sotto, vi era una triplice unità: di contratto; di condizione di lavoro, come ci comunica Luciano Gallino; e di unità contro il padrone, un tempo davvero unico. Oggi non più. Una triplice unità, andata in frantumi.  Occorre ripristinare al più presto l’unità. Mandando, per iniziare, in frantumi questo governo italiano “incantatore di serpenti”.