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Arrivederci al 4 aprile

piazza-san-giovanni-roma-13-02-09Sono tornato da poco; era, infatti, passata la mezzanotte da quando ho rimesso piede a Torino, dopo la splendida manifestazione a Roma, dove metalmeccanici e pubblico impiego si ritrovavano per la prima volta a manifestare insieme.  L’indecisione: “a quali delle due categorie appartenere si è manifestata da subito” pur essendo iscritto nel treno del pubblico impiego, dove peraltro attualmente lavoro,  mi ritrovavo contemporaneamente iscritto nel treno dei metalmeccanici, grazie al pensiero sempre fisso del mio ex RSU Claudio Palazzo ( una storia, una figura carismatica in una grandissima azienda in provincia di Torino). Volevo stare con chi “soffre di più” la condizione economica e lavorativa, ora. Chi soffre di più?

Loris Campetti, sul Manifesto di oggi, afferma che un operaio che manifesta oggi, non lascia soltanto la parte economica relativa alla giornata di lavoro: se, infatti, la sua azienda è in cassa integrazione, quell’operaio che ha deciso di manifestare perderà anche una parte degli “istituti” ad esso connessi (tredicesima, ferie, ecc). Se, infatti, non si lavora per 15 giorni  al mese i “ratei di ferie, tredicesima e quattordicesima non vengono corrisposti. Il lavoratore assunto il giorno 16 del mese, in quello stesso mese non vedrà corrisposti i ratei corrispondenti.  Se partecipa con il pubblico impiego – continua nell’articolo, – (dopo tutte le cose già dette) è un eroe. Io penso che eroi siano entrambi i lavoratori, “uniti dove qualcuno vuole disunire”. Avessi potuto rimanere per un tempo’  su un treno ed un altro tempo’ sull’altro lo avrei fatto volentieri. Alla fine ho deciso che avrei voluto ascoltare “storie” che fanno la storia, di persone, di fabbrica. Come dice Dino Greco, nell’editoriale di Liberazione in edicola questa mattina, “Democrazia e lavoro”, volevo ascoltare “Il lavoro, non nella sua astratta espressione sociologica, ma con i volti di donne e uomini in carne ed ossa” capaci di fare sentire la loro voce. Così, nel viaggio d’andata mi sono aggregato ad un gruppo di lavoratori di  Mirafiori, lavoratori delle “presse”, che già il nome incute timore. Mi hanno raccontato i loro trent’anni di lavoro, i cambiamenti, le condizioni attuali e le prospettive. Mi hanno raccontato di come, spesso, condividono anche quel po’ di tempo libero che rimane loro dopo il lavoro quotidiano. Il loro lavoro, continuavano nel racconto,  mentre i colleghi sono in cassa integrazione,  spesso “pare trasformarsi in più produttività'”, più movimenti, più sforzo fisico: più “toc””. E, nonostante ciò avevano tanta delicatezza nel ricordare i molti colleghi che non erano presenti su quel treno: impossibilitati ad esserci, vuoi perché con contratto scaduto, vuoi perché “stanchezza ed incertezza rendono talvolta impossibile condividere qualcosa, perché facilmente, se non hai prospettive, è facile cadere in depressione”. Durante il viaggio di ritorno invece ho condiviso “lo scompartimento” con un gruppo di una grande azienda in provincia di Torino: Barbara (che merita la mia stima e di tutti i lavoratori della sua fabbrica, in maniera incondizionata, dato che la condizione di genere la porta a “raddoppiare”, se non “triplicare gli impegni”: lavoro, mamma, sindacato: coraggio, Barbara!!), Massimo, Lello, Giuseppe, Stefano ed Altri mi hanno raccontato le “loro storie di lavoro”. Mi piacerebbe, se vorranno, “ospitarli” in questa specie di diario, affinché, anche in forma anonima, possano raccontare ciò che il tempo e la stanchezza di un viaggio ha reso difficile. In ogni caso, ho avuto la possibilità di conoscere un gruppo che davvero sa “materializzare” la solidarietà anche fuori dalla loro fabbrica. Una solidarietà che ad un certo punto mi ha fatto quasi sentire parte attiva di quello stesso gruppo, quasi come se lavorassi con loro da anni. Anche con questo bel gruppo si è parlato di cassa integrazione, crisi, difficoltà economiche; ma, anche tanta riservatezza nel “trattare” casi personali nella tutela della salute dei loro iscritti; i loro racconti erano pieni di una serietà e solidarietà che hanno reso e rendono grandi i valori espressi dalla FIOM.

Rinaldini – dal palco di San Giovanni – ha affermato: “Dobbiamo contrapporre la solidarietà all’odio, l’intolleranza e la divisione che diffondono il governo e la Confindustria: attaccano il diritto alla salute, con la misura sugli extracomunitari, manganellano gli operai di Pomigliano e dell’Innse, vogliono sterilizzare il Testo Unico sulla sicurezza perché – dicono – costa troppo alle imprese”. E, sempre, a proposito di “solidarietà” e medici, che parrebbero trasformarsi in “poliziotti”, ricordo che nella stessa città dove ho manifestato, un po’ di anni fa, in seguito ad una forte distorsione, sono stato  curato gratuitamente da alcuni medici presenti in un poliambulatorio nei pressi di San Giovanni: umanità e solidarietà resteranno sempre, nonostante i decreti.

A Roma, inevitabilmente la memoria è corsa ad un’altra manifestazione, quella del 15 febbraio 2003: quanti eravamo! Ieri non eravamo in egual numero,  ma si era in tantissimi ed è stata davvero “Una grande impresa”, portata a termine da tanta “Bella gente“.

Infine, un ringraziamento anche a Marco Prina, compagno di partito che si è adoperato per i biglietti nel treno “pubblico impiego”.

Un saluto ai compagni de Il Manifesto, che per combinazione ho incontrato a Roma, in particolare Katia, che mi ha ringraziato enormemente per gli abbonamenti, da me regalati, all’Inca Cgil di Torino  e, la compagna di area Valentina Steri, incontrata a Ostiense, e Pietro Passarino, grande funzionario Fiom, che ho avuto accanto durante tutto il tragitto del nostro corteo: da Roma Ostiense a Piazza San Giovanni.

Infine, un saluto al gruppo Magneti Marelli di Venaria Torino: amici di fabbrica, impegnati sempre a tutela della democrazia in ogni elezione politica, in qualità di rappresentanti di lista. Un contributo enorme, oltre che impegno e partecipazione.

L’associazionismo, un raggio di sole in giornate nebbiose

Una sera mentre percorrevo la strada, in treno per recarmi a Bra, ripensavo agli studi effettuati su questa meravigliosa cittadina, il suo territorio, la sua economia, la sua popolazione, tra l’800 ed il ‘900. Un aspetto particolare mi aveva particolarmente colpito: il dinamismo di una gran fetta dei suoi abitanti, così pronti, veloci, in ogni momento, e in particolare nei periodi di crisi, a costituire associazioni.

Leggendo un bellissimo manuale sull’associazionismo operaio in Italia (L’associazionismo operaio in Italia, 1870-1900), ho potuto constatare quante e quali erano le associazioni presenti  in Bra. Durante la presentazione della rivista “Bra, o della felicità”(forse non ho mai accennato, ma il titolo è tratto da un’opera di Gina Lagorio), il 22 dicembre , e in particolare  durante la presentazione di alcuni argomenti relativi all’ultimo numero, della rivista stessa, ripensavo a come momenti forti di solidarietà, di coscienza sociale possano essere d’aiuto a molte persone che in tempi di crisi economica, un po’ come quella che sta attraversando le vite di ciascuno di noi. L’associazionismo (ho notato qualche cosa di analogo alla condizione operaia di Terni, della solidarietà esistente non solo in quella fabbrica, ovvero quella descritta nel libro “Acciai speciali”, di Alessandro Portelli, ma anche nel contesto urbano, cittadino) mi ha portato a riflettere su alcuni dati dell’Istat presentati sui giornali nei giorni scorsi: “Istat, allarme povertà”, (la Stampa del 23 dicembre), “Allarme Istat: un milione di famiglie non ha i soldi per il cibo”, (La repubblica del 23 dicembre), “Un Natale da poveri” (il Manifesto). Potrei continuare nella rassegna stampa di qualche giorno fa, ma il dato che più mi fa riflettere è che potremmo pensare ad una città della grandezza di Torino, un milione di abitanti priva dei soldi per comprare il cibo. E il dato si aggiunge ad un altro, quello che il 15% della popolazione italiana arriva con difficoltà alla fine del mese, cioè quindici famiglie su cento faticano a giungere alla fine del mese. Qualche mese fa si parlava di crisi della terza settimana, ovviamente per i percettori di reddito fisso, mentre per altri si parlava di utili da ripartire, e tuttora per molti gli utili continuano ad essere buoni, tanto che alcuni bilanci si chiudono in attivo, è solo che per molti i bilanci famigliari si chiudono nuovamente in rosso. La questione importante è che i dati tengono conto anche di famiglie medie, ma quanti e quante sono le famiglie che non vengono “inchiestate” per così dire su quanti capi di abbigliamento, un maglione ad esempio, hanno in casa?  Infatti, altro dato che mi ha fatto impressione è che il 16, 8% non ha avuto i soldi necessari per i vestiti necessari, o che il 10,4% non ha avuto i soldi necessari per le spese mediche. Nel 2006 erano quattro le famiglie su cento che non riuscivano a sfamarsi; nel 2007 sono diventate  cinque, quindi un milione  di famiglie, e come dicevo prima, una città come Torino. I dati presentano una media come reddito disponibile pari a 28.552 euro al netto del prelievo tributario, ma peccato che nel conteggio ci siano i sig Rossi con un signore ricchissimo. Non oso pensare ai dati dell’anno prossimo. Un altro dato che rumoreggia è che in media per i regali di Natale si siano spesi circa 200 euro. Incredibile: personalmente ho visto delle vie della mia città piene di gente, ma  con le mani in tasca, e non a reggere alcun sacchetto. Anche in alcuni supermercati, un paio di giorni prima della vigilia di Natale ho visto poca gente a ridosso delle casse. Pare che l’unico settore che non abbia conosciuto crisi sia stato Slow Food, forse dovuto anche al fatto che i prodotti non sono molti, e la gente comunque si sta orientando su questo settore come idea di regalo natalizio. In ogni caso pare che si sia registrato un meno 25% sugli acquisti per gli addobbi della casa, un meno 23 % per i vestiti e le scarpe, ed un meno 10% per i profumi ed i mobili, oltre un meno 5% dell’elettronica e della casa. Un altro dato importante è che sì, è certamente difficile ipotizzare l’andamento economico futuro, ma molti hanno difficoltà a leggere anche il presente, con una voce fuori dal coro inaspettata, e che certo fa piacere, il vescovo di Milano, ha deciso di istituire un fondo per i cittadini in difficoltà, un fondo proveniente dall’8 per mille, gestito dalle Acli e dalla Caritas. Certo non si pensa di risolvere il problema, ma il modello pare verrà adottato anche dal vescovo di Torino. E altri? Si sta parlando tanto di “settimana corta”, ma forse, come afferma Loris Campetti, potrebbe esserci anche un “salario corto”; spalmare infatti la minor produzione su molti riducendo il salario, non mi pare una buona soluzione.  Se già lo stipendio medio di un operaio di terzo livello, si aggira sui mille euro, quando lavora, e non è in cig, con la settimana corta, come potrà essere? E poi, i precari? quelli che dal primo gennaio lasceranno il posto di lavoro che nel pubblico impiego potrebbero essere in molti? L’associazionismo dicevo, forse potrebbe essere un rimedio, ma prima dobbiamo eliminare molto egoismo. Alcuni giorni fa, leggevo da qualche parte che quest’anno chi consuma circa 2000 litri di carburante avrà un risparmio di 800 euro circa; chi ha un mutuo, sugli interessi, circa 4500 euro; poi luce e gas faranno altri 50 euro. Ma, mi domando, risparmio rispetto a cosa? Quale è il parametro di riferimento? Ai prezzi che avrebbero dovuto essere e sono alle stelle o a quelli che avrebbero realmente dovuto essere? E poi, onestamente, quanti euro si sono persi i lavoratori dipendenti considerando l’inflazione programmata rispetto a quella reale nel momento del rinnovo contrattuale? Un’ultima cosa, mi domando perchè devono esserci delle differenze sui rinnovi contrattuali tra impiegati pubblici, con 60 euro in più, ad altri dipendenti 600 euro in più a patto di avere due ore lavorative in più, o al altri ancora, una cifra totalmente differente? No Dramma, ci viene consigliato d’oltreoceano, pero’ a me pare che a “pagare” siano sempre gli stessi. Eppure, una notizia , anzi due belle c’erano state: un regalo di una panda da Pechino a Taiwan, ed il Manifesto che riuscirà a mangiare il panettone, grazie a tantissimi giornali venduti a 50 euro e a molti lettori che davvero conoscono il senso della solidarietà e dell’associazionismo Forse si è data troppa importanza al fisico di alcuni premier o presidenti, asciutti, magri, grassi, quello con addominali, fisico statuario, che “fa pensare ad una politica di forze”, notizie viste “dal buco della serratura, capaci solo di rafforzare, in molti che l’apparire forse è meglio che l’essere, ecco perchè la concretezza di Bra scoperta nella sua storia mi ha insegnato davvero tanto. Forse, ci vorrebbe una presentazione della rivista per ciascun mese dell’anno, tanta fiducia, tanta storia riscoperta e da attualizzare, e, perchè no, uno sguardo a quella “Zizzola”, capace di far innamorare e battere il cuore…. almeno una volta al mese.

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