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Sciopero: salviamo l’Italia

La pioggia insistente di questi giorni ricorda quella di alcuni anni fa, insistente che cadde alcuni anni orsono sulla nostra città, a Torino, in Piemonte. Erano gli anni 1994 e 2000. Che stagioni “politiche”. Almeno nel 1994 cadde il governo Berlusconi. La pioggia di oggi cade copiosamente. Le foglie, bagnate, marciscono e si stropicciano ulteriormente al nostro passaggio. La corrente del fiume è veloce; trascina con se di tutto: rami, bottiglie di plastica, ogni genere di masserizia, ricordi personali. Osservo oltre la ringhiera che separa la strada dal fiume. Un ombrello, aperto, è rimasto impigliato sui rami di un albero “sdraiato” sulle sponde del fiume. Un ombrello, un paracadute. Come sempre, anche in questo caso, il “paracadute” non è per tutti. Come gli “ammortizzatori sociali”. Mi soffermo a pensare e mi balenano numerose contraddizioni. “Al di là dell’Atlantico”, ricordava un editoriale del giornale subalpino, c’è una società aggressiva, vitale; da noi, una società ripiegata su se stessa, egoista. Al di là dell’Atlantico si comprano titoli del debito a lungo termine, con lo scopo di mantenere bassi i tassi di interesse e avere così corposi vantaggi: aziende che si ingrandiscono e che creano posti di lavoro con capacità di rifinanziare mutui a tassi convenienti, e tanta, tanta disponibilità di spendere per i consumatori. Tanti dollari, tantissimi dollari. Dollari che prenderanno la strada, nuovamente, della speculazione: dollari per comprare azioni di una stessa azienda in modo tale da aumentarne il suo valore. E le bolle si gonfieranno. Eppure quando si studiava economia ci veniva sempre detto che “non si stampa moneta”, si agisce come “carta assorbente” per limitare il circolante. E da noi, popolo di santi e navigatori? Al di qua dell’Atlantico qualcuno si bea che siamo il Paese con piu’ telefonini, (in realtà sarebbero piu’ sim). Lo steso signore si bea affermando che siamo il Paese con una percentuale altissima di proprietari di case. Ma siamo anche il Paese, e non si spiega la contraddizione, con il 40% di precari. Come stanno insieme le due cose? Abbiamo un salva-precari che conferisce posti di lavoro, a chi lo aveva negli anni passati, un incarico che parte solo ora, a novembre e per pochi mesi. Siamo il Paese in cui lo Stato ti legalizza la precarietà per otto, nove, dieci anni e dove le buonuscite per chi ha occupato posti di rilievo in qualche nota banca fanno inorridire mentre ai precari è precluso, magari dalla stessa banca, qualsiasi prestito. Siamo il Paese in cui la bellezza delle relazioni e dell’accoglienza fra generazioni si rafforza perchè la situazione, di noi precari, di noi di questa generazione, è sostentua dalla solidarietà dei genitori, degli anziani, dei saggi, formatisi alla scuola del conflitto di classe che ora si è assopito solo perchè qualcuno lo fa credere un arnese vecchio per gonfiare ulteriormente la propria borsa; la generazione, quella dei saggi, del sapere tramandato del movimento operaio e non dal sapere del grande fratello, di amici o dei tronisti, proprio queI saggi che con le loro lotte e il loro sudore hanno fatto si che i salari potessero incrementare così come accadeva per l’aumento della produttività, senza intaccare i profitti. Lavoratori, quelli, che chiedevano come il pane il sapere, quello vero, quello autentico, frequentando le 150 ore dopo otto ore di fabbrica; quelle 150 ore che hanno insegnato la lettura di una busta paga per “non farsi fregare dal padrone”. Dove è andata a finire la voglia di prendere coscienza? Noi, studiamo, otteniamo una laurea e ben che vada entriamo a far pare di un call-center, o reclutati per qualche mese da una agenzia interinale, o, se va ancora meglio, in qualche profilo basso nell’istruzione, quell’istruzione che ricorda il disastro di Pompei. Conosciamo due o tre lingue, amiamo viaggiare, ma gli Eurostar e tutto il low-cos lo vediamo solo sfrecciare, perchè a noi, non è dato nessun “ombrello”, nessuna protezione. Siamo un problema, noi giovani, ma, “siamo il Paese con il piu’ alto tasso di proprietari di case”, e così, questa frase assume un ritmo ad consesso internazionale” in cui parla il premier. Siamo il Paese in cui una famiglia media di quattro persone spende, in media, 113 euro al mese di spese sanitarie e di questi 37 euro per farmaci. Siamo a Torino, la città in cui si sperimenta l’S.o.s, spesa ortofrutticola solidale, che raccoglie la frutta avanzata nei mercati per darla a chi ne ha bisogno. Siamo il Paese in cui 37 sono i metri quadrati che spetterebbero come spazio vitale a ciascuno di noi, magari a 500 euro al mese. Poco importa se siano 7.800.000 come sostiene l’Istat o 8.370.000 come sostiene la Caritas i poveri, gli invisibili, i nascosti, costretti a “vivere nei 37 metri quadrati” mentre, d’altro canto siamo il Paese in cui il Presidente del consiglio possiede e vive in ville e villette dove potersi rilassare dalle sue fatiche. “Al sindacato spetta negoziare le condizioni di lavoro e la spartizione dei frutti; alla politica far funzionare meglio il sistema produttivo e rendere la torta piu’ grande possibile e che nessuno ne sia escluso”. Questo sosteneva alcuni giorni fa un giuslavorista. Peccato che in trent’anni le disuguaglianze siano aumentate e chi era ricco lo è ancor piu’ e chi era povero lo è ancor piu’. La busta paga è sempre piu’ misera e welfare e fiscalità non hanno piu’ la capacità di essere forze capaci di attenuare le disuguaglianze. E la torta l’han mangiata sempre i soliti noti. E così, neanche la scuola, l’università, riescono a garantire inclusione e ascesa sociale, inoltre, il dodicesimo rapporto annuale “Gli italiani e lo stato” del 2009 (Ilvo Diamanti, consultabile su http://www.demos.it) ci dice quando sia basso il grado di fiducia nelle istituzioni dello stato repubblicano. Cerco di limitare la “mia povertà” con ottime letture: da Dostoevskij a Veronica Tomassini, Lia Tirabeni, Elvira Tonelli, ma nulla sembra cambiare. “Annus Horribilis” direbbe come dice nel suo libro Giorgio Bocca.Ma ogni consesso ha il suo arbitro Moreno che alza il cartellino rosso. Signor Berlusconi, cartellino rosso. Il suo film, venuto davvero male, è terminato. Il tempo delle barzellette è davvero terminato.

Spero in una forte e massiccia partecipazione. Non c’è silenzio che non abbia fine.

Lia Tirabeni, “Solitudine estemporanea”

“Solitudine estemporanea”, questo il libro di Lia Tirabeni, che conclude la lunga “cavalcata” che mi ha visto impegnato nelle lettura di alcuni libri: Elvira Tonelli, Veronica Tomassini, Andrea Bajani e ora, Lia Tirabeni.

Solitudine, improvvisa? In una società così veloce, globalizzata, in un mondo dove tutto è rapido, e i confini azzerati, come si vivono i sentimenti? Li bruciamo o ci bruciano?

Una maratona, oserei dire, per usare un termine caro all’autrice. Una maratona, dicevo, sia per quanto concerne la lettura, del libro di Lia,  sia per quanto riguarda la sua scrittura. Ipotizzando  due finali. A nostra scelta. Il primo, dolce, pur con le difficoltà che conosce  ogni relazione sentimentale, difficoltà evidenziate dai personaggi in quello presenti; un finale dolce per Mahela Vincente e Riccardo (personaggi principali) così come lo era stato per i personaggi di Elvira Tonelli, o, un finale, quasi piu’ aderente a come lo vorremmo noi, nella nostra vita. Un finale dolce, con due io che si fondono in un Noi piu’ ampio.  Un amore in….”carrozzina”. Ma vi è anche un’alternativa, con un finale piu’ accidentato, ma forse piu’ autentico, dove ognuno puo’ trovare un pezzo della propria esperienza e riflettersi in essa. Un libro diviso in due parti, con brevi ma intensi capitoletti, che toccano le esperienze di vita, di tutti: dalla ricerca del lavoro, quello di oggi, sempre in apprendistato, sfruttato, di stage, precario, da “compenso solo buoni pasto”, agli amici, quelli di oggi e quelli di ieri, quelli che ci hanno aiutato a crescere e che li cerchiamo, a quelli vuoti che ci cercano, all’amore, all’incapacità di scegliere, che si connota a sua volta come una scelta (anche la non scelta è una scelta), il mondo reale, quello virtuale, la e le malattie, gli incontri costruttivi in luoghi di cure, le convalescenze, gli amici e il senso di amicizia, che la si riscopre non come un valore, ma come un qualcosa da “tenere”, da “congelare”, come quando, la sera, “non sapendo cosa mangiiare” per via della mancanza di tempo si scongela qualcosa. Come nei tempi di magra:  Alzi la mano chi non ha mai chiamato qualcuna, qualcuno, nei momenti di “solitudine” e che onestamente, di quel qualcuno, non importava assolutamente nulla.

Mahela non è vincente, o lo è solo di cognome. Ma vincente, chi è? Quanti lo sono nella vita reale? In “Solitudine Estemporanea” ognuno potrebbe trovare in Mahela un pezzo di noi stessi e specchiarsi.  Ognuno di noi ha dei lati che combaciano, perfettamente con l’altra, altro, che ci fanno sentire in prigione per non essere in grado di amare questo o quella che si vede, con quello che si sente…, perchè ai lati che combaciano se ne accompagnano altri: caratteri, nevrosi, passato, che impediscono di incontrarsi, liberamente e serenamente. In molti proviamo a cambiarli, quei lati, senza pero’ riuscirci. E il bello è averci provato; veicolo, la prova, per conoscere le parti migliori, degli altri e di noi. Come sostiene Lia, “la vita vale la pena davvero di essere vissuta perchè,anche se prendi mille sentieri diversi e scorciatoie che paiono intriganti, alla fine la strada maestra è sempre la stessa e non sai mai cosa ti puo’ succedere davvero”. E così come accaduto per Mahela, la sofferenza finale, ovvero un capitolo che si chiude, potrebbe avere, come scena, i luoghi piu’ diversi: potrebbe essere la strada, un bar di Piazza Vittorio, della Gran Madre, così come via Marsala a Roma, o altri luoghi infiniti. Una storia si chiude, per stanchezza, o per i lati che non combaciano, ma l’importante è aver sofferto ancora una volta, forse l’ultima ma solo per avviarsi alla felicità. O almeno provarci, ad essere sereni. Le lacrime, “piccole gocce di rugiada” che solcano velocemente il nostro viso, hanno un lato positivo: la fortuna di aver incontrato una persona, che ci ha rivelato qualcosa di grande. “Molto in noi è già presente” e nessuno insegna. Verissimo. Ma si rivela quel che  spesso rimane nascosto “sotto la sabbia” del nostro io, fra le radici della nostra storia, ripiegato fra “l’io genitore”e noi; solo quando viene rivelato, quel molto, nascosto, dimenticato, è merito sovente di una persona che ci ha veramente voluto bene. E dobbiamo considerarci fortunati, nell’averl conosciuta, anche se, la storia, non ha avuto l’epilogo da noi desiderato.

Essere fortunati e felici. La disperazione, sostiene Lia “è un abito che ci tagliamo noi, pezzo dopo pezzo”. Certo sarebbe stato bello terminare la lettura del libro con il finale ” e vissero tutti felici e contenti”, ma, Lia ci offre una possibilità che dobbiamo cogliere; il libro è uno specchio entro il quale rifletterci e ripensare al nostro vissuto. Penso che Lia meriti molto, tanto, a cominciare da un grande abbraccio per aver avuto la forza e il coraggio di dare materialità, fisicità a quei personaggi, che non sono tanto personaggi da autogrill, o da sale d’aspetto di una stazione. I personaggi li trovo autentici. Chi di noi non ha avuto un amore malato? chi non ne ha cercato uno con cui non avevamo rapporti da anni, solo per colmare il vuoto, la noia? chi di noi non ha avuto un amore “sotto ricatto”? chi non ha ricevuto un messaggio telefonico impensabile e da quello riaprire qualcosa che ci pareva chiuso per sempre? chi non ha mai avuto un amico, un’amica che non è piu’ tra noi a cui pensiamo continuamente e grazie a lui, lei siamo cresciuti e ci sentiamo piu’ motivati?

Sicuramente questo breve scritto, il mio,  sconta moltissimi limiti e magari “rovina” la bellezza e la fatica del libro di Lia, per questo ne consiglio la lettura.

Per questo consiglio di fare un salto presso la libreria Belgravia Librerie di Torino (via Vicoforte14 e via Monginevro 44) e comprare il libro di Lia. Un libro che aiuta, a fermarsi lungo il nostro cammino, alzare gli occhi al cielo, contemplarlo e porsi delle domande.

Complimenti Lia, per il libro e soprattutto per il coraggio che hai avuto di far parlare il nostro silenzio.