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Museo della frutta

Torino 2 2 2016 museo della frutta.Borrelli RomanoUn leggero venticello alza foglie e polvere e i ricordi ritornano all’antico splendore. Bellissimi lineamenti un po’offuscati si incrociano tra scale che scendono e scale che salgono. Incontri metropolitani con la “storia” in un viaggio di 7 fermate che diventa ancora piu’ compresso quando e’ piacevole. Un po’ come l’amore, quando chiudi la porta e il mondo fuori. “Esageruma nen” direbbe qualcuno. Pero’ a me onestamente fa piacere incontrare (casualmente) il sapere nella persona di un docente universitario (prof. Carpinelli). Mi piace il modo di indurre alla riflessione. Gia’: quando e’ nata l’adolescenza? E nei quadri, gli adolescenti come erano raffigurati, ammesso lo fossero…Giornate intense. Dal museo della frutta nella sua concezione sociale. E poi, se tutto e’ “per colpa di una mela”, al tempo delle mele cambiano i volti ma i ragazzi restano sempre appartenenti al” tempo dell’amore”. L’amore, questo grande tema. Gia’, su questo tema non si pettinano mica bambole. Il museo della frutta vale la pena essere visto, per le qualita’ e tipi di frutta in esso presenti e catalogati. E poi, con una buona dose di fortuna, entrando da altro corridoio dello stabile, dopo aver attraversato un cortile e aver preso l’ascensore fino al primo piano, notare una lei in coda ad altre, libri e libretto in mano, profumo dolcissimo, capelli neri e lunghi, occhioni scuri un po’arrossati e stiracchiati, segno di notti all’insegna di caffe’, tratti delicati, labbra che picchettano tra loro nomi e date, come una lenta litania, ultimo esame universitario, l’ansia a farla da padrona, su e giu’ per il corridoio, il tutto pochi istanti dopo aver aperto una porta nel mentre del suo su, e ci scontriamo-incontriamo, un attimo, i fogli sparsi, libri a terra e cosi il libretto e i suoi 30. Ci accovacciamo contemporaneamente. I corpi si raccolgono e raccattano l’ordine, meglio, disordine sparso, i pensieri sono agli studenti,  raccolti in altro corridoio (con insegnante!) per uno, all’esame imminente per l’altra, gli occhi invece no….Sempre tutta colpa di una mela.  Dall’aula universitaria rimbomba un nome ed un cognome…”Scusa, devo andare”, mentre le mani si sfiorano. Museo della frutta, dicevo. Lungo i corridoi del museo, in bella vista una macchina da scrivere, old style. Ripenso alla “L28”. Respiro. Inspiro. Vado. Torino 2 2 2016.museo della frutta.Borrelli.Romano, a due passi da scuola, al giardino, al tema del lavoro sul tappeto, meglio, sul blocchetto, la comunita’ scuola a lavoro e al lavoro (visione oggettiva, soggettiva, nella narrazionere-relazionale) lavoro oggettivo, soggettivo, da enciclica, istat, quotidiana. Le donne, nella storia; il Serming, nel presente, il Carnevale, le maschere, il levare qualcosa, il sovvertimento dei rapporti sociali…Il giovin signore, Parini, Campana e Marradi e l’energia elettrica, “l’alternanza scuola-lavoro, troppa, troppa poca, dipende, inutile, chissa’….”. Va ora in onda, “la scuola al lavoro” nella sua alternanza scuola-lavoro. E non solo.

 

La mia Torino. 4. Tra storia locale e devozione

Interno di una casa condominiale, Torino
Interno di una casa condominiale, Torino

Torino. Casa di ringhiera, interno con un dipinto dedicato a Maria Ausiliatrice. Foto, Romano Borrelli

Un profumo particolare, ci coglie, nel nostro piccolo “borgo” torinese, appena “metti il naso fuori” di casa. Un profumo che si allarga, a macchia d’olio. Un profumo ricercato, come i luoghi, ritrovati e racconti. Provare a raccontarli, sapendo della limitatezza  del “blog di Romano B”. rispetto ad  altri blog, “sponsorizzati”  come quelli “stile progetto” della provincia, che “confluiscono” sulla stampa cittadina e nazionale.  Pero’, per correttezza,  la storia delle circolari a scuola, come documenti, era partita proprio da qui, dal blog di Romano B.  (vedere quotidiano cittadino, dicembre). Un intento diverso, questo. Riproporre e raccontare persone e luoghi che davvero hanno scritto e fatto storia. Nel loro piccolo. Storia locale.  Provare ad immaginare, una camminata, e far vedere e narrare, e poi appuntare, con la lettera 28, o per la lettera 28, e raccontarla con lei e grazie a lei,  e al termine, esserne fieri, di “tanto colore”, dopo tanto bianco e nero. Scriverla e riscriverla. Quando anche un piccolo quadernetto, una rubrica si proponeva come un conto aperto per chi, le tasche, continuava ad averle vuote, nonostante  il duro e tanto lavoro. Famiglie di un tempo. Con tante bocche da sfamare. Storia di un quartiere di città. Esci. E non sai più se è l’odore, il profumo o il profumo di un ricordo. Ti assorbe. Lentamente. Un odore, misto, di erba appena tagliata, di colla, appena passata, sui cartelloni elettorali che propongono, ” Alle europee, vota questo, vota quello”. Alle regionali, “vota questo, vota quello”.  Odori di passato e di presente, misto a rumori di lavori, di un tempo e attuali. Rasentandoli,  quei cartelloni, senti quell’odore, di stampa, di colla, di fatica, di sudore, di attacchini, militanti, magari anziani. E pensi a quante riunioni, fumose e fluviali, consumatesi a loro volta in un fiume di parole. Riunioni a tempo, capaci di celebrare sempre qualche leader di questa o quella mozione. L’ultimo a resistere, e chiudere la sezione, o il circolo,  sarebbe stato incoronato  leader. Dalla passione, non dalla conta.  Avrebbe saputo dire sempre una parola in più degli altri.  Di conforto, se la tua area era perdente, di incoraggiamento se la timidezza prendeva il sopravvento. La casa, in fondo, era sempre comune. Come la causa. E il pane che si mangiava, era sempre lo stesso. La Resistenza, continua. Continua la Resistenza, anche nella dialettica. “Care compagne, cari compagni…”.  Una prova di forza, di carattere, una prova di ostruzionismo. Gruppi di anziani, nei pressi di una panchina, controllano i lavori degli attacchini. Li avvicini. Discutono. Di 80 euro. Osservi attentamente la piazzetta,  con i suoi alberi e ti  rendi conto di quanto un tempo questa area  sembrava più grande.  E non soltanto, l’area politica, di appartenenza, di riferimento. Era l’altra Chiesa. Analogie, somiglianze. Giochi di parole.  E anche gli odori, degli stessi alberi, sembrano, ora,  diversi, come effettivamente lo sono dal giorno alla notte. In realtà, eravamo noi, piccoli, allora che percepivamo tutto più grande. In realtà, non erano ancora presenti su scala nazionale,  le allergie che impedivano di respirare a pieni polmoni e a testarne le differenze.  Tra poco, la notte calerà. Luci si accenderanno in ciascuna casa. Alcune di quelle si spegneranno, altre invece resteranno accese. Occhi attenti, occhi vigili. Uno scrutarsi vicendevole. Chi ha terminato il turno, chi lo dovrà iniziare,chi si occuperà, nella notte della farina, del lievito, del forno. Del pane per domani. E pensi a quel profumo di pane che investiva tutto il borgo. Un tempo.  E non solo. Strano a pensarci, ma davvero, col pane, i panettieri, non solo portano “la biovetta” o “la michetta” sulle tavole di casa nostra.  Ma ci stanno essi stessi. Quotidianamente. I panettieri ci restano, nelle case, con il nostro  ( e il loro pane quotidiano.).Ci portano una storia, di lavoro, del lavoro, di fatica e di fatica; la loro storia, quelle di altri. Storie che trasudano da qualche rubrica. A, b, c, d…L. E all’interno di ogni lettera, un nome, un cognome, una famiglia, una casa, luci elettriche e luci di candela. Talvolta un numero.  Consumi, abitudini, tipologia di pane, quantità, preferenze. Un conto aperto. Un universo. Da quelle rubrica, si aprono altri mondi. Altri modi. Vecchi lavori dei quali ora non esiste più traccia. Una Istat in miniatura.  Intimità.  Tipologie di lavori collegati a persone che avevano presso quel negozio il “conto aperto”. All’interno di una rubrica, la storia, operaia, di un pezzo di borgo. La storia italiana, la storia di Torino, degli operai Fiat, della continua lotta per la sopravvivenza, e di lotta continua, della lira e di quando la paga era percepita il 15, con l’acconto, e il 30, con il saldo.  E il 28, si cominciava, per ogni lettera, a tratteggiare il conto.  Il 28, poi, con il saldo, cominciava a bisbigliare sottovoce, il quanto, e che, se si poteva, si chiudeva il conto aperto,  raccontato da quella rubrica, che giro e rigiro tra le mani. Con la consapevolezza di non sfogliare pagine, ma “trattare” con persone. “Handle with care”.Una rubrica che racconta “gli terni” di un quartiere, che potrebbero essere  di una città qualsiasi. Una “rubrica” che racconta l’interno del vissuto famigliare, ora che delle rubriche, sono rimaste solo nelle memorie telefoniche.  Case di ringhiera, ricche di forte umanità e semplicità. Cortili, dove in questo mese si recitano rosari.  Con tanta devozione popolare, soprattutto dalle parti della circoscrizione 7, dove anche le “paline” del bus, raccontano qualcosa di devozione.

Interno panetteria Torino. Foto, Romano

Spesso, ad ogni lettera, che era una famiglia, una nota a piè di pagina, come si usa fare nei libri, un rimando. “Passerà il mese prossimo”.  Brevi commenti, a matita, a penna. Già immagino quelle punte, non fatte, per la mancanza di tempo, per la delicatezza, per la riservatezza, per la coda di chi preme e ha fretta di prendere il pane, e tornare a casa. Le giustifiche apportate, talvolta, sono strazianti. Visite mediche, moglie, figli, qualche viaggio improvviso al Sud per la suocera o qualche congiunto, la prima Comunione di qualche figlio, il padrone che non paga, la cig in agguato. Con il far della mattina, la luce. Una luce leggera, che allontana umidità e nebbia. Un tratto cancella, apparentemente qualcosa.  Il pane fresco, appena cotto, caldo, continua a farsi, come una volta, nonostante in tantissimi di quegli interni, ora, si preferisce farselo a casa. Luce nella luce. Entro, in un paio di cortili, a me famigliari.  La sfornation, la famosa bici, è poggiata sul muro del cortile. Qualche gatto la osserva, sornione, godendosi i primi raggi del sole. “Giovanni“, non è solo il nome di un materassaio. E’ un nome molto comune, che continua a leggersi e a farsi leggere, e gridare, da un cortile all’altro. E’ comune, come il pane, come la farina, come la storia, come certe storie.  La storia di un negoziante, di un borgo, che la storia l’ha scritta, e non solo su una rubrica,  che tratterò, perché meritano. Perché hanno fatto la storia. Di un pezzo di città. Che vale la pena scrivere e ricordare. Per il senso di umanità, di solidarietà che l’uomo, quando vuole, riesce ancora ad esprimere in atti concreti.

ps. Non posso non terminare queste riflessioni, questi ricordi con un pensiero a Senigallia. Nel 2000, a Torino, nel borgo, e non solo, l’alluvione fece “irruzione”,  lungo le strade cittadine,  insieme a tanti disastri. Il pensiero va a Senigallia, colpita duramente. Con il rinnovato augurio che possa riprendersi, insieme a tutta la cittadinanza, affinché possa tornare in forma, più e meglio di prima, per coccolare ogni ritorno e ogni nuovo arrivo.

Interno di una panetteria. Il forno.
Interno di una panetteria torinese. Il forno.

Il primo maggio

 Dopo la festa della Liberazione, tra poche ore, la festa del Lavoro….tre per otto….ventiquattro….otto ore di svago…..solo nel 1866 si arrivo’ alle otto ore, come limite  all’orario legale dell’attività lavorativa. La Prima Internazionale dei lavoratori lo decise a Ginevra…..Non possono non venire in mente personaggi storici come Luigi Fabbri o Cesare Agostinelli, detto “Tigna“, entrambi ben “allenati” ai temi del lavoro.

Un cappuccino, una brioche, con cioccolata bianca, e della buonissima crema. Seduto, anzi, affacciato su di una piazza semideserta, sonnacchiosa. Pochi i passanti. Il campanile della Chiesa segna le ore. Il tempo scorre, velocemente, in una giornata di sole, in un’Italia divisa in due. Al nord, pioggia, al sud, bagni di sole, e di mare, qualcuno. Colpa della Francia e di una sua influenza climatica. Speriamo in un buon vento prossimo, proveniente da li e che influenzi le nostre elezioni amministrative. In lontananza una fiera. Una marea di bancarelle sita nei pressi del mare. Probabilmente una fiera di strada.  In sottofondo, della musica, tra tantissime bancarelle. Palloni all’aria danzano festanti come palline da ping-pong. Mani di piccini, che tendono le propire mani  a sfiorare con le proprie dita alcuni  palloni esposti, cullandone ulterioremente il loro dondolio, in uno sventolio da  bandiere.  Il sole bacia questa giornata. Corpi distesi su  spigaggia di velluto; corpi “latticini” che si espongono a questo primo sole. Altri, corpi, intenti alla prova costume. Ragazzi che giocano a pallone. Mani tese, mani che respingono, mani che abbracciano. Mani che indicano rigore. L’alba è passata da un pezzo. Pare di parlare di politica, con la descrizione di “queste mani”. Alcuni leader politici  “annusano” altri politici, in vista delle prossime amministrative. Altri che fiutano alleanze e altri ancora che “corrono” soli. Alba, come acronimo di alleanza, lavoro, beni comuni, ambiente. Lavoro, già, che manca, scarso, come bene prezioso. Politica, antipolitica. “Estirpare il male”, ridare slancio e tensione morale. Rivalutare il ruolo dei partiti politici, disse da Pesaro, il Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, in occasione del 25 aprile. Presidente in visita nelle Marche, come già fecero, in altre occasioni,  altri  Presidenti.  La musica della fiera mi stordisce,   non riesco ad ascoltare, ad individuare qualche parola. Pensieri ritornano, in maniera circolare.  Si respira aria d’estate, in questo ponte, per chi puo’. E noi, siamo di passaggio. Come quei palloni che danzano. Zig, zag. Un tergicristallo. Una bancarella vende scarpe, un’altra cibarie. Un’altra ancora mi offre del miele. Ne colgo il gusto e sarà complice nell’aver allontanato quei pensieri circolari, rendendo così il mio incedere piu’ leggero. Una voce grida: “a casa, è ora di pranzo”. Già, ma quale casa? per chi? per tutti? Casa come diritto elementare…se penso alle norme degli anni ’70…..eppure proprio ieri alcuni quotidiani presentavano alcuni dati: In dieci anni le famiglie residenti in Italia che dichiarano di abitare in baracche, roulotte, tende o abitazioni simili sono piu’ che triplicate. Un aumento vertiginoso”. Nel 2011 le famiglie che vivevano in strutture diverse da una casa erano 70.000 circa. Impressionante. Speriamo di rimettere al centro alcuni diritti: lavoro, istruzione, sanità, trasporti. Ricordare che per tuto cio’ qualcuno ha lottato e versato lacrime e sangue. Non diamo per scontato che siano dati per sempre. Come un grande amore, dobbiamo tutelari, ogni giorno. Le cure soprattutto. Alcune prestazioni, così necessarie, vengono escluse dalla copertura sanitaria nazionale. Perchè? Ve ne è così tanto bisogno. Alcune nuvole oscurano per un attimo questo sole. Un timido venticello, insieme al miele, ha allontanto definitivamente quei pensieri…circolari. In lontananza, rumore di treni. Quelli che riporteranno indietro una moltitudine;  contenitori di storie, di visi, uomini, donne, vissuti, che riaffioreranno, prima o poi. E’ ora di pranzo. Ricordi che riaffiorano come  gnocchi ,  nell’acqua che bolle. Racconti di vita, come passione di una notte. Meglio il romanzo, a mio modo di vedere, dato che potrebbe essere una grande storia d’amore.

 

L’italiano, un bene comune. La lingua, un gigante dai piedi d’argilla?

….Uno dei piu’ rispettabili membri piu’ anziani del nostro club, Pavel Pavlovic Gaganov, uomo di una certa età e per di piu’ benemerito, aveva preso l’innocente abitudine di ripetere con gran calore e quasi a ogni parola: “Eh no, cari miei, a me non mi si prende per il naso” Bè, un’abitudine come un’altra. Ma un bel giorno….in modo totalmente inatteso, lo afferro’ saldamente per il naso con due dita e se lo trascino’ dietro a quel modo per due o tre passi” ( Fedor Dostoevskij, “I demoni”).

A quello, riflettevo, prima che un paio di amici “Longobardi”,  con Alboino in testa, e Gisulfo poi, sorridessero (bontà loro) del mio appuntare, alcuni passi inerenti il convegno su “La competenza dell’italiano nella trasversalità dei saperi“, a Torino, presso la Biblioteca Nazionale.  Passi, quelli appuntati,  inerenti   nessi tra storia e lingua. Una “fare”, insomma, quelli dell’interruzione, per rimanere in tema “longobardi“.  Già, i Longobardi.

Come sarebbe oggi la nostra lingua senza alcune influenze storiche? Già perchè “fare”  lezioni di storia è fare lezioni di lingua”. Quanti sono, oggi, i modi di dir, nel linguaggio comune che affondano le radici in qualche passaggio storico, di un  popolo, o forme dialettali che hanno lasciato la loro impronta modificandone così la nostra lingua? E  quali i  loro significati, oggi, come appunto il “prendere per il naso”, usato dai contadini nel prendere l’enorme anello posto sul naso dell’animale. Il mio pensiero, pero’, correva ad altro esempio. Che romanzo, “I Demoni“.  A quello pensavo durante la  “sfida” aperta, all’interno del campo da gioco della Biblioteca. Un sfida  tra classici e libri che sono un po’ come “vedere due volte la televisione”. Una sfida difficile? Forse in  “volumi”  per restare in tema, che epero’ sono di vendite, non di qualità, una svida che evoca un grande passato contro un  “volume” precario e ridotto presente, un eco incredibile, amplificato dal “ho sentito dire”, un po’ come un tempo si diceva “lo ha detto la  televisione“, così da conferire una verità granitica. Una verità con poco carattere, anzi, da triste ricordo del tempo che “una cosa ripetuta piu’ volte assume il carattere di verità”, così, tanto per farci…prendere per il naso. Meglio se a ripeterla poi, si usano pochi caratteri. Diciamo 140, “un cinguettio”. Una sfida con 60 milioni di spettatori.  Una sfida per il mondo della scuola, in maniera verticale, con nove milioni di spettatori o gioatori. Tali e tanti sono coloro che sono portatori di sogni nelle nostre aule scolastiche. Una sfida che esce dall’aula magna della Biblioteca e si irradia. Una sfida che si gioca tra classici e meno classici, dove i secondi sembrano vendere e raccontare il già detto ma mai “verificato”, non solo nel senso di  accaduto ma come scelta e voglia di veerifa dei testi, dei documenti nei nostri preziosissimi archivi.  Una sfida che coinvolge inoltre comunicazione e potere, come ampiamente illustrato da Mimmo Candido, illustre giornalista de La Stampa. Una sfida all’interno della stessa serie, perchè identiche sono le “responsabilità” tra chi scrve testi e chi scrive editoriali. sfida quindi all’intenro di un identico campo, quello l’italiano. Perchè l’italiano è un bene comune.

E chi legge un romanzo, “cosa vuole?”, “Cosa cerca?”. Già, cosa cerca?

 “Marciano i contadini e portano le scuri, qualcosa di terribile accadrà” (data della pubblicazione, nel 1861, del decreto sulla liberazione dei contadini)…tanto per rimanere in tema “Demoni”…era il 1861 e… riporta al 150 appena concluso, con una riflessione. Un romanzo, un buon romanzo, è popolare e coinvolge piu’ strati di popolazione, di estrazione diversa. E forse la lettura delle sue pagine ci potrebbe prospettare un mondo diverso, migliore, magari di giustizia sociale. Un romanzo ci “trattiene”, è vita.  E chissà perchè, mi viene in mente un libro, “La cura” di J. Tronto, forse per amore, che è poco, nei confronti dei libri.Un romanzo ha la forza di raccontarci storie sociali, inserirci in  solchi già tracciati da altri, ci fa battere il cuore, ci porta al recupero delle “e”, molto meglio delle i. Ah, i Demoni, che romanzo. E i Promessi Sposi, poi, del grande Manzoni, con la sua struttura. E poi Montale e ancora Fenoglio…….già, ma, come sta l’italiano, oggi? E’ un gigante dai piedi d’argilla? Parrebbe di si. Oggi, un presente  dal terreno “argilloso” ma un passato prepotente, “classico”. E forse a nulla valgono alcuni dati, positivi, come l’incremento delle presenze all’interno delle biblioteche, se ci si reca solo per avere un luogo dove studiare o ripassare, magari con testi portati da casa. Percentuale impressionante, quella che ci attesta che il 71% di chi legge un testo non riesce a spiegarne a terzi il contenuto. L’Ocse, alcuni mesi fa, ci rendeva noto che sulla base di una classifica inerente la condizione educativa, basata sulla somministrazione di un questionario, la lettura di un testo, un giornale, l’Italia occupava il penultimo posto fra una trentina di paesi industrializzati. Fanalino di coda, il Portogallo. Sulla base di quel dato, espresso in percentuale, circa 39 milioni di italiani (68,2%, percentuale comprendente gli analfabeti totali, cittadini privi di qualsiasi titolo di studio e quelli che hanno ottenuto la licenza elementare e media inferiore. Ricordiamo che l’Istat considera tali, analfabeti, solo coloro che si autodefiniscono in uel modo). Percentuale impressionante il basso numero di coloro che leggono un solo un libro in un anno. Eppure, biblioteche, archivi, ci raccontano, ci  narrano, ci donano parole come acqua di fonte. La prepotenza della tv negli ultimi venti anni è davvero impressionante. Anche se meno impressionanti risultano essere le ore dedicate ai programmi di approfondimento culturali.  Troppe” i” (intenet, inglese, e sicuramente meno imprese, delocalizzate o chiuse a vantaggio di speculazioni finanziarie)  e meno “e”, come emozioni? Probabilmente meno “e”, in un mondo davvero globale, dove si puo’ essere in ogni dove e nello stesso tempo, essere davvero soli. Avere migliaia di contatti su facebook, twittare, utilizzare blog, “possedere” una biblioteca immensa, su di uno schermo, senza dover uscire di casa e non aver mai davvero sentito il profumo di un documento, di un libro, di una rivista….forse questo rende d’argilla i piedi di questo gigante, che si chiama lingua; e allora scopriamo che la polarizzazione tra chi conosce e chi no, tra chi detiene il potere e chi no è  ancora viva e attuale, ora come nel 1969  quando “l’operaio conosce 300 parole, il padrone 1000, per questo lui è il padrone” (Dario Fo). Forse davvero sarebbe il caso di riappriopiarci di quei km e km rimasti inesplorati e che si chiamano biblioteche, archivi, dove si conserva la memoria, il sapere. Penso all’Istituto storico della Resistenza di Torino, che rischia la chiusura, e non possiamo permettercelo. E forse davvero bisognerebbe cominciare a smettere di leggere due volte la televisione, ovvero dare importanza e attenzione a libri poco “edificanti” e, sostengo io,  fogliettini in distrubuzione presso le fermate degli autobus o metropolitane. Buoni per alcuni, per farne parole crociate e sapere qualcosa sul grande fratello.E per continuare una tradizione che “3 + 2 fa davvero zero?”…anzi, come dicono gli studiosi di pedagogia sperimentale, “meno cinque?”, ovvero il principio in base al quale in età adulta si regredisce di cinque anni rispetto ai massimi livelli di competenze giunti nell’istruzione scolastica formale. Se consideriamo “le colpe”, direbbe Andrea Bajani, … di una riforma a….crediti e,  sulla classifica degli investimenti in istruzione poi…: Italia terzultima tra i sei ultimi Paesi in rapporto agli investimenti.

Lavoro, solidarietà, volontariato….referendum

Alla lavagna.Valori importanti: amicizia, amore, famiglia e molti altri. Mancano pero’ lavoro, solidarietà, volontariato. Non solo non è presente l’operaio Faussone, descritto ne “La chiave a stella”, di Primo Levi, e neppure un riferimento ad un filmato quale “Amianto, storia di morte” di Giuseppe Orciari, già Sindaco di Senigallia e Tommaso Mancia, un filmato che ci ricorda come si muore e si continua a morire sul posto di lavoro.
Manca, non solo scritto con il gessetto, il termine lavoro; mancano anche termini come solidarietà, volontariato. Magari in questa Italia del 150 si conosce l’articolo uno della Costituzione, dove si ribadisce che il nostro Paese è fondato sul lavoro, un lavoro perso, dall’aprile 2007 da circa 460 persone ogni giorno, senza contare i “sospesi” che vivono in una sorta di limbo: invisibili, per un totale da due milioni. Perchè manca il termine lavoro, provo a chiedere? Perchè, mi rispondono alcuni ragazzi, “è lontanto dai nostri orizzonti”. Strano, che in un Paese come sostiene l’Istat, un under 24 su tre “è in giro”, o meglio, a spasso. Per non contare la nostra provincia, a Torino, dove il tasso di disoccupati è raddoppiato. Non demordo, provo ad immaginare di tracciare una “short story”, una narrazione personale. Quanti di loro avranno avuto un genitore o un parente, anche lontano in cassa integrazione o mobilità o disoccupato? E allora le mani si alzano, prima timidamente, poi, sempre piu’. Altri chiedono cosa sia la disoccupazione, altri ancora la mobilità. Qualcuno prova, sulla base dell’esperienza personale, “il sabato non posso uscire, perchè quei dieci euro per una pizza, tolti al bilancio famigliare, romperebbero un certo equilibrio che solo la sapienza della mamma riesce a mantenere”. Altre mani si alzano, chi chiede cosa sia un ammortizzatore sociale e chi perchè l’insegnante, ogni anno è costretto a cambiare scuola. Altri provano a chiedere come mai alcuni insegnanti terminano il loro lavoro a giugno altri a settembre. Ma non si vive sotto lo stesso tetto? Si, ma i contratti sono differenziati.La discussione, provo ad immaginare, prende altre pieghe; si cerca di comprendere il lavoro, nelle sue forme, se meglio quello dipendente o quello indipendente. Si cerca di capire meglio la congiuntura economica. Un giro, una “cavalcata” che tocca temi quali la solidarietà, il volontariato, lavoro, che manca e quando è presente con quali nessi e quali sfaccettature con il tempo libero. Solidarietà informale piu’ forte, nel caso di disoccupati al Sud che al nord. L’analisi continua, con alcuni articoli della costituzione, quelli sui referendum, gli articoli della Costituzione, il 75, il 138. Una bella discussione che tocca temi di economia, comprese l’inflazione, la delocalizzazione, la deindustrializzazione. Penso ad un film “I lunedì al sole”, storia di una deindustrializzazione di Vigo, con i suoi cantieri navali smantellati.
A proposito di referendum. Una grande possibilità, per continuare a dire ancora la nostra, dopo aver imbandierato di arancione numerose piazze. “Scassiamo ancora”, alla De Magistris.

Il 12 e il 13 giugno, “riferiamo” alle autorità, 4 Si secchi.

Si per dire che siamo contro la privatizzazione dell’acqua e contro la gestione dei servizi idrici da parte di prviati (scheda di colore rosso-quesito 1).

Si per dire che siamo contro la norma che permette il profitto nell’erogazione del bene acqua pubblica (scheda di colore giallo-quesito 2).

Si per dire che siamo contro la costruzione di centrali nucleari in Italia (scheda di colore grigio-quesito 3).

Si per dire che siamo contrari al principio che il presidente del Consiglio o un ministro possano chiedere di non comparire in tribunale nei processi che li riguardano scheda di colore verde-quesito 4).

Sciopero: salviamo l’Italia

La pioggia insistente di questi giorni ricorda quella di alcuni anni fa, insistente che cadde alcuni anni orsono sulla nostra città, a Torino, in Piemonte. Erano gli anni 1994 e 2000. Che stagioni “politiche”. Almeno nel 1994 cadde il governo Berlusconi. La pioggia di oggi cade copiosamente. Le foglie, bagnate, marciscono e si stropicciano ulteriormente al nostro passaggio. La corrente del fiume è veloce; trascina con se di tutto: rami, bottiglie di plastica, ogni genere di masserizia, ricordi personali. Osservo oltre la ringhiera che separa la strada dal fiume. Un ombrello, aperto, è rimasto impigliato sui rami di un albero “sdraiato” sulle sponde del fiume. Un ombrello, un paracadute. Come sempre, anche in questo caso, il “paracadute” non è per tutti. Come gli “ammortizzatori sociali”. Mi soffermo a pensare e mi balenano numerose contraddizioni. “Al di là dell’Atlantico”, ricordava un editoriale del giornale subalpino, c’è una società aggressiva, vitale; da noi, una società ripiegata su se stessa, egoista. Al di là dell’Atlantico si comprano titoli del debito a lungo termine, con lo scopo di mantenere bassi i tassi di interesse e avere così corposi vantaggi: aziende che si ingrandiscono e che creano posti di lavoro con capacità di rifinanziare mutui a tassi convenienti, e tanta, tanta disponibilità di spendere per i consumatori. Tanti dollari, tantissimi dollari. Dollari che prenderanno la strada, nuovamente, della speculazione: dollari per comprare azioni di una stessa azienda in modo tale da aumentarne il suo valore. E le bolle si gonfieranno. Eppure quando si studiava economia ci veniva sempre detto che “non si stampa moneta”, si agisce come “carta assorbente” per limitare il circolante. E da noi, popolo di santi e navigatori? Al di qua dell’Atlantico qualcuno si bea che siamo il Paese con piu’ telefonini, (in realtà sarebbero piu’ sim). Lo steso signore si bea affermando che siamo il Paese con una percentuale altissima di proprietari di case. Ma siamo anche il Paese, e non si spiega la contraddizione, con il 40% di precari. Come stanno insieme le due cose? Abbiamo un salva-precari che conferisce posti di lavoro, a chi lo aveva negli anni passati, un incarico che parte solo ora, a novembre e per pochi mesi. Siamo il Paese in cui lo Stato ti legalizza la precarietà per otto, nove, dieci anni e dove le buonuscite per chi ha occupato posti di rilievo in qualche nota banca fanno inorridire mentre ai precari è precluso, magari dalla stessa banca, qualsiasi prestito. Siamo il Paese in cui la bellezza delle relazioni e dell’accoglienza fra generazioni si rafforza perchè la situazione, di noi precari, di noi di questa generazione, è sostentua dalla solidarietà dei genitori, degli anziani, dei saggi, formatisi alla scuola del conflitto di classe che ora si è assopito solo perchè qualcuno lo fa credere un arnese vecchio per gonfiare ulteriormente la propria borsa; la generazione, quella dei saggi, del sapere tramandato del movimento operaio e non dal sapere del grande fratello, di amici o dei tronisti, proprio queI saggi che con le loro lotte e il loro sudore hanno fatto si che i salari potessero incrementare così come accadeva per l’aumento della produttività, senza intaccare i profitti. Lavoratori, quelli, che chiedevano come il pane il sapere, quello vero, quello autentico, frequentando le 150 ore dopo otto ore di fabbrica; quelle 150 ore che hanno insegnato la lettura di una busta paga per “non farsi fregare dal padrone”. Dove è andata a finire la voglia di prendere coscienza? Noi, studiamo, otteniamo una laurea e ben che vada entriamo a far pare di un call-center, o reclutati per qualche mese da una agenzia interinale, o, se va ancora meglio, in qualche profilo basso nell’istruzione, quell’istruzione che ricorda il disastro di Pompei. Conosciamo due o tre lingue, amiamo viaggiare, ma gli Eurostar e tutto il low-cos lo vediamo solo sfrecciare, perchè a noi, non è dato nessun “ombrello”, nessuna protezione. Siamo un problema, noi giovani, ma, “siamo il Paese con il piu’ alto tasso di proprietari di case”, e così, questa frase assume un ritmo ad consesso internazionale” in cui parla il premier. Siamo il Paese in cui una famiglia media di quattro persone spende, in media, 113 euro al mese di spese sanitarie e di questi 37 euro per farmaci. Siamo a Torino, la città in cui si sperimenta l’S.o.s, spesa ortofrutticola solidale, che raccoglie la frutta avanzata nei mercati per darla a chi ne ha bisogno. Siamo il Paese in cui 37 sono i metri quadrati che spetterebbero come spazio vitale a ciascuno di noi, magari a 500 euro al mese. Poco importa se siano 7.800.000 come sostiene l’Istat o 8.370.000 come sostiene la Caritas i poveri, gli invisibili, i nascosti, costretti a “vivere nei 37 metri quadrati” mentre, d’altro canto siamo il Paese in cui il Presidente del consiglio possiede e vive in ville e villette dove potersi rilassare dalle sue fatiche. “Al sindacato spetta negoziare le condizioni di lavoro e la spartizione dei frutti; alla politica far funzionare meglio il sistema produttivo e rendere la torta piu’ grande possibile e che nessuno ne sia escluso”. Questo sosteneva alcuni giorni fa un giuslavorista. Peccato che in trent’anni le disuguaglianze siano aumentate e chi era ricco lo è ancor piu’ e chi era povero lo è ancor piu’. La busta paga è sempre piu’ misera e welfare e fiscalità non hanno piu’ la capacità di essere forze capaci di attenuare le disuguaglianze. E la torta l’han mangiata sempre i soliti noti. E così, neanche la scuola, l’università, riescono a garantire inclusione e ascesa sociale, inoltre, il dodicesimo rapporto annuale “Gli italiani e lo stato” del 2009 (Ilvo Diamanti, consultabile su http://www.demos.it) ci dice quando sia basso il grado di fiducia nelle istituzioni dello stato repubblicano. Cerco di limitare la “mia povertà” con ottime letture: da Dostoevskij a Veronica Tomassini, Lia Tirabeni, Elvira Tonelli, ma nulla sembra cambiare. “Annus Horribilis” direbbe come dice nel suo libro Giorgio Bocca.Ma ogni consesso ha il suo arbitro Moreno che alza il cartellino rosso. Signor Berlusconi, cartellino rosso. Il suo film, venuto davvero male, è terminato. Il tempo delle barzellette è davvero terminato.

Spero in una forte e massiccia partecipazione. Non c’è silenzio che non abbia fine.