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Un cappuccino “insieme alla storia” al bar “la casa del caffè”

Torino 4 novembre 2014. Comune. Foto, Romano BorrelliAll’uscita dal lavoro, l’atmosfera era proprio quella adatta. Giusta. Pioggia battente. A tratti, nebbia, asfalto bagnato e che luccica e riflette. E ti rifletti. Le 16.45. Le mani sono fredde ma il tempo non abbastanza per cercare in qualche fondo di un qualche armadio di una qualche stanza di una sola casa, in affitto, i guanti che di anno in anno rivestono le dita fino ai polsi. No.

Ho voglia di un cappuccino, da sorseggiare in un posto particolare, in una casa. Del caffè. Come la pioggia insistente picchia sulla testa così il pensiero di riprodurre su fogli realtà e fantasia diviene di ora in ora sempre più insistente.  Raggiungo il bar. Ordino il cappuccino e scambio qualche chiacchiera con Giancarlo e Gaetano, nella realtà. Torino, Bar Casa del caffè. 4 novembre 2014. Foto, Romano BorrelliIl cappuccino arriva. Caldo, bollente, schiuma compatta. Nessun foro. Sono rimasto solo, nel locale, insieme a Giancarlo e Gaetano, dall’altra parte del banco, e i personaggi che affollano i mie pensieri; chi mi precedeva ha pagato, salutato e riversato il suo “a domani”. Mi “accuccio” attorniato da cioccolatini di ogni sorta. Il cappuccino ha fatto il suo corso. Forse è arrivato fino alle mani, alle dita. Ora sono calde e pronte a scrivere. Chiudo gli occhi, dopo aver visto e assorbito tutto il possibile. Pago. Declino il mio saluto e il mio “a presto”, anzi, prestissimo.  Afferro la maniglia della porta. Mi assale una necessità impellente, non fisiologica. Ho voglia di saltellare tra questi colori di queste minuscole pozzanghere davanti al Comune, così come capitava nelle serate invernali davanti al Valentino, quando una lei mi costringeva a immergere scarpe e piedi nella neve, per quel senso, che solo lei, a dire il vero, provava. Oggi invece saltello, tra una pozzanghera e l’altra, meglio, tra il riflesso di un cerchio e l’altro, meglio ancora, tra gli anni nella storia. Il blu è il 75, il 76, il 77, il 78, il bianco, gli ottanta, fino all”85. Saltello, tra i colori, come fossero i quadretti numerati, quel gioco che piaceva tantissimo ai bambini. Saltello negli anni. Il rosso me lo invento, li, davanti al portone, dove immagino che da un momento all’altro possa uscire Diego. Diego Novelli, i comunisti, la galassia della sinistra, le mani e il mani. Festo. Era proprio questo che desideravo. Prima del cappuccino. Anzi, il cappuccino era “propedeutico”. Salto, gioco, nei miei momenti di libertà, nel mio riappropriarmi delle cose che piacciono. Sfoglio pagine di anni passati, formati, sformati dall’usura e dal tempo,  e compongo.  Prima o poi, Novelli, uscirà. Piove, parecchio. Ma è piacevole, e onestamente, non mi importa molto. Ci sarà anche in solitudine qualcosa di romantico. L’acqua ormai è entrata abbattendo ogni barriera protettiva, dapprima le scarpe, poi i calzini. Non importa. E’ il mio tempo. Mentre saltello realizzo che è passato il 50. Anzi, sta passando, dopo la solita sosta e il suo cra, cra, cra e “orecchio dell’elefante” arancione,  per l’ennesima volta fatto rientrare e rilasciato subito dopo.. Ora è fermo. Speriamo non esca Novelli dal Comune, proprio ora, rischierei di non vederlo, di perdermi un pezzo di storia e non riuscire a presentargli Laura e Mario. Il resto, lo inventeremo.

Ps. Colgo l’occasione per dire di aver visto, anni 2014, Juri Bossuto, saltando tra un cerchio e l’altro, proprio qui, davanti al Comune di Torino. Un ringraziamento per aver mostrato un forte senso di amicizia rendendomi noto, per primo, il suo ultimo lavoro. I cerchi sono oramai alle spalle e con ogni trasformazione possibile mi ritrovo “cosa unica” con l’acqua della pioggia e la luce specchiata della casa di tutti i torinesi.  E’ stato un piacere sfogliare alcune pagine del geande viaggio che si chiama vita. Calzini bagnati ma con lo spot al libro, ai libri e di “librarsi” un pochino.

Ps. 2. Certo che questo posto e’ fonte di soddisfazioni,  per me e blog, articoli sulla luce, la lettera del sindaco Fassino per gli auguri al sig. Torre, il lavoro di Juri….tutto sotto i riflettori. Prima e dopo…..

 

ps. Spegnamo l’ignoranza.

Primo maggio a Torino

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Torino. Piazza Castello. Corteo primo maggio 2014. “No alle aperture dei negozi e supermercati nei giorni festivi”.

Avrei voluto cimentarmi in una “pseudo-cronaca”, nel racconto di chi c’era e chi no.Sul grande assente di oggi e sul passato lavorativo di quanti hanno nelle mani i segni della fatica del lavoro di una vita, sul viso gli stenti di una vita stretti alla catena, di donne a conciliare lavoro in fabbrica e lavoro in famiglia, e di occhi che hanno visto tutto, nella luce artificiale della fabbrica: mattino, pomeriggio, sera, notte. Compagne e compagni di lavoro, pensionati, amici di scuola, famiglie con bimbi e passeggini al seguito.  Torino, la crisi e il lavoro che manca. La crisi del settimo anno che comunque porta in piazza, a Torino, oggi, migliaia di persone. Aspettavo la giornata di oggi, per incontrare storie, raccontarle, scriverle, provare a svolgere quello che pia e, impedito durante la settimana. Non esistono piu’da un pezzo le catene, ma altre catene impediscono di fare cio’ che si vorrebbe, cio’ per cui abbiam studiato e accontentarci cosi, al ribasso, pur di sopravvivere. Nella festa, il festeggiato, pero’, è assente. Nella festa del lavoro, manca proprio il lavoro. Che paradosso. Un lavoro povero e quel poco riceve poco reddito. Per alcuni, paradosso dei paradossi, è l’alba della mobilità. Associazioni, categorie, partiti.  Amici. Tra gli amici, incontro Marco  Revelli che usa con abilità un cellulare di ultima generazione e filma, filma, filma. Dopo aver tenuto per un bel pezzo lo striscione dell’ Altra sinistra. Filma e  fotografa diventando bravo tanto come quando parla e insegna scienza della politica. E sorrideva, sotto i suoi baffi. Mi sarebbe piaciuto sapere a cosa pensava, a quante feste del primo maggio gli “ronzavano” nella testa.  Recuperi la piazza, Castello, poi Via Po,  dove incontri il gruppo di musica e ti dicono “ci manchi e manchi tanto ai bambini”,  poi, l’altra piazza, Vittorio, testa e coda del corteo. Avanti e indietro a stringere qualche mano e “ciao, come stai?” e così fanno in tanti.  Incontri Armando Petrini, in versione ecologico, bici e bandiera, Simone, ormai, ben inserito e amici incontrati a Roma,  Ferrero, amici incontrati dieci anni fa, in treno o a qualche manifestazione per la pace, a ridosso di un San Valentino. Amici, amiche, compagni, compagne, uniti e poi divisi da qualche documento, qualche parola non limata bene finita nel calderone di un documento. Documenti contrapposti. Mozioni, aree, correnti, come le si voglia chiamare, buone per “dividere” più che unire. Contrapposizioni in ambito congressuale e che continuano in molte riunioni. Eppure, al primo maggio, in piazza, ci devi essere per ritrovare un pezzo della storia, un pezzo di se stessi. Ecco, ci siamo. Ci siamo ancora, nonostante tutto.  La mattina ti alzi presto, metti il vestito buono e vai incontro a loro e loro vengono incontro a te. I lavoratori. Gente con cui mangi pane, sudore e lacrime, mentre gli altri, godono dei profitti accumulati sulla pelle altrui. “Domenica aperti”,  e pensi che non vorresti mai vederlo un cartello così, e invece, ora ci è toccato vedere anche cartelli, come “Primo maggio aperti”.  Il film della memoria corre di chi è in piazza comincia a proiettare scene di cordoni dei militanti che “proteggevano” Bertinotti, Cossutta, Rizzo e altri ancora e tutti insieme che cantavano l’Internazionale. La sinistra, un tempo. Altri ricordano il primo maggio del 1994, a Torino, subito dopo quella grandissima manifestazione del 25 aprile di Milano, sotto la pioggia, ai piedi del Duomo. “Un milione sotto la pioggia.”  “Che liberazione”. Non erano solo titoli di giornali. Era un riporre la speranza ne voler e poter cambiare una politica e una maggioranza fresca di urne.  Tutti  i partecipanti indossavano  quelle magliettine bianche, con il bimbo che dorme e pensa che in fondo, “la rivoluzione non russa”. Il primo maggio, tutti vogliono esserci, in piazza, per ricordare “di quando  suonava la campana della fabbrica e la linea partiva, quando  verso mezzogiorno, quel rumore liberava i lavoratori dalle catene, di montaggio, e si riappropriavano della propria libertà, andando a mangiare, in pausa. E quando la pausa te la concedeva, il padrone, non quando l’organismo, il fisico vorrebbe.

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Torino. Piazza Castello. Banda musicale. Primo maggio 2014.

La linea, era li, a dettare i tempi e comandare. E  i ricordi si riproducono a  valanga, come fossero accaduti ieri. I pensionati, ricordano quando “volevi andare a pisciare” ma non potevi, perché “la prima pausa era toccata a te“, quando non “avevi bisogno di pisciare”. “Per pisciare, avevi tempo, si, ma dovevi aspettare altre due ore”. Quel gusto così buono della pizza ancora calda e di quelle brioches che forse non erano buone, ma almeno riempivano la pancia e aiutavano a combattere quel “mostro” sempre in cammino, della catena di montaggio. Le mamme, che usavano la pausa per raggiungere la cabina telefonica per telefonare a casa e svegliare i figli. Lasciando ancora raccomandazioni.  “Il caffè è già pronto. La pasta, a mezzogiorno, e il sugo è ancora caldo. L’ho preparato questa mattina. Alle quattro. Mi raccomando.” Cuore di mamma.  E così, i tempi  scivolavano via, lentamente, e oggi, nella giornata di oggi, provi a raccoglievi. O almeno, avresti voluto. E così,  infatti, cercavo di raccoglierli, in una giornata della Festa dei lavoratori tutt’altro che da festeggiare, per i numeri che le cronache sulla disoccupazione ci forniscono.  E che allarme, sul e del lavoro!!

 

Pero’, il primo maggio,  bisogna esserci. Ad ogni costo.  Una festa bella, giovane. Di tutti. Per tutte, tutti. Spiace aver visto le saracinesche  di alcuni negozi e supermercati tirate su. Mentre dovevano restare giù.

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Torino. Via Po. Studentesse e studenti universitari. Primo magio 2014.

Mi sarebbe piaciuto scrivere di piu’, storie di vita, storie importanti, ma, a metà di via Roma, si verificano momenti di alta tensione, davanti. Senza capire il perché, chi è davanti, comincia ad indietreggiare. Allungare il passo e poi a correre. Mamme con bambini piangenti cercano velocemente vie di fuga, laterali. Ci si perde e ci perdiamo. Le parole, insieme alle lacrime dei bambini diventano di ghiaccio. Sono impronunciabili. Si perde molto.  Perdo la forza, le parole, i pensieri, il blocchetto con tante storie che avevo già raccolto.  Pensavo che le perdite fossero più che altro a livello personale. Anche a livello collettivo, certamente. Le parole diventano di ghiaccio e non sono più pronunciabili.  Oggi,  le perdite, sono soprattutto  a livello collettivo. Perdiamo tutti. Doveva essere una giornata di festa. Dei lavoratori. Non una musica così…stonata. Doveva esser un’altra musica, di speranza.  La speranza di seguire un sogno. Musica. Come quella suonata dalla banda che era in corteo.

 

Penso al cassetto dei nonni……….mentalmente lo riapro.

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Torino. Via Po. Ragazza con bandiera “L’altra Europa con Tsipras” in via Po. Primo maggio 2014.

Vorrei sentire il profumo, della speranza…

 

 

 

Il fiore del partigiano

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Questo è il fiore, del partigiano. Questo è il fiore, al partigiano. Quando si era piccoli, si usciva, e tutti i tram e i bus della nostra città, verdi prima, rossi poi, arancioni ancora,  esponevano, sul muso anteriore, la bandierina italiana. Si capiva, tutti, che era la festa della Liberazione. La lotta di Resistenza partigiana culminata il  25 aprile. Momento piu’ alto della storia italiana.

Tanti i modi per ricordare la  Liberazione. Col farsi grandi, prendevano piede le fiaccolte, del 24 sera,  a Torino, e i brividi salivano sulla schiena quando vedevi comparire i partigiani sul finire di via Pietro Micca, prima di entrare in Piazza Castello, al termine della camminata. Che brividi a pensare ai partigiani, alle staffette, alla grande libertà e democrazia che ci hanno consegnato. Poi, col tempo l’Istituto storico della Resistenza, i fiori in ciascuna lapide ” a loro ricordo” in tanti angoli della città. Ancora, Casa Gramsci. In mezzo, una manifestazione, Milano 1994. Sotto la pioggia, ma………….”Che Liberazione”. Così titolava il Manifesto. Eravamo trecentomila. Sotto la pioggia.  Treni pieni. Andata e ritorno. Forse l’inizio di una fine. Elezioni perse da poco. In quell’anno.  La gioiosa macchina da guerra si era inceppata.  Qualcosa che pare non passare. Ancora oggi. Confusione. A due mesi dalle elezioni, chi vince le elezioni, con un premio di maggioranza non riesce ad esprimere un governo, e forse, come la si osservi,  non è  riuscito neanche ad esprime un candidato alla Presidenza della Repubblica. Il dodicesimo, che poi è l’undicesimo, Presidente della Repubblica è Giorgio Napolitano, o Napolitano Giorgio, o G. Napolitano, o ancora Napolitano G.Così, tanto per tenere sotto controllo il tutto.  Forse un ritorno malinconico, quello del Presidente, nonostante i 21 colpi di cannone o probabilmente  il viaggio in Flaminia. ( Correzione: Niente viaggio in Flaminia, e niente corazzieri a cavallo). Una sicurezza per molti. Applausi nell’emiciclo di tantissimi, per altri,invece, l’elezione rappresenta un’ ultima tassa “pagata all’inganno e ipocrisia”.  Nella società liquida, dei partiti liquidi,  dei colloqui in streaming, dei messaggi gratuiti, dell’analogia “delocalizzazione partito-non partito” anche la leadership di un politico si è squagliata, come neve al sole.  Come i voti. Come certi finti o brevi  amori. O confusi.  Chissà dove è andata a stazionare la delicatezza d’animo.  Per alcuni, lo scenario, l’esito di questo film è colpa di una fusione di un partito, anzi due,  non ponderata, avviata troppo velocemente. Forse il pegno pagato alle primarie: un ricambio accelerato, un rinnovo della vetrina dell’apparato politico senza tener conto della mancata conoscenza di certi temi. O forse a voler tenere il piede in due scarpe, non si procede bene. E così, qualcuno asserisce un meno 6% di consensi in meno al Pd, altri, invece, rincorrono eventuali traditori. Forse non è stato capace di dare risposte alle domande provenienti dal Paese. Nessuna riedizione, nessuna rincorsa al sistema fotocopia dell’ultimo anno e mezzo, di sosteneva, prima delle elezioni del 24 e 25 febbraio e invece, tutto, o quasi, tal quale a prima. Dall’ ABC si temeva il pasaggio al BeBe, “morto” precocemente in culla. Almeno, in parte. Forse, continuando col “sistema” Boldrini Grasso sarebbe andata diversamente. Forse. Davvero la politica pare esser precipitata nel sottoscala del buonsenso per far posto al battibecco da liceo. Bastava dare un’occhiata alla connessione sentimentale. Invece, sottoscala. Come le incomprensioni di coppia, ormai sfiatate, intente a costruire altre realtà invece di affrontare i veri nodi.  Colpa del tempo. Colpa del vento o della pioggia dei giorni scorsi. Scilipotume da commedia. Magari la storia avrebbe detto, dato, altro e altri Presidenti. E così il paradosso.  Sembrerebbe che chi ha perso le elezioni, o meglio, non le ha vinte, finisce per averle vinte. E così, i brividi che tornano alla schiena per timore di rivedere certi personaggi armati di forbici nel già scheletrico corpo statale.

Un pensiero a questi nomi, su questa lapide, su questo fiore, posato da persone che credono nei valori della Resistenza, dotati di delicatezza d’animo. Consistenti. Dalle radici profonde. Coerenti. Sempre fedeli al ricordo. Poco distante, la scintillante stazione, punto di arrivo e di partenze. Fonte di gioia e tristezza, oscillazioni e pendolarismi. Ma la tristezza non è una categoria politica. Forse come la riconoscenza. Talvolta come nelle relazioni.

Tra pochi giorni, usciranno nuovamente i bus e i tram dai loro depositi. Con le bandierine. Sarà il primo maggio. La festa dei lavoratori. Nonostante i 500 mila in cassaintegrazione e i quasi cinque milioni tra disoccupati, sotto occupati, o demotivati che non cercano. Anche se………….”affondata sul lavoro”, come sostiene il libro di Gabriele Polo, presentato alcuni giorni orsono da Marco Revelli e Luciano Gallino. Il lavoro forse dovrebbe essere rimesso al centro. E basta austerità.

Io sciopero

 

Giovedì 15 ottobre. Scuola. Ciao, domani aderisci allo sciopero?, domando ad una collega. “Non so, dipende: se gli amici dell’altra scuola aderiranno, sicuramente”. Rivlgo ad altri l’identica domanda: “Ciao, domani aderite allo sciopero? “No, abbiamo già dato”. Tento ancora. Magari, a volte la fortuna…Ciao, domani, aderisci allo sciopero? “No”, e guardando i suoi allievi, essendo l’insegnante di sostegno, mi risponde: “Impossibile aderire, se pensi a loro”. Eppure, penso: anche gli insegnanti di sostegno, che quotidianamente affrontano difficoltà nel loro lavoro, dovrebbero pensare e formulare una risposta differente. Piu’aderente alle esigenze di chi ha bisogno. Io, invece, aderisco. Rispondo “alla chiamata”. La seconda, di sei ore. Sei piu’ sei, per tenere alta “l’attenzione”. La mia. Non quella di altri. “Le merendine” non saziano mai e non riempiono mai le pance vuote”. Rispondo affermativamente, a questa chiamata, non fosse altro per evidenziare una società “decomposta” che si caratterizza per una regressione culturale ed un attacco alla scuola. Aderisco allo sciopero e non mi importa la contabilità del “quanti eravamo”. Se in piazza eravamo diecimila, o quindicimila o, come sosteneva qualcuno, ventimila. “Esageroma nen”, era solito dire Bobbio. Scendo in piazza perchè decido, scelgo, in maniera adulta, responsabile, perchè questa società, così come è, non mi piace. Scendo in piazza, non per fare compagnia a qualche amico. Manifesto e “continuo a dare” perchè il terzo autunno di crisi economica-finanziaria ha accentuato ulteriormente il fenomeno di cui sono vittima. Insieme a chi ha scelto e deciso di non scioperare. Siamo vittime. Consapevoli e inconsapevoli. Eppure, quel fenomeno,la precarietà, tocca moltissimi. Precarietà: condizione strutturale, esistenziale, generalizzata. L’esasperazione dell’individualismo porta a quelle risposte raccolte, del perchè quei colleghi non hanno manifestato. Anche io osservo i ragazzi diversamente abili, cosa avrebbero bisogno e cosa non hanno; le contraddizioni fra lavoratori di serie a e serie b, all’interno della stessa scuola, strutture mal funzionanti; contratti “stop and go”, eppure mi ripeto sempre che “Il problema degli altri è uguale al mio: sortirne tutti insieme è la politica. Sortirne da soli è l’avarizia”. Ah, come mi manca “quella professoressa”. La vigilia dello sciopero, tre risposte “avare”. Come vive il Cristiano la propria fede? si domandava un don, alcuni giorni fa. “Solo calandosi nella storia e nella sua oscurità con una franchezza di denuncia di tutte le illegalità… a tutti coloro che hanno a cuore le sorti di questa Italia si chiede un gesto di generosità e tenerezza” (don Andrea Gallo, il Manifesto, 10 ottobre 2010). Quelle professoresse di oggi, invece, avrebbero potuto chiamarsi “Tina”: senza alternative. L’alternativa, per loro, “è sortirne da soli, cioè, l’avarizia”.

Scendo in piazza, misurandomi con i numeri di questa città, che spende meno, che perde posti di lavoro. Scendo in piazza, misurandomi con i numeri che indicano disuguaglianze in aumento nel Paese, che tra il 1983 ed il 2005 la percentuale del Pil attribuibile ai profitti d’impresa ha registrato un balzo all’insu’ pari ad otto punti di pil, E i dipendenti Fiat, nel 2009, si accontentavano di 11 mila euro annui. Penso a quelle tre risposte, e a molte altre ancora. A comportamenti di molti che ne “sortiscono soli” e cercano il proprio tornaconto, incapaci di gesti di generosità. La prima cosa che mi viene in mente è urlare un “Kiss the past, goodbye”! E lo penso. Pero’ penso anche ad ex colleghi, ora disoccupati; a Simone, in piazza, perchè preoccupato di rimanere senza borsa di studio. Penso ai senza lavoro, cassintegrati, in mobilità, precari, senza tetto, senza fissi dimora: tutti precipitati nell’emarginazione. Che contraddizioni: internet, i-Pad, i-Pod, google, connessioni continue, esserci, eppure, tutti quelli come se non esistessero. “Ogni città d’Italia, contiene al proprio interno un’altra città, nascosta e quasi invisibile: la città di chi campa di poco o di niente…”. (Veronica Tomassini, Sangue di cane, Laurana Editore). E, rifacendomi al suo stupendo libro, di Veronica, scopro che sono qui, anche per Simone, Domenico, Cosimo, F., D., e tanti, molti altri. “Vi ho tutti stretti nel pugno, siete un soffio. Chiudo il pugno e vi fermo tutti, tutti…” così scrive Veronica, così rispondo a chi mi chiede: “Fai sciopero?”

“La legge del piu’ forte”; “Controcanto. Sulla caduta dell’altra Italia” del prof. Marco Revelli

Diritto e legge. Mercato e fuori. Operaio contro capitale. Conflitto operante. Solo che questa volta il ricatto mi ricorda una vecchia, ma non molto, pubblicità: ” Ti piace vincere facile, vero”? Ti piace vincere facile, vero, Fiat? Flessibilità e produttività, termini tanto abusati fino a poco tempo fa; messi da parte, in un certo senso, oggi. Da accantonare. Mercato e fuori. Mercato, come compressione ulteriore dei salari. Fuori, perchè con quel tipo di accordo, di colpo, ci si immette in un’altra realtà, dove, il diritto alla salute, sarà un optional, (alcuni giorni di malattia non saranno retribuiti, in questo caso, i primi tre); le pause, poi, in quel nuovo contratto, “calato dall’alto”, saranno contratte; lo sciopero, diritto individuale, per carità, meglio non parlarne, ed anzi, sarebbe meglio non aderire quando è proclamato; forse sarà anche “fuori” adempiere a “funzioni elettorali” quali lo scrutatore o il rappresentante di lista; tutto quello insieme ad altri diritti, che vanno via, velocemente, grazie, si fa per dire, al consenso di una parte del sindacato, che non riesce mai a dire no. Oggi, su “Il Manifesto”, Marco Revelli, in prima pagina, scriveva “La legge del piu’ forte” rammentandoci che alcuni diritti, come il diritto di sciopero, sono sanciti costituzionalmente. Altri, come il pagamento dei primi tre giorni di malattia, garantiti dalla legislazione ordinaria. Ancora, la perdita della gestione del proprio tempo, in un modello di produzione che privilegia l’esigenza aziendale: una settimana si lavora sei giorni, una settimana quattro. Con tre turni giornalieri da otto ore. Il mercato, il fuori, l’impresa, vuole mano libera nel gestire. Un esito “darwiniano”. La legge del piu’ forte. La legge del “ti piace vincere facile”. Ma non erano proprio quei sindacati che erano scesi in piazza per il Family Day, mettendo al centro la famiglia? E ora, meglio l’esigenza aziendale della famiglia e dello stare insieme? Utile anche la lettura di Liberazione di oggi, con l’editoriale di Giorgio Cremaschi.
Velocemente, con il consenso di chi dovrebbe mediare, convocare le parti, tutelare il piu’ debole, si vorrebbero distruggere, annullare anni e anni di sacrifici, di lotte, di conquiste. In un colpo solo fare carta straccia della nostra Costituzione. Velocemente si vorrebbe proporre una nuova legge, una nuova Costituzione, da “esportare” in altri siti produttivi. Magari fosse vero, per loro. E il guaio è che sulla pelle degli ultimi, con l’avallo di una parte del sindacato, si è riusciti a compattare gli operai. Per accettare una cosa non buona. Gli operai si devono compattare per dire no alle porcherie di chi pensa che con i soldi si ottiene tutto. Favori compresi. Non solo case, magari, senza saperlo.
Quante cose si sono accettate negli ultimi venti anni. Con il consueto ritornello che “piu di così non si poteva ottenere”. Infarcendo anche le scuole di precari, per anni e anni. E siccome sono precari, le visite mediche e i corsi sulla sicurezza sono diventati optional. Come l’anzianità di servizio. Che non si matura mai. Perchè saremo sempre “nuovi” con nuove scuole di destinazione. Non importa se a settanta o ottanta km di distanza. Non importa se poi per raggiungere il posto di lavoro, precario, devi munirti dell’abbonamento per il trasporto. Non importa se tutto cio’ senza buoni pasto. Occorre reagire. Occorre svegliarsi da questo torpore.
Utile la lettura del libro del prof. Marco Revelli, “Controcanto”, sulla caduta dell’altra Italia. Un libro che va letto e riletto.

Giovedì 17 giugno alle ore 21, il libro verrà presentato presso la Sala Consiliare di Chivasso (Torino), piazza C.A. Dalla Chiesa.
Grazie Marco.

“Avanti popolo”, “con classe”

precariatoPresente e futuro. Due tempi, due mondi. Il nostro, il loro. Una speranza, in comune: quella  che nessuno di noi, mai più, debba pagare un conto, una crisi, la loro, di quelli che “hanno giocato a monopoli” senza il nostro consenso; una crisi che noi non vogliamo e non dobbiamo pagare. Cosa vorrebbero farci pagare? Lo dicono i giornali di oggi. Ecco il conto che ci presentano: “In Europa, negli ultimi tre mesi del 2008, sono stati persi più di 670.000 posti di lavoro. Pessime le previsioni per il futuro: secondo la Cgil entro il 2010 i disoccupati in Italia aumenteranno di un milione. “(Il Manifesto).

“Crisi, l’Italia un paese di disoccupati e precari” (Liberazione, il giornale da me preferito); all’interno dell’articolo si snocciolano  alcuni dati: “Se il 2010 era la data più probabile per il “fine corsa” della depressione economica, per l’Italia non sarà così, anzi. Da qui a quella data, l’Ires Cgil prevede un milione di disoccupati e un prodotto interno lordo ridotto al -4% complessivamente; il tasso di disoccupazione nel 2010 rischia, infatti per la Cgil, di salire fino al 10,1% ed anche nelle ipotesi più ottimistiche di arrivare al 9%. Ciò comporterebbe una perdita di un milione di posti di lavoro fino al 2010: solo nel 2009 si prevede infatti un calo di mezzo milione. I nuovi disoccupati, calcola l’Ires, porteranno il totale dei senza lavoro a 2,3 milioni nel 2009 e a 2,6 milioni nel 2010. Il tutto mentre si allarga a 3,4 milioni di persone l’area della cosiddetta instabilità occupazionale: quel mondo di dipendenti a termine e di collaboratori vari su cui incombe di più il rischio di perdita di lavoro. Un’area di instabilità così suddivisa: “”Parasubordinati” 14, 4 %;

“Non occupati da non più di 12 mesi, 19,3%;

“Dipendenti a termine volontari”, 6%;

“Dipendenti a termine involontari”, 60,3%. Il dato è tratto da Repubblica, a pag. 6, articolo di Luisa Grion,  (fonte: indagine forza lavoro-media 2007). Proprio la Repubblica, sempre a pag. 6, titola, “L’Europa perde 670 mila posti. Cgil: verso un milione di disoccupati”.  (articolo di Luisa Grion).

Lavoratori e studenti, un appuntamento, per domani ed il nostro domani: a Piazza Arbarello, alle ore 9.30, per lo sciopero indetto dalla Flc-Cgil. Lavoratori, come quelli della Indesit e chissà quanti altri. Studenti, collettivi, ragazzi del Politecnico, precari della ricerca studenti, medi, gruppi di genitori, lavoratori della scuola, docenti, tecnici, amministrativi, collaboratori, ecc. ecc. Uno sciopero che serva a dire ancora una volta che noi, popolo, noi classe, il conto del taglio, non di un pezzo di stoffa, ma “di persone in carne ed ossa”, non lo vogliamo pagare. “NO  AL TAGLIO DI 87 MILA DOCENTI E 42 MILA LAVORATORI DEL PERSONALE ATA”. E la “classe”? La classe che prova a “surfare” l’onda si ritrova in un periodo in cui, “nel frattempo il governo ha aggravato la situazione, c’è una legge, la 133 e un dl, il 180 approvati che hanno dato un ulteriore colpo di grazia  all’istruzione del nostro paese, già abbondantemente martoriata” (il Manifesto”, pag.7, Stefano Milani).

Il corteo terminerà in Piazza Castello dove saranno presenti e interverranno rappresentanti degli studenti e precari della ricerca, oltre alle associazioni studenti. Le conclusioni saranno affidate al segretario generale della Flc-Cgl Piemonte, Rodolfo Aschiero e al segretario generale della Cgil Piemonte, Vincenzo Scudiere.

Per quanto mi riguarda, domattina sarò in Piazza Arbarello. Ritengo che aderire sia essenziale, per il futuro, nostro e loro.  Ancora questa mattina, discutevo con alcuni colleghi sulla necessità di aderire per non morire, “di fame”. Molti avranno la “pancia piena”, perché stabilizzati, perché prossimi alla pensione, o perché ritengono lo strumento dello sciopero poco utile, magari vorrebbero “un anticipo di quello virtuale”; altri, mi riferiscono, timorosi per eventuali ritorsioni, nelle scuole-caserme, da parte di DSGA e Presidi, nel caso in cui risultassero da soli nella lista degli scioperanti. Parrebbe che alcuni non abbiano “insistito” abbastanza nel coinvolgere. Eppure, mi pareva di aver capito il contrario: in ogni caso, rispetto il diritto a non manifestare. Vorrei però, che tutti i sindacalisti Cgil ritenessero opportuno e necessario aderire; per quanto mi riguarda, quest’anno ho aderito a tutti gli scioperi, anche a quelli dei Cobas. Ritenevo e ritengo valido il merito. Non vorrei, da domani, rispolverare, anche per una questione sindacale (e non politica, che a volte ve ne sarebbe bisogno)   Georg Simmel, che indicava i “socialisti da parrucchiera” ( gauche caviar), coloro cioè, che  stavano a sinistra, ma non vivevano in modo conseguente. Non  vorrei, dicevo, applicare questo concetto ai sindacalisti, eletti, ma “assenti”.

Un’ultima considerazione: non so chi si cimenta a leggere il blog, penso lavoratori, precari, disoccupati,  e ne sarei contento; non ritengo condivisibile l’etichetta di “vecchio”, nel senso di proporre argomentazioni rimaste indietro rispetto all’evolversi della società. Penso che la risposta stia proprio in quell’affermazione precedente: “gauche caviar”. Penso che il benessere se non correttamente gestito può far male a tanti, e che le comodità, le ricchezza, ma spesso, “le cose inutili” abbiano preso molto presto il posto delle “relazioni”. Vogliamo essere, ma traduciamo il nostro operato in maniera difforme. Questo è lo sforzo, per una sinistra che torni alle origini, e voglia riscoprire il senso della giustizia, dell’equità. Perché molta gente non crede più nelle grandi associazioni quali il partito o il sindacato? Quanta voce diamo alle necessità e quali risposte diamo ai bisogni? In quali territori abbiamo deciso di stare e fare per? Vendere pane di sabato forse, e sicuramente non lo è, sufficiente, ma lo è ancor meno se neghiamo voce e spazio a chi la chiede anche di sabato.

Domani, tutti in Piazza Arbarello.

Arrivederci al 4 aprile

piazza-san-giovanni-roma-13-02-09Sono tornato da poco; era, infatti, passata la mezzanotte da quando ho rimesso piede a Torino, dopo la splendida manifestazione a Roma, dove metalmeccanici e pubblico impiego si ritrovavano per la prima volta a manifestare insieme.  L’indecisione: “a quali delle due categorie appartenere si è manifestata da subito” pur essendo iscritto nel treno del pubblico impiego, dove peraltro attualmente lavoro,  mi ritrovavo contemporaneamente iscritto nel treno dei metalmeccanici, grazie al pensiero sempre fisso del mio ex RSU Claudio Palazzo ( una storia, una figura carismatica in una grandissima azienda in provincia di Torino). Volevo stare con chi “soffre di più” la condizione economica e lavorativa, ora. Chi soffre di più?

Loris Campetti, sul Manifesto di oggi, afferma che un operaio che manifesta oggi, non lascia soltanto la parte economica relativa alla giornata di lavoro: se, infatti, la sua azienda è in cassa integrazione, quell’operaio che ha deciso di manifestare perderà anche una parte degli “istituti” ad esso connessi (tredicesima, ferie, ecc). Se, infatti, non si lavora per 15 giorni  al mese i “ratei di ferie, tredicesima e quattordicesima non vengono corrisposti. Il lavoratore assunto il giorno 16 del mese, in quello stesso mese non vedrà corrisposti i ratei corrispondenti.  Se partecipa con il pubblico impiego – continua nell’articolo, – (dopo tutte le cose già dette) è un eroe. Io penso che eroi siano entrambi i lavoratori, “uniti dove qualcuno vuole disunire”. Avessi potuto rimanere per un tempo’  su un treno ed un altro tempo’ sull’altro lo avrei fatto volentieri. Alla fine ho deciso che avrei voluto ascoltare “storie” che fanno la storia, di persone, di fabbrica. Come dice Dino Greco, nell’editoriale di Liberazione in edicola questa mattina, “Democrazia e lavoro”, volevo ascoltare “Il lavoro, non nella sua astratta espressione sociologica, ma con i volti di donne e uomini in carne ed ossa” capaci di fare sentire la loro voce. Così, nel viaggio d’andata mi sono aggregato ad un gruppo di lavoratori di  Mirafiori, lavoratori delle “presse”, che già il nome incute timore. Mi hanno raccontato i loro trent’anni di lavoro, i cambiamenti, le condizioni attuali e le prospettive. Mi hanno raccontato di come, spesso, condividono anche quel po’ di tempo libero che rimane loro dopo il lavoro quotidiano. Il loro lavoro, continuavano nel racconto,  mentre i colleghi sono in cassa integrazione,  spesso “pare trasformarsi in più produttività'”, più movimenti, più sforzo fisico: più “toc””. E, nonostante ciò avevano tanta delicatezza nel ricordare i molti colleghi che non erano presenti su quel treno: impossibilitati ad esserci, vuoi perché con contratto scaduto, vuoi perché “stanchezza ed incertezza rendono talvolta impossibile condividere qualcosa, perché facilmente, se non hai prospettive, è facile cadere in depressione”. Durante il viaggio di ritorno invece ho condiviso “lo scompartimento” con un gruppo di una grande azienda in provincia di Torino: Barbara (che merita la mia stima e di tutti i lavoratori della sua fabbrica, in maniera incondizionata, dato che la condizione di genere la porta a “raddoppiare”, se non “triplicare gli impegni”: lavoro, mamma, sindacato: coraggio, Barbara!!), Massimo, Lello, Giuseppe, Stefano ed Altri mi hanno raccontato le “loro storie di lavoro”. Mi piacerebbe, se vorranno, “ospitarli” in questa specie di diario, affinché, anche in forma anonima, possano raccontare ciò che il tempo e la stanchezza di un viaggio ha reso difficile. In ogni caso, ho avuto la possibilità di conoscere un gruppo che davvero sa “materializzare” la solidarietà anche fuori dalla loro fabbrica. Una solidarietà che ad un certo punto mi ha fatto quasi sentire parte attiva di quello stesso gruppo, quasi come se lavorassi con loro da anni. Anche con questo bel gruppo si è parlato di cassa integrazione, crisi, difficoltà economiche; ma, anche tanta riservatezza nel “trattare” casi personali nella tutela della salute dei loro iscritti; i loro racconti erano pieni di una serietà e solidarietà che hanno reso e rendono grandi i valori espressi dalla FIOM.

Rinaldini – dal palco di San Giovanni – ha affermato: “Dobbiamo contrapporre la solidarietà all’odio, l’intolleranza e la divisione che diffondono il governo e la Confindustria: attaccano il diritto alla salute, con la misura sugli extracomunitari, manganellano gli operai di Pomigliano e dell’Innse, vogliono sterilizzare il Testo Unico sulla sicurezza perché – dicono – costa troppo alle imprese”. E, sempre, a proposito di “solidarietà” e medici, che parrebbero trasformarsi in “poliziotti”, ricordo che nella stessa città dove ho manifestato, un po’ di anni fa, in seguito ad una forte distorsione, sono stato  curato gratuitamente da alcuni medici presenti in un poliambulatorio nei pressi di San Giovanni: umanità e solidarietà resteranno sempre, nonostante i decreti.

A Roma, inevitabilmente la memoria è corsa ad un’altra manifestazione, quella del 15 febbraio 2003: quanti eravamo! Ieri non eravamo in egual numero,  ma si era in tantissimi ed è stata davvero “Una grande impresa”, portata a termine da tanta “Bella gente“.

Infine, un ringraziamento anche a Marco Prina, compagno di partito che si è adoperato per i biglietti nel treno “pubblico impiego”.

Un saluto ai compagni de Il Manifesto, che per combinazione ho incontrato a Roma, in particolare Katia, che mi ha ringraziato enormemente per gli abbonamenti, da me regalati, all’Inca Cgil di Torino  e, la compagna di area Valentina Steri, incontrata a Ostiense, e Pietro Passarino, grande funzionario Fiom, che ho avuto accanto durante tutto il tragitto del nostro corteo: da Roma Ostiense a Piazza San Giovanni.

Infine, un saluto al gruppo Magneti Marelli di Venaria Torino: amici di fabbrica, impegnati sempre a tutela della democrazia in ogni elezione politica, in qualità di rappresentanti di lista. Un contributo enorme, oltre che impegno e partecipazione.

“Previsioni capovolte” e “Tettamanzi sta coi poveri”

Consiglio vivamente di andare a leggere degli articoli che trovo essere davvero interessanti. La prima pagina odierna de l’Unità ad esempio, la trovo molto interessante: “Previsioni capovolte”. Il succo sta tutto nel fatto che la disoccupazione viaggia verso l’8%. Un altro giornale che consiglio di leggere è la Repubblica la quale parla di “Italia in profondo rosso”. Ma, un altro articolo molto interessante l’ho trovato anche sull’ultima pagina di Liberazione; una intervista a Dario Fo che afferma: “Perfino Tettamanzi ha scelto da che parte stare. E la sinistra?”.

Cardinale Dionigi Tettamanzi
Cardinale Dionigi Tettamanzi
Già! Sembra che tante cose che dovrebbe fare la sinistra siano fatte dalla Chiesa; dal Welfare dei parroci alla sensibilità, il lavoro e la dedizione di alcune persone che gravano nella galassia religiosa:ho già citato nel blog Sr Paola; a lei ho chiesto di descrivermi la situazione di povertà nella mia circoscrizione, la numero sette di Torino. Prossimamente ne parleremo anche qui, nel blog. Purtroppo, quello che fa la sinistra è stato offuscato da litigi su un giornale che vende circa sette mila copie….
Invece di parlare di povertà diffusa……si è data un’idea diversa con quel giornale ed i litigi interni a Rifondazione. Per fortuna il cambio, però, oggi un articolo di Liberazione torna a parlare di “conflitto di classe”.