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Senigallia-Ancona

Senigallia.agosto 2016 foto Borrelli RomanoE’ certamente una situazione coinvolgente emotivamente risvegliarsi col sole che filtra attraverso le fessure delle finestre lasciate leggermente distese ma non aperte. Il vento smuove lentamente le tende e se ne sente il fruscio un po’ come quegli abiti succinti di certe donne,  la sera,  col vento contro. La chiave,  adagiata la sera prima sul comodino che affonda  in tutte le cose alla rinfusa, messe a riposo. “Devo mettere ordine in tutta questa confusione,  ma sono già  le 8,  devo fare colazione. Per  sistemare il tutto,  ho tempo dopo. Ora le idee si moltiplicano”. E così pensando faccio gracchiare anche la mia tv. Appena apro la porta e un treno ad alta velocità  sembra entrare in stanza. Ad affacciarsi lungo il corridoio,  da alcune stanze provengono rumori di tv che gracchiano notizie del giorno mentre in altre ancora docce che lasciano correre acqua. Chi corre invece,  è  li fuori,  tra mare e stabilimenti e qualche palma. Dopo aver chiuso  la porta della stanza numero.. alla perfezione e aver fatto  una rampa di scale i 5 sensi si attivano.Senigallia h.hamburg foto Borrelli RomanoHotel Hamburg Senigallia foto Borrelli Romano.3 8 La colazione e’ gia’ pronta. Basta solo scegliere. Cosa e dove: fuori? Dentro?  Operazione non semplice,  a onor del vero. Fuori. Mare. Sabbia. Panorama. Un pensiero a oggi,  con lo sguardo a ieri e domani. Orizzonte che si apre e fantadie da concretizzare e dar corpo. Conchiglie.  Mare. Navigare. Viaggiare. Fantasia,  virtuale. Reale. Cappuccino,  brioches,  dolci,  vaschette di miele. Miele. “Dove è  il miele? ” Terminata colazione 4 passi e piu’. Senigallia, ag 2016 foto Romano BorrelliLa rotonda, la data,  mese e anno,  un po’ di metri,  il fiume,   il faro. Faro Senigallia.foto Borrelli RomanoMi piace. “Si,  gia’ scritto… Frenesia,  caratteristica estiva,  forse apparente. Chi corre,  Chi pedala,  Chi ginnastica in mare. La calca anche sul marciapiede. E’ ancora presto. Mi piace l’ombra e la “piazza” che crea,  dove,  raccolti a gruppettini,  scambiano parole e organizzano la giornata giovani e anziani. Senigallia,3 8 2016 Borrelli Romano fotoUno parla gli altri ascoltano. Uno parla,  gli altri ridono. Un gatto sembra osservarli,  ma oltre e’ in sosta un furgone. Da buon felino  ha sentito l’odore del pesce: un uomo scarica dal furgoncino bianco alcune casse di polistirolo,  al cui interno sono adagiate varie specialita  di pesce. È  Tutto contenuto in questo ultimo lembo o lingua di terra,  prima del mare,  prima che il fiume si faccia abbracciare. Attendo ancora un attimo e guardo l’orologio. E’ ora. Rientro. Hotel,  ordine,  zaino,  verifica,  chiave,  documento. Tutte operazioni al contrario di quando si giunge. Ancora: viale,  stazione,  treno. Salgo.Foto Borrelli Romano.Senigallia, An.3 8 2016 Poche fermate. Ancona. Oltre il Porto mi manca Colle Fiasco,  ove e’ posizionata la Cattedrale Metropolitana della Diocesi di Ancona-Osimo. Una costruzione in stile romanico che si fonde con quello bizantino. Siamo intorno all’anno mille. È  stupendo anche se giungere fino qui è  stato molto faticoso. Ma è  un bellissimo panorama: il Porto,  le colline che si perdono,  l’autostrada,  Ancona vecchia,  i resti del foro romano…

Era da tanto che desideravo scardinare fino qui. Mi affascinata sempre ogni qual volta la osservavo,  vuoi dal Porto, posto che adoro da sempre,  sia giungendo in treno,  dal Sud,  dopo una lunghissima galleria. Mi pareva irraggiungibile e invece,  eccola qua. Mi sembra di aver piantato una bandierina. Mi sembra di vedere Nanni Moretti correre,  al porto,  nell’atto di girare il film. Era il desiderio,  la curiosità : accontentate. Per le foto bisognerà  aspettare… ho usato la classica macchinetta fotografica digitale.

Senigallia…a “lume di candela…”

Senigallia. 19 luglio 2014. Foto, Romano Borrelli

Senigallia. Sabato 19 luglio 2014. Foto, Romano BorrelliIl mare è calmo, la spiaggia è bella, anzi, “vellutata”,  l’accoglienza idem. Senigallia a…lume di candela, ci puo’ stare. Per un paio di volte…perdoniamo tutto, dopo “le ferite”. In fondo, vedere un “mare” di cellulari accesi nello stesso istante per “farsi strada“, o per farsi mare,  utilizzati come fossero torce, è stato uno spettacolo nello spettacolo. Centinaia o migliaia di cellulari, mani alzate e danze lente imposte dall’occasione. Zero panico, per la cronaca. Solo spettacolo. E nonostante questo variegato mondo danzante, appendice umana, quasi una terza mano, nella danza di luci pare in fondo che  qualcosa manchi sempre.  Per quanto ci si sforzi di riempire i “buchi” qualcosa manca.Senigallia. 19 luglio 2014. Foto, Romano Borrelli (2)E siamo continuamente alla ricerca di Luce nella luce. Ad ogni modo, questo agitarsi di cellulari  non era uno spot, ma una esigenza…”Le Marche non abbandonano mai“.  Anche in questo momento mentre scrivo, un altro black out. “Ma che succede stasera co sta luce?” in una cadenza marchigiana. Un altro dice: “e mo che fago?”. Non aveva il cellulare e aveva già perso di suo…anche la comunicazione sincopata…(ORE 23 10).

Senigallia. Una cittadina che meritava e merita la visita. Un imperativo categorico esserci, dopo il fango e le tante lacrime versate. Bisognava esserci, testimoniare anche a distanza che un altro mondo e ‘possibile, che lentamente si puo’ ricostruire. Un atto di stima e di fiducia. Per una delle più belle spiagge italiane. Di velluto. Un segno piccolo, il mio, ma importante. Esserci. Per una stetta di mano, a chi ha patito l’alluvione e fatica, in silenzio, con compostezza. In questa cittadina, dove i nomi degli alberghi rimandano  a cose e luoghi particolari e nazioni oltre confine. Un saluto, una stretta di mano a chi, in fondo, si è trovato a vivere una calamità come l’alluvione di maggio. Alluvioni capitati anche nella nostra città, Torino. Nel 1994 e nel 2000. Acqua alta, tutto da rifare. Nel racconto di chi l’ha vissuto qualcosa di simile in chi lo ricorda nella nostra città. Solidali con la nostra città, con il nostro Borgo, dove la Dora esondo’ generando disastri. E allora, se si puo’, nonostante la crisi che morde, un passaggio lo merita. Insieme ad una stretta di mano al sig. Rocco e famiglia. Spiaggia e mare meritano davvero. E l’accoglienza proverbiale. Una cittadina, che, come detto altre volte su questo blog, un biglietto lo merita davvero.DSC01254

Poco prima che andasse via la luce, anzi, La luce, osservavo  qualche libro depositato qua durante la giornata piuttosto afosa. Proprio là, su quei  lettini che di li a poco sarebbero serviti a tanti, per riposare le stanche membra, fino al sorgere del sole. Quel “deposito” di pagine scritte mi induceva a pensare come possono essere considerate  le letture estive;  forse migliori, più spensierate, meno esigenti rispetto a quelle invernali, che obbligano a tornare indietro, riflettere, ripensare su di un passo appena letto e magari non colto. L’inverno esprime una esigenza. Siamo intolleranti. Permalosi. Puntigliosi. D’estate le pagine del libro si bagnano e  dalla carta, al tatto con le dita, si sprigionano odori particolari, misti al dolce di crema solare. Sono odori pregnanti. Ecco, nella brutta stagione, sarebbe davvero un guaio, avere un libro bagnato. Guai se qualche goccia d’acqua, fiocco di neve, o altro si lascia cadere sulle pagine del libro. Lo proteggiamo fino alla fine. Lo foderiamo e cerchiamo di preservarne la sua dignità. Guai a chi lo tocca. D’inverno è più probabile che i neuroni specchio si facciano sentire maggiormente. Puo’ essere che le gocce arrivino a contatto con la carta. Ma di quali gocce stiamo parlando? Forse la solitudine e il mare reso deserto, le folate di vento che ti aggrediscono e senti sul viso quell’umor acqueo che ti spieghi con gocce marine, ma in realtà sai benissimo che è la commozione, l’empatia, per una storia che diventa grande, che si intreccia e si dipana in una d’inizio, a metà, e il finale. E forse il finale e’ quello che si capisce meglio d’inverno, quello che risveglia i neuroni specchio. Addentri, aderisci al personaggio perfettamente. Una storia d’amore che si deposita in un clima d’angoscia e d’attesa. D’estate invece le pagine corrono via velocemente. Forse partecipiamo meno alle vicende, alla storia. Si ha forse voglia di concludere in fretta il libro. D’inverno si ha come l’impressione che emergano tutti insieme gli stati femminili presenti e che emergono  nei personaggi raccontati…solarità, mistero, fragilità. Almeno cosi’ mi pare, cosi’ sembra. E mentre cosi sembra si prova a mettere insieme libro e vita , cose lasciate indietro  e che continuano a stare  a vivere “accanto a noi”. Cose che camminano su strade parallele alla nostra, appena qualche metro piu’ indietro. Questo credo per causa di quello che tra me e me da anni chiamo il 49%” (Maria Perosino, “Le scelte che non hai fatto“). Cosa resta di quel 49% rimasto in panchina? Cosa resta di una scritta sulla sabbia mesi prima, di una citta’ che no si vedeva da tempo e che abbiamo lasciato, magari a malincuore, mentre una porta dopo l’ altra si chiudevano, a partire da quella di un bar, di una sala d’ attesa, di un treno e  che inizia il suo lento veloce movimento nel viaggio del ritorno? Resta in panchina…. quel 49%, avvolto da una eterna giovinezza. Lo si incontra,  spesso, magari nella malinconia, solitudine, nel rispolverare un album di foto, qualche scontrino, un foglio scritto sul bancone di un treno, o un biglietto dello stesso. Si incontra, come si incontra una persona speciale. Basta poco e la ritroviamo davanti. Pensieri…a cavallo tra l’inverno e l’estate. Pensieri in viaggio tra disegni, di vita e mosaici.. Il bicchierino di caffè, stretto tra le mani, recita, “un sorriso lungo un viaggio”. Un viaggio nel viaggio. Estate. Luce nella luce.Foto, Romano Borrelli.

Foto, Romano Borrelli (2)

Foto, Romano Borrelli (3)

Un cuore nel cielo (di Senigallia)

Sguardi rivolti al cielo, come in preghiera. Un cuore enorme, come disegnato, e pensato che tale deve essere, da quei tanti che affidano al cielo i propri desideri e le proprie aspettative. Aerei, prima presentatisi ai nostri occhi come puntini, poi, via via che si avvicinano,  bolidi che sfrecciano e assordano e si materializzano nel giro di poco, nel loro reale aspetto,  che poi sono  “le frecce tricolori” , col loro carburante che hanno in “corpo”, “scaricato”  e sbuffato, insieme al grigio, il rosso, ilbianco, il verde, sul grande foglio della vita che si chiama cielo.

Non amo particolarmente questi “veicoli del cielo” che disegnano il cielo come fosse un foglio A3 ad una velocita’ che neanche i bambini…Ma, mi piace,  e mi lascia incuriosito, questo si, osservare il veloce movimento di quanti si affannano e  quanti velocemente, mano “ a visiera” aspettano con trepidazione questi aerei provenire da Falconara. “Eccoli, eccoli”  li si sente gridare, i turisti e i bagnanti di questo splendido posto che si chiama Senigallia. E, scatto felino in avanti, capace di far ribaltare la sedia a sdraio, i turisti, villeggianti, recuperano velocemente , cellulari e macchina fotografica  da sotto l’ombrellone, per immortalare passaggio e disegno dei bolidi nel cielo di Senigallia.  E cosi tutti di corsa, sabbia tra le dita dei piedi,  verso riva, dove onde dopo onde si infrangono sui nostri piedi,  a mollo, privati dei sandali. E mi sarei sentito come un paio di mesi prima a Recanati  con una poesia tra le mani a sentire “le stelle sul capo e stto i piedi il mare” ( Emily Dickinson). Tanto e’ il velluto che conta. E qui, è davvero in abbondanza.  Anche io ho il cellulare tra le mani, in attesa di una chiamata o un sms ma un passaggio, dei bolidi,  mi cattura e coglie l’attenzione. Le onde e il loro infrangersi sono musica,  richiami di un ritorno.  Occhi su, occhi giù, occhi sull'”appendice” così cara ai nativi digitali. In attesa. Di qualcosa o qualcuno che ora non e’ presente. Ma lassù, si. Vanno e vengono. Il dondolio delle onde mi coccola i piedi, qua, portandomi altrove, col pensiero, pensandomi  in Salento. Là, dove tra poco, tornerò, sotto il sole.

Quà. Un pensiero di smarrimento per una collocazione di necessità,  di attesa. Anche se piacevole e morbida, oserei dire…”vellutata”, mielosa.  I bolidi con le loro frecce hanno disegnato un grande cuore in cielo, forse per omaggiarla. Il cielo, un foglio da disegno, una tavola imbandita, dove, nell’Italia anni ’80, non mancava mai un cuore. E tutti saltavamo la staccionata, oltre l’ostacolo. Come oggi. L’aereoporto e’poco distante da qui, dietro le colline. Un attimo e sono gia’ qui. Lungo la massicciata il treno percorre la sua strada e il suo rumore ed il suo affannarsi nel farsi largo e strada sono coperti dal rumore dei giganti del cielo. Quasi mi dispiace che il saluto del treno, come se ci conoscessimo, sia coperto da quello del bolide. Ma forse salutava i bolidi, in una gara impari. Il passaggio del treno e’ il mio orologio tra me e lei. Ad ogni passaggio di un treno il tempo si accorcia e cosi la distanza mentre lei si posiziona tra le mie braccia e si stringe sempre più. Il treno, sarà poi la clessidra. Uno dopo l’altro, il mio orologio. Il tempo, le ore, sono come lente come e’ lento un mulino. Ma la cronaca ora e’ tutta per i bolidi. Tutti i bagnanti in avanti, tutti naso all’aria, tutti un desiderio da esprimere. Manco fosse la notte di San Lorenzo. “Dai, L. ora che sono passati gli aerei e hanno lasciato il cuore, chiama, che ti faccio vedere il nostro” ! Così parla e sospira chi mi e’ davanti, in attesa anche lui di una telefonata. Fa caldo, parecchio. Suda, come noi tutti, ma lui per la trepidazione di una chiamata che pare non arrivare. In molti, pagato dazio al calore estivo, e immortalato su cellulare e digitale il passaggio, raggiungono velocemente le loro postazioni precedentemente e momentaneamente abbandonate,  i loro ombrelloni e la loro attivita”: il dolce far niente. Anche chi era davanti a me e aspettava il trillo di  L.  Lui ha ricevuto la sua telefonata. Colgo briciole della loro conversazione. Le incollo, le mescolo, rimescolo. Agito bene e rimescolo con un pizzico di fantasia.  Lui ha un tono alto. Presto si vedranno, alla stazione. Da queste parti, fanno un bel mercatino estivo, ci sara’ modo di comprare qualcosa, un gelato, magari un paio di zeppe, di quelle che si usano quest’anno. Magari un tuffo nell’infanzia, tra i bazar, dove si veninva con in nonni, per un gelato. Anche io ripiego verso luoghi piu’ freschi grazie a pale di ventilatori posizionati in ogni stanza di quell’ albergo da me scelto, a conduzione famigliare  dal nome vagamente tedesco. “Hamburg”. Mi incammino e penso ai buoni libri che mi attendono,  in attesa, sparsi, briciole di vita di altri, incollati e messi insieme per altri ancora e ancora le cronache del Corriere Adriatico e del Messaggero venduti, da queste parti, in coppia e letti in coppia, residui delle nostre letture di coppia di ieri e dell’altro ieri e di quando eravamo e forse non siamo stati, o forse si. Di quando leggevamo, sulla spiaggia, a discettare se “la strada ” faceva “paura” e a chi e perche’ e per come. E se il “Diritto era di volare” congiuntamente a quell0 dell’amare e dell’amore, mentre le nostre dita, anche oro, disgnavano un cuore sulla sabbia. I nostri cuori erano il motore e il nostro carburante, la nostra penna.

Un  po’ qua’e un po’ là, libri e costumi e abiti disseminati per la stanza come giochi estivi per bambini.  Anche l’entrata-giardino di questo albergo, dal vago sapore, almeno nel nome, tedesco (Hamburg) e’disseminata di giochi per bambini e di un tavolo da ping- pong sempre impegnato, a dire il vero,  per gare interminabili. Alcuni gradini, una rampa e recupero la mia stanza. Il profumo del cibo si espande e si attacca all’unico vestito, i boxer. Ma la pelle è una buona sostituta. Qui, si cucina davvero bene e si mangia il doppio. Anche io, sono in attesa della mia telefonata. Mi pare di sentirla già in anticipo, coperta dal rumore della  tv che gracchia mentre le pale (non con due l) girano e muovono l’aria.  “Velocita’ 1, 2, 3”, e girano e muovono ma incapaci di coprire voci e schiamazzi provenienti dal di fuori. E’ estate, giusto così. Sul comodino un blocco e la penna. Penso che talvolta la penna nella sua funzione abbia un che di vago, un qualcosa di simile ad una “siringa” che aspira pensieri e li traccia su di un foglio,  dandogli forma,  come appunti di memoria. Rimonta (la penna come “siringa”) pezzi sparsi,  qua e là e li scrivo. “A lei,la,  L. “. Gesti quotidiani e pensieri sparsi lungo quel viale che nel suo  “zoccolo”,  scritto in calce,  segna metri e km tra il porto e le sue luci e il confine di questa ridente cittadina “che ha dato i natali alla signora Yoko”. Con una Rotonda sul mare. Cosi mi disse mentre,  eravamo, in altro tempo, in attesa di una pizza. In altra vita  i suoi piedi sotto il tavolo strusciavano contro i miei, come un gatto quando fa le fusa. Eravamo solo noi, come una canzone. Il grande big bang era ancora lontano da noi. Segnali di quanto sarebbe stato bello un tramonto capace di addolcire anche i cuori piu duri. Lunga attesa, sommersa dai nostri “che ne sara’ di noi” al suono di una luce, degli occhi.   Segni incollati e mai staccati, nonostante i pantaloncini fossero ancora lontani da arrivare. Segni che restano, come cicatrici, come quando ti fai frugare nell’anima. E allora, no. Non si puo’ dimenticare. E nascono poesie come petali di fiori. Una dopo l’altra. Segnali, scrivevo, sul muretto, per quanti corrono e passeggiata e lungomare per altri,  che si pongono al riparo dai raggi del sole,  nel loro ciondolare nelle ore piu calde “della spiaggia di velluto”.  Muretto, un  sedile kilometrico per le ore notturne,  lunga passeggiata per innamorati, raccoglitore di storie e di memorie di una cittadina che non ti lascia mai solo. Muretto, dove ti metti a cavalcioni, quando sei solo, a cavallo tra la Rotonda e il mare.DSC01239

Lascio la Rotonda, la spiaggia, vellutata,  il mare, la vista delle colline sullo sfondo e ripiego. Con un cuore nelle tasche ed uno da immortalare sul blog. La sera si avvicina,  il tramonto la accompagna,  lo struscio riempie strade e piazze di come avventori i locali e la musica dei bagni (dai bagni) farà  alba.  Nel frattempo, onde e ancora onde si sono infrante e si infrangeranno in un moto continuo e perenne come promesse di ritorni mantenuti. E così  ogni notte e ogni giorno l’amore si rinnova.

Ps. Ma quanto è  bella Senigallia.

Ps. Complimenti a Jessica Rossi, medaglia d’oro alle Olimpiadi di Londra, specialità, tiro a volo. Complimenti per i valori che esprime e per la dedica al suo paese, Crevalcore, uno dei paesi piu danneggiati dal terremoto di maggio.

Il viale del ritorno è lungo, sotto un sole solo, a picco. Sudato, ancora prima di incamminarmi. Alla stazione, qualche macchinetta per le bevande. Un caffè, l’acqua, i giornali all’edicola della stazione, che vende proprio tutto, anche i biglietti per il bus, di quelli che ti fanno ciondolare avanti e indietro per questi paesini così belli. Convalido il biglietto. Il treno arriva. Fischia. Mi accomodo. Per cinque ore sarà la mia casa, il mio salotto in una condivisione forzata. Amo il treno, ma anche no, per come avvicina ma anche come sa allontantare, e quando allontanta, come certe poesie, allora fa male. E non ci capisci più nulla. La vegetazione muta e così anche il mare che osservi dal finestrino e il caldo che immagini fuori, nonostante l’aria condizionata a palla, in questo bolide che è solo un freccia Adriatica. Poverino, forse si sentirà un po’ sminuito, con quelle altre frecce. Gli ulivi dicono che ormai ci siamo. Anche la fabbrica caffè Quarta mi dice che stiamo per arrivare alla stazione di Lecce. Siamo arrivati. Ancora un altra volta. Frugo nel mio zaino. Sono rimaste briciole di pane, scritte e vergate a mano. Briciole di pane che si chiamano amore. Le imbuco. Per tutte le altre destinazioni. La dove poco prima c’era il cuore. Mi volto e penso che “Ti mandero’ un bacio con il vento. Ti volterai senza vedermi ma io saro’  li” (PablobNeruda).  Un cuore a Senigallia. Un bacio a Senigallia.