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Portici di carta

Torino 4 ottobre 2014. Portici di carta. Via Roma. Foto, Romano BorrelliPortici di carta. Due km di lettura. Da sfogliare. Con gli “occhi interni” della riflessione, dell’analisi, della fantasia e quelli esterni, con l’ausilio degli altri sensi, del tatto, dell’odorato, come si faceva una volta, e come capita ancora. Libri, un posto dove mettere il naso. Libro, un idea a breve  E lungo termine. Libro, storia di un viaggio. Personale. Come ogni anno, ad ottobre ritornano. I libri, grandi protagonisti in una Torino trasformata nella piu’ grande libreria all’ aperto, nella sua ottava edizione. Portici di carta, che a volerli davvero trasformare riuscirebbe bene anche bagnarci. I libri, si sa, riparano molto, riparano tutto e tutti. “Piovono libri“, scrissi qui sopra tempo fa. Ah! La citta’ di Torino, quando si mette, fa cose davvero grandi, in fatto di libri, musica e cultura. E insieme, vengono fuori questi eventi qui, capaci di conferire un fascino parigino, nel suo piccolo, voglio dire. Vetrina all’ aperto ebouquinistes che si aggirano sogliando, porgendo, consigliando. Molto da vedere, da sentire e da sfogliare. Un week end dove i libri venduti possono essere anche 50 mila. E poi, diciamoci la verita’: e’ davvero bello vedere gente gironzolare, con calma, libro in mano, sotto il braccio, in un sacchetto. Uno che legge, vale il doppio.

Per un week-end, sotto la Mole, sotto i portici. Da piazza a piazza. Torino 4 ottobre 2014. Piazza San Carlo. Foto, Romano BorrelliSotto l’occhio vigile di Dino Campana.  Cento anni dopo i suoi “Canti Orifici“. Pochi dalle nostre rose, le coglievamo insieme, le rose.  E vergavamo carta e fogli di carta e di pc e”carta cantava” con la macchina stile L22 (L28)Olivetti. Una Olivetti in cartone che legge libri.  “Anche tu, li leggi e li rileggi ancora? E poi, lo ricordi, quanto ti piaceva passare da qui e arrivare al RomaTorino 5 ottobre 2014. Hotel Roma. Foto, Romano Borrelli con un suo libro tra le mani? Eri emozionata nel varcare  la portaTorino, Hotel Roma. Foto, Romano Borrelli e arrivando davanti al suo scrittoio. Era la prima cosa che domandavi, di portartici, appena messo piede nella citta’ sabauda, dolce come un gianduiotto, proprio tu, poi, che non hai voluto sorseggiare il bicerin. E la sera poi, al tramonto, come fosse vestita di abiti leggeri, la fontana, la lettura di alcuni passi”. I  viaggi, i grandi viaggi, cominciano sempre con  libro e come questo, continuano. Una piazza da abbracciare,Piazza Castello. Abbracci in piazza. Foto, Romano Borrelli anche senza musica. Una piazza dove si offrono ai passanti, anzi, ai lettori, abbracci, libri e mesaggi d’ amore e dove i passanti, e i lettori, li rigirano a destinazione via social. “Questo ti piace? Quanto ti piace? Tanto? Poco? E poi, con quel tuo sorriso, in una delle rare volte in cui si incrociava in altro viso, parlavi di sicurezze. Un viso cosi bello, appena sfiorato dal freddo torinese…”Torino, 4 ottobre 2014. Piazza Castello.Foto, Romano BorrelliGli strumenti ci sono.Strumenti in piazza Castello. Torino, 4 ottobre 2014. Foto, Romano BorrelliE’ sufficiente prenderseli per un attimo e lasciarli al prossimo. La musica è buona. Il ritmo anche. E quando poi si parla di colpo di…nella piazza e’ tornato afrsi rivedere zorro. La focacceria ligure trabocca, di ricordi, di gente e profumi di mare. Profumo di pioggia. Tutto si mischia. L’odore del mare e dell’estate appena trascorsa si presenta tra i libri. Presso la “filiale” sotto portego, Libreria sulla Dora”, di via Pisa 46, a Torino. Torino, 5 ottobre 2014. Portici di carta. Foto, Romano BorrelliQuella di Rocco Pinto, per intenderci. Il libro che ho appena comprato l’ho scelto perché mi riporta alla fabbrica dei colori, perché ne sento il desiderio, di rivederla, con quei colori cangianti. Vita e desiderio. Vita e destino. Il libro è intitolato “Salento, fuoco e fumo” di Nandu Popu. Lo compero. La vita è misteriosa. In una delle prime pagine, frasi vergate in dialetto salentino. Mi piace. Mi piace il ricordo. Mi piace ricordare come capita nelle fiabe, quando alla fine, ti si chiede: “raccontamene un’altra. Raccontamela ancora. In dialetto. Come capita in alcuni racconti. Raccontami l’amore. In dialetto“. Sotto i portici, sfoglio. Una cartina, il Salento, una ballata. Poco distante da qui. Forse in altra piazza. Forse da un negozio contiguo, musica estiva. “No, e’ musica dentro. Sono in un bus e tutto fuori corre velocemente mentre io sono fermo. In attesa. Di qualcosa che si muova. Fosse anche un trillo. Ci sentiamo fra un po’. Meglio un pochino di distacco’”.  Due righe di un libro sfogliato velocemente mischiato ad altri libri e ad altri odori. E’ ancora estate.Poco piu’ avanti, La Torre. Anche se e’ la “filiale”di una libreria mi “ritorni in mente bella come sei…”, la Torre salentina, ovviamente. Il commesso mi domanda se poi “Il taccuino di Simone Weil” di Guia Risari ho poi terminato di leggerlo. Certamente, gli rispondo. Insieme a tutta la Mole degli altri libri.  Per alcuni, in galleria San Federico  è quasi l’ora dell’aperitivo in  clima davvero fiabesco. Pochi metri dal corner gusto infatti, i laboratori per i bimbi con lo spazio a loro dedicato.Le ombre della sera ormai si allungano. E anche quella di “giraffa”, come il libro di Alessandra Comazzi, presentato, in “tandem”con Bruno Gambarotta. Ma si sa, Gambarotta, ai giri di bici, e di piazza, ci e’ avvezzo…Torino, 4 ottobre 2014. Galleria. Foto, Romano Borrelli

Torino 4 ottobre 2014. Portici di carta. Via Roma, foto, Romano Borrelli

Mare: “un amore così grande, 2014”

Torre Lapillo, 2 agosto 2014. Foto, Romano BorrelliTorre Lapillo. 2 agosto 2014, foto Romano BorrelliTorre Lapillo. 2 agosto 2014. Foto, Romano Borrelli

 

Tra una visita e l’altra al barocco leccese una passeggiata e buone letture sulla spiaggia, al tramonto e all’alba. Tra le pieghe dei libri, pagina dopo pagina,  immaginare di vivere tante vite. Altre vite, quando la propria pare non essere sufficiente. O all’altezza. E la si vorrebbe migliore, diversa. Con alcuni tratti da cancellare e rifare.  Il sole, all’alba o al tramonto, ci vendemmia. Chiudiamo gli occhi davanti  un’infinita bellezza, senza orizzonti.  Vediamo nuotare in un lago (originariamente, ma qui e’ mare) infinite promesse. Le promesse mancate. Promesse mancanti in questo zaino che ci accompagna sotto cieli diversi.  Mare e cielo che ci sfilano un sorriso. Mare, cielo e sole. Mi piace questa ipotetica figura. Colgo l’attimo esatto in cui un pallone calciato dalla riva giunge quasi sotto la sfera del sole, così ben rappresentato. Così come è stupendo osservare le sfumature dei colori quando il sole si nasconde dietro una pianta di quel che è rimasto di una vecchia duna. Quante, quanti e che belle sfumature in un gioco di nuvole in cielo di questa parte di Salento. Mi siedo sulla sabbia che sembra appena ripulita, una esibizione di bellezze di costruzioni che solo i bambini riescono a comporre. Il ripasso del “taccuino” (ovviamente, quello di Simone Weil) con appunti a matita. Osservazioni, analisi. Dall’attenzione all’osservazione. Bimbi, braccioli alle braccia che giocano senza mai conoscere il senso della stanchezza sotto occhi vigili delle mamme e dei papà, rigorosamente in canottiera.   Osservare i loro giochi  mentre si improvvisano, sabbia tra le mani, architetti del futuro: castelli, case per tutti, senza dimenticare nessuno, con una chiara idea del diritto alla casa  e pesci, moltiplicati in continuazione, insieme al pane, per sfamare tutti coloro che versano in condizione di povertà (disegni che paiono passi del Vangelo). Bambini, costruttori di relazioni sociali e pontieri fra culture differenti. E pensi ad Otranto, Santa Maria di Leuca. Bambini, scrivevo.  E forse, un giorno, pescatori. E mentre giocano a costruire ponti ripassano geografia e divengono ambasciatori di pace e ottimi politici. Bambini, portatori di speranza, di pace, di futuro migliore: “Davanti la Calabria, poco a Nord, Taranto A Sud, l’Africa… e intrecciano discorsi sul lavoro, che manca,  come è quel poco che ancora non è stato colpito come altre cose che terminano in “zione” (delocalizzazione, finanziarizzazione…) sul sindacato, su questioni ambientali, sul cibo, che basterebbe per tanti eppure …,migrazioni, richiedenti asilo, per loro. Per loro, i grandi, per loro, i piccoli. Asili che mancano…Idee in abbondanza. E’bello vederli correre, secchielli alla mano, mentre provano e riprovano a “svuotare” il mare e riempire una buca che assorbe continuamente ogni goccia d’acqua. Costruire e distruggere. Paiono Cartesio. “Se si vuole costruire qualcosa bisogna distruggere le certezze”.Corrono, eccome se corrono.  I miei disegni, le mie scritte, non resistono. Ci pensa il mare. L’ acqua e’ azzurra, chiara, cristallina, pulita. Ma non da bere, anche se dal lido Belvedere, Battisti e anni ’70-’80 vanno che è un piacere.  Qualche barchetta, i pedalo’, a 12 euro l’ora, o una canoa . 7 euro ad un posto, 12 euro per due. Qui tutto qui e’ tranquillo, anche dalle parti di “bassa marea”. Quella alta, che faceva riferimento alle migliorate condizioni economiche che faceva salire tutte le barche, frase celebre del Presidente F. Kennedy, e’ parecchio lontana, ferma al 1947. I bambini continuano i loro giochi. Li osservo pensando se staranno, tra qualche anno, peggio o meglio dei loro genitori. Per ora , meglio lasciarli concentrare sui loro giochi e costruire sogni e speranze.

Torre Lapillo, Lecce. Estate 2014. Foto, Romano Borrelli

 

Torre Lapillo, Lecce. Estate 2014. Foto, Romano Borrelli (3)Torre Lapillo, Lecce. Estate 2014. Foto, Romano Borrelli (2) Un po’ di dolcezza, con un pasticciottoTorre Lapillo, Lecce. Il pasticciotto di primo mattino. Foto, Romano Borrelli da far surfare su questa tavola azzurra,  spicchio di mare che non è solo un nome di Lido, ma che lo è di fatto: “Belvedere”, e quando il sole comincia a farsi alto, e vendemmiarci troppo, un salto nell’entroterra, tra gli ulivi,Salento. Una panchina tra gli ulivi, per una buona lettura. Foto, Romano Borrelli a ricavarsi una panchina, per una buona continuazione di lettura.Salento. Estate 2014. Foto, Romano Borrelli

 

Torre Lapillo. 2 agosto 2014. Foto, Borrelli Romano

In Salento

DSC01478Il modo migliore per conoscere parte del Salento è quella di prendere un bus, a caso, e andare, passare paesi e ascoltare le voci, i dialetti dei ragazzi, delle famiglie che ritornano. Vederne alcuni  che danno l’idea che la scuola non sia ancora terminata, che consumano parte del cibo avanzato a pranzo e cenare.  E’ bello vedere nella loro spontaneità, oggi, come ieri, a scuola. Mentre gli alberi “volano” via alle spalle di questo  bus, che sembra ormai piuttosto avanzato negli anni e forse avrebbe bisogno di un tagliando, o qualcosa di simile.  Un viaggio in “barca“, afferma qualche ragazzo in puro dialetto, senza capire se per via degli ammortizzatori o del manto stradale. Se la strada sono onde e il bus barca.  Ma non importa. E’ l’umanità che rientra a casa, che conta. Con pochi euro son riusciti a godersi una giornata di mare, di sole. Umanità, dignità. A volte ferita, che viaggia. Intercettare parti di discorsi in dialetto e sorridere. Capire, far finta di non capire e non capire davvero. Un po’ come a scuola, lasciando i dovuti spazi di espressione agli “attori” principali di un’età così… Già in attesa “poco esatta” a dire il vero, del bus, ma non importa, in vacanza, il tempo è vuoto e pare che la scuola non sia affatto terminata. Attesa, tornata, amori in campo. Una sequenza di articoli del blog, ma siamo in Salento, tra mare, cielo azzurro, sole infinito e grande come un pallone infuocato e tanta terra rossa, capace di generare frutti buoni. Buoni frutti. Di tanto in tanto, masserie ristrutturate, pronte per la cena. Il bus corre. Qui dentro, luce nella Luce. Libri. E non è più come prima. Nel taccuino annoto, dopo aver posato gli occhi verso l’orizzonte.  Il freddo e il gelo sono alle spalle. Ma ancora nella testa.  File di zaini in attesa, accomodati su sedili vicini ai passeggeri, come me. Non si contano le infradito ai piedi e il sole sul viso. Qualche parola scambiata, il più, il meno, provare a chiedere se sono a conoscenza della candidatura di Lecce come capitale europea  della cultura 2019, in un anno lontano da questo. Provare a sondare se conoscono un’altra candidata. E poi, una volta sul bus, vedere il sole, una massa enorme, un rosso fuoco, oltre gli olivi. Oltre quella che è la pista. Immaginarlo mentre si tuffa in mare. Immaginare quegli alberi, così forti, secolari, affiancati da alberi giovani. Penso al mio, di  zaino, e che la scuola, anche per me, pare non essere terminata. Zaino che contiene libri. Pagine, annotazioni, rimandi. Viaggiano con me, anche se non è più come prima, l’elogio del perdono. Un passeggero che pone domande e aiuta a riflettere. Insieme, il taccuino di Simone Weil, libro di Guia Risari, scrittrice e traduttrice, con studi di filosofia morale all’università di Milano, alle sue spalle.  (Guia, che in vikingo vuol dire, colei che viene dai boschi). Un libro che ho aspettato, cercato, desiderato,  ma che davvero ne vale la pena. Comprare, leggere e rileggere. Mai da abbandonare. Neanche pochi istanti fino a quando non lo si fa proprio.  E il formato, taccuino, è un invito ad assimilarlo alla propria vita. Come fosse un’agenda nostra. Il libro, con i suoi dieci capitoli, a temi riguardanti Simone Weil, mi piace, come ho già scritto in un commento. Ma merita, parlarne e riparlarne.  Soprattutto per un tema riguardante Alessandro Magno, “Il bello e il bene”. L’Imperatore è nel deserto coi suoi soldati e gli viene offerto da bere, ma lui sparge l’acqua a terra. Ha sete, come gli altri uomini, ma, dato che l’acqua non basta per tutti, rifiuta di godere di un privilegio. Per me, il significato di quest’episodio è chiaro. Bisogna sapere rinunciare alla felicità se essere felici ci  separa dagli altri.”

Mi piace averlo con me, e leggerlo sotto questi alberi di olivo, così forti. In Salento. Tra Torre Lapillo e Porto Cesareo. Foto, Romano BorrelliGuardarne poi la copertina e commentarlo. Con mio padre.

E anche in tal contesto, il pensiero alla fascia protetta del padre, un racconto, il 19 di marzo, dell’amore sconfinato di una ragazza per suo padre. Le sue braccia che cingono il busto del padre, mentre insieme, sulla moto, fanno strada.

Sulla strada del ritorno qualche nuvola all’orizzonte. Ovatta, cumuli di panna in un cielo turchino, colori acquarelli, sul mare. Nuvole che paiono in procinto di scrivere qualcosa sulla distesa d’acqua come le lacrime di un uomo che gli rigano il volto e ne scrivono l’essere. Piccole botti sulle terazze, contenitori d’acqua per lavare via la sera granelli di sabbia che pungono al pari di parole. Botti dai colori variopinti rassomiglianti a tante “pagliette” da calare sulla testa. Il mare, un’enorme distesa azzurra, un foglio. Da scriverci sopra.

Salento: tanto di cappello. Estate 2014

Estate 2014.Torre Lapillo. Foto, Romano Borrelli Foto, Romano Borrelli (3)LaSalento, tanto di cappello. Porto Cesareo, Torre Lapillo (Lecce). Estate 2014. Foto, Romano Borrelli. terra è rossa. Salento. Estate 2014.  Terra rossa. Foto, Romano Borrelli.Era da parecchio che non vedevo questo colore, dalle parti del mare. Le piante di oliveFoto, Romano Borrelli (2), con i “recinti” di pietra, composti da mano d’uomo, lungo il corso degli anni, impastati di calce e sudore, con l’ acqua che spesso mancava e che era davvero oro blu. Recinti che sono confini, tra uno e l’altro, nel rispetto della natura, dell’uomo, le vigne, i frutteti passano velocemente, fuori dal finestrino,  ma sono rincorsi da altri e altri ancora. Il passaggio veloce, del tempo e di questa terra. Terre sterminate. Nel chiuso del treno il profumo del caffè arriva ugualmente, così come quello di pane fatto in casa, pasticciotti Porto Cesareo. Il pasticciotto. Foto, Romano Borrellie pasta fatta in casa, i pizzarieddi e le orecchiette, ricotta e formaggi freschi di masseria. Formaggi in una masseria salentina. Foto, Romano Borrelli E poi, la ricotta calda e la “ciuncata”, (formaggio fresco) venduto di tanto in tanto sulla spiaggia, come fosse un gelato.Ricotta e ciuncata salentina di masseria. Foto, Romano Borrelli Sui terrazzi qualcuno prende il sole, in paesi che mai ne dimentichi il nome.  E il sapore. Cose di mare. A sinistra il primo cavalcavia. La sud-est è sotto. Lo stabilimento del caffè Quarta. Il treno rallenta la sua corsa. Si intavede gia’ la pubblicita’ del Quotidiano di Lecce. Il treno quasi rallenta la sua corsa. La freccia, scagliata da Torino ha fatto il suo percorso. E’ stanco. Come il suo contenuto. Treno che ha visto e ci ha donato la possibilità di vedere grandi bellezze, da lontano e da vicino, con gli occhi giusti o con gli occhiali giusti. A patto che si osservi il tutto con il desiderio di essere curiosi e meravigliati.  Ritrovare attraverso quei rami di alberi secolari illuminati da raggi di luce forte la meraviglia e l’incanto. E attraverso quei rami pensare alla grandezza del futuro che abbiamo nelle nostre mani. Rami di alberi secolari. L’occhio cade sulla copertina del libro, anzi, taccuino, di Simone Weil, scritto da Guia Risari: due grandi alberi i cui rami compongono il viso, gli occhi, gli occhiali di Simone. Viso di donna. Rami che si intrecciano e compongono. Pensavo di aver perso la mappa pero’ tutto qui dice  che la possediamo ancora. Da qualche parte, l’abbiamo registrata, conservata. Chi in tasca, chi nel cuore.  A volte si sbaglia strada, ma non importa.  Tra poco questo treno lo metteremo in garage, almeno fino a domani. Il motore è caldo. Fa ingresso nel binario uno. La folla dei parenti, amici, conoscenti è una marea sterminata. Onde lunghe, corte, intermittenti. Sottopasso, piazza e poi ci si disperde. La provincia è lunga, come le cose da raccontare, come l’anno che abbiamo alle spalle. Un mare a ridosso del mare, quello Jonio. La targa azzurra blu notte indica il nome della città: Lecce. Il treno è fermo. Le porte si aprono. Le braccia si aprono, accolgono, abbracciano. Le labbra baciano….Piu’ mondi convergono verso lo stesso centro. .Il treno è stato messo in garage. Un attimo e provo a pensarlo nel momento in cui sarà come un sacchetto, pasticciotto al seguito, pupille gustative in festa e lacrime dolci-amare che lo innaffiano fino alla sua destinazione finale, o, a metà strada, quando sovente chiama. Spesso, da spettatori quali siamo, vediamo nei nostri viaggi di ritorno, scendere gente, nelle stazioni intermedie, a lasciare qualcosa, una condivisione di chi non ha conosciuto questa terra, in due minuti, prima che il fischio del treno obblighi a risalire, un abbraccio, un gesto, un lascito d’amore che va oltre ogni retropensiero. In quell’abbraccio, in quel pasticciotto, in quella crema, esiste una condivisione dei giorni. Un po’ di dolcezza da condividere. Come fosse miele. Ma oggi è il l’inizio e non il ritorno. Per il ritorno ci sarà modo e tempo. Oggi qualcuno sostiene che la festa del pasticciotto è a Surano, dove si celebra la settima edizione della Festa del pasticciotto, il dolce tipico salentino, composto da pasta frolla e ripieno di crema pasticciera. Solo due parole, dato che rimbalza spesso su questo blog. L’origine del pasticciotto è del 1745, presso la bottega Ascalone, a Galatina, dove, in occasione della festa di San Pietro e Paolo venne cotto il dolce, denominato, inizialmente un vero “pasticcio”….il mare è servito. E in Salento, tanto di cappello. Potrbbe essere una buona pubblicita’. E allora, speriamo piaccia.Lo dice anche la ragazza  in ammollo.Estate 2014. Torre Lapillo-Porto Cesareo, Lecce. Foto, Romano BorrelliEstate 2014. Torre Lapillo, Porto Cesareo. Lecce. Foto, Romano BorrelliIl  Estate 2014. Torre Lapillo. Foto, Romano BorrelliFoto, Romano Borrelli. Salento...

Tra Rimini e Bologna

Rimini. Basilica-Tempio Malatestiano. Foto, Romano Borrelli (3)Quattro “passi” tra Rimini e Bologna, prima di andare a rimettere il treno in “garage”. In treno. Col treno, “uno dei modi di tornare a casa”. Ingannare il tempo osservando la vegetazione che muta, bicchiere alla mano, e tovaglioli che in un breve volger di tempo diventano barche e aerei. Quando non siamo distratti dal rumore dei lettori sparati a tutto volume nelle orecchie di qualche vicino. Modi di tornare a casa, mettendo nel piatto qualcosa di personale in uno spazio più ampio. senza essere gli “indifferenti”. Agli altri, al circostante.  In “una giornata particolare“, anche quando ci si sente “L’ultima ruota del carro” . Storie, tante storie nella Storia. E quante se ne sentono nella pancia di un treno.

Modo di tornare a casa pensando al ritorno, pensando al padre, leggendo un libro, ripetendo mentalmente: “Grazie per questo nome che porto. Grazie per questa vita che stringo” (“Questa storia, di Baricco”).

Rimini si presenta come sempre “piena” di turisti. Interessante il Tempio Malatestiano.  Poi, in centro. La torre con l’orologio e il calendario, una meraviglia. A Bologna un salto in centro e verso l’Università…penso che non abbia bisogno di alcuna presentazione.

Poi, il treno…….zaini, che indicano il ritorno, di molti. Partenze. Viaggiatori, camminatori. Cervelli di ritorno e chissà quanti fra i cinquemila che lasciano l’Italia.  La grande crisi. Il mio, zaino. “E come tutti i grandi camminatori  mi sono armato di pazienza e ho riempito un grande zaino -uno zaino che tutti abbiamo -di esperienze, letture, incontri. E’ normale, poi,  ch’io sia un po’ stanco”. (tratto da “Il taccuino” di Simone Weil, di Guia Risari.  RueBallu, Jeunesse ottopiù).

Rimini. Basilica-Tempio Malatestiano. Foto, Romano Borrelli

Rimini. Basilica. Tempio Malatestiano. Foto, Romano BorrelliRimini. Basilica-Tempio Malatestiano. Foto, Romano Borrelli (2)Rimini. Basilica-Tempio Malatestiano. Foto, Romano Borrelli (4)Rimini. La torre, l'orologio, calendario. Foto, Romano Borrelli

Bologna. Foto, Romano BorrelliBologna. La torre degli Asinelli. Foto, Romano BorrelliBologna. PIazza Maggiore. Foto, Romano BorrelliFoto Romano Borrelli (3)