Archivi tag: Guccini

L’Italia che si muove

DSCN3479DSCN3481L’Italia che si muove, sotto la pioggia. Non solo il barometro politico segna tempesta o brutto tempo. Piove a catinelle, a gran velocità.

Viaggiatori che cercano vie d’uscita a gran velocità. Come tantissimi giovani. Impressionante il numero dei laureati, specializzati, che han cercato lavoro altrove, negli ultimi anni. Cambiano le valige, non piu’ di cartone. Trolley alla mano, tablet, I-phone, smart phone e ogni altro tipo di estensione umana. L’Italia che si muove. Eppure, sembrerebbe ferma, soprattutto se si leggono le serie statistiche di ogni ricerca. Se è in movimento,  sembrerebbe farlo, come i gamberi.   Si corre restando fermi.  Cosa non capita di pensare nella stazione nuova di Bologna. Bologna sotterranea. Due piani sotterranei. Scale mobili. Di corsa. Tutti di corsa. Verso l’altra stazione, quella tradizionale, quella bella. A metà, panchine, dove riposarsi.  Cosa non capita di pensare alla stazione centrale di Bologna. Complice il freddo e il colpi d’aria che di tanto in tanto generano treni ad alta velocità che non si fermano. Le canzoni di Vasco Rossi, Guccini, Morandi, scala mobile dopo scala mobile, fino ad arrivare al caro vecchio corridoio, con le macchinette self-service, i distributori automatici, e poi i la cara Bologna Centrale, dove un tempo passavano, e si fermavano i “treni sportivi” di un Cesena Bologna, o di un Bologna Parma la vecchia biglietteria, il piazzale stazione e poi i negozi, i portici. Sotto, nella nuova stazione, metropolitana cittadina, i treni non stop Roma Milano e viceversa. Si sale. In ritardo. Il display segnala il punto esatto in cui si trova in quel preciso momento il treno in corsa. Velocità e ultimo ritardo.280. 285. 297. La freccia sul monitor si muove. Le automobili sull’autostrada sembrano macchinine telecomandate.  Qualche gocciolina taglia di traverso l’enorme finestrino. Visi protesi verso quel visore, posto in alto, a metà corridoio. Ritardo che cumula minuti su minuti. Incomprensibilmente. Le arcate della Centrale di Milano cominciano a comparire. Il treno si assesta. Le porte lentamente si aprono. Tabelloni luminosi, in fondo, e desk assistenza clienti. Treni ad alta velocità in ritardo, gente che corre e regionali che non aspettano. La Svizzera è a due passi da qui. Ma qui non è la Svizzera. Almeno oggi. Viaggiatori destinati a prendere il treno successivo. Cosa resta? Il Resto del Carlino da sfogliare, come il Corriere della Sera e La Stampa. L’informazione sale su questa Metropolitana d’Italia. Frenesia restando in piedi. Immobili. Cartellone elettronico che aggiorna in continuazione treni in arrivo e treni in partenza. Poco piu’ avanti, la torre della disperata difesa ad oltranza dei treni notte e dei posti di lavoro. Nuvoli di ricordi retroproiettano i pensieri: concerti di Ligabue e Vasco Rossi al limite della mezzanotte. San Siro è distante, da qui.  La stazione, teatro del mondo. Luogo di vita, per alcuni, per una  coppia che si abbraccia. Non sono alla ricerca di un bar o dell’ufficio reclamo. Semplicemente di un nido, da ricavare nell’incavo tra viso e spalla. Almeno fino a che il tabellone luminoso non indichi il binario per il dolce rientro a casa: ” Il Freccia bianca proveniente da Trieste, diretto a Torino è in arrivo al binario…”. Si rientra…

Cesare Pavese (Torino, hotel Roma)

DSCN3437DSCN3433La statale proveniente da S. terminava in una lunga discesa. A destra una pista prove, per auto, ne indicava l’arrivo, al mare. Era il segnale che davvero un anno di freddo, gelo, studio, lavoro, veniva riposto alle nostre spalle. A quell’altezza si poteva già percepire la sua presenza un paio di km prima: l’azzurro, verde era visibile e il profumo erano percepibili a chiunque.  Quella strada terminava con una rotonda, dei tempi andati. Un paio di traverse, una fontana e il cartello: via Cesare Pavese. Fin da piccolo questo nome, legato ad una abitazione, quella dei nonni, mi incuriosiva. Chi era? Dove era nato? Ogni volta, quando la bella stagione, l’estate, mi riportava nello stesso luogo, Cesare Pavese, risuonava nella testa. Una coppia mi precede. Lui accompagna lei, la precede. Lei si sofferma, pensierosa, forse sul mal di vivere. Osserva quello scrittoio, quella sedia. Sicuramente nella sua mente starà pensando ad alcuni personaggi dei tanti libri scritti dal suo autore preferito. Forse ora vacilla in quegli anni. Forse ora è Ginia, forse Amelia, o chissà chi. Forse starà pensando al mal di vivere o alla sua adolescenza, quando tutto era semplice. Su un blocchetto annota qualcosa. Sicuramente rileggerà quegli apppunti. A casa, al suo ritorno, la sera. Perchè casa è dove ci sentiamo amati. La sera provo a ripensarla, a rimontare e rileggere quel breve scritto. Magari ne avrà fatto una pagina di diario, o di blog. Chissà. Magari avrà scritto così. Ripenso a quel numero, il lungo corridoio, la porta, la poltrona rossa e quel silenzio, di rispetto e di amore. Forse era un regalo di lui, a lei, così studentessa, amante di lettere e delle lettere. Sarebbe stato bello parlarci un po’, a fondo. Onestamente. Sarebbe stato bello in un’ altra vita trovarsi sotto e passare qui, notti intere. A parlarsi. Raccontarsi.Viversi.

Passeggiavo immersa nella città semideserta, sospinta dal vento che avrebbe portato la nuova stagione. Caldo e freddo si facevano guerra sul cielo di Torino e proiettili di grandine precipitavano al suolo, davanti agli occhi stupiti dei passanti. Ero felice, anche gli altri mi sembravano per nulla turbati da quel fracasso, tutti fermi per qualche minuto ad osservare lo scenario.

Ad un tratto, inaspettatamente, qualcuno mi portò indietro nel tempo, esattamente a 63 anni fa, attraverso una porta, con un’ insegna (Hotel Roma), poi un ascensore e un corridoio. Infine un numero, 346. Io avevo già capito dove stavo andando, da chi. Era la stanza di Cesare Pavese, in cui trascorse gli ultimi mesi della sua vita, nell’angoscia di una fine programmata, a lungo rimandata, nella lacerante lotta interiore che sfinì quell’uomo così sensibile, quello scrittore così diverso dagli altri dei suoi anni, dai suoi amici impegnati politicamente. I suoi scritti erano più intimi, lui al confino a Brancaleone ci andò per amore. Quella stanza era così sua, come sua era Torino, allo stesso modo di S. Stefano Belbo, sprofondata fra le colline, anche quelle sue, parte di lui, colline che erano un limite da superare fisicamente e per la fantasia. La stanza numero 346 è piccola piccola, e chissà perchè gli è capitata proprio quella, se l’aveva scelta lui. Appena si entra c’è il bagno sulla sinistra e un pò più avanti, il letto, a fianco il telefono, poi la poltrona e la scrivania, procedendo avanti verso la finestra. Ho trattenuto il fiato mentre facevo scivolare le mani su quel mobilio, lo stesso che lui aveva toccato innumerevoli volte e che avevo immaginato quando leggevo “Il mestiere di vivere”, di tanto in tanto facevo riposare gli occhi e lo spirito da tutta quell’angoscia e provavo a focalizzare qualche immagine. Mi è parso di averlo visto su quel letto, tornando indietro dalla scrivania, con lo stomaco contratto come in ogni momento solenne, come un profeta al cospetto di Dio, come quando realizzi che stai rivivendo un pezzo di Storia e non ti senti più uomo, donna, ma parte del genere umano, parte di un Tutto, un Anima Mundi diluita nel corso dei secoli. E così io mi sentivo Uno, con quell’uomo che viveva di ricordi, perchè per lui “la vera scoperta non viene dalla cose nuove, ma dalle immagini del passato quando le cose accadono per la prima volta, che è la sola che conta davvero, quando la vita ci ha svelato il suo segreto e in preda a uno stupore terribile e delizioso siamo ancora vicini all’attimo in cui tutto è deciso per sempre e siamo pronti a ricordare ciò che siamo stati e ciò che saremo”. Per Cesare Pavese vivere era ricordare, la sua infanzia, le colline, il mondo agricolo, la terra, il volto dell’amore, il mare, Torino. Ferma davanti al suo letto, cercavo di fotografare ogni dettaglio di quello spazio in cui hanno raccolto il suo corpo stanco. Avrei voluto trovarlo ancora li, e chiedergli se addormentarsi quella sera è stato come se l’era immaginato, “come smettere un vizio” e se poi ha visto i suoi occhi, di lei. Ci vuole una gran forza per essere uomini veri, per conservare la dignità, per dare un senso ad una esistenza oggi ancor più precaria. Un pò di quella forza l’ho tratta dai suoi libri, perchè, diceva Guccini, “questo dolore che vagli tra le maglie del tuo cribro, svanisce un pò nel contemplare un fiore, si scorda fra le pagine di un libro”. Uscendo, la malinconia non aveva sopraffatto la speranza, e ho continuato a cercare me stessa. “Non si cerca che questo”.Hotel Roma Torino.foto Borrelli Romano

“La bella estate”, di Cesare Pavese. Oggi, come ieri. Un salto presso l’Hotel Roma ( ringrazio il personale per avermi accompagnato con professionalità presso la stanza del grande scrittore, fornendomi indicazioni per ogni oggetto presente), a Torino, in assoluto silenzio, quasi religioso. Un corridoio, con tappeti rossi a terra e stanze a destra e sinistra. In fondo, a sinistra, la numero 346, quella di Cesare Pavese. Un’impiegata molto gentile apre lentamente, con delicatezza, la 346. Con professionalità, anche se un gesto ripetuto chissà quante volte, si lascia  in disparte, per lasciarci il tempo di assaporare quell’atmosfera, per lasciare la possibilità di respirare quegli anni, quella Torino, forse grigia, forse crepuscolare, per alcuni versi così diversa e perfino così uguale alla Torino di oggi. Tante storie, personaggi paiono addensarsi in questi pochi metri quadrati. Un telefono nero, a muro, di quelli che ormai non si trovano più, neanche presso qualche mercatino delle pulci, il letto, la poltrona rossa, uno scrittoio. Quante emozioni. Immaginare lo scrittore piemontese intento a scrivere chino, lì sopra…Una giovane coppia, intenta come me, a saltellare negli anni, scatta alcune fotografie.Lei, si pone al centro della stanza, osserva con rispetto la scrivania, lo scrittoio, quei colori un po’ particolari. E’ librata, sicuramente gli anni che sta vivendo in questo frangente, non sono questi, sono altri, quelli dello scrittore. Respira nostalgia, angosce, desideri, e forse amore. Sembra aver tolto il tappo dalla bottiglia dei ricordi. I suoi occhi, ad altri occhi attenti, svelano molto: libri, toli di libri, pagine e pagine di libri letti in chissà quanti anni, pur essendo così giovane. L’emozione è forte. Uno zaino tradisce la sua identità, una turista, appena scesa dal treno. Non una gelateria, non un caffè o un bicerin,  non una salita presso la Mole Antonelliana, ma la visita presso la stanza di Cesare Pavese. Questa la meta del suo primo viaggio. Un giorno particolare. Appena scesa dal treno. La stazione, i giardini. Provo ad immaginare all’interno di quella bottiglia quali pensieri, quali frammenti di storia individuale “stapperà”  e sfilaccerà una volta tornata a casa. Mi pare di leggerle i suoi pensieri.

Era così bello avere tra le mani la sua, le pagine di Pavese, la sua poesia.

La città, in questo fine agosto, sembra svegliarsi da un torpore, da un letargo. La grandine dei giorni passati sembra aver spazzato via la bella stagione.

Poco distante da qui, via Roma, Piazza San Carlo, Piazza Castello, via Po da una parte, via Garibaldi dall’altra. Torino, un po’ passato, un po’ presente. Pian pianino chi aveva scelto altre mete per passare qualche giorno di vacanza, rientra e lentamente la città si rianima.

Diritto di volare

L’occasione per rianimare questo blog, apparentemente immobile, come una foglia autunnale, incapace di vibrare, ma, allo stesso tempo, ancorata, solidamente ai rami, anche priva di impeto e turgore, viene fornita da una breve camminata, direzione stazione Porta Nuova, Torino, finalizzata a “rivolgere”  l’ultimo saluto al mitico treno espresso Torino-Lecce, binario 10, un tempo, direttissimo, (partenza binario 11), oggi, anzi, fino a ieri, “Freccia Adriatica“. Da oggi, quel treno, è soltanto un ricordo. E nello stesso istante in cui scrivo, anche il corrispondente, direzione inversa, Lecce-Torino, si sta avviando, lentamente a destinazione: pensionamento forzato. Beati loro, direbbero i lavoratori in carne ed ossa che in pensione ci vorrebbero andare. Eccome! Quanti ricordi, quanta rabbia, quante speranze hanno generato quei treni con i loro finestrini sempre senza mezze misure. Tutti aperti, o tutti chisi. Ritardi, caldo, servizi mal funzionanti, eppure,  il treno notturno verso il Sud era considerato un servizio “democratico“, mentre oggi viene considerato da chi detiene le leve del comando, non piu’ “conveniente”  quindi, “tagliato”, in coda a moltissimi altri servizi che hanno subito, nel corso degli anni, identico destino. L’intenzione non è rianimare il blog per renderlo ” collettore di rabbia”, ma semplicemente per ribadire che “così non va”.

Da quei treni notturni non immagineremo piu’, dopo un turno  di lavoro massacrante, per molti, con uscita anticipata ( “un’ ora di lavoro non retribuita” come succedeva a tantissim operai Fiat, pur di potersi garantire il Sud al mattino successivo) coste spalmate di turisti, ulivi e vigneti sfiniti dal caldo, coltivatori con le schiere ricurve a ricordarci la nostra storia, le nostre tradizioni, soppiantate da “cattedrali nel deserto” chiuse da prepotenti che inseguono con ingordigia il profitto.  Non immagineremo piu’ le saline e la nebbia, o l’odore del caffè emanato da qualche casa a ridosso dei binari, così come perderemo il gusto di osservare al mattino presto pomodori secchi su terrazze “chiancate”. Dall’interno di quei scompartimenti non sentiremo piu’ gli odori di cibi accuratamente preparati, pronti ad inebriare quei pochi metri quadrati in obbligata condivisione fra compagni di viaggio. Compagno, non vuol forse dire “condivisione di pane? Era immediato il ricordo delle opere di Arpino, anche se il tragitto era differente. E non vedremo piu’ ad una certa ora della notte le famose torri,  nei pressi di Piacenza che ricordano una canzone di Guccini, “Il vecchio e il bambino”, e non vedremo piu’ frotte gi giovani scendere con radio e muniti di tutto punto scendere a Rimini, e non vedremo piu’ il mare, da Ancona a Pescara con quei falo’…e tanto altro ancora… Da quei finestrini non sentiremo piu’ parole miste ad abbracci, ripiene di miele e di promesse. Da oggi, quei treni, ancora così “democratici” almeno nel prezzo, lasceranno il posto alla velocità, al culto del fast.

E così, mentre mi reco a porgere l’ultimo saluto a quel mitico treno, ecco un gigantesco albero di Natale, posto nell’atrio di Porta Nuova, identico a quello dell’anno passato, pronto ad accogliere su di sè i desiderati di tutti:  turisti, viaggiatori, passanti,  che emergono dalle “viscere ” di una metropolitana torinese, accolti poi nella “pancia” di quel meraviglioso atrio verso la ricerca di un treno, non piu’ “espresso”.

Non decorazioni ma sentimenti, sono espressi in numerosi biglietti, apposti ad altezza d’uomo su quell’enorme albero. Eccone alcuni: “Meglio una bugia che apre il cuore alla speranza che una verità che provoca solo tristezza”. “Voglio l’estate”. “Vorrei una calcolatrice fogli a righe (Nicole Kalaw),  alla faccia di chi sostiene che l’Italia è un Paese di benestanti.“Fammi diventare una sirena! Se non si puo’ va bene anche un unicorno” (Rebecca)….vorrei apporre anche il mio, di biglietto, “il desiderio di una banca centrale per commissariare il Paese dove si è tolta l’ureola a tutte le attività considerate e rispettate, e smettere di tornare gli irresponsabili di sempre, egoisti e retorici, e pensare a chi, non ha uno stipendio, mentre altri ne hanno un corrispettivo pari alla somma del salario di 400 operai”. E mi piacerebbe ricordare a chi ha tagliato scuola, servizi, e altro, che Nicole non ha neanche una calcolatrice e fogli a righe sui quali scrivere. E così, davanti a quell’albero, che contiene in se, milioni di persone, mi pare di “navigare nell’utopia dei desiderata che partono dal cuore…quante ali sono state tarpate…” Forse non è una copertina da “car star”, ma è vita, reale, dignitosa, di fatica, vissuta.

Mi piacerebbe incontrare Rebecca e poterle regalare tanti pennarelli e tanti fogli, affinchè possa disegnare un mondo dove i suoi sogni si possano realizzare, e regalare quella pensione, che molti hanno chiesto e apposto su quell’albero, e una costituzione intera, con tutti i suoi 139 articoli, e non una pagina soltanto, e una scuola, per tutti, e la fine delle delocalizzazioni anche in quei posti dove non dovrebbero esserci. E provare a volare. Perchè ne abbiamo diritto.Tutti.

Mi siedo, per un attimo, e sfoglio il libro che mi fa compagnia….alzo gli occhi al tabellone e penso che da domani (oggi) non vi sarà neanche il treno per Palermo… Riposo gli occhi sul libro, riannodo i pensieri e soffermo il mio sguardo su di una pagina, del bellissimo libro di Sofia Gallo: “Diritto di volare” (Giunti).

“No, io non voglio tornare indietro, no, io ho diritto di volare. Qualcuno o qualcosa mi ha finora tarpato le ali, ma prima o poi spicchero’ il mio volo”.