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Buon 25 Aprile Resistente

20190425_111636Torino dorme. Alcuni svogliatamente escono, chi verso un’edicola, chi verso un bar, per  la sua prima colazione, chi, militante e riconoscente, con un mazzetto di fiori nella mano, alla ricerca dei cippi commemorativi di giovani partigiani morti per cacciare l’invasore e per la libertà. I bus, grigi, (ma oggi, a mio modo di vedere,  dovrebbero vestirsi di altri colori) “sbuffano” appena; scatole pubbliche, metalliche numerate, secondo alcuni nuovi panocticon dei nostri giorni (per via delle bippature che tutto saprebbero di noi, al pari di una carta di credito o bancomat, come strumenti utili per sondaggi elettorali) pigramente e lentamente raggiungono la fermata appostandosi a ridosso della pensilina. Tratti gialli, stile panchina campionato di calcio del mondo. Al loro interno, pochi passeggeri. Fuori del bus, una bandierina tricolore sventola nel breve tratto del cielo torinese. Leggermente mossa, Immediato è  il mio istinto di cantare, guardandola, “Bella ciao”, così come accadeva, da piccolo, ogni qual volta quella bandierina faceva la sua comparsa ai miei occhi, ed  io, stretto nella mano di mio padre la cantavo. Poi da grande cominciarono i “pellegrinaggi” presso qualche lapide commemorativa, in giro per  Torino, a ricordare i partigiani caduti per  la libertà.  E così mi capita di fare ancora oggi. “Aldo dice 26 X 1”! Penso alla nostra città e alla Resistenza, ai partigiani, ai tanti Bube e Mara del nostro Paese, giovani e belli di quel periodo, ricchi di niente, e di grandi speranze. Come sempre avviene, non manca un saluto alla lapide commemorativa di Gramsci.

25 Aprile 2017

Ricordare Gramsci,  per ricordare tutti coloro che hanno perso la vita per la liberta’ è  doveroso,  d’obbligo,  sotto la mole,  oltre che doveroso. Così,  come avviene  ogni anno, sul finire della mattinata,  a ridosso del mezzogiorno che pare “la questione”,  decido di  convergere in “piazza Carlina” a portare un pensiero,  un ricordo,  presso quella che e’ stata la dimora di Antonio Gramsci. Gli altri anni riuscivo a giungere nel momento esatto in cui un oratore,  foglio tra le mani,  leggeva un ricordo,  un pensiero,  indieme a militanti,  rifondaroli,  coministi,  di sinistra e sinistra declinata in vari modi,  universitari,  studiosi,  gente comune che si e’ formata studiando Gramsci. E ne ricordo tanti. Si leggeva e i riferimenti erano notevoli: Lettere dal carcere,  egemonia,  le tre Chiese,  Ordine Nuovo… Quando sono arrivato,  oggi,  non c’era nessuno;  probabilmente erano passati prima di me,  come attestano i fiori. Osservo lo stabile e la targa commemorativa sotto l’occhio attento della Mole Antonelliana,  lasciandomi alle spalle “La Badessa” pizzeria-ristorante.

Ora,  nella palazzina dove dimoro’ l’intellettuale,  c’è  un albergo. Entrando,  al bancone della reception,  una sfilza di ragazze. Chiedo se e’ visitabile l’appartamento. “Ora no”,  mi risponde una ragazza brunetta,  molto gentile, “pero’ dalle vetrinetta dietro lo stabile sulla via San Massimo,  è  visibile”.  Ringrazio e così faccio. Sinistra,  sinistra e all’angolo con via Maria Vittoria vedo  le vetrine, una macchina da scrivere antica e libri… libri e libri. Recupero la via,  la piazza e osservo la Mole che occhieggia ancora spiando tutto quel che avviene ai suoi piedi. Lentamente mi confondo e  perdo verso il centro che pullula di gente traboccante come fiume in piena.

Buon 25 Aprile.

News alle porte

Torino 23 4 2017 foto Borrelli RomanoGiornata di lettura. La mia (lettura) consiste in un duplice tomo  su Santa Caterina da Siena: lungo le pagine dei testi, uno spaccato storico-sociale prettamente “centrale” che intreccia tantissima storia, storico sociale e di devozione.  Giorni di lettura che confluiscono in “Sant Jordi”. La Biblioteca civica torinese,  per esempio, quella in via della Cittadella,    dona una rosa al pubblico femminile che si reca al bancone per prestito libro.  Bella iniziativa,  come le numerose librerie che espongono libri e rose.  Mattine,  pomeriggi, sere e notti in un girotondo di carta. Notte “rosa”,  sembra esplosa. Ma questo era Umberto Tozzi alcune “rose” fa,  per i 40 di “Ti amo”,  proprio qui,  a Torino, una “Gloria” unica della canzone italiana, anni ’70.  Altri tempi. Di storia “gloriosa” quando grigio e nero delle fabbriche si sprigionavano sul cielo cittadino.  La città  si presenta oggi nella nuova veste, “quotidiana” turistica “sold out”. Grigio e neto alle spalle e quasi azzerato, almeno quello delle fabbriche.  Belle presenze,  in giro,  nel cuore cittadino;  tutta bella gente davvero.

Le cronache a dire il vero non sono molto rosa,  tra la Korea del Nord e gli Usa che scaldano i muscoli diversamente dal tempo che non scalda affatto. (“Benvenuti in inverno”). Senza dimenticare i bimbi della Siria,  un Paese che lentamente sta scomparendo sotto le bombe.  In attesa di notizie da Parigi con le elezioni di primo turno ormai verso la chiusura. Giorni che scivolano via,  lentamente,  verso il 25 di aprile,  festa della Liberazione ormai alle porte con strascichi quest’anno si chi “puo’ partecipare,  chi no,  chi ammesso,  chi no”. Nelle distribuzioni di “patenti” a tutto siamo sempre ben messi.  A proposito, è  uscito il libro su Gramsci del prof. Angelo D’Orsi. E a proposito di porte…. un tizio regala la sua,  in via Cibrario,  per chi fosse interessato.

Riprendo la strada canticchiando “Si puo’ dare di piu'”.  Dopo aver visto la porta “accasciata” in omaggio,  cantarla è  d’uopo.

Artisti e luci. Luci d’artista

Torino 1 novembre 2014. Il Comune. Foto, Romano BorrelliUna Torino in clima di festa, oggi, a Torino, prima che si accendessero…”le luci”…Poi, festa continua…Torino. Il Municipio. Luci d'Artista. Foto, Romano Borrelli 19 per 17, installazioni per edizione numero. Da Porta Nuova, piazza Carlo Felice, il ritrovo alle 17.15, una “scia”luminosa le accendera’ una per una al passo di una maratona. Mi trovo davanti   al Comune, il Municipio di Torino, dove solo qualche metro piu in la esiste un piccolo porticato  e vi “stringeva la pancia”il 50  (bus) prima di riprendere il, suo normale percorso.Torino. Incrocio via Milano con via Garibaldi. Dove una volta passava il 50. Luci d'Artista. Foto, Romano Borrelli Alle spalle. O davanti, il che e’ lo stesso, un piccolissimo bar, di quelli che ci ambienteresti un film o bellissime pagine per un racconto. Bar dove confluiscono impiegati terminato il loro lavoro, oggi come ieri, più ieri che oggi, a dire il vero, dove nella Torino degli anni ‘ 70, una impiegata poteva incontrare di sfuggita il suo amore ed esternarlo con delicatezza, per un giovane militare, riuscito a scendere velocemente da quel camion   proprio grazie   a “quella pancia” che ne rallentava l’ andatura, dell’automezzo.Torino, incrocio via Garibaldi-via Milano, Luci d'Artista, foto, Romano Borrelli Potrebbe chiamarsi l’amore di Laura per Mario. Una storia d’amore e di un amore che viene da lontano, dagli occhi piccoli ma curiosi ed entusiasta per un mondo nuovo. Chissa’ che la penna….Scrivere e’ nascondere qualcosa diceva Calvino, per essere poi scoperto da qualcuno. O forse lasciarlo nel mistero. E a proposito di libri,  proprio qui, l’amico Juri, che nelle intenzioni di molti avrebbe dovuto risiedere qui, dove ora il 50 e nessun altro bus si stringe la pancia, ha appena terminato il suo, di libro. Cerchi. Che ricordano quelli olimpici. Figure geometriche.Torino 1 novembre 2014. Foto, Romano Borrelli

A tratti sembrava di esser tornati a frequentare le scuole medie: “una circonferenza inscritta...”. Cerchio nel cerchio all’interno di un altro cerchio, in muratura.  A vederci ancora meglio, ci si potrebbe vedere un paio di occhiali, e un…neo. Il neo della luna.  Non nascondo il fatto di aver pensato anche a Gramsci. Il suo viso, i suoi occhialetti, il suo pensiero per farlo confluire, di cerchio in cerchio in cerchio, in ogni conversazione possibile.  L’universita’ e i suoi anni, Palazzo Nuovo e Scienze Politiche, la politica e la militanza (no, non sto scrivendo di Gentiloni, da pochissimo “all’estero”, anzi, agli Esteri) le lettere e le lettere dal carcere. Di Gramsci. E il cerchio e il pensiero inevitabilmente mi portano alla musica della poesia, “Nel cerchio di un pensiero”, di Alda Merini, scomparsa proprio in una giornata come oggi, il 1 novembre 2009.  Qualche negozio aperto, fiume di gente e caldarroste in abbondanza. Per le strade e per le case. Molti infatti conservano l’ abitudine “di quando c’era la zia” di ritrovarsi in casa raccolti intorno ad un tavolo e, per chi la possiede ancora, vicini ad una di quelle stufe antiche, per cuocere castagne e condire storie di altri tempi, lasciando scivolare via il tempo in armonia. Per le strade inoltre, non mancavano fuoriprogramma, ancora con i costumi di ieri addosso. E un paio di bravi musicisti. Anzi, artisti. In via Garibaldi.Torino. Via Garibaldi. Luci d'Artista. Foto, Romano Borrelli Le luci, si accenderanno solo… “più tardi”…dopo la corsa. Anzi, durante. Strada facendo.Torino 1 novembre 2014. Via Garibaldi, caldarroste. Foto, Romano Borrelli Luci al seguito, torce o pile, in attesache durante il cammino si faccia luce, sopra e davanti. Luci, luce, sembra tornare al punto di partenza anche se a quest’ora il percorso e’ ormai ultimato. Alla poesia di Alda e  alla sua “santita’: bisogna essere santi per essere anche poeti”. Il caos ci abita, la poesia gli conferisce un suo ordine. Torino 1 novembre 2014. Foto, Romano Borrelli.Torino 1 novembre 2014. Foto, Romano Borrelli (2)

“Librarsi”…su Valdocco

Torino 30 ottobre 2014. Piazza Statuto, un filo di luce, un filo d'acqua. Foto, Romano Borrelli

Eppure….d’accordo, i periodi in italiano, non dovrebbero iniziare con un eppure…pero’…Accarezzo da tempo l’idea di dedicare energie e spazio a nuove iniziative, mettendone tra parentesi altre, eppure, certi oggetti, certi “scatti”, talune intuizioni, personaggi, segni, sono loro, a cercare te, noi,  per essere “formati”, narrati, cooperanti, bisognosi di un qualcosa, di qualcuno che li ascolti e dia loro vita, forma. Talvolta, dopo l’ascolto, capita che si assembli il tutto per diventarne un racconto per molti, per tutti. Un libro, da librare.   Talune passioni proprio non possono essere spente e sicuramente non lo devono. Al più da ravvivare. Hanno necessità di essere illuminate, inquadrate nel modo giusto; ascoltate, ravvivate, messe a fuoco, incontrate. La profondità, la via, la vita, bambin*, ragazz*, uomini, donne, anziani. Le panchine. Storie come piante, bisognose di acqua, per crescere e far crescere, ossigeno, come segno e simbolo, assetate loro  e assetati noi, perché hanno sempre qualcosa da insegnarci e da comunicare. Certe passioni non possono essere spente. E altre, dovrebbero essere  educate ma anche educate per troppo deficit di “ineducazione sentimentale”. Le passioni  hanno bisogno di librarsi,  di dedizione, alla causa, al sentimento, in famiglia, a scuola, in fabbrica, nella lotta per un posto di lavoro, nella società, per la tutela dei diritti. Storie Foto, Romano Borrelli.per essere viste, da tutti.  E devono raccontare e raccontarsi. Devono poter fare luce, su persone, accadimenti, situazioni. Ve ne è bisogno. Come della cultura, dei libri, per spegnere l’ignoranza. Librarsi. Entusiasmarsi. Gioire. Dopo aver fatto rete, le braccia in alto, gli occhi al cielo. L’abbraccio dei compagni.Torino 30 ottobre 2014. Ore 19.00 Pallone in rete, presso Oratorio Valdocco, Torino. Foto, Romano Borrelli.Dopo la rete, si sorride. Anche dopo lo smarrimento, impigliati nella rete, si trova sempre l’occasione di ritrovarsi e sorrideci su. Se dopo una lettura, una parola, o una parola di una lettura, di una lettera o di piu letture o di piu lettere e di un abbraccio caldo, bhe’, ancora meglio.

 

Eppure…Risalire.  Approccio faticoso, fantasioso, mica poi tanto.Torino, casa di ringhiera. Foto, Romano Borrelli

E’ una bella giornata di sole, a Torino. Cammino al fianco di mio padre. Ha il viso roseo, disteso, sereno.  Le rughe sul suo viso  si sono dissolte. Distese. Non sono più il percorso di una vita ma vie di molti e per molti.  Hanno assunto nomi: via Sassari, via Ravenna ( profumo di cartone proveniente dal cartonificio Gherardi”. Ah!quanti presepe abbiamo costruito noi bambini del quartiere con il suo cartone! Un uomo gentile, sabaudo, con il suo grembiule nero, mani dietro la schiena, attento ad osservare le sue maestranze, anche 40, durante la pausa), via Brindisi, via Maria Ausiliatrice, via Salerno, via Cigna, via Pesaro, Corso  Cirie’, e oltre. Altre. Torino, zona Valdocco. Case di ringhiera tra via Ravenna, Biella, corso Principe Oddone. Foto, Romano BorrelliDistese e impregnate di odori e profumi, legname (era Mautino?) e caffe’ (era Eurocaf, oggi a Druento),  pane e Chiese nella citta’ e nel “quartiere” dove “resiste”  Gramsci, in quel che era “Taglione”. Aziende a conduzione famigliare che si danno il cambio nello stesso cortile. Spezie, cibi cotti, cous–cous e the alla menta,  pronti per essere serviti, famiglie intorno alla tavola. Un asilo (Lessona), una elementare (De Amicis), una media (Verga), oltre il fiume, una superiore. Palazzi e case di ringhiera. Ballatoi. Scale vecchie e scale nuove. Una a caso.  Una due, tre rampe. Ringhiera in ferro battuto. Alcuni piani, arranco, il fiato si fa fumo, nonostante la bella giornata e padre al fianco. Scale, in pietra, di quelle che si trovano in antichi palazzi sabaudi, muniti di portineria, guardiola, passo carraio.  Occhio sveglio, di una custode, lettere alla mano. Il loro contenuto di un tempo: “buone referenze. Puo’ esser assunto”.  Oggi come ieri resistono  le comunicazioni del parroco. Se anche le forze dell’ordine davano l’ok, insieme a quello del parroco, il lavoro era assicurato.  Un tempo, occorrevano certe referenze, per ottenere  il lavoro. Oggi, basta un profilo facebook per valutare il profilo e la candidatura. Pero’, continua a funzionare “lo sportello” del parroco. Insieme ad altre evenienze. Guardiola. Al pari di una bidelleria. Dagli appartamenti, lungo il ballatoio ci vengono incontro voci, suoni, talvolta il gracchiare di una tv sempre accesa. Attori che domandano, rispondono, amano, e fingono il tutto, senza saperlo, per chi sta a guardare.  Portineria, guardiola.  C’era mentre ora esiste nei pensieri, o nei ricordi. Qualche grida, di tanto in tanto. Ma sono nei ricordi. E’ di chi il telefono lo aveva che chiamava chi non lo possedeva. Da sopra, qualcuno talvolta rispondeva. Se non dormiva, dopo il turno di notte. Più tardi, quel posto, lo avrebbe lasciato a chi svolgeva il turno di giorno.  Oggi, il cellulare, i messaggi. Uno, due, tre, dieci, venti scalini, in pietra scura. Uno, due, tre, dieci, venti anni fa. Anche più. Scale. Un pensiero a chi le lava, ora, venuto da lontano, e chi le puliva e lavava, venuto dal Sud, nella Torino degli anni ’60, ’70, del boom economico. Fatica e gioia nell’aver raggiunto la vetta, la cima, di questa costruzione priva di ascensore  ma con diritti in costruzione, ieri. Oggi, in bilico. Lo ricorda una scritta: “Finchè la barca va’“, scritto da chissà quando e da chissà chi, ma più che mai attuale.  Presente e passato continuano a salire sotto braccio, un po’ come me, in compagnia di mio padre. “Vietato introdurre biciclette nell’androne” ,  “Il parroco passerà  giovedì pomeriggio per la benedizione delle case” e  “Vietato giocare nel cortile, tranne nelle ore stabilite in assemblea condominiale”: ma noi, nel  passato, presente e futuro, fortunatamente, a Valdocco, un cortile, lo abbiamo sempre avuto, lo abbiamo e lo avremo ancora. Torino 1 novembre 2014. Cortile Valdocco. Foto, Romano Borrelli  Scritte che danno la cifra del tempo, insieme ad un calendario, consumato dal tempo, lasciato in un angolino di questo condominio,  cartone rigido, in origine blu stellato,  con macchie giallastre e “con gli auguri del portalettere” davvero  cimeli. Oggi i calendari li fornisce direttamente il tablet. Alcuni bimbi, per via del regolamento condominiale “giocavano in casa”, e molti continuano, ancora oggi, perché non le graduatorie degli asili si sa, non hanno molti posti in serbo. Bimbi. Alcuni ridono, qualcuna piange. “Marta piange ancora“, forse. Certamente la canterà Vasco.  Appartamenti con i gabinetti sui ballatoi, profumi sprigionati e sparsi lungo le scale da baracchini poco chiusi, ermeticamente , causa guasto guarnizione usurata per i troppi apri e chiudi quotidiani (senza contare le vivande da portare il sabato e la domenica nel garage da custodire. Si sa, i soldi non bastavano mai, e “vi era bisogno del lavoretto”, per far quadrare, ieri, ma anche oggi senza lavoro e senza lavoretto e allora non ci resta che il fazzoletto. Fortunatamente, il padre, non offre solo il braccio al figlio, in questa faticosa salita,  ma anche la mano, “allungandola” nel momento del bisogno). Il porta vivande  che prendeva il via verso uno dei piu’ grandi “scatolifici” mondiali, capaci di assemblare migliaia di pezzi mobili  al giorno oggi è un cimelio, chiuso ermeticamente. Ieri si apriva, la’ dove si incontravano per 8 ore “I compagni”. Oggi, resta chiuso. Mense e ticket restaurant, per chi lavora, fanno la loro parte. Da un ballatoio, osserviamo ancora un momento Torino, avvolta nel passato, presente, futuro. Solo un attimo, anche se pare  passata una vita. Poi, è ora di ridiscendere. Ci viene incontro il profumo del  latte caldo mischiato a quello di sapone di marsiglia,  odori che scendono giù per le scale, dopo averle risalite, tutte d’un fiato, piano dopo piano, o piano piano, profumi che si appiccicano addosso e musica che di sottofondo…Yesterday, all my trobles seemed so far away, now it look as though they ‘re to stay, oh i believe in Yesterday….Domenica. Il riposo, il film, un tango, o “ultimo tango a Parigi..”, le pulizie trascurate in settimana, i libri, il libro, “La donna della domenica”.

In via Ravenna si trovava una fabbrica, di luci, di lampade e lampadine: Osram. Lampada Osram era una canzone. LO è ancora, come questo quartiere. Dolce, romantico. La fabbrica, quella, non esiste più da tempo. Le luci, si. Non sono mai state spente. La Luce, sempre accesa. Chiusa parentesi…eppure era ieri…L’importante, ora, e’ che “Stanno tutti bene”. Ovunque siano stati, ovunque siano, ovunque saranno. Ieri, oggi, domani. Con la speranza nel cuore e un cuore che trabocca di speranza. Un saluto, ciao-ciao.Torino 1 novembre 2014. Cortile di Valdocco, foto, Romano Borrelli

 

La mia Torino. 4. Tra storia locale e devozione

Interno di una casa condominiale, Torino
Interno di una casa condominiale, Torino

Torino. Casa di ringhiera, interno con un dipinto dedicato a Maria Ausiliatrice. Foto, Romano Borrelli

Un profumo particolare, ci coglie, nel nostro piccolo “borgo” torinese, appena “metti il naso fuori” di casa. Un profumo che si allarga, a macchia d’olio. Un profumo ricercato, come i luoghi, ritrovati e racconti. Provare a raccontarli, sapendo della limitatezza  del “blog di Romano B”. rispetto ad  altri blog, “sponsorizzati”  come quelli “stile progetto” della provincia, che “confluiscono” sulla stampa cittadina e nazionale.  Pero’, per correttezza,  la storia delle circolari a scuola, come documenti, era partita proprio da qui, dal blog di Romano B.  (vedere quotidiano cittadino, dicembre). Un intento diverso, questo. Riproporre e raccontare persone e luoghi che davvero hanno scritto e fatto storia. Nel loro piccolo. Storia locale.  Provare ad immaginare, una camminata, e far vedere e narrare, e poi appuntare, con la lettera 28, o per la lettera 28, e raccontarla con lei e grazie a lei,  e al termine, esserne fieri, di “tanto colore”, dopo tanto bianco e nero. Scriverla e riscriverla. Quando anche un piccolo quadernetto, una rubrica si proponeva come un conto aperto per chi, le tasche, continuava ad averle vuote, nonostante  il duro e tanto lavoro. Famiglie di un tempo. Con tante bocche da sfamare. Storia di un quartiere di città. Esci. E non sai più se è l’odore, il profumo o il profumo di un ricordo. Ti assorbe. Lentamente. Un odore, misto, di erba appena tagliata, di colla, appena passata, sui cartelloni elettorali che propongono, ” Alle europee, vota questo, vota quello”. Alle regionali, “vota questo, vota quello”.  Odori di passato e di presente, misto a rumori di lavori, di un tempo e attuali. Rasentandoli,  quei cartelloni, senti quell’odore, di stampa, di colla, di fatica, di sudore, di attacchini, militanti, magari anziani. E pensi a quante riunioni, fumose e fluviali, consumatesi a loro volta in un fiume di parole. Riunioni a tempo, capaci di celebrare sempre qualche leader di questa o quella mozione. L’ultimo a resistere, e chiudere la sezione, o il circolo,  sarebbe stato incoronato  leader. Dalla passione, non dalla conta.  Avrebbe saputo dire sempre una parola in più degli altri.  Di conforto, se la tua area era perdente, di incoraggiamento se la timidezza prendeva il sopravvento. La casa, in fondo, era sempre comune. Come la causa. E il pane che si mangiava, era sempre lo stesso. La Resistenza, continua. Continua la Resistenza, anche nella dialettica. “Care compagne, cari compagni…”.  Una prova di forza, di carattere, una prova di ostruzionismo. Gruppi di anziani, nei pressi di una panchina, controllano i lavori degli attacchini. Li avvicini. Discutono. Di 80 euro. Osservi attentamente la piazzetta,  con i suoi alberi e ti  rendi conto di quanto un tempo questa area  sembrava più grande.  E non soltanto, l’area politica, di appartenenza, di riferimento. Era l’altra Chiesa. Analogie, somiglianze. Giochi di parole.  E anche gli odori, degli stessi alberi, sembrano, ora,  diversi, come effettivamente lo sono dal giorno alla notte. In realtà, eravamo noi, piccoli, allora che percepivamo tutto più grande. In realtà, non erano ancora presenti su scala nazionale,  le allergie che impedivano di respirare a pieni polmoni e a testarne le differenze.  Tra poco, la notte calerà. Luci si accenderanno in ciascuna casa. Alcune di quelle si spegneranno, altre invece resteranno accese. Occhi attenti, occhi vigili. Uno scrutarsi vicendevole. Chi ha terminato il turno, chi lo dovrà iniziare,chi si occuperà, nella notte della farina, del lievito, del forno. Del pane per domani. E pensi a quel profumo di pane che investiva tutto il borgo. Un tempo.  E non solo. Strano a pensarci, ma davvero, col pane, i panettieri, non solo portano “la biovetta” o “la michetta” sulle tavole di casa nostra.  Ma ci stanno essi stessi. Quotidianamente. I panettieri ci restano, nelle case, con il nostro  ( e il loro pane quotidiano.).Ci portano una storia, di lavoro, del lavoro, di fatica e di fatica; la loro storia, quelle di altri. Storie che trasudano da qualche rubrica. A, b, c, d…L. E all’interno di ogni lettera, un nome, un cognome, una famiglia, una casa, luci elettriche e luci di candela. Talvolta un numero.  Consumi, abitudini, tipologia di pane, quantità, preferenze. Un conto aperto. Un universo. Da quelle rubrica, si aprono altri mondi. Altri modi. Vecchi lavori dei quali ora non esiste più traccia. Una Istat in miniatura.  Intimità.  Tipologie di lavori collegati a persone che avevano presso quel negozio il “conto aperto”. All’interno di una rubrica, la storia, operaia, di un pezzo di borgo. La storia italiana, la storia di Torino, degli operai Fiat, della continua lotta per la sopravvivenza, e di lotta continua, della lira e di quando la paga era percepita il 15, con l’acconto, e il 30, con il saldo.  E il 28, si cominciava, per ogni lettera, a tratteggiare il conto.  Il 28, poi, con il saldo, cominciava a bisbigliare sottovoce, il quanto, e che, se si poteva, si chiudeva il conto aperto,  raccontato da quella rubrica, che giro e rigiro tra le mani. Con la consapevolezza di non sfogliare pagine, ma “trattare” con persone. “Handle with care”.Una rubrica che racconta “gli terni” di un quartiere, che potrebbero essere  di una città qualsiasi. Una “rubrica” che racconta l’interno del vissuto famigliare, ora che delle rubriche, sono rimaste solo nelle memorie telefoniche.  Case di ringhiera, ricche di forte umanità e semplicità. Cortili, dove in questo mese si recitano rosari.  Con tanta devozione popolare, soprattutto dalle parti della circoscrizione 7, dove anche le “paline” del bus, raccontano qualcosa di devozione.

Interno panetteria Torino. Foto, Romano

Spesso, ad ogni lettera, che era una famiglia, una nota a piè di pagina, come si usa fare nei libri, un rimando. “Passerà il mese prossimo”.  Brevi commenti, a matita, a penna. Già immagino quelle punte, non fatte, per la mancanza di tempo, per la delicatezza, per la riservatezza, per la coda di chi preme e ha fretta di prendere il pane, e tornare a casa. Le giustifiche apportate, talvolta, sono strazianti. Visite mediche, moglie, figli, qualche viaggio improvviso al Sud per la suocera o qualche congiunto, la prima Comunione di qualche figlio, il padrone che non paga, la cig in agguato. Con il far della mattina, la luce. Una luce leggera, che allontana umidità e nebbia. Un tratto cancella, apparentemente qualcosa.  Il pane fresco, appena cotto, caldo, continua a farsi, come una volta, nonostante in tantissimi di quegli interni, ora, si preferisce farselo a casa. Luce nella luce. Entro, in un paio di cortili, a me famigliari.  La sfornation, la famosa bici, è poggiata sul muro del cortile. Qualche gatto la osserva, sornione, godendosi i primi raggi del sole. “Giovanni“, non è solo il nome di un materassaio. E’ un nome molto comune, che continua a leggersi e a farsi leggere, e gridare, da un cortile all’altro. E’ comune, come il pane, come la farina, come la storia, come certe storie.  La storia di un negoziante, di un borgo, che la storia l’ha scritta, e non solo su una rubrica,  che tratterò, perché meritano. Perché hanno fatto la storia. Di un pezzo di città. Che vale la pena scrivere e ricordare. Per il senso di umanità, di solidarietà che l’uomo, quando vuole, riesce ancora ad esprimere in atti concreti.

ps. Non posso non terminare queste riflessioni, questi ricordi con un pensiero a Senigallia. Nel 2000, a Torino, nel borgo, e non solo, l’alluvione fece “irruzione”,  lungo le strade cittadine,  insieme a tanti disastri. Il pensiero va a Senigallia, colpita duramente. Con il rinnovato augurio che possa riprendersi, insieme a tutta la cittadinanza, affinché possa tornare in forma, più e meglio di prima, per coccolare ogni ritorno e ogni nuovo arrivo.

Interno di una panetteria. Il forno.
Interno di una panetteria torinese. Il forno.

Torino, città che riflette

Assisi. Basilica Inferiore. Dipinto di Cimabue

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Torino, per le vie del centro. Via Maria Vittoria. Dipinto, copia del Cimabue ( Posto nella Basilica Inferiore ad Assisi).

Giornata di pioggia sulla nostra città. Come da previsione. Giornata “radiosa”, invece, dalle parti di Roma, Citta’ del Vaticano, dove “uomini coraggiosi” sono diventati Santi.  Alle ore 11.02. Una giornata che resterà nella storia, non solo per  Roma. “Due uomini coraggiosi, sacerdoti, vescovi e papi del ventesimo secolo. Che hanno conosciuto tragedie ma senza esserne sopraffatti”. Papa Wojtyla e Papa Roncalli. Da oggi, due santi. Così sostiene Papa Bergoglio in un tripudio di bandiere bianche e rosse. Con ombrelli gialli.  Nella giornata dei 4 papi. Due in questo Regno,  che celebrano insieme “due nell’altro”. Papa Francesco che celebra.  Roma, “invasa” da pellegrini e turisti. Facile immaginare la marea di gente in quella piazza, dietro in quella che e’ piazza Risorgimento, il fiume in Via della Conciliazione, fino ai giardini di Castel S.Angelo. Una pagina di storia in una giornata trascorsa tra canti e colori, fedeli, gente comune e capi di Stato e “teste coronate”. Un evento davvero mondiale. Come era Czestochowa, Denver, Parigi, Roma… Un’ immagine che resterà nella storia per due Papi vissuti nello stesso secolo. Francesco che ringrazia e che si intrufola tra la gente, in via della Conciliazione.

Già, Francesco. Anche qui, a Torino, piove. Si cammina rasentando il muro, al riparo, per quello che si puo’, dai cornicioni, proteggendo la mazzetta dei giornali per una rassegna stampa “quotidiana”  in una giornata di festa ma piovosa. Tra la stazione Porta Susa  e i piedi della collina, una lunghissima direttrice. A metà, un salotto. Di quelli buoni. Sovente è “la meta” per il giusto riposo, nel lungo cammino di questa direttrice. Luogo dove sovente si festeggia uno scudetto, quando si vince; dove   di tanto in tanto si insediano palchi, residenza, un tempo, di comizi e manifestazioni sindacali e politiche. Prima che perdessero visibilità e consistenza.  Luogo di passaggio per manifestazioni e domeniche a piedi. Luogo. Diversamente dai non luoghi. Direttrice che incontra piazza Carlina, casa Gramsci.Altro salto presso la casa, oggi, anniversario della morte, 27 aprile. Scritte sui muri e cartelli che indicano la presenza di associazioni, come quella dei panificatori. Compagni, una parola, un ritmo. Condivisione, partecipazione. Cammini, osservi i muri, la Provincia, un museo. Un dipinto sul muro. Uno specchio dall’altra. Dall’altra, lo specchio riflette arrivi di moltitudini, in quella cittadina, Assisi. Lo, specchio ideale riflette  incontri, quotidiani e andati, partenze e arrivi,  “un panino” condiviso, da anni, per anni, un giorno: “dacci oggi il nostro pane quotidiano” (senza dimenticare di rimettere i nostri debiti, poi, noi…); un paio d’ore rinchiusi in un abitacolo che si chiama vettura, o bus, l’aria condizionata, la radio che rimanda Rino Gaetano mentre le parole tamburellano in testa… “a mano a mano”, il vento che soffia sul viso e “ruba un sorriso”, la bella stagione che era iniziata..”? Insieme alle mani muovono braccialetti, rossi. Poi,   le colline, una scarpinata, e l’approdo ad altri colli, Assisi. Una meta voluta, ricercata.  Altro colle, alle spalle. Insieme a tanta filosofia. La meta e la ricerca, di sé e del perdono. Turisti incrociati, ovunque, coi loro zaini e le loro storie. Altre storie. Altra storia. Assisi. La contemplazione, la preghiera. Solitudine. Orazione.  Due mani aderenti, senza vuoti. Di qua, sul muro di questa via cittadina, la sorpresa. L’immagine. Ma lo specchio si trova su questo lato della strada. Dall’altra parte, l’immagine rimandata dal ricordo di una città, di un dipinto,  di un incontro, era quella vera. L’originale di Cimabue,  che si trova nella Basilica inferiore di San Francesco, ad Assisi. L’immagine sui muri di Torino. Per le vie del centro. Nei pressi del salotto buono, di via Roma. Via Maria Vittoria.  Bellissima questa copia del Cimabue. Chissà quante volte ci si passa, davanti, senza osservarlo e pensare all’autentica che si trova  ad Assisi. Fermarsi col pensiero. Essere qui, ad Assisi e Roma.  Torino, una città che davvero vista con occhi attenti non termina mai di stupire. Devozione popolare. Occhi rivolti verso l’alto. Mentre la nostra citta’ e’ invasa da turisti in coda per musei, forse complice il mal tempo, continuo ad osservare questo dipinto e lo “specchio” che rimanda immagini.

Buon 25 Aprile. Resistente

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Torino. Piazza Carlina. Casa Gramsci.
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Torino. Casa Gramsci.

Come consuetudine, un salto, in mattinata, presso Casa Gramsci, a Torino. Un fiore. Così come hanno fatto molti militanti, qui e in molte lapidi commemorative a Torino. Una Torino in festa, molti turisti. Per chi ha scelto la nostra città scartando mare, infradito, pareo, costumi vari o qualche visita nelle numerose mostre presenti in altre città.  Ancora un neo: negozi aperti. Speriamo ci risparmino  questa “brutta mostra” almeno il primo maggio. Ovviamente, tifiamo per  le saracinesche abbassate. “Odio gli indifferenti”, avrebbe detto Gramsci“Persone, oltre le cose” una pubblicità televisiva. Anche nel salotto buono di Torino,  Piazza San Carlo, “stazionano” gruppi di ragazze e ragazze. Sole estivo che “spacca” le pietre di questa piazza. Meglio allora calare sul “capo” qualcosa.  Nei bar adiacenti la piazza, la politica è il tema forte. Insieme agli ottanta euro in busta paga! Ormai “decretati” e pare “coperti”. Pure loro. Poi via a saltabeccar e nella discussussione su “incapienti”, “elezioni” e quindi “campagna elettorale”,  discorsi da bar. Ovviamente. Poco da bar, e molto da storia partecipata chi confronta questo 25 aprile con altro di altra data. Sotto la pioggia. A Milano. “Che liberazione”. Anche se, era l’inizio di un accerchiamento di un ventennio. Un altro.  Altri, seduti al bar, consultano il  giornale squadernato sotto il naso. Un occhio attento alle previsioni del tempo per i prossimi giorni. Questo è un bel ponte. Per molti  sara’ un  ritorno alle proprie attività a  “pagina del calendario voltata”.  Lunga fila nei pressi di questa piazza, in attesa di entrare in un museo. Sotto i portici di via Roma, traffico da Esodo, così come avvenuto in mattinata in numerose Chiese, in vista della celebrazione per la “Prima Comunione”. Tanti vestitini bianchi ricordano infatti non solo che è in atto la Prima Comunione ma contribuiscono ad affondare nei ricordi personali di molti.  Lunga fila al “centro” della Chiesa, che ricorda altro “esodo”.  Poi, foto ricordo per tutti. All’ uscita distribuzione di mappe geografiche scaricate da internet o disegnate a amno. Pronti, via , si parte direzuone qualche ristorante o agriturismo. Per chi puo’.Una bellissima giornata, da ricordare sempre. Tornando a casa, altro profumo di pizza e pane.

 

 

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Torino. Piazza San Carlo.

“Lancia”

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Grattacielo Lancia, Torino

Passare da qui sotto, (sotto il grattacielo Lancia, a Torino ) suscita un sacco di emozioni addosso.  Tempi che furono. Per il lavoro che c’era. Le vetrate  del grattacielo non rispecchiano solo case e pezzi di collina sfumata riflessa da quel  puzzle di vetrate che a dire il vero, compone poco.  Riflettono invece, e molto.  Donne e uomini, al lavoro, in entrata e in uscita.  Cartellini da timbrare  e turni da rispettare.  Primo, secondo, notte.  Famiglie appena lasciate a casa, in quegli anni,  e bambini da accudire, affidati a qualche famigliare o nonno, in quello che da sempre è stato un welfare all’italiana. Storie specchiate, con mille metamorfosi di questo borgo. Il tempo per creare ricordi e il tempo per vivere esperienze memorabili. Passare qui sotto e farne tesoro. Tesori. Uomini in tuta, in linea di montaggio, ai torni, alle presse, con le mole e le frese. Lime per  “l’aggiustaggio”. Passare da qua sotto e guardarsi intorno. Che sensazioni. Qui, dove un tempo si produceva. Auto. Quanta storia. Quante storie.  Ogni tanto, alla fermata del tram, o ai giardinetti, trovi qualche pensionato, di quel grattacielo. E i suoi occhi, stavolta, riflettono, metamorfosi di vita. Occhi che hanno incontrato e ancora incontrano. E quando incontrano, instillano, pillole di saggezza.  E riflettono. Il pensiero di una moltitudine di lavoratrici e lavoratori. Compagni di lavoro. “Divisione del pane” e “frazione del pane”. In sintesi, questa la cifra. E qui, nella fatica del lavoro che molto nasceva e molto si condivideva.  Questa, forse, era la Lancia.  Insieme a molto altro. Questo Borgo San Paolo, che “sfuma”, grigio, e forse lo era, insieme al rosso. Colore politico.  Perché, rosso, San Paolo, lo è stato sempre.  Il quartiere, nel suo complesso, è bello. Scuole e giardini e una società che cambia.  Un bus, il 56 trasporta stancamente qualche passeggero. Un tempo, chissà quanta moltitudine. Forse non era il 56 ma  un double “decker bus“, uno di quei bus a due piani, talmente notevole il suo carico. Con il ricorso alla fantasia provo ad immaginare come e quanta gente, un tempo. Qui sotto, qui dentro.  Oggi, nuovi locali, nuove costruzioni, nuova gioventù e nuovi lavori.Torino, citta’ seria, sempre lodata da Gramsci, una citta’ positiva, permeata dalla cultura del rigore. Citta’ di interscambio tra politica, giornalismo, editoria, università e…operai.

La struttura di questo grattacielo ricorda vagamente qualcosa di simile presente a Milano, nei pressi della stazione Centrale,  dove nelle vicinanze “svettano” altri grattacieli. E ti prendono le vertigini, come quando il cuore batte forte e ti senti sull’ottovolante.  E anche li, il riflesso di quei vetri racconta altre storie. Gente che va, viene. Impiegati e studenti della Brianza che convergono, velocemente. Sfilano via velocemente Greco Pirelli, Bicocca, Sesto Marelli e così via…..Inafferrabili, sfuggenti, veloci, imprendibili, tra la nebbia meneghina. Per alcuni l’ufficio, per altri l’Università, per altri ancora, il profumo della libertà, dalla “pancia” Centrale.  Il cambio treno, la via per il mare, la sabbia e castelli da costruire. Alcune volte si sbriciolano, si smontano, si sfaldano, altre, con una buona dose di fortuna, prendono la via della verità. “Grandi Costruzioni” e non solo Grandi stazioni”.  Profumo di salsedine e di libertà. Voglia di abbinare la voce a due occhi. I due occhi ad un abbraccio.L ‘incontro, dopo il lungo inverno.  Occhi incollati al finestrino e paesaggio che muta. Non piu’ disegni sui vetri dei finestrini, buoni da alitarci sopra e costruirci immaginari fantastici, ma finestrini abbassati, per lanciarsi verso la liberta’ che avanza.  Aria fresca, aria che cambia. Voglia di cominciare e ricominciare. La nebbia, alle spalle e una varietà incredibile di frutteti e varietà di colori davanti a  noi. E non solo. Paesi che mutano nome.  Velocemente. Per alcuni, un nome seguito da…”al mare“. Il mare che costeggia il treno. Il treno che costeggia il mare. La fantasia corre. Sui suoi binari. Come un treno… La vita con gli occhiali della libertà è davvero più bella. Aprile, una porta in…fiore.

In attesa

DSC00487Dell’acqua, non vi è più traccia. Nei pressi dell’anagrafe, raccontata un paio di post fa. Pozzanghere asciutte. Giardino totalmente libero e così pure i giochi. Le altalene sono in “movimento” e così le altalene della storia, meglio, delle generazioni. Giustamente come osservato da Corrado Stajano sul Corriere, i Leopardi, i Gobetti, i Gramsci nascono poche volte in un secolo.  Ma questo era un paragone tra la classe dirigente venuta dopo la seconda guerra mondiale e quella di oggi. Tornando a questo “fazzoletto di realtà“, dietro la cancellata, lingue e dialetti incomprensibili, ma belle, affascinanti. Lingue profumate.  Paesi di altre grandi bellezze. Anche le panchine sono piene o quel che può ricordare una panchina,  pur di godersi questo bellissimo ritorno di “quasi primavera” atteso un inverno, che, in verità, sembrava un lunghissimo autunno. Mamme in attesa. Della fine del gioco, di questa giornata. Non di altro. Forse in attesa di altro ancora, del lavoro, ad esempio. Intente a vigilare il gioco dei figli. In attesa di qualcosa. E a cantare “clap and jump…”. Due chiacchiere di una terra lasciata, a malincuore e una speranza. Un futuro migliore. Un po’ come piantare un albero, coltivare un orto. Guardare avanti, speranzosi e fiduciosi. Occhi che fissano e si perdono. Tratti di malinconia.  Lungo la direttrice che porta verso il centro-centro, una traccia, una costruzione particolare.  Una coincidenza. Tre piani “terrazzati”. Un po’ come le colline liguri terrazzate. Un pochino. E difatti, ricorda quando in macchina il mare era lì, a portata di mano, dopo un’ora e mezza di autostrada. Occhi su. In alto.  Che cercano e ricercano. Ragazze e ragazzi al termine del primo traguardo. Universitario. Tre anni. Uno step. Il lavoro. Sete di sapere, sete di conoscenza. Un seminario, di studi.  Il centro, un “chiostro”.  Che ne sarà di noi? Sembra il titolo di un film, in realtà, non lo è. O lo è stato.  Poi, “Lettera di una sconosciuta“, qualche pagina, prima di dormire. Giornata calda, primaverile. Niente altro da aggiungere.

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