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Diego Novelli. Un don Bosco laico?

Torino, gennaio 2015. Diego Novelli, ex sindaco Torino. Foto, Borrelli Romano

Nella giornata di oggi, 31 gennaio, dedicata ad uno dei Santi Sociali del territorio della nostra città, don Bosco, sentivo il desiderio di riascoltare una chiacchierata avuta alcuni giorni fa con l’ex Sindaco della nostra città, Diego Novelli. Sovente, qui, sul blog, è stato menzionato. Un grande sindaco. Per tantissimi, il Sindaco. La sua buona politica e il suo ricordo  al servizio della città restano indelebili. Mi faccio raccontare qualcosa sul libro, “Le bombe di cartapesta” precedentemente nominato, qui, sul blog, sugli spezzoni e la guerra a Torino. Guerra ricordata da Natale Gherardi. Ma, nella giornata di oggi, resterò al suo rapporto con i Salesiani.Da ragazzo e da Sindaco. Parliamo del più, del meno, di libri, molti libri, tantissimi al punto da avere l’idea di essere l’interno di una biblioteca durante lahiacchierata . Parliamo di lavoro, di lavori, di politica, comunicazione, di legge elettorale, di oggi,  e legge truffa, di ieri. E di Presidente.  Si interessa ai miei studi, al lavoro……..Guardiamo insieme il blog. E’ attivo. Curioso. Scrive e legge. I libri sono disposti ordinatamente in ogni posto libero (ma in realta’ i libri si mangiano tutti i centimetri disponibili”). Resta il Sindaco. Vedia one un po’ sinteticcmente un aspetto della storia.

Oratorio di Borgo San Paolo dei Salesiani. La seconda casa.

“Mio padre, aveva rifiutato, ( perché obbligatoria per i dipendenti pubblici e per i dirigenti di prima classe delle aziende private) l’iscrizione al partito nazionale fascista e rifiutandola  era stato “catalogato” come un “sovversivo”.  Cioè, ostile al regime, quindi sempre soggetto ad essere  vigilato e condizionato  nelle sue libertà fondamentali  e in ogni movimento in particolar modo in  coincidenza di alcuni eventi  del fascismo sul territorio della nostra citta’.  “Quando venivano giù da Roma  i cosiddetti “pezzi grossi” del regime, la polizia locale veniva a prenderlo. Lo  conducevano  al commissariato,  per un “soggiorno” forzato di almeno un paio di  giorni. Non poteva frequentare locali pubblici, andare al bar, o altri posti aperti al pubblico. In molti non sanno che proprio nei bar vi era   l’insegna con su scritto “qui è vietato parlare di politica”.

Le alternative, quindi, per chi era considerato un “sovversivo”  dal fascismo erano piuttosto limitate. Mancando queste, non restava che l’ oratorio.

Amante del teatro, il papà di Novelli,  aveva messo su una filodrammatica. Aveva una passione viscerale per la recita. E noi, lo seguivamo. La nostra seconda casa, ovviamente, era diventata l’oratorio dei Salesiani.  L’Oratorio Salesiano San Paolo. Diego elenca tutta la struttura  di appartenenza prevista, in base all’età dei ragazzini e il relativo tesseramento.

” Prima ero Luigino, poi Domenico Savio e ancora negli effettivi”. E tutto questo, subito dopo la guerra. Appena ritornati al San Paolo.

Insomma l’organizzazione dell’Oratorio era ben strutturata.

Diego li racconta con lucidità e anche con affetto, la struttura e quel periodo. E con affetto ricorda gli amici e alcuni Salesiani che, complice la sua buona stoffa, qualità, intelligenza,   e un pizzico di destino, hanno contribuito a disegnare il suo futuro.

“ Durante quel  periodo, grazie ad un salesiano, don Baracco, riuscì a trovare un lavoro. Serio e piacevole. Mentre giocavo proprio  nel cortile dell’Oratorio, quel don mi chiamò dicendomi: “Diego, te la senti di andare in centro, di andare in Torino”, così si diceva allora, “dall’ Ebreo, ( così si chiamava il negozio di libri che c’era in centro sotto la galleria Subalpina), in piazza Castello”.  In uno dei magazzini dell’Oratorio San Paolo vi erano infatti accatastati numerosi libri frutto di varie donazioni. Fu così che, insieme ad  altri ragazzi  partimmo “verso Torino” con due borsoni pieni di libri.

Negozio chiuso e destino sempre aperto. Per una porta chiusa, un’altra  se ne aperta.  Siamo nel  1945 e tra le macerie di via Po, la Libreria Gissi, contrariamente all’altra, è aperta e prova a rilanciare un po’ di normalità tra la cultura. In vetrina, era esposta la scritta: “compriamo libri usati”.  Soggetti della trattativa sui libri da vendere, il Ragionier Momigliano e Diego. Quest’ultimo si rivela subito “un’occasione”da non lasciarsi scappare. Il Ragionier Momigliano  vede lungo sulle abilità di questo oratoriano, e non soltanto compra i libri ma offre un lavoro estivo presso la libreria  per la durata degli studi.

Diego Novelli diventò così un lavoratore-studente.  Il ragioniere offrì inoltre l’iscrizione ad una scuola serale privata. Fu così che, un occhio  di giorno ai libri da vendere e due su quelli da studiare, di sera, Diego cominciò  a bazzicare gli ambienti della politica, del sindacato e frequentando la domenica, l’Oratorio.

1948: Diego Novelli e l’Oratorio dei Salesiani.

Nel 1948, tre anni dopo la fine della guerra, in vista della tornata elettorale, qualcosa nei rapporti  tra  il lavoratore-studente e  l’Oratorio, muta.

La passione  Politica e l’impegno.

“ Con due fratelli partigiani, mio padre di  orientamenti a sinistra, mio nonno materno morto per le botte dei fascisti nel 1922 nel circolo socialista della Barriera di Milano, non potevo che collocarmi  a sinistra. Quindi ho fatto campagna elettorale per il Fronte Popolare che era il Fronte  unito della Sinistra. Una domenica mattina, dopo la messa sociale, quella  delle 8.30, nel cortile dell’Oratorio,  notiamo alcuni che distribuiscono volantini per la Democrazia Cristiana e più specificatamente per l’onorevole Gioachino Quarello. Noi eravamo tre o quattro del Fronte Popolare. In un attimo, dopo esserci guardati, io ed altri compagni ci siamo detti: “domenica  prossima porteremo anche noi dei volantini del Fronte Popolare. Qui. In oratorio.”  E così fecero.

“Non dico cosa successe. In seguito a quel fatto fummo  espulsi dall’Oratorio. Il Direttore  dell’Oratorio salì sul pulpito e da lì ci indicò come dei ragazzi traviati. Mia madre ci restò molto male. Affranta e  distrutta per il figlio espulso dall’Oratorio. Dei Salesiani.  Una delusione, per lei.  Per tutta la durata della campagna elettorale, una domenica dopo l’altra, abbiamo fatto il nostro lavoro di militanza politica. Il volantinaggio davanti l’Oratorio e la Chiesa”. Quel fatto però  ha lentamente allontanato Diego dal mondo Salesiano, dall’Oratorio, dalla messa sociale, dal campo di calcio. Questo almeno per un po’ di anni.

Nel 1949 Diego si iscrisse alla Federazione Giovanile Comunista.

Diego e il lavoro:  il giornalismo di sinistra

Nel 1950 scrivevo per qualche giornale sportivo e mi han chiesto se volevo andare a lavorare a L’Unità come archivista e  apprendista cronista di cronaca nera. Nel 1950 ho cominciato a lavorare a l’Unità: cronaca nera, sindacale, giudiziaria, politica e dal 1955 i resoconti del Consiglio Comunale, diventando una specie di “oggetto” di Palazzo Civico. Ero tutti i giorni in Comune. Nel 1960 il partito comunista, dato che il mio domicilio era era diventato, per via del lavoro, il Comune, mi chiese di candidarmi al Consiglio Comunale. Riuscì ad essere eletto nel 1960. Nel 1966 diventai  capo gruppo e nel 1975 per la terza volta mi chiesero di ricandidarmi e di fare il capolista.  Io però, avevo una gran voglia di tornare a fare il mio mestiere: il giornalista.

Nel 1975 ci fu l’avanzata delle Sinistre. Cosa successe a Torino, al Pci e a Diego?

Successe che  noi della sinistra ci trovammo  con un seggio di maggioranza (eravamo insieme con i socialisti al Comune di Torino).  La domanda a quel punto era: “Chi  diventa  Sindaco?”

Diego Novelli, era il capolista, e il candidato che  ha  ottenuto più voti.  Lineare e obbligata la scelta.

Dal 1975 al 1985, Sindaco per due tornate amministrative.” Prima avevamo una giunta, di sinistra, con un voto di maggioranza: avevamo infatti 41 consiglieri su 80.  Sai che fatica! Nella seconda giunta  siamo andati avanti. Noi comunisti abbiamo preso 33 seggi (da 30) e i socialisti da 10 a 12, quindi un margine più largo. 

Fu così che Diego si ritrovò Sindaco della nostra città per due mandati e  nel frattempo, nella sua veste istituzionale  ricompose i rapporti con i Salesiani conquistandosi, per via delle estate ragazzi avviate dal Comune di  Torino l’appellativo del don Bosco laico.

(un ringraziamento a Michele Curto e Juri Bossuto, autore di “Un gatto nel cuore di Torino”, che si sono resi disponibili nel rendere fattibile questo incontro).Torino, gennaio 2015. Diego Novelli, ex sindaco Torino e Romano Borrelli. Foto, Borrelli Romano

Una grande bellezza. Tramonto in Salento

DSCN3338DSCN3336Un tramonto stupendo. Pochi ombrelloni aperti, piu’ per la noia e il fastidio che darebbero nel chiuderli che per la reale necessità nel doverli richiudere perché la giornata volge al termine. Ombrelloni piazzati fin dalle prime luci dell’alba, perché la spiaggia, al mattino presto, ha la capacità di trasformarsi e prendere le sembianze di un’aula universitaria, o di un ufficio, fabbrica, o addirittura di un’area mercatale, dove tutti  vorrebbero accaparrarsi un posto. Arrivare primi vuol dire essere protagonisti per una giornata intera. Sul far della sera, quando il sole pare un’isola infuocata, gli ombrelloni, imprimono un po’ di  tristezza. Lasciati aperti per ore, senza accogliere nessuno al di sotto della sua tela. Al mattino presto come per gli ultimi spicchi di luce del giorno. Quei pochi metri di ombra, nell’arco di diciotto ore, potrebbero raccontarci un sacco di storie. Se fosse il titolo di un libro potrebbe essere: “Ombrellone, capitale del racconto“, intrisi di rapporti cordiali e amichevoli: scuola, lavoro, amori, amori veri, virtuali, infranti, scoppiati, studi, gusti degli italiani e non, fuoriusciti da ampie borse frigo, panini, pentole, palloni, libri, i-pod, i-pad, lettori, mp3, cellulari, tavolette, vestiti di ricambio e da lavoro, che manca o che è intermittente, perché in molti, “prendono servizio” subito dopo aver fatto il bagno del tardo pomeriggio. Un lavoro stagionale. Prendere o lasciare. Lavoro che da queste parti nella parola ha davvero qualcosa di amaro, “fatia”, fatica, che spesso si avvicina ad altro acronimo, con sede al Nord.  Lavoro che richiama le “giornate” di fatica, in campagna. Quando i campi erano grandi distese di pomodori e altro ancora. Schiene spezzate dalla fatica della giornata. E inevitabilmente ci si riallaccia o ci si appallottola alla politica, al governo di servizio, o al governo innaturale, alla ri-bipolarizzazione, e al che fare.  Qualcuno vorrebbe invitare al dialogo Vendola. Pare stia passando qualche giorno da queste parti. Ma da queste parti, sono in tanti, a trascorrere qualche giorno di vacanza. Forse anche Ippoliti, così dicono. E così, politica e giornalismo potrebbero incontrarsi sotto l’ombrellone. Così dicono. Insomma, ci sarebbe materiale per un buon lavoro di sociologia. Verso sera, alcuni  bagnanti entrano  un’ultima volta in mare intenti nel recupero dei materassini, accarezzati, ancora  un momento, dalle deboli onde di questo stupendo mare. Materassini che , fluttuano dondolano, ora di qua, ora di là. Altri vacanzieri continuano a giocare con i soliti racchettoni, un po’ “cafonal”,  se sulla spiaggia, come sovente avviene. Sullo sfondo, intanto, il sole lentamente cerca casa, in altro luogo. Oltre Torre Lapillo, dopo aver superato Porto Cesareo e Torre Chianca.  In questo luogo, in questo periodo, o forse sempre, si riescono a recuperare colori del mondo, andati persi, per colpa di uno o dell’altro o del mondo intero. Il recupero resterà parziale, dopo un anno intenso di fatiche, di lavoro, e spesso di equilibri rotti e continuamente ristabiliti, dopo che sul campo sono rimaste macerie, reali e metaforiche, ma, ora, a quest’ora, quel po’ è il tutto.  Alle spalle, la precarietà cristallizzata. Una grande bolla di sapone, consistente e fragile,  allo stesso tempo. I colori e l’armonia sono il trionfo del reale sull’effimero, sul fittizio. Odori di mare, fichi, vite e ulivo. Simboli di grandezza. Le impronte di qualcuno impresse sulla sabbia, a quest’ora, sembrano lasciare alle spalle  ansie, inquietudini, turbamenti del cuore. Musica sparata a palla, proveniente da altri stabilimenti, dove si consumano drink e calorie, in una danza sfrenata e infinita, e da sfinimento, senza soluzione di continuità fra il giorno e la notte. Davanti, all’inseguimento del sole, oltre la Torre, la serenità: la grande bellezza forse è qui. Forse non è un terrazzo, non è il Pincio, dal quale si puo’ ammirare e possedere l’eterno, ma è una grande porta di accesso a qualcosa di bello, misterioso, insondabile. A due passi dalle mitiche Colonne. Dove osano i viaggiatori, sognatori, “eterni visionari di confini“. Una grande porta dove affacciarsi ed ammirare una grande bellezza. Composta da cose semplici, come quest’anguria, e ora, ne capisco il senso, della corsa mattutina, per accaparrarsi il primo posto, in prima fila, dove, a pochi passi, giace a terra, un’anguria, a metà strada, tra il mare e la sabbia, al fresco. Come fosse una costruzione, un’opera d’arte di altri tempi, quando si giocava e costruivano castelli, di sabbia e in aria e si era capaci di emozionarci con poco. Oggi, la grande bellezza è in Salento. Davanti a questo tramonto, in riva a questo mare.