Archivi tag: giorgio airaudo

Democrazia. MicroMega e Fiom

Un’altra giornata di passione è scivolata via. Il seminario proposto da MicroMega e Fiom ha dato spazio e voce a numerosi personaggi del mondo universitario, sindacale e della scuola-università in qualità di studenti, alcuni dei quali, dal giorno del referendum sull’accordo di Mirafiori, non si sono mai allontantati dall’ombra della Mole. Un rimanere, quasi a presidio della democrazia. E la strada , termine che ha caratterizzato questa giornata. E i diritti e la democrazia passano proprio da qui, da Torino. Città che proprio ieri ha visto sfilare tra le sue vie una bellissima manifestazione di metalmeccanici, studenti, pensionati. Una città che ha accolto, chi dice 30 mila, chi 40 mila piu’ uno manifestanti. Tantissimi comunque, provenienti da ogni dove. 35 bus. Tantissimi.

Federico Bellono, Maurizio Landini, Luciano Gallino, Antonio Ingroia e Paolo Flores D’Arcais sono stati i relatori, al mattino, di questa iniziativa nata dal rapporto tra MicroMega e la Fiom, iniziativa tenutasi a Torino, dal titolo, “Democrazia”, presso “La fabbrica delle E” in corso Trapani 95 (dalle 10.30 circa alle 17.00).

Democrazia, un concetto e un valore svuotato lentamente, da molto tempo, che ha perso strada facendo il suo significato originario. Grazie, si fa per dire, alla coppia, tandem, Governo-Confindustria di turno. Una perdita di significato di quel valore, ripercorsa negli interventi e sul piano sindacale e su quello politico. Un sindacato che perde senso e significato, oggi, grazie a questi ultimi accordi, privato della rappresentanza e trasformato in soggetto con ruolo di servizio. Per fortuna la Fiom NO. Per fortuna la Fiom esiste e si batte per i diritti dei lavoratori. Non contribuisce ad abbatterli. Perchè la tutela del lavoratore con i suoi diritti rientrano nel compito del sindacato. Non avere una penna sempre facile e a portata di mano. Siamo ad un passaggio epocale, si usa cioè la crisi, la paura, la debolezza per avviarsi ad una modifica sostanziale delle regole. Viviamo cioè in un periodo in cui la democrazia è attuata come “imposizione” e non decisione. Economia, politica, diritto…moltissimi gli argomenti e le analisi che ci hanno portato a questo stato di cose. Ogni relatore un punto di vista. Un approfondimento. Un’analisi.

L’intervento di Luciano Gallino è sul rapporto tra economia e impresa.

Per Luciano Gallino, Democrazia, si legge nei manuali, è una forma di governo in cui i membri di una collettività hanno sia il diritto sia la la possibilità reale e materiale di poter partecipare alla formulazione delle decisioni di maggior rilievo che toccano piu o meno da vicino, la loro esistenza. Si puo’ realizzare con partecipazione diretta o mediante forme di rappresentanza. In tema delle decisioni che toccano direttamente le esistenze di tutti noi, viene a includere diversi elementi, diversi aspetti attinenti all’economia. Toccano la nostra esistenza alcune cose: tipo di manufatti e servizi prodotti; luoghi della produzione degli uni e altri; le condizioni di lavoro in cui vengono prodotti, in Italia o altrove, la possibilità per ciascuno di noi di trovare un lavoro stabile e adatto al proprio talento. Tra le cose che ci toccano e che conformano la nostra esistenza troviamo anche gli alimenti,la loro provenienza e il modo con cui vengono distribuiti, i mezzi di trasporto, la qualità dell’aria, dell’acqua che beviamo, gli abiti, il modo in cui il sistema finanziario si collega con l’economia reale, in cui la serve oppure in cui la domina e per finire la struttura sociale della comunità di cui facciamo parte. Quanti oggi sono esclusi dalla partecipazione? E quale il ruolo della grande impresa? Nella trattazione Gallino ricorda un anno, il 1938 e un presidente, americano, Roosvelt, preoccupato per le sorti della democrazia a fronte della crescita del potere privato arrivato al punto di diventare piu’ forte del potere democratico.

Qui da noi? Grandi le riflessioni della platea che assiste al seminario.

Gli interventi sono stati tutti interessanti, pieni. Interventi che si legano a quelli del pomeriggio. Interventi anche di con Marco Revelli e Roberto Iovino, interventi nel pomeriggio di studenti universitari, che insieme invitano tutti a ripercorrere in senso inverso la strada per recuperare l’autentico significato del concetto di democrazia, un concetto svuotato da chi detiene le leve del potere economico e politico. Provare a riempirlo, quel concetto, nuovamente, ancora una volta, di contenuti: in Italia esistono centinaia di club, associazioni, di ogni tipo. Mettiamoci dentro, frequentiamoli, parliamo.

Landini nel suo intervento ripercorre la strada di quella parola “svuotata” di senso e di fatto. Un terremoto che ha avuto inizio dagli anni ’90.

Dagli accordi separati, degli anni 90, e con l’avvio di quella pratica in forma strutturale che sono stati appunto gli accordi separati. Il primo accordo separato avvenne a Milano sui contratti a termine, sui diritti, sugli immigrati, sulla gestione del lavoro. Poi quelli nazionali nel 2001, poi nel 2003, e ancora dopo una fase di ricomposizione sul terreno della democrazia e del diritto dei lavoratori. Poi, ancora, dal 2009 l’accordo separato sulle regole tra governo associazioni imprenditoriali e sindacati; sulle regole, come se si fosse fatto un accordo separato sulla Costituzione. Questo ha determinato nella nostra categoria un nuovo accordo separato senza dimenticare poi tutta la vicenda della Fiat.

Il contratto nazionale del nostro Paese potrebbe essere derogato, (vedi la decisione della Fiat di non essere piu’ associata a Confindustria, stabilendo quali sono le regole dentro il suo stabilimento, fino ad arrivare a non garantire piu’ alcuni diritti fondamentali, come il diritto di sciopero e di malattia).

Cosa sono concretamente gli accordi separati?” Adesioni di chi firma alle condizioni poste dalla controparte” mentre il contratto presuppone una mediazione tra interessi diversi e al limite anche degli scambi; noi siamo davanti al fatto che questa mediazione di interessi non vi è piu’ e gli accordi separati vengono imposti dalla Fiat o dalle controparti arrivando anche a scegliere quali sono i sindacati con cui decidere quali cose.

Per Marco Revelli l’accordo non è un accordo ma un manifesto ideologico dell’ad della Fiat; non un prodotto di una trattativa; non di una negozazione si tratta, non di uno scambio. E’ un diktat fatto sottoscrivere ad altri.

Il contenuto di quel documento ha una ricaduta generale. Non è un documento relativo ad un rapporto privato tra la Fiat e i suoi dipenenti, non è neppure relativo al rapporto sindacale tra l’azienda e le organizzazioni sindacali (già grave). E’ un accordo che ha una ricaduta generale sulla cosituzione materiale del nostro Paese e sul concetto di cittadinanza; cosa succede ad un cittadino di questo Paese quando varca i cancelli di una fabbrica ed è costretto esplicitamente a depositare il bagaglio dei propri diritti? Certo esisteva, di fatto, già negli anni passati questo lascito di diritti; avveniva anche prima, questo depositare il bagaglio dei diritti nei pressi dei cancelli: quante volte i diritti sono stati violati nella storia?La differenza è che oggi quel lascito viene sancito e interiorizzato da una parte dei rappresentanti dei lavoratori. Ci sono delle firme in quel documento. E qui è lo scandalo, di cio’ che sta nell’asse che va da Pomigliano a Mirafiori. Un impatto forte sulla Costituzione e sui suoi principi, sulla legislazione ordinaria sulla contrattazione nazionale. Ecco cosa si è avuto. Uno scandalo, un atto scandaloso. Forse il principale scandalo di questa questione sta nella “asimettria spaventosa” che emerge nel percorso stesso e nel suo processo attraverso il quale la vicenda è nata e si è presentata: l’entrata in scena della figura del potere che assume l’immagine come onnipotenza, che si presenta come un potere mobile, che puo’ atterrare dove vuole, a Torino come a Detroit in Polonia, in Turchia, un potere che si muove nell’iperspazio e che sta fuori dallo spazio nazionale e dallo spazio della legislazione dei diritti da una parte,e, dall’altra parte, per Torino, 5500 uomini e donne già straziati, provati sotto un punto di vista economico, uomini e donne con le spalle al muro, economicamente parlando.

Una sproporzione spaventosa che mette difronte, anche personalmente, un signore che sta 435 piani piu’ in alto di quelli su qui vuol fare cadere o minaccia di far cadere la scure. E’ la distanza che emerge, distanza sociale, che fa scandalo, la distanza sociale che rende inaccettabile la faccenda. E di distanze ne stiamo vedendo tante in questi giorni. Un festino, una sera di festa organizzata come privato cittadino, dal Presidente del Consiglio, costa come quanto guadagna una squadra di lavoratori di Pomigliano o di Torino in un anno di lavoro. Fuori dalla modernità, ecco dove ci porta. Un balzo indietro di due secoli. Nel 1789. Perchè quando in uno spazio vivono distanze così grandi è difficile pensare che il rapporto sia tra cittadini che appartengono allo stesso Paese. Siamo davanti ad un rapporto che corre tra tra signore e servi. Siamo in una società in cui vigono rapporti servili. La persona non è piu’ portatrice dei diritti che la rendono uguale ad un altro dandole pari dignità. La Fiat ha cercato di far passare, nel suo out-out un principio di asservimento del lavoro. Una parte consistente ha avuto la forza di dire NO. Un principio che non è stato condiviso, grazie ad una dimensione eroica che va al di là del calcolo individuale.

Gli interventi sono stati davvero illuminanti. Ognuno meriterebbe di essere ricordato al meglio.

Solleciato dalle analisi, dai ricordi, passiamo in rassegna i momenti di resistenza ad un film già visto. Analisi e azione, ci veniva ricordato da Landini in mattinata. Oggi non siamo piu’ nelle condizioni di soffermarci, di fare analisi e in un secondo tempo l’azione. Oggi il tempo stringe. Troppe vole i due termini hanno avuto una collocazione temporale distante. E si riavvolgono nei ricordi tante tappe.
Quante manifestazioni, quasi una ogni anno: Firenze, Roma nel 2002 per l’articolo 18, Roma nel 2003 per dire no alla guerra e si alla pace, (quante bandiere, è stato ricordato, sventolanti da ogni balcone d’Italia) ancora Roma nel 2004, i girotondi prima. Quanta gente incontrata, su quei treni, bus per ritrovarci nelle identiche condizioni. Un decennio fa, oggi. Quante e quali, ma con pochi sbocchi. E allora proviamo a riprendere quella strada, è l’esortazione, di entrare in quelle associazioni, parlarci, parlarsi, collaborare, fare rete, senza gelosie, senza frazionismi, senza egoismi. Muoversi. Uniti, contro la crisi.

Ultima nota. Airaudo resta patrimonio della Fiom.

Fotografie sul sito della federazione della sinistra Piemonte

Intransigenza. Le ingiustizie e le menzogne…dell’accordo

2326; 20; 9; 49,91%

2326 i No usciti dalle urne di   Mirafiori.

20 gli impiegati che hanno avuto   il coraggio di dire No al ricatto.

9 la differenza effettiva se…”al netto del voto impiegatizio i si hanno vinto per nove voti”.

49,91% gli operai che restano privi di rappresentanza a Mirafiori.

Il 51 % tanto ricercato da Marchionne non è così uscito dall’urna, bensì “50% piu’ nove voti”, che come ci ha ricordato Eugenio Scalfari, “non fanno il 51% (ne mancano ben “41 di voti”!).

Il 49,91 % è privo di rappresentanza, a Mirafiori. Tutto normale?

Con questi dati mi reco all’appuntamento di via Perrone,a Torino, a prendere parte ad una utile conferenza su analisi e ingiustizie dopo l’accordo di Mirafiori. (Ingiustizie che ci portiamo appresso ormai da decenni, a dire il vero).

 

Sabato 22 gennaio, ore 15.30, Torino, via Perrone 3, Sala Monaco.

Le ingiustizie e le menzogne dietro il piano Marchionne”.

 

Relatori. Cataldo Ballistreri, rsu; Giorgio Airaudo, Fiom; Gastone Cottino, professore emerito università Torino; Oliviero Diliberto, portavoce Federazione della Sinistra. Andrea Rivera alla chitarra e a metà incontro Margherita Hack in collegamento telefonico.

Il colpo d’occhio è magnifico. Sala piena. Occupo posizione grazie ad un posto riservatomi dagli amici Simone, Andrea e Marilisa.

Inoltre, Armando Petrini, Luigi Saragnese.


Penso a quei 2326 no, al bisogno di solidarietà e di vicinanza che necessitano, in un mondo dove “uno ride”, acuni “godono”. In questa sala i lavoratori incontrano la precarietà, il mondo della scuola, la politica. Si danno appuntamento al 28 gennaio. Anche prima. Una giornata in cui, secondo Airaudo, ci sarà l’apoteosi di un movimento che non vuole questa riscrittura del capitale e lavoro. Una riscrittura dove solo uno è il vincitore, il “win-win”.

Cataldo ci racconta un po’ di storia, dagli anni ’70 in avanti, sulle conquiste del movimento operaio ora messe in discussione: pause, mensa, malattia. Tutte rimesse in discussione con alcune compiacenze: il fronte del si. Cataldo, a proposito dell’indennità di malattia non retribuita, evidenzia come, anche la privacy sarà superata, in base a quell’accordo, dal giudizio espresso da una commissione. Nominata da chi? Nel momento in cui l’operaio produrrà il certificato medico (ora senza diagnosi) tutti saranno a conoscenza del suo stato di salute, “superando” così la professionalità di un medico.

Gastone Cottino ci “rispolvera” l’importanza di alcuni articoli della Costituzione: 1, 3, 35, 41. Ci narra qualcosina di Gobetti e della necessità di una “intransigenza”.

Prima di Airaudo la telefonata di Margherita Hack, con il suo grazie alla Fiom, ai lavoratori che hanno vissuto in prima persona una grande battaglia a nome di tutti. Un plauso a tutti i lavoratori. A quei 2326, alla Fiom, ai sindacati che hanno detto No.

Airaudo ha analizzato il voto, dai no, ai 20 impiegati, che hanno votato no perchè conoscono bene la realtà della catena di montaggio, dove un’operazione dura un minuto, un minuto e mezzo al massimo; dove una pausa ridotta di dieci minuti ha un valore elevatissimo per il recupero psico fisico e non per il suo valore monetario. La pausa ridotta infatti, oltre a non essere di dieci minuti è, analizzandola bene, di 40 minuti. La pausa ridotta, è l’equivalente di diciotto centesimi l’ora, pari a circa un euro al giorno. Un caffè. Trentadue euro al mese. Come ricordato da questo blog, senza rientrare nel computo del Tfr. Diventano 40 perchè la pausa mensa verrà spostata a fine turno, quando le forze sono ormai al culmine, quando la “resa”, un po’ come avviene per la curva dell’attenzione, si avvia a scemare. Airaudo ci parla di empatia, di solidarietà, di chi “seppur un mutuo, una rata, un figlio all’università, votero’, dovro’ per forza votare si, ma tu, voi della Fiom, continuate la lotta anche per me”. Continua il suo racconto, Airaudo, nell’aver incontrato gente alla fermata del tram che sente il bisogno di “toccare” chi crede in un’idea diversa, di chi crede che solo il conflitto sociale porta qualcosa nelle tasche dei lavoratori e non una firma veloce su uno straccio di accordo”, distribuito, con coraggio dalla sola Fiom. Toccare chi ha avuto con la lotta, grazie alla lotta, il coraggio di dire che “il re è nudo”. Airaudo ci ricorda ancora una volta come gli ipotetici 3600 euro in piu’ sono semplicemente una ipotesi, di qualche cosa che è fittizio, non esiste, come “la finanziarizzazione dell’economia”. Euro derivanti dallo straordinario, pari a 120 ore, se “l’azienda vorra”. Airaudo ci ricorda come il costo del lavoro per prodotto sia pari al 6% e “competere comprimendo quel fattore” significhi non avere le idee chiare su formazione e innovazione. Viene tirato in ballo l’esempio dell’industria di tessitura di Bergamo, dove i telai vengono cambiati ogni sei mesi, al fine di prevenire “scopiazzature” cinesi. E quei telai, a chi sono venduti? A proposito di cinesi. Li si cominciano a registra aumenti salariali, qui si segue la strada opposta. Intanto i lavoratori, causa cassa integrazione hanno perso 8000 euro dal proprio già magro bilancio annuale.

Snocciola Airaudo dati e diritti “andati in fumo”: malattia, sciopero, rappresentanza. Diritti previsti e garantiti dalla Costituzione. Ci ricorda ancora che lo scambio lavoro-diritti nella versione Marchionne, non ci porta affatto verso la Mitbestimmung cioè la co-gestione dei sindacati tedeschi della IG-Metall presenti nei consigli di sorveglianza della Volkswagen. E non porta neppure alla partecipazione all’azionariato ottenuta dai sindacati americani.

Airaudo ci parla di brevetti che mancano, in questo Paese. Ci troviamo negli ultimissimi posti nel deposito di brevetti. Ultima la Grecia. 650 mila auto prodotte in Italia da circa 22.100 operai. Eccesso di offerta. Il mercato e non solo quello mondiale riuscirà ad assorbire? Possibile che non si riesca ad immaginare un nuovo modello di mobilità? Quei 2326 no non verranno lasciati soli, così come non verrà lasciata sola la città ora che si sta ricomponendo una sorta di ricucitura, dopo lo strappo degli anni ’80.

Infine l’intervento di Oliviero Diliberto: la crisi consiste nella scellerata politica di distruzione della scuola, della formazione e della ricerca. In sintesi, Tremonti, Marchionne, Gelmini sotto braccio. Mentre altri Cesare ridono.

 

Occorre una dura Intransigenza.

Arrivederci al 28 gennaio.

 

“Siamo tutti dello stabilimento 6”, “Siamo tutti della Antibioticos”.

La crisi è globale: colpisce tutti, a qualsiasi latitudine. Te ne rendi conto anche quando per alcuni istanti vorresti pensare ad altro, “globalizzandoti” un po’ con la lettura di una rivista come Internazionale. “Operai d’America” è il titolo di Jonatan Mahler, comparso su Internazionale, a pagina 30, 17/23 luglio 2009. “Operai d’America”, operai d’Italia, operai di Settimo Torinese. Siamo tutti lavoratori della Antibioticos. Siamo tutti operai. Ho ricevuto molte e-mail e telefonate, nelle quali gli operai di questa fabbrica di Settimo mi confidano le loro preoccupazioni, anche in questo fine settimana. L’articolo tratteggia la storia di uno stabilimento, chiamato Stabilimento 6 “perchè nel 1972, quando è stato inaugurato, era la sesta fabbrica della General Motor (GM) in città: produceva metà dei veicoli venduti negli Stati Uniti.” Lo stabilimento è a Pontiac (Pontiac Assembly Center), nel Michigan. L’articolo racconta che c’è un solo turno, ora, quello dalle 6 alle 14.30, che la fabbrica ha licenziato altri 600 dipendenti e che gli operai al lavoro sono meno di 600. Il prodotto, “l’output”, non supera i 230 veicoli al giorno. L’articolo è inoltre la storia di una famiglia americana, di Marvin Powell e della sua famiglia. Le preoccupazioni, l’ansia, di una persona, di un lavoratore, di una famiglia, di una classe, quella operaia. La storia è identica a quella di migliaia di lavoratori, operaie ed operai. Negli Stati Uniti, come in Italia, come nel mondo. Oggi, mi dicono che i lavoratori della Anibioticos saranno in assemblea. Speriamo esca qualcosa di positivo. Un pensiero è rivolto a loro. Certo è che la storia del “capitale” la conosciamo tutti: accumulare il più possibile, questo è lo scopo principale.  Andare dove le condizioni migliori diano possibilità di “spremere” fino in fondo. E poi, tradire. “Tradire a Termini”, come sosteneva il Manifesto di sabato 18 luglio.  Sicilia, non Pontiac; oppure la condizione è la medesima. 1700 operai, che rischiano perchè, forse, dal 2012 non si faranno più macchine. Prospettive? Bho! E, ha ragione il giornalista, che a volte, neanche la “Santuzza” (Santa Rosalia) o il “Santuzzo” riescono a mutare le condizioni. Spremere. Ma, a volte ci si “compatta” e si riesce a reagire. Così, anche Mirafiori, “vede”  uno sciopero: in periodi come questi, non si poteva fare uno strappo e andare oltre i 600 euro di premio? C’è l’accordo sul premio, titolavano i giornali, e per alcuni, “un premio giusto”, magari “oltre era difficile portare a casa, con tutta la cig fatta in un anno”: per fortuna che: “la Fiom non ci sta: sciopero” (vedi La Stampa, pag. 59, articolo di Marina Cassi).  Come se andare in cig è una colpa del lavoratore! Per Airaudo, “La cifra è insufficiente. L’azienda fa profitti sul nostro lavoro”. Il capitale è volatile, sceglie posti sempre più convenienti per esso, per essi.  Spreme. Anche nei giorni scorsi, in Francia si è registrata una ulteriore crisi, a Chatellerault, (nel centro della Francia), dove operai  della New Fabris hanno manifestato contro la chiusura dello stabilimento.  Preoccupazioni già viste, già conosciute. Una volta v’erano le crisi cicliche, quelle che avrebbero dovuto verificarsi “ogni dieci anni”; ora il tempo tra una crisi e l’altra si è accorciato. A volte il tempo pare proprio non sia passato, e con esso, tutti i diritti conquistati dal movimento operaio, con le sue lotte, il suo sudore: diritti che continuamente vengono messi in discussione. Il movimento operaio era forte, e il capitalismo doveva mostrare “la faccia buona”, per cercare di contenerlo. Il tempo sembra essersi fermato. Agli anni ’60. Non solo per alcune zone geografiche, ma anche per le persone. Non è un trolley a dare la sensazione del tempo passato. Laureati e operai continuano a fuggire dal Sud. “7oo mila giovani fuggiti dal Sud“, titolava la Stampa, venerdì 17 luglio: “un vero e proprio esodo quello che ha visto 700 mila persone scegliere l’emigrazione negli ultimi 10 anni”. Il trolley e la laurea non mutano la precarietà.  Erano il 25% dei laureati con il massimo dei voti a lasciare il Sud nel 2004, erano il 38% tre anni dopo.  Si è fatto proprio poco. Mentre si è fatto tanto, davvero tanto, per spremere e, per tradire.

Manifestazione Cgil altre foto Contro la crisi una soluzione c’è: Lavoro e Contratto.

Inseriamo altre fotografie riprese alla manifestazione piemontese, del 28 febbraio 2009, organizzata dalla Cgil: Contro la crisi una soluzione c’è: Lavoro e Contratto. In prevalenza mi sono soffermato nel riprendere cartelli e striscioni tenuti da Persone.


airaudoabbigliamento-cgilamici-manifestanti

cig-elevata-piemontecomparto-ssaepconsiglio-fabbrica-streglio

borsci-maestro-fallimento

coordinamento-immigrati-pinerolodiamo-spazio-agli-operai-giornalino-borrelli

federazione-lavoratori-della-conoscenza-torinofederazione-rifondazione-comunista-torino

fiom-iveco1

fisac-cgil-bancari-assicurativifiscal-dragil-posto-di-lavoro-non-si-tocca

insieme-giustizialavoratori-cabinilavoratori-non-sono-in-vendita

maestra-asilomarcia-lavoro-crisi-10-paolo-ferreromarcia-lavoro-crisi-14-fillea-cgil-torino

michelinno-razzismono-scuola-no-futuro

operai-cgil-italianioperaio-indesitpirelli-settimo-torinese

sindacato-lavoratori-comunicazioni-slcspi-pensionatitessili-abbigliamento-torino

top-managertorino-funzione-pubblicavenaria

Oltre quarantamila persone marciano per il Lavoro a Torino, contro la crisi una soluzione c’è: Lavoro e Contratti

marcia-lavoro-crisiIl titolo riassume la sintesi della marcia indetta per oggi a Torino, con lo scopo dichiarato di tutelare posti di lavoro e diritti messi in discussione. Una Cgil che “marcia” da sola, da Piazza Vittorio Veneto, costeggiando poi via Po con arrivo a Piazza Castello. Ora di partenza: 9,30. Tutto questo mentre a Roma, nei palazzi, da un paio di giorni ormai non si fa altro che predisporre bozze per un disegno di legge sulla “riforma” del diritto allo sciopero. Tutelare il lavoro affermavo, ma questa affermazione, o meglio, quel concetto, appare oggi sempre più un concetto valvola, un concetto “flessibile” come è appunto per molti il lavoro; concetto valvola perché per tante persone il lavoro non c’è, e per altri o altre si allontana sempre più. Penso ad alcuni amici visti presso il gruppo regionale nei giorni scorsi, dove gli amici di Rifondazione Comunista, in particolar modo Juri Bossuto, si sono dati un gran da fare per cercare di capire la situazione di alcune fabbriche e allo stesso tempo trovare il modo più idoneo per non lasciare soli compagni e compagne in questi momenti davvero tragici, vittime di questa non facile congiuntura economica, e non solo. Penso ai compagni della Indesit, della Cabind e della Bertone, incontrati con i loro carichi di sofferenze lungo il viaggio per la manifestazione di Roma, e, come detto, presso gli amici di Rifondazione, al gruppo. Penso agli amici di “scompartimento” della Skf che incontrerò nuovamente.
marcia-lavoro-crisi-4-raiLa Cgil “marcia da sola”, titolava un quotidiano ieri nelle pagine di cronaca (La Repubblica), ma come altre volte ho ribadito, “meglio avere un nemico chiaro che un amico ambiguo”, quindi, va bene così. Rimaniamo gli unici a ribadire che si deve fare di più, in una regione come la nostra dove 50 mila lavoratori ogni mese sono collocati in cig, 28 mila in mobilità e altri 125 mila precari a cui quest’anno non verrà rinnovato il contratto. 200 mila le persone implicate nella crisi. Numeri, sempre freddi, che a volte nascondono persone in carne ed ossa non menzionate. Ad esempio, proprio in questo periodo, molti precari della scuola hanno lasciato il posto perché con contratto articolo 40. (Avevo accennato, insieme ad una interrogazione di Bossuto in consiglio regionale alla precarietà dei collaboratori scolastici: nella scuola dove lavoro, dopo tanti mesi in cui mancavano due dipendenti, finalmente, sono arrivati i sostituti: a febbraio, un po’ tardi, vero? Nei mesi precedenti, siamo rimasti senza colleghi a compiere anche il loro lavoro; forse questo blog non merita l’attenzione dei giornalisti perché non è scritto dall’Arcivescovo (grande enfasi sul giornale locale), né perché “non dà notizia”, nel senso che non sono “forti” da poter permettere il “dilagare a dismisura la notizia stessa,” o, forse perché “tanto i collaboratori scolastici” la notizia l’hanno fatta “già” nel mese di dicembre; se poi è la salute a rischio, perché i carichi di lavoro sono doppi, non fa nulla: ormai il concetto di “fannulloni è entrato nel linguaggio comune, quindi il disinteresse di molti è giustificato. marcia-lavoro-28-02-09-torinoOggi si prepara una grande marcia per il lavoro e per i diritti (come riportato nell’articolo de La Stampa di ieri “La Cgil urla la rabbia di 200 mila posti a rischio”, di Marina Cassi), che “sono coinvolti dalla crisi 200 mila piemontesi”. Un numero enorme ma che non fa perdere la voglia a tantissimi operai e non solo di tornare in piazza e urlare la propria rabbia, per la propria condizione. Fino a ieri le adesioni erano tantissime . La voglia di tornare in piazza è grande, tanto quanto lo era nei giorni precedenti la manifestazione di Roma. difendiamo-la-costituzioneE poi, la voglia di tutelare anche la Costituzione e diritti garantiti come il diritto allo sciopero è grande. La paura di svolte autoritarie è enorme.
Questa mattina quindi, dopo essermi svegliato presto, ho fatto un salto presso il giornalaio, dove avevo appuntamento con un operaio della Indesit, abitante nella mia stessa circoscrizione. Insieme ci siamo recati a Piazza Vittorio, dove io avevo appuntamento con gli amici di partito della Rifondazione Comunista. Lungo il tragitto abbiamo incontrato Giorgio Airaudo, con il quale abbiamo scambiato velocemente qualche parola.
marcia-lavoro-crisi-7-brunetta-cgilDurante il corteo ho incontrato vari gruppi con i propri striscioni; fra questi, Rsu Thyssenkrupp Acciai Speciali Terni, Torino; Federazione Italiana Lavoratori Trasporti Cgil Torino; Cgil Camera del lavoro di Cuneo; Cgil Funzione Pubblica Agenzia fiscali Piemonte; la Regione Piemonte; Ente Provincia di Torino Cgil Funzione Pubblica; lo striscione già visto anche a Roma, Funzione Pubblica Torino; Fillea Cgil Piemonte; Borsci “maestri del fallimento”; Flai Cgil Consiglio di Fabbrica Streglio; Flc Cgil; Tessili abbigliamento; Cigl Fiom Iveco Area tecnica Torino; Cigl Fiom Spa Stura; Rsu Fiom Microtecnica Torino; Lavoratori Fiom Pininfarina; Fiom Cgil Bertone; Fiom Fiat Mirafiori; Le Metalmeccaniche; Rsu Key Plastics Beinasco; Rsu Filcem Cigl Pierlli Settimo; Gruppo Skf Airasca Torino; Lavoratori Cabind; Coordinamento immigrati Cgil Pinerolo e tanti, tantissimi altri.
Rimando ad alcune foto fatte ai cartelli o striscioni particolarmente significativi.
paolo-ferrero-marcia-lavoroImmenso piacere aver visto il segretario nazionale di Rifondazione Comunista Paolo Ferrero in compagnia del segretario della federazione della rifondazione comunista di Torino Patrito.
La presenza oggi era indispensabile non solo per dare concretezza e spessore al corteo “contro la crisi una soluzione c’è: lavoro e contratti”, ma, anche, per fermare gli strappi alla democrazia. Come afferma Rinaldini: l’obiettivo è arrivare ad una modificazione materiale della Costituzione. Strappo dopo strappo si andrà verso una svolta autoritaria.

Romano e amici di scompartimento
Romano e amici di scompartimento

Per quanto mi riguarda, seppur in un contesto di emergenza, crisi, in cui si ha poca voglia di ridere o scherzare, mi ha fatto molto piacere aver rincontrato, esser chiamato come uno di loro, compagni di lavoro, gli amici della Skf di Airasca. Prima di incontrare loro, qualcuno mi ha chiesto come mai, nonostante gli studi, l’occupazione che ricopro è precaria e non rispondente alle mie aspirazioni. Ho pensato alla mia situazione, che non evidenzia una mobilità sociale e nonostante ciò non perdo la voglia di approfondire o studiare per cercare valide alternative alla posizione attuale. Ho rivisto mentalmente a quando sia difficile trovare una casa editrice che abbia voglia di pubblicare, gratis, un volume, come è capitato al mio collega ing. Capano Domenico, seppur –  poi – collocato nel web e, scelto come testo di riferimento dall’università di Chieti-Pescara; ho visto come l’amico Maurizio, con un 110 e lode, si trovasse ancora in piazza a manifestare con noi, per un lavoro che non ha, e che per sperare continua a frequentare un corso di specializzazione: laurea che adesso hanno fatto diventare punto di partenza e non più punto di arrivo come lo è stata per anni nel pensiero popolare e nella realtà lavorativa. Ho pensato ad una amica, che dopo il suo dottorato, post dottorato, Usa, Australia, ancora non riesce a trovare una collocazione consona alla sua professione, lontana dalla sorella Elena e dai suoi genitori; ho pensato a mio fratello, laureato, e precario anche lui. Ho pensato: che cosa succederà in futuro, in questa società caratterizzata dal capitalismo così spinto, dove lo sviluppo pare non abbia limite? Ho ripensato a tutte quelle persone e a quante non erano presenti alla manifestazione, e mi sono chiesto cosa potrà capitare a me, a noi, che ci inseriamo in questa piazza, che è Italia, e che il capitalismo ha contribuito a identificarci non per via “simbolica” quanto per “via consumistica”? Dovevo e dobbiamo essere presenti in ogni piazza per opporci al disegno dell’egemonia del consumo che ha reso obsoleti i vecchi rapporti. Per questo, ho trovato enorme gioia nel rivedere tanti visi visti a Roma, ma ancor prima, che hanno segnato l’inizio di una nuova relazione, di amicizia e solidarietà.

marcia-lavoro-crisi-2marcia-lavoro-crisi-3marcia-lavoro-crisi-6-federazione-prc-torinomarcia-lavoro-crisi-9-cuneomarcia-lavoro-crisi-11marcia-lavoro-crisi-0-trasportimarcia-lavoro-crisi-12-ente-provincia-torinomarcia-lavoro-crisi-13-funzione-pubblica-torinofunzione-pubblica-agenzie-fiscali-piemonte

marcia-lavoro-numeri-della-crisrsu-venariamarcia-lavoro-liberazionemarcia-lavoro-benetton-olimpiaslavoro-e-contratti-2marcia-lavoro-crisi-13-funzione-pubblica-torinomarcia-lavoro-crisi-12-ente-provincia-torinofunzione-pubblica-agenzie-fiscali-piemonte

Domani niente scuola: Andrea Bajani

E’ mia intenzione continuare ad informarmi sulla situazione di questo periodo, sulla crisi economica e le possibilità di superarle.

Ma, sotto quel libro ve ne erano altri due: di Andrea Bajani.

Uno sulle tipologie contrattuali, uno sulla delocalizzazione. Quest’ultimo, “Se consideri le colpe“, ambientato in Romania, (un protagonista: “sulle tracce di una madre sempre in fuga”), mi è rimasto particolarmente impresso. Sarà stato per via di un incontro, dove ricordo anche Giorgio Airaudo (esponente torinese Fiom) e Luciano Gallino (sociologo).
Un incontro illuminante, che mi aveva dato la possibilità di capire meglio le ragioni della delocalizzazione (ovvero, come le imprese scegliessero, per trasferire la produzione, paesi dove il costo del lavoro è minore che in Italia).

Ricordo ancora di aver scambiato qualche opinione con lui e di aver ricevuto copia del suo libro con autografo, “per Romano, questo viaggio ad est“.

L’altro suo libro, di cui parlerò in seguito è “Domani niente scuola“, un viaggio per l’Europa, dove l’autore è ostaggio di 150 “scalmanati” per circa un mese.

Se consideri le colpe di Andrea Bajani domani-niente-scuola

Sono due libri che fanno capire molte cose sullo stato attuale dell’economia; penso valga la pena leggerli, così come vale la pena riflettere sulla condizione femminile nell’epoca attuale.
(Non dimentichiamo cosa intende fare il ministro Brunetta per alleviare la condizione femminile in Italia: aumentare l’età pensionabile da 60 anni a 65 anni).