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Don Bosco a Valdocco

DSC00234DSC00239E così, finalmente l’urna di don Bosco, con la mano “benedicente” è tornata a casa.  A vedere questa giornata di festa, Valdocco, oggi, fin dalle prime luci dell’alba, sembrava una città nella città, un quartiere nel quartiere. Giovani fin dal mattino in Basilica. Con i compagni di classe e professori. Le scuole, ex allievi, gente comune. Salesiani, Figlie di Maria Ausiliatrice, cooperatori salesiani. Presenti.  Lavoratrici, lavoratori.  E ai giovani e di giovani si è rivolto nella celebrazione dell’ultima Messa di San Giovanni Bosco dell’era Rettor Maggiore Pascual Chavez Villanueva.  Un messaggio che esprime preoccupazione profonda per il disagio giovanile e un appello alle Istituzioni per trovare soluzioni al problema del lavoro. Un invito, rivolto ai giovani, a scoprire tutto quanto di buono esiste ed è presente nella società, e portarlo in giro, provando a trasformare il mondo.  (discorso, lascito di cinque punti nella buonanotte). Un mondo diverso, è possibile. La Chiesa, da parte sua, farà la sua, di parte. Un mandato che si conclude dopo 14 anni.  Con i giovani sempre al centro. La gioventù, la giovinezza, come momento dei sogni da seguire con gioia e convinzione. Un no allo scoraggiamento anche quando tutto pare difficile, in questi tempi, davvero precari. Sempre molto piacevole vedere, in questa giornata, gli incontri che si rinnovano, anno dopo anno, magari dopo un campo, un confronto, una giornata di festa: abbracci, canti, giochi, preghiera. Tutto all’insegna di un padre e maestro dei giovani. Pensando al Colle, a Castelnuovo,  al forno di Chieri, alla tettoia Pinardi, ad una mamma Margherita,  al primo Oratorio, alla lippa, al cane grigio, alle scuole, a Roma, via Marsala, a Parigi,  agli apprendisti, al primo contratto di lavoro per gli apprendisti, ora depositato a Roma, alla Pisana…

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San Pietro in Vincoli come Pere Lachaise

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DSC00055L’orologio ha battuto la sua ora. Per sette volte il suono della campana è stato fedele compagno di viaggio, nello scandire tempo e ritmi. Di lavoro nel lavoro. E nei viaggi, spesso, si è costretti a chiacchierare e ascoltare con chi non se ne avrebbe voglia. Un po’ come capita a taluni quando il lavoro… E spesso alcune attività non sono e non sono mai state proprio ottimi compagni di viaggio.  Spesso capita che durante un viaggio, pur non conoscendone  i compagni, forzati, se ne condivide almeno una cosa: la meta finale. Ci si sopporta. Si pena. Si condivide. Si fantastica. Poi, la meta finale. Un “mondo nuovo”. Nel viaggio capita che si parla, oltre il più e meno. Li sopporti meglio, anche se quei compagni, dicono di tifare  Atalanta, e la domenica, finite le vacanze, saranno allo stadio comunale, biglietto alla mano per vedere Juventus-Atalanta. Li sopporti. Anche se non tifi Atalanta e non tifi Juventus. E magari del calcio non ti importa più nulla. Sopporti, loro, le loro compagne,  addobbate in twin-set  e cappotti neri, lustrate come fossero già pronte per il Capodanno, appena arrivate per festeggiare sugli Champs Eliysees. Bottiglia alla mano. Invece, il viaggio, è ancora lungo su quel “Napoli express”. Il confine, la neve, la notte. La fatica si fa sentire.  Ti entra dentro, la porti addosso. Ma poi, la meta. Come l’uscita. Dal lavoro. Questione antica, nuova, modificata. Lavoro assente, alienato. Lavoro che ingessa. Perso e da ritrovare. Lavoro di un tempo, faticoso certo, ma con momenti belli, di festa. Come quando comprare un paio di scarpe diventava una festa, e il giorno di festa si espandeva e generava festa quando la domenica eri orgoglioso di calzare quelle scarpe. E un po’, qui intorno, alcuni “scheletri” oggi ci indicano fabbrichette di un tempo. Sale igieniche appena terminato il lavoro e armadietti dove riporre tute blu. Apprendisti con contratto alla mano, accompagnati da qualcuno che sapesse difendere le ragioni degli ultimi. Contro il padrone. Operai e famiglie felici di rivedersi, ricongiungersi dopo una giornata lavorativa, per un gelato, da consumarsi in piazza. L’operaio Mario, che aveva lasciato la figlia Marina,  la sua frangetta, così bella nel suo dolce dormire nel lettone con la mamma. Marina, che non va ancora a scuola ma che sicuramente è brava e diventerà bravissima col caldo abbraccio del papà. Mario, che pensa e ripensa a Giovanni, il suo “sindacalista” quando ancora non ne conosceva l’esistenza. Latte caldo e miele, le notizie alla radio. Tram che sferragliano, come il dieci, il dodici. Tempi duri.  Risvegli. Dopo la suonata della settima campana, la riappropriazione dello spazio, del tempo, del pensiero, del sogno. Come il primo battito, anche questa “settima battuta” di campane  da istruire” si  ripropone l’identico scenario del mattino. Torino un po’ come Parigi. Il fiume, in riduzione anche questo, le nebbie, un caffè, corto, da poco sorseggiato, anche questo, in riduzione…ma la metro è nei ricordi.  Come il Trocadero, Bouburg, la Tour Eiffel. Il vento che smuove i capelli. Il freddo che gela le dita. Un cane appostato, un grigio. Da queste parti, è sempre stata un’ottima compagnia, discreta. Un fedele compagno, perché è nelle difficoltà che un amico si fa presente. A nostra insaputa.  In “lontananza” altri bambini che giocano alla lippa. Un ragazzo, che potrebbe essere un valido apprendista intona e fischietta una canzoncina: “Now Main street’s whitewashed Windows and vacant stores, Seems like there ain’t nobody wants to come down here no more” (Bruce Springsteen, My hometown)… I cancelli della scuola e del lavoro, oggi, per lui sono chiusi. Nessuno lo accompagnerà e aiuterà a firmare un contratto. Il lavoro, semplicemente, manca. Per ora. Sa solo fischiare. E quindi, si diletta a fischiare. In attesa.  Così di moda, gioco e fischio, da queste parti, su queste strade, su questa terra, sempre nuova, oggi come ieri, quando il lavoro, almeno un po’, c’era. Terra santa, sociale. Terra di promesse e di riscatti. Passion, lives here. Again.