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Storie di vita

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Torino, una domenica come tante. O diversa da altre. Torino così simile a RomaParigi, con qualcosa di Ginevra. O come Roccacannuccia o Carapipa. Poco cambia. Famiglie,  fidanzati, single, anziani, chi cammina, chi corre, così diverso da chi a Roma continuamente corre dietro la recessione con manovre contenitive che “dissanguano”, chi fotografa e posta, ai tempi di internet e clicca “mi piace”. Cosa? Una nuvola? Una canzone? Una coppia scoppia. “Non mi piace”, forse perchè “piace troppo” e tutto corre, velocemente, come alberi fuori dal finestrino. Così come i ricordi. Chissà perchè diventano sempre piu’ sfocati, opachi. E non si apprezza. Cielo apparentemente sereno. Qualche nuvola. Che corre lentamente, come alcuni “maratoneti” lungo gli argini del fiume. Sudore, respiri, fumo che esce dalla bocca. Alcuni al trotto, altri fermi, ad ascoltare il rumore del proprio respiro.  Anziani si sporgono, appena, dal muretto che separa il fiume dai “Muri” (orfani di qualcosa, i Muri…chioschetti andati), ad osservare il lento corso di questo fiume. Dopo aver ripiegato meticolosamente le pagine di un giornale, quantunque datato,  li sento parlare e domandarsi se avranno diritto  anche loro alla social card di 400 euro annuali. “Forse”. Risponde uno dei due. L’importante è non superare i sei mila euro annui. Meno di 40 euro al mese. Al giorno? Mha’.   Come si farà ancora a parlare di “social card?” e non provare a trovare politiche differenti. “Povertà relativa: mille euro, in due“. Povertà assoluta: “785″ euro . Sottratto il costo dell’affitto e del riscaldamento? L’importante è non incappare in qualche evento negativo, anche solo una influenza con febbre e dover conseguentemente ricorrere ai medicinali.  Riflessi di vita. Persone. Piene di ricordi, vuote di prospettive.  E chi non rientra neanche nella povertà relativa come Pietro e Michele trova solidarietà e attenzione da un don: il passo del Vangelo con cui si hanno sempre i poveri fra di noi e 2 euro e 50 centesimi al giorno per fare colazione e un posto caldo dove passare la notte. Quando il “buon senso” vale molto di piu’ di una politica errata. E quando il buon senso è riconosciuto e mai ingannato. L’amore ai tempi della Caritas, diverso dall’amore ai tempi di Internet. Stefania e Mauro, si incontrano, pranzano insieme. Alla Caritas.   Quanti “passanti”. Hanno poco. Buon appetito”, dice Mauro. “A me?”, risponde Stefania, disabituata a tanta attenzione. Storie che si fondono con poco. “Silver linings”, quando il lato positivo delle cose prende piega. Altre non si fondono neanche con il tutto. E resta il vuoto pieni di ricordi. Matasse di ricordi ingarbugliati. Bambini che giocano a palla, a chi la tira piu’ in alto. Altri giocano a “facciamo che io sono e tu sei“, e comprendi che le nubi lentamente si orlano di luce.  Torna il sereno. E’ vita. Come quei bimbi immersi nei loro giochi, lontani dal mondo dei grandi, che spesso perdono le chiavi per aprire le porte della propria interiorità. Basta poco. Come insegna Mauro. Una delicatezza. Basta poco, come insegna Stefania rendendo esplicito il suo pensiero, la sua preghiera rivolta a tutti: “Non si puo’ smettere di credere alla vita”. Mauro e Stefania han deciso di crederci. Lottando, insieme. Età differenti, piu’ giovane lei, adulto lui. Tante candele spente rispetto a quelle che restano ancora accese.  Differenze appianate dall’ascolto reciproco, dall’attenzione e dalla delicatezza riposta dall’una verso l’altro, e viceversa. Storie che riescono a fondersi. Con poco. Con niente. Nel rispetto e nel progetto e voglia di ricominciare. Accendendo una candela. Sposandosi.

Un buon Monviso e…cattivo gioco

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Giornata particolarmente fredda. A Torino. Oltre Morgana.  Il Monviso oltre l’arco, oltre il Valentino. Con il suo castello e la sua fontana, piena di monetine che esprimono richieste: “ti prego, fammi ritornare”. Moneta gettata come si fa a Roma, dando le spalle alla fontana. Per la verità, non molto ricca. Tempi di crisi, dove anche una moneta puo’ valere un panino. Tempo di crisi, dove viaggiare è un lusso. I Murazzi.  Si vedono appena. Il riflesso sul fiume Po dei Murazzi. Murazzi come luogo d’incontro, d’amicizia, d’amore, da commedia; luogo da cartolina, come location, dove girare con Dante, una Divina Commedia. “Occhio che osserva il mondo”. Selciato cosparso di briciole di cuore, tagliato e spezzettato come pezzo di pane condiviso e quindi mai andato perduto. Raccolto e magari ricomposto. Speranze. Quello spicchio di passeggiata quanta storia racconta. Due bambine parlano e ascoltano il loro papà. Una mattina d’inverno come tante altre. Una delle due canta  canzoncine russe e riporta a memoria interi brani dei classici di quel paese. L’altra ascolta. Il padre è soddisfatto. Merito della madre, pensa tra sè e sè. Intanto  gode di quei momenti unici. Saranno un soffio, da qui a poco,  quei giorni, mesi, anni,  momenti davvero unici, speciali, destinati ad essere immessi nel serbatoio dei ricordi.  Tutto è un soffio. Ma è vita.  Davanti la Gran Madre. Il ponte.  Dalla parte opposto la Mole Antonelliana sorveglia attentamente il tutto. Alcuni leggono le notizie odierne: “tagli” nel comparto statale. Ancora? Non è possibile. Si è perso il lavoro e i lavoratori sono multitasking fantasmi.  Un buon Monviso e un cattivo gioco. Dei governanti. Come sempre, sulla pelle dei lavoratori. Forse otto milioni di poveri non sono ancora sufficienti, per i governanti. Grilli parlanti, grilli in loden.  A proposito: qualcuno sa che fine han fatto i contratti che dovevano essere stabilizzati la prima settimana di settembre? Procedo lentamente riflettendo. L’atmosfera è magica. Nello zaino sono riposti alcuni libri e da alcune pagine  prendono vita, si materializzano  personaggi e luoghi, “il Principe” di Dostoevskij presente ne “L’idiota”, e poi  Lutero, cortigiane, i Lanzichenecchi…….Pantasilea, e questa città, Torino, per incanto, diviene prima Ginevra, poi Roma. Il suo lago, il suo fiume.  Le loro storie di vita. I ricordi.

Il primo maggio

 Dopo la festa della Liberazione, tra poche ore, la festa del Lavoro….tre per otto….ventiquattro….otto ore di svago…..solo nel 1866 si arrivo’ alle otto ore, come limite  all’orario legale dell’attività lavorativa. La Prima Internazionale dei lavoratori lo decise a Ginevra…..Non possono non venire in mente personaggi storici come Luigi Fabbri o Cesare Agostinelli, detto “Tigna“, entrambi ben “allenati” ai temi del lavoro.

Un cappuccino, una brioche, con cioccolata bianca, e della buonissima crema. Seduto, anzi, affacciato su di una piazza semideserta, sonnacchiosa. Pochi i passanti. Il campanile della Chiesa segna le ore. Il tempo scorre, velocemente, in una giornata di sole, in un’Italia divisa in due. Al nord, pioggia, al sud, bagni di sole, e di mare, qualcuno. Colpa della Francia e di una sua influenza climatica. Speriamo in un buon vento prossimo, proveniente da li e che influenzi le nostre elezioni amministrative. In lontananza una fiera. Una marea di bancarelle sita nei pressi del mare. Probabilmente una fiera di strada.  In sottofondo, della musica, tra tantissime bancarelle. Palloni all’aria danzano festanti come palline da ping-pong. Mani di piccini, che tendono le propire mani  a sfiorare con le proprie dita alcuni  palloni esposti, cullandone ulterioremente il loro dondolio, in uno sventolio da  bandiere.  Il sole bacia questa giornata. Corpi distesi su  spigaggia di velluto; corpi “latticini” che si espongono a questo primo sole. Altri, corpi, intenti alla prova costume. Ragazzi che giocano a pallone. Mani tese, mani che respingono, mani che abbracciano. Mani che indicano rigore. L’alba è passata da un pezzo. Pare di parlare di politica, con la descrizione di “queste mani”. Alcuni leader politici  “annusano” altri politici, in vista delle prossime amministrative. Altri che fiutano alleanze e altri ancora che “corrono” soli. Alba, come acronimo di alleanza, lavoro, beni comuni, ambiente. Lavoro, già, che manca, scarso, come bene prezioso. Politica, antipolitica. “Estirpare il male”, ridare slancio e tensione morale. Rivalutare il ruolo dei partiti politici, disse da Pesaro, il Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, in occasione del 25 aprile. Presidente in visita nelle Marche, come già fecero, in altre occasioni,  altri  Presidenti.  La musica della fiera mi stordisce,   non riesco ad ascoltare, ad individuare qualche parola. Pensieri ritornano, in maniera circolare.  Si respira aria d’estate, in questo ponte, per chi puo’. E noi, siamo di passaggio. Come quei palloni che danzano. Zig, zag. Un tergicristallo. Una bancarella vende scarpe, un’altra cibarie. Un’altra ancora mi offre del miele. Ne colgo il gusto e sarà complice nell’aver allontanato quei pensieri circolari, rendendo così il mio incedere piu’ leggero. Una voce grida: “a casa, è ora di pranzo”. Già, ma quale casa? per chi? per tutti? Casa come diritto elementare…se penso alle norme degli anni ’70…..eppure proprio ieri alcuni quotidiani presentavano alcuni dati: In dieci anni le famiglie residenti in Italia che dichiarano di abitare in baracche, roulotte, tende o abitazioni simili sono piu’ che triplicate. Un aumento vertiginoso”. Nel 2011 le famiglie che vivevano in strutture diverse da una casa erano 70.000 circa. Impressionante. Speriamo di rimettere al centro alcuni diritti: lavoro, istruzione, sanità, trasporti. Ricordare che per tuto cio’ qualcuno ha lottato e versato lacrime e sangue. Non diamo per scontato che siano dati per sempre. Come un grande amore, dobbiamo tutelari, ogni giorno. Le cure soprattutto. Alcune prestazioni, così necessarie, vengono escluse dalla copertura sanitaria nazionale. Perchè? Ve ne è così tanto bisogno. Alcune nuvole oscurano per un attimo questo sole. Un timido venticello, insieme al miele, ha allontanto definitivamente quei pensieri…circolari. In lontananza, rumore di treni. Quelli che riporteranno indietro una moltitudine;  contenitori di storie, di visi, uomini, donne, vissuti, che riaffioreranno, prima o poi. E’ ora di pranzo. Ricordi che riaffiorano come  gnocchi ,  nell’acqua che bolle. Racconti di vita, come passione di una notte. Meglio il romanzo, a mio modo di vedere, dato che potrebbe essere una grande storia d’amore.