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23 Dicembre

Nel mio breve giro, confuso tra confusi “corridori” o “maratoneti” dello shopping forzato dell’ultimo minuto, ho come meta l’atrio della stazione di Torino Porta Nuova. Dopo la visita di alcune classi, e delle loro richieste, in formato letterina, con grande rispolvero delle vecchie ma buone abitudini, oggi è il mio turno: sono sotto l’albero, appena catapultato dalle scale mobili della metro torinese. Ho un paio di letterine da depositare su qualche ramo, dell’albero: trovare un piccolo pertugio richiedera’ una gran fatica; faccio il “giro-giro tondo” intorno all’albero, ma senza cascare, non io e non il mondo, dando una rapida occhiata di quel che chiedono cittadini, turisti, viaggiatori. Pensando all’articolo de La Stampa di un anno fa, di cosa saremo “In deficit questo anno che ci lasceremo alle spalle tra pochi giorni?” L’anno scorso eravamo, a dire in punta di penna del cronista, in deficit  di…gioia. Lascio il mio bigliettino, intestato “tipografia salesiana” e due righe di Gianni Rodari, autore capace di riportare sempre ai tempi e ai luoghi dell’infanzia ognuno di noi. Riportarci al come eravamo: Letterina, fiocco che incorniciava il grembiule, viso sorridente e noi sempre, camera e obiettivo davanti, a far finta di scrivere. Alle nostre spalle la vecchia  cartina geografica dai nomi e posti cosi lontani…un albero e un piccolo Presepe al nostro fianco. Ah….le tanto belle scuole elementari…

Lungo il tragitto, tra piazza Carlo Felice e via Roma, proseguendo verso piazza San Carlo e procedendo oltre, verso piazza Castello, è  tutto uno sfavillare di  luci e alberi. Le orecchie, nonostante il cappello calcato bene bene,   raccolgono dagli sportivi delle compere in “area cesarini” menu’ e telefonate fatte e da fare, conti, scontrini, regali fatti, da fare, e se quel parente lo merita oppure no quel tal regalino o anche solo un augurino. Le piu’ belle e simpatiche sono le coppiette che si accompagnano in questo mare di fente e vetrine ch continuamente invitano e richiamano ad entrare. Ah come rileggerei ancora una volta il magnifico “Canto di Natale” di Dickens. Di pensiero in pensiero,  un altro corre a Charlie Chaplin: conservo da qualche parte  un biglietto d’auguri di Natale datomi da una carissima amica con una sua cirazione. Lo ricordo perché era scritto su di un biglietto a forma di cuore e le cose di cuore, si sa, restano per sempre. Nella testa e nell’andamento delle gambe girano e concorrono ad accompagnarmi  musiche e canzoni di De Gregori: fra due giorni è “Natale” e “Gesu’ Bambino”. Testi e musiche bellissimi: strizzo idealmente  l’occhio a chi a suo tempo mi condusse all’ascolto del cantautore anche se, a quel tempo, erano altre le canzoni: “Ti leggo nel pensiero” e “4 cani”.  Il giro si chiude con una “puntata” al Circolo dei Lettori, dove, sia nell’atrio, sia al Circolo fanno bella mostra bellissimi alberi. Quello del primo piano, è bellissimo. Come sempre. Ci sono tante sedie vuote. Staziono un pichino.In una tasca, approfittando dei tempi vuoti, leggo sempre qualcosa, e oggi, in questo periodo, è la volta de “Il giardino dei Finzi Contini”. Un pochino, a dire il veto, sono rimasto con la testa a Ferrara, avvolto tra la sua nebbia e la grande bellezza, sospeso tra il Castello, i palazzi Rinascimentali, Isabella d’Este e Lucrezia Borgia, è tra Micol, che immagino bellissima, biondina, occhi azzurri, ed il giardino. Dei Finzi Contini.

Lascio Il magico Natale di Gianni Rosari.

RODARI, Il magico Natale.

S’io fossi il mago di Natale
farei spuntare un albero di Natale
in ogni casa, in ogni appartamento
dalle piastrelle del pavimento,
ma non l’alberello finto,
di plastica, dipinto
che vendono adesso all’Upim:
un vero abete, un pino di montagna,
con un po’ di vento vero
impigliato tra i rami,
che mandi profumo di resina
in tutte le camere,
e sui rami i magici frutti: regali per tutti.
Poi con la mia bacchetta me ne andrei
a fare magie
per tutte le vie.

In via Nazionale
farei crescere un albero di Natale
carico di bambole
d’ogni qualità,
che chiudono gli occhi
e chiamano papà,
camminano da sole,
ballano il rock an’roll
e fanno le capriole.
Chi le vuole, le prende:
gratis, s’intende.

In piazza San Cosimato
faccio crescere l’albero
del cioccolato;
in via del Tritone
l’albero del panettone
in viale Buozzi
l’albero dei maritozzi,
e in largo di Santa Susanna
quello dei maritozzi con la panna.

Continuiamo la passeggiata?
La magia è appena cominciata:
dobbiamo scegliere il posto
all’albero dei trenini:
va bene piazza Mazzini?
Quello degli aeroplani
lo faccio in via dei Campani.
Ogni strada avrà un albero speciale
e il giorno di Natale
i bimbi faranno
il giro di Roma
a prendersi quel che vorranno.
Per ogni giocattolo
colto dal suo ramo
ne spunterà un altro
dello stesso modello
o anche più bello.
Per i grandi invece ci sarà
magari in via Condotti
l’albero delle scarpe e dei cappotti.
Tutto questo farei se fossi un mago.
Però non lo sono
che posso fare?
Non ho che auguri da regalare:
di auguri ne ho tanti,
scegliete quelli che volete,
prendeteli tutti quanti.

La vita o è stile o è errore

Le notizie di questi ultimi giorni sono varie e molte di esse mi hanno lasciato perplesso. Comincio col ricordare un uomo di settanta anni circa, di Milano, che aiutava i viaggiatori in partenza o in arrivo alla stazione Centrale milanese, a trasportare i loro colli; non era un facchino nè tantomeno chiedeva elemosina: semplicemente aiutava, stava poi al buon cuore della gente lasciargli qualcosa. La stazione era la sua dimora; è morto, alcuni giorni fa, senza fare rumore, in solitudine, in povertà, ma avendo conservato fino all’ultimo la sua dignità. Così come mi ha colpito la notizia che in una Chiesa, all’interno del presepe mancasse Gesù Bambino, o meglio, c’era ma era poco discosto. C’era, ma a volte non lo si vuole, non lo si vuole vedere perchè incarna la povertà, o il diverso, ed esattamente come tanti anni fa le situazioni di disagio non le vogliamo vedere. Sui tram o bus ho visto tantissime persone con abiti normali, non griffati; e penso a come sia veramente squallido sentir dire che “bisogna comprare” a tutti i costi, per rimettere in moto l’economia. Vedo tantissime persone che forse non comprano ma mantengono la propria dignità. A volte mi da tristezza sapere, anche, di aver comprato un paio di maglioni pensando che molti non hanno la medesima possibilità, in questo periodo di ristrettezze; contrariamente a quanto accadde nel 2001 o nel 1990, quel periodo, durò sei oppure otto mesi, mentre ora qualcuno pronostica di più. L’altro giorno parlavo con Marisa Sacco, all’Istituto storico della Resistenza di Torino e mi ricordava episodi del periodo della Resistenza, quando circolare per Torino in bicicletta era vietato. Mi ricordava di quanta vergogna avesse provato nel “rubare” una bicicletta, salvo poi riportarla al proprietario tempo dopo o quanta vergogna provasse nell’aver mangiato “della polenta” senza essere stata invitata. La vergogna…….Parole e ricordi che fanno riflettere.
Un’ultima notizia di questi giorni è che probabilmente un altro pezzo di un partito della Rifondazione Comunista vorrà “uscire”, presumibilmente dal partito. Anche “vendere” pane ad un euro, secondo alcuni non va bene, non è sufficiente. Cosa andrà bene oggi, in questa società? Provare a fare cose concrete come alleviare in parte il carovita o accettare che tutto ci scivoli? Penso convenga provare, col nostro stile, mantenendo la nostra dignità, dando così esempio agli altri.
Come diceva Arpino, la vita o è stile, o è errore.

Giovanni Arpino
Giovanni Arpino