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Ciao Lecce

Lecce: 10:55. Freccia bianca. Verso Torino. Binario due. Ecco. Siamo giunti anche per quest’anno alla conclusione delle vacanze estive. Certamente ci saranno appendici ma non saranno vacanze di tale durata e bellezza. Non resta quindi che riavvolgere il nastro dei ricordi e cominciare il lungo viaggio. Verso Nord. E augurarmi buon viaggio. Il treno ha fischiato e l’odore che promana e’ gia’ di scuola. “Eventuali accompagnatori sono pregati di scendere dal treno”. Eventuali lacrime, di viaggiatori e accompagnatori,  riavvolgerle nei. Fazzolettini. 10:55,  disco verde,  le porte si chiudono,  il viaggio comincia.  Ciao Lecce.

A Padova: Scrovegni e Giotto

Torino 5 11 2016. E’ ancora buio quando esco di casa. La notte avvolge e la pioggia si fa sentire,  addosso e sulla strada creando quell’ effetto lucido che piace tanto. Devo raggiungere velocemente Porta Susa,  la moderna stazione torinese,  sotterranea,  in vetro e acciaio,  che sembra la balena e noi tantissimi “Pinocchio alla ricerca di Geppetto”;  e cammino rapidamente non per il tempo che stringe  ma per  quel semplicissimo fatto che oggi, giorno di semiliberta’ da dedicare al recupero “psico-fisico” ho dimenticato (cosa che nei giorni lavorativi faccio abitualmente) di allungare la visuale oltre le finestre della cucina al fine di comprendere “il che tempo fa”. Quindi,  appena sceso le scale di casa e appena oltre il portoncino che segna il confine fra privato e pubblico,  scopro che piove e,   onde evitare di bagnarmi decido che saltero’ tra una goccia e l’altra fino aala balena.  La freccia bianca che  tra poco mostrera’ sui binari i bellissimi occhi chiari e il suo musetto areodinamico raccogliera’ nel suo grembo,  un po’ come la balena vetro e acciaio,   un bel   po’ di gente. Verso Milano,  Verona,  Padova,  Venezia. Tempo 4 ore e si è  a Padova. La pioggia scende obliqua sul vetro dell’enorme finestrino mentre osservo i colori della vegetazione,  che muta in continuazione. E’ il senso del viaggiare.   E’ da un po’ che manco da questa “direttrice” e un po’ meno a. . . viaggiare in treno. Ne sento il bisogno. Come una medicina. padova-5-11-2016-foto-borrelli-romanopadova-5-11-2016-foto-borrelli-romano20161105_14343220161105_154023-1Una mezz’ora in piu’ alle 4 ore e si e’  al mare,  meglio, in  Laguna. A Padova piove. Compro un ombrello  e “un caffe’. E . . . come oramai si sa,  cerco il quotidiano locale:”Il Mattino”. Poi la via centrale,  un giardino,  sbaglio strada,  ma arrivo ugualmente alla “meta”:padova-5-11-2016-foto-romano-borrelli La Cappella degli Scrovegni”. Per passione e formazione,  anche se non “certificata”. Resto incantato davanti ai cicli narrativi di Anna e   Gioacchino,  Maria,  Giuseppe,  Gesu’,  il giudizio universale. Davanti ad alcune narrazioni cerco e colgo gli intrecci. Da restare meravigliati perennemente. La meraviglia,  lo stupore,  la lettura visiva dopo quella approfondita con il testo di Chiara Frugoni. Niente da fare: la storia dell’arte mi affascina da… “morire”. Come si accede? padova-5-11-2016-foto-romano-borrellipadova-scrovegni-5-11-2016-borrelli-romano Una prenotazione e via, e poi  a studiare i cicli del Giotto.  Il Crocefisso poi e’ davvero uno spettacolo. 20161105_123955In questo modo,  dopo il campanile di Firenze,  Assisi e la Cappella degli Scrovegni è  stato predisposto un bel po’ di materiale per gli studenti. Unico neo: troppa pioggia ben bilanciata dalle bellissime e buonissime pasticcerie della citta’. La città  è  davvero bella e così ogni aspetto religioso e civile. Non mi sono fatto mancare neanche il viaggio su un tram unico,  con una rotaia e senza pantografo aereo. Ci tornero’ con la speranza di un clima più  clemente. Intanto il tempo stringe e il ritorno si avvicina.

Il viaggio, una scoperta da gustare

Ancona 15 7 2016.foto Borrelli Romano“Benvenuto inverno”, o buongiorno novembre,    avrei voluto dire oggi sulla dorsale Adriatica,  osservandola dal mio finestrino. C’e’ del romanticsmo,  quando l’estate si  e’appena  conclusa e il vento ci respinge “indietro” nei giorni dei ricordi e figuriamoci oggi, in  piena estate.  C’è del romanticismo,  certo,  anche quando il mare si mangia pezzi di spiaggia e le reti,  non quelle dei pescatori,  ma quelle per il gioco della pallavolo, quando sono inondate dall’acqua e si stenta a riconoscerne le linee di demarcazione del campo,  e gli ombrelloni sono chiusi. C’e’ del romanticismo nel guardare quelle pizzerie montate su palafitte accarezzate dall’acqua mentre mani innamorate si accarezzano il viso. Un pallone sospinto dale onde va su e giu’,  meglio sarebbe dire,  avanti e indietro o a cavallo dei cavalloni.  I cavalloni si susseguono fino allo stremo e solo a riva trovano pace e si mischiano e si impastano,  ognuno con la propria storia. Torno al mio “banco” del treno che fa tanto scuola.   La collina sulla destra,  coi girasoli che oggi non girano e Leopardi con Silvia e Teresa a braccetto appena oltre,  circondati da buona musica.  Il mare si agita. Ha la febbre. Il sole si e’ preso una pausa di riflessione e sole e mare per oggi non faranno l’amore.  Il Nord alle spalle e il Sud oltre gli ulivi.  Gli alberi sono dei santuari sosteneva Hesse.  Basta ascoltarli,  parlare loro.  Poi noi,  i nostri riti,  rituali,  raccomandazioni e i nostri ex-voto mentali. Comincio a immaginarmi la terra rossa,   muri a secco,  le casette dismesse,  quelle da riempire,  chi le riempie,  gli alberi di fichi. I pulmini al mattino presto,  il brontolio del loro  motore e la ghiaia che scricchiola al passaggio.  Una mano sulla visiera del cappello e una sulla schiena,  come a proteggerla;    due dita sotto le palpebre a fare diga alle prime gocce di sudore.  Cose del passato e del presente che rivivono in vecchi e nuovi ricordi.   Casa cantoniera 10.  Il “Libro di Aron” e’ su questa piccola mensola del treno. Il bicchierino del “c’era una volta qui dentro un cappuccino” mi ricorda che “il viaggio,  una scoperta da gustare”

. Provo a passarmi la lingua sulle labbra e poi si contraggono: si,  e’ un vago ricordo di cappuccino. Di stazione.

Lecce

20160628_105548La macchina sfreccia sulla statale per Lecce mentre costeggia auto ferme e cofani aperti: angurie a 50 centesimi, pesche 1,20 o “a padella”: “che sara’ mai ‘sta vendita a padella?”. Bho? Cartelli con su affittasi e “culummi” a un euro.  Manca pochissimo alla partenza programmata, ore 10.55 e il rischio di perdere il treno e’forte e  fondato. Sulle terrazze di Lecce sventolano bandiere italiane aumentate di colpo in vendita ed esposizione dopo la vittoria sui campioni d’Europa: Italia 2 – Spagna 0. Certo ne mancano due del 2012 ma fa nulla. Le bandiere nella tela hanno cotone e pelle un po’ salentine grazie a Conte e giocatori vari. E questo si sa, e’ “un amore cosi grande”. Terrazze: lunghi pezzi di legno a “v” sorreggono panni stesi ad asciugare su di un filo. Costumi di ogni tipo belli a vedersi sottolineano l’inizio di una nuova stagione estiva. Dal finestrino della macchina entra il profumo di caffe’ e pregusto la delusione che a questo giro non ci sara’ pasticciotto per me. Due filobus davanti, incolonnati in un traffico inconsueto composto (o scomposto) apposta per farmi perdere il treno. Scatta il verde, i filobus  incolonnati girano sulla destra, e noi pure, dietro; una specie di rotatoria, i taxi e la scritta blu notte Lecce in lontananza, al fondo del viale alberato. Controllo l’ora sul cellulare. Due minuti alla partenza. La stazione ora  la vedo nitida. Scendo dall’auto, imbocco il sottopasso, svelto, corro, scendo, mezza rampa, salgo, mezza rampa, la banchina, il binario, il due, la carrozza, due, il posto, uno, la lettera, d, salgo, il fischio, il treno parte. Tempo zero. Mi siedo. Frecciabianca e il benvenuto. Vorrei parlare con qualcuno ma alle partenze non c’e’ mai nessuno, un po’ come le Chiese, chiuse, quando ti vuoi confessare. E poi anche trovassi qualcuno o qualcuna con con cui scambiare due parole, queste dovrei pur alleggerirle, renderle piu’ snelle. Depurarle o renderle piu’ dolci per non dar loro effetto fastidioso, noioso, nostalgico. Solo tre pensieri, a mio padre, le sue rughe, disciplinate, sciolte, ora, dalla gioia nell’esserci rivisti, e mia madre, occhi scuri sempre indagatori nel chiedere “serve nienzi?” come se gli anni non ci fossero mai calati addosso, e ancora all’oscillare delle onde 20160627_101430sulla spiaggia che tra una conchiglia e l’altra hanno cullato dolcemente i piedi, cosi, per paura che anche loro potessero esprimere pensieri profondi tali da disturbarli. No, nulla di tutto questo. Le onde solleticavano e io galleggiavo mentre il sole ha provveduto al resto: assorbire. Il resto-resto, in un atto di grande generosita’ se lo e’ tenuto. Tutto qui e’ “ecstra”. Il terzo a…Pippi che ho rivisto con piacere e grande affetto. Sciupato, asciutto, ma sempre “ecstra” nel cuore. Qualita’ che quaggiu’ e’

ecstra in tutti. Ah, dimenticavo: la fantasia ha continuamente pettinato i miei pensieri soprattutto nel corso dell’ultimo giorno, tramonto e sera. Una fantasia nelnon rientrare, che ha immobilizzato e imbavagliato il tempo nel suo alternarsi mare, spiaggia, tramonto, alba.

E allora, alla prossima. Cioe’, a presto.

Arrivederci, Salento

20150826_115610Lecce.Il treno i.c.night proveniente da Torino, (notturno), è un pochino in ritardo: un paio di ore. Un po’ invidio chi scende, in tutti i sensi, nonostante la stanchezza e la rabbia mal celata. Più di due ore di ritardo. Motivi? “Guasto alla rete elettrica e motrice”  mi dice chi scende rabbrividendo per il caldo guardando a Sud Est. Consumo velocemente il mio pasticciotto accompagnato da un buon Quarta caffe’ e sfoglio il Quotidiano di Lecce: mi mancherete nell’ordine. Lentamente le porte della Freccia Bianca si aprono. Salgo su e ripongo dove posso trolley e zaino. La voce metallica di trenitalia snocciola tutti i dati possibili lungo i 1200 km circa che legano Capo a capo: città, stazioni, orari. Armaroli  del Tg 5 non informera’ quanta gente, sulle strade e quelle ferrate,  la coda ai caselli e i treni con tutte le sue domande a e su e come e quando,e nessuno sapra’ se ad Ancona si sorridera’ come una volta se sulla Senigallia Marotta Mondolfo pure e se a Bologna…Chissa’ perche’ torno indietro negli anni: piccolo, bambino, i miei, i nonni…Io che guardo fuori, sulle terrazze, sulle “chianche” bianche baciate dal sole, appena catramate ai lati , poco  umide o quasi mai bagnate. Fichi secchi e pomodori spaccati e panni stesi al vento. Sono una meraviglia, a pensarci. Quest’inverno apriro’ i “vasetti” e uscira’ tutto il Salento.  Sara’ la mia lampada e dentro una sorta di mago asciughera’ umor acquei. Fuori e’festa: Sant’Oronzo, il patrono di Lecce. Luminarie si o no ma che importa? Guardate la grande bellezza che avete! Tutto l’anno senza strofinare “du cazzu te vasettu cu bitite nu picca d’estate”. Da voi è sempre estate. E’ il momento dei saluti. Abbraccio forte mio padre e mia madre. Le porte del treno si chiudono.

Poi, il treno comincia a sferragliare. Lentamente. Al suo interno nessuno parla. E chi ne avrebbe voglia? Guardiamo tutti fuori, dal finestrino, come i bamnini, quasi a voler trattenere il tempo

.Tutti indietro, e indietro tutta, solo che non fa ridere e viene voglia di piangere. Penso alla bellezza dei giorni appena trascorsi. Penso a quelli passati, penso ad una sala d’aspetto vuota e una banchina altrettanto vuota. Penso al mare ai miei…un selfie, si, un selfie. 23 8 2015 Porto Cesareo, Le.foto Borrelli RomanoArrivederci, Lecce, arrivederci Salento e salentin*: Voglio ricordarvi così: belli e bellissime.Torre Lapillo, Le, 24 8 2015 Borrelli Romano

Gli anni al contrario

30 7 2015 Torino.foto Borrelli Romano…Gli occhi…”sono la mia valigia, la mia infanzia  senza tempo, la certezza che me la caverò …” (Nadia Terranova, Gli anni al contrario).

Non so se ci crederete, ma non importa. E’ una cosa buffa, anzi, buffissima. Ciondolavo in stazione, Torino Porta Susa.foto romano borrelliin attesa del mio treno, una freccia con l’intenzione di recarmi a Milano (ogni tanto, ci sta), dopo aver sorbito il mio caffè espresso mattutino  ed essermi lasciato dolcemente accarezzare un po’ da quell’aria fresca mattutina e che la rimpiangerai per il resto della giornata, quando il caldo  si appiccia addosso, in giornate come queste. Il treno,  avrebbe dovuto essere quello delle 7. 05. Avrebbe perché non lo è stato. Torino, foto Romano Borrelli.Così come non lo è stato quello delle 13 per il rientro. Il punto è che come il titolo, anche io ho cominciato a leggere il libro, al contrario. Mi è piaciuta l’idea di una valigia per tutti, in un mondo di trolley. Il treno, annunciato, fermato e ripartito, mentre io, no.  Ero sui gradini in attesa, fermo nella lettura, al contrario. Mi sono fermato e ho cominciato a leggere. Centinaia di trolley sono stati musica di sottofondo, ma ho preferito “portare” con me , farmi accompagnare, stando fermo, “quella valigia” per vedere cosa c’era dentro. Sulla banchina, immobile, ma gli occhi, questi, quelli, no. Riga dopo riga, “Gli anni al contrario” correvano avanti. Non so se ho perso una gita, due biglietti, una città da visitare. O forse nulla di tutto questo. So solo quello che ho guadagnato. Una bellissima storia vissuta e narrata da due bellissimi occhi. Scusate, valigia.

La storia, una storia, di Giovanni, Aurora, Mara che incrocia e incrociano storie: il movimento, la politica, il ’77, il muro di Berlino, l’amore, la tenerezza, la passione, il coraggio, le divisioni, le strade giuste e quelle sbagliate.

Domenica 26 luglio

Atrio Porta Nuova Torino.foto Romano BorrelliTorino,  città a portata di turisti. A Porta Nuova, fin dal mattino presto vanno in onda le partenze con saluti “ripetuti”. L’atrio è colmo di gente in partenza.Giù, al Sud. Angolo molto feeling-home. La banchina del binario 6 si riempie in un attimo. Soffia di tanto in tanto un vento, quello della storia, delle storie. La freccia è quasi pronta. Sta per schioccare. La prova porte, i fischi ripetuti del ferroviere, hanno l’effetto di strozzare di continuo caldi abbracci e tenerezze. Peccato.  No, non è una pubblicità per il Mulino Bianco. Una manciata di minuti per le prove e poi, “Il treno ha fischiato” (un’opera letteraria?) e cosi il ferroviere: il treno lentamente si è fatto strada Porta Nuova Torino.foto, Borrelli Romanoe finalmente tutti si sono salutati. In centro, a Torino, vanno in onda gli arrivi. E per questi ultimi,  Palazzo Madama, Reale, Egizio, le mete più  gettonate dai turisti. Le rilevazioni sui consumi dell’acqua dicono che sono 180 mila i torinesi che hanno lasciato la citta in questo week- end di questa estate considerata la più calda degli ultimi 150 anni. Come dicono i metereologi,  con picchi superiori a 5 gradi rispetto alla media. Un’estate calda ma non come quella del 2003. Almeno per durata.Foto Romano Borrelli.Torino.Tabellone Porta Nuova In ogni caso, da domani afa e temperature bollenti a parte qualche sporadica pioggia, su, al Nord. Questo per quanto riguarda “il collettivo”. Per quanto riguarda le domande poste sul blog ….bhe’, provate ad immaginarvi che molto probabilmente “la giovane suorina” avrà espletato le sue funzioni quotidiane  e riposto in un cassetto il pane avanzato dal pranzo; lo avrà avvolto in un tovagliolo rendendolo adatto al consumo di una cena frugale di comunità, da condividere con Anna e Gioacchino. Il resto, proveremo a raccontarlo strada facendo. Em, scrittura facendo. Poi pomeriggio e tramonto e sera. La notte intanto si avvicina con una gran voglia di sfilarsi di dosso le calze in una “prova d’amore”  senza tempo…restando, così, in attesa di un’alba. Amore: passione che travolge o incontro che permette di esprimere il proprio talento??

Ripartenze

DSCN3425DSCN3411Giornate di sole, mare, spiaggia, cibo. Giornate in cui si è oziosamente attivi, a sognare ad occhi chiusi al mattino, sotto un ombrellone intenti a recuperare qualche ora di sonno rubata alla notte, e ad occhi aperti durante il resto della giornata. Serate di luna piena, le ultime, che hanno reso meno amaro l’approssimarsi del distacco da un periodo sereno. Sotto un albero di fico, al fresco notturno, lontani dalle luci stradali, arrivano i rumori di sandali e ciabatte estive, voci smaniose  di racconti e di sogni, dolci amari o infranti. Racconti di vita vissuta: dalle corse in bicicletta alla partita di pallone di poche ore prima, ai primi amori sbocciati a quelli terminati, a quelli che si vorrebbero, che si pensano senza il coraggio di dirlo, al contratto di lavoro, se verrà, alla posizione in graduatoria e alla cassa in deroga.  Intanto la luna, lassù, rende meno problematico il pensiero di : “cosa sarà da domani?”. Come ogni periodo che si rispetti anche questo volge al termine. Il treno frecciabianca Lecce-Torino è pronto a sfrecciare lungo la dorsale adriatica  e quasi tutto è pronto per le ripartenze. Come prima. Ripartirà tutto con il piede giusto? Le scuole? Le fabbriche? Il lavoro? Quante porte di Mirafiori si apriranno e quante, invece, resteranno chiuse? Quale giornalista ci proporrà il servizio sul terzo “Mirafiori riapre” alle sei del mattino, primo turno? Sistemare lo zaino, appendice di quel mondo quotidiano che ci segue, perchè così vogliamo, ovunque noi andiamo, verificare, biglietto alla mano, il numero di posto evidenziato, se lato corridoio o lato finestrino, un veloce saluto a chi condividerà questo viaggio, e, accomodarsi nell’attesa dell’annuncio.  L’altro contenitore, quello ideale, composto da emozioni e sentimenti raccolti in un mese, immersi nelle radici, lo serbiamo con noi, gelosamente, a tratti, e con cura;  di tanto in tanto si sovrappone ad una musica portata da chissà quali onde per mezzo di un mp3. Il Quotidiano, il Messaggero e La Stampa a farci compagnia, dopo, però. Dopo che il senso di nostalgia allenta la presa e le campagne, e gli alberi di ulivi, e i pannelli solari si saranno diradati e il circostante diverrà meno famigliare e meno coinvolgente. Un viaggiatore diretto a Foggia mi chiede “se va bene questo treno”. Osservo: biglietto a prezzo intero. La sua meta? Direzione, le campagne di pomodori, il suo futuro posto di lavoro. Dal suo sedile, munito di un cellulare, chiama, richiama, chiede e implora lavoro. Come fosse pane.  Da queste parti il lavoro di raccolta è terminato. Bisogna spostarsi. Mi racconta della sua pregressa esperienza di fabbrica, nel Nord Est. Dopo cinque anni di lavoro, azienda metalmeccanica, ora si ritrova disoccupato, costretto a riciclarsi nelle raccolte dei campi ad inseguire i vari raccolti in giro per l’Italia: pomodori, olive, arance. Il suo racconto e quel termine “raccolta” mi rimanda ai numerosi “raccoglitori” che si ritrovano alla fine del mercato, a Porta Palazzo, uno dei più grandi mercati d’Europa, a Torino. Gente sotto la soglia di povertà che stenta, a mettere qualcosa sotto i denti. Osservo  il suo bagaglio. Un sacchetto di plastica, così diverso dai tanti zaini, trolley e altro della nostra modernità, così diversi da quei pacchi legati con lo spago, in bella evidenza negli anni ’60-’70. e facciamo anche ’80.  All’interno di quel sacchetto, una bottiglia d’acqua, crackers, un panino, vuoto. Guardo la mia borsa, il suo contenuto. Ripieno di alimenti caserecci, tanto per rendere meno nostalgico il rientro, questa sera, domani e dopodomani. A volte provo vergogna, nelle tre ore di viaggio che ci accomunano. Mentre il treno corre e sfrecciando ci lasciamo alle spalle questa terra rossa, mai avara scruto  quel lavoratore che osserva la campagna come se stesse partecipando ad una Messa. Conta le cassette, le schiene ripiegate, i trattori pronti a raccogliere quei contenitori carichi da trasportare verso i tir. “Sette euro un cassone di pomodori, quattro se piccoli”. Mi indica le dimensioni del cassone. “Quando terminerà la raccolta dei pomodori, riprenderà il treno e cercherà le campagne con le olive. Trentacinque euro al giorno. Dormire? Talvolta il padrone (lo chiama proprio così ed evidenzio una sorta di “collante” fra gli operai e i lavoratori della terra) ci appronta una “rimessa”, un giaciglio, alla buona. Un posto coperto, buono per un mese. Poi, finito il lavoro, via”. La chiusura della fabbrica oltre che portarsi via un pezzo di dignità ha avuto la valenza simbolica di un passaggio a livello, chiuso, per il ricongiungimento della sua famiglia. Impossibile. Sul suo viso scendono alcune lacrime. Altre lacrime hanno solcato visi, rugosi, avvizziti  e non,  sulla banchina della stazione di Lecce. Un caffè in un bicchierino di plastica, con su scritto “caffè stazione” rende meno amaro il distacco. Persone anziane, a loro volta ex viaggiatori, raccontano i loro, di viaggi,  verso Milano, Torino, quando la denominazione del  treno, un infinito treno, era “Lecce-Torino-Monaco”, quando un troncone di questo terminava momentaneamente la corsa nel cuore della notte, a Bologna, per ricongiungersi con altro treno, via Brennero, direzione,  Germania….quando questi treni, viaggiavano fino a Bari con una motrice a cherosene: quasi tre ore per 120k…e i loro racconti si dipanano e si perdono nella notte dei tempi, di un’Italia in costruzione, e non in via di smantellamento, come oggi succede.  Viaggiatori, ex lavoratori, ora pensionati. Oggi ci sono i loro figli, nipoti, lavoratori di call-center, stagisti, a termine nella pubblica amministrazione, in quel che rimane di qualche fabbrica “su al Nord”. In treno, una volta più democratico, oggi forse meno. Ci si sente sempre più ultimo vagone, e non solo in Europa.  Le vertenze delle aziende in crisi aumentano. Migliaia di lavoratori con il fiato sospeso. Centinaia di migliaia di lavoratori rischiano di perdere molto, tutto. Come questo lavoratore. Ha perso molto, ma non la speranza.

Lecce: benvenuti in Salento

DSCN3253DSCN3290Lecce, stazione di Lecce. Lecce. Il treno frecciabianca proveniente da Milano, causa vetri, e causa altro, prima dei vetri, è arrivato a destinazione con……..

In ogni caso è bello rivedere, un anno dopo, i cartelli delle ferrovie con su scritto Lecce. La fontanella e quella voce registrata che annuncia anche le fermate della linea ferroviaria Sud Est…….Tutti quei paesi dai nomi musicali…Guagnano, Novoli, Galatina, Gagliano del Capo e tanti altri……..Sentire le cicale e appena metti i piedi sulla banchina viene da dire: “ma chi ha dimenticato il forno acceso dopo aver cotto il pane?”……un caldo….africano, anche se, ricordando gli anni addietro, non molto rispetto a quelli. Appena arrivato, un rustico ed un pasticciotto del bar della stazione. Un anno dopo. Mi sono mancati. Mi siete mancati. Peccato non averli tutto l’anno, anche al Nord. Quante cose ci si perde senza sapere di perderle……..e quando le si hanno non le si apprezzano. Prossima tappa? Le friselle: olio, sale, capperi e pomodorini che sono pomodorini. Altra tappa ancora? Ciuncata frisca!

Ora mi godo il tramonto, un sole particolare, da cartolina. Il mare, quello vero, le persone, che sembrano aspettarti da sempre. Ed è passato un anno da quando ci siamo salutati.

Un’annotazione: dato il tempo speso in treno, ho potuto constatare che il numero dei lettori, almeno in questo vagone, si è impennato, complice anche un gruppo di studenti, studentesse universitarie di ritorno a casa, intente nella lettura di romanzi e testi universitari.

Foto: a sinistra addetto ai vetri treno, stazione di Bari.  Destra, cartello stazione di Lecce.