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Bugie a portata di mano

Foto Borrelli Romano. Preparazione bugie“Una volta, al mondo, non c’era il fuoco. Gli uomini avevano freddo e andarono da Sant’Antonio…” Sul tavolo, in ordine sparso, farina, zucchero, marmellata, latte, ricette, fiabe di Calvino e bugie in divenire. Foto Borrelli Romano preparazione bugieTutto mischiato, nel tempo. Mani impastate nei miei ieri e nei miei oggi. Bugie passate e presenti. Polvere di farina sparpagliata come d’estate,  spighe al vento, capelli biondi appena mossi…impasto, pulisco e…assaggio. Buone. Un velo ancora, necessario per addolcire e passare oltre. Zucchero a velo come neve. L’ambiente e’ caldo e io accaldato da tutto questo impasto. La luna in cielo e’ un forte richiamo. “Quasi quasi esco” . Dalle parti della Gran Madre, lei, luna,  si specchia nel fiume come una bella donna mentre il traffico impazzisce e mi stordisce. Ha un bel viso acceso. Luci dei fari che abbagliano gli occhi e occhi abbagliati da occhi troppo luccicanti e cuore infiammato e luci tremolanti simili a luci di candele accese all’interno di una Chiesa. Un tempo da queste parti, i Muri, si era soliti alzare bicchieri e calici alla mano per brindare a baci e bugie mai troppo dolci. “Sei la mia passione piu’ grande” recita una scritta sul muro, tra strada, Muri e fiume. Mi passa affianco una coppia stretta stretta o forse era solo il tempo, che passa. Passo, passa, passava, passavano, passano, i passi di tutti.  Marciapiedi slabbrati. Ricordi frammentati e parecchio appuntiti. Bello da quaggiu’, il fiume ed il suo scorrere con la vita. Altro giro altra ruota. “Venghino signori, venghino” risuona ancora piazza Vittorio, quando il Carnevale passava e si fermava qui: baracconi e profumi di cioccolata e zucchero filato e filarini dietro ragazzine.  Cioccolata, Parini e il giovin signore, carrozze, cavalli e signorine. Tutto scorre e tutti corrono. Almeno per un …Po. Mi specchio sulle acque del fiume affacciandomi appena appena, stando attento a non scivolare nel pantano dei ricordi, prima di Roma e prima di che…L’affaccio sul mondo, ieri, oggi e domani, civilta’ globale.  Lo fa anche una ragazza con due trecce bellissime e due orecchini la fine del mondo. Sorride.  La osservo mentre lei scruta  il suo viso riflesso nell’acqua: le trecce paiono due corde sul pozzo, il viso solcato dal fiume disegna rughe bugiarde, lei muove il dito, quasi a volersi ridisegnare. Forse non si piace. E’ carina, nei suoi riflessi rossicci. Non avrebbe bisogno di “truccarsi” col dito…nell’acqua. E’ la ragazza con l’orecchino di perle. Lungo il marciapiede accarezzato dall’acqua “vaporosa” siamo in tanti, a truccarci, o mascherarci. Maschere Di Varnevale. Tutti allo stesso istante. E’ Carnevale. “Puff”. Mi e’ passata la voglia di stare fuori. Corro a casa. Bugie a portata di mano…bugie a/tradimento….il che e’ la stessa cosa. Sul tavolo, un libro ancora aperto. Un ricordo, una filastrocca piemontese: “cesa  granda campanun ca fa dun dun…” c’e’ posto ancora per una bugia. “Venghino, venghino…”

Un incipit allo specchio

20151107_175950Tra un “incipit” e “volto allo specchio” da raccontare non so proprio da quale parte cominciare. O forse si. Sulla mia fronte aggrottata spunta una ruga. Sulla mia testa fili elettrici illuminati 20151107_175935che fanno il giro di Torino ed io, un po’ con la memoria e un po’ con altri fili elettrici viaggio e vagolo. Poso il dito nel breve solco e faccio km di giorno e di notte. Ritrovo l’estate il mare e il sole che vendemmia la citta’,  eterna ed eternamente mentre una foglia ingiallita danza in aria prima di lasciarsi andare. Anastasia invece si lascia dondolare sull’altalena, col capo reclinato verso terra e le braccia allungate e le sue mani che stringono forte le catene. I suoi piedi tesi toccano il cielo e ride quando e’ in cima e le nuvole le si avvicinano. Vuole gioia e reclama vita mentre il sole illumina il suo viso, cosi grazioso e giovanile con qualche sfumatura di rosso. Ascolto in silenzio il suo sorriso triste. Si, ascolto, perche’ certi sorrisi si ascoltano prima di coglierli. Alcuni anziani giocano come bambini e anche loro si colgono a vicenda. Mi piace vederli mentre accennano passi di danza sprizzare vita. Mi piace ascoltarli quando ballano e “sballano”  le ore e i tempi, un po’ come noi negli incontri, spesso “inesatti”. Si passano il fazzoletto di cotone sulla fronte asciugando quel po’ di sudore scoprendo cosi una fitta rete di vie, di strade e di storie gia’ trascorse. Un pensiero mi attraversa la mente: potessi ripercorrerle tutte insieme con loro. I ragazzi sono sparpagliati a due passi da qui, dal fiume, dal Valentino, tentati dai giochi vietati ai minori di anni 14 in una atmosfera che contiene ancora estate ma che si chiama autunno in questa citta’ cosi Artissima e Paratissima. Un flashback…E’ ora di rientrare…lentamente.  I ragazzi si raccolgono, lentamente. Domani in classe raccontero’ di quella volta che cadde il Muro, a Berlino, quando la luna aveva vent’anni, Giulia piu’ o meno la sua eta’e quando…Anastasia intanto continua il suo dondolarsi tra cielo terra e cielo in una spremuta di vita infinita.

Storie torinesi

Foto, Romano Borrelli. Torino dai CappucciniL’acqua del fiume scorre, lentamente. Oggi, è estate. Ma è anche ieri. Un uomo, in compagnia del suo cane, braccia appoggiate sul parapetto del lungo- fiume lo osserva, o meglio, osserva entrambi, levriero e acque,  con quel lento dondolio mentre si  infrangono su di un punto, per tornare poi a correre, velocemente, per riprendere il loro viaggio fino alla destinazione finale, il grande mare che le accogliera’ Con generosita’, come ogni donna il suo uomo. Sento la necessita’, il desiderio di s rivere, di appuntare velocemente qualcosa, in una sorta di atto egoistico che mi separi momentaneamente dal resto. Una voce dal di dentro, che mi impone di “disegnare” stanghette corsive, riccioli di lettere che comporranno pensieri, pronti a navigare, tra gli altri, privi di identita’. O forse si. Nella citta’ della Mole, ciascuno di noi ne avrebbe una tutta sua, da svelare. Di storia. Ma la voce dell’intimo, la stessa che porta a scrivere impone cosa e quanto scrivere. Fiume, spartiacque di quanto poteva essere e no, con le “scelte non fatte”, lavori, amori, mancari, non consumati. Ripongo in soffitta i pensieri e  osservo l’uomo, impercettibilmente muove una matita, stretta tra le sue dita che nel gioco di quella danza che crea imprime un disegno, e forse pensa a qualche storia fissandola sopra un pezzo di carta. La grafite compone. Lentamente nasce qualcosa. Lui osserva  il fiume, occhi semichiusi che immediatamente si posano sul foglio. E’ veloce.  Il foglio è lo specchio di quanto sta accadendo in un raggio d’azione, limitato.  Almeno ” fino a Superga”. O forse non così in alto, ma molto più indietro. Almeno di 65 anni. Un bel colpo d’occhio. Questa parentesi e questo paesaggio. Qualche gabbiano si posa sull’acqua. Il  cane, ai suoi piedi, riposa. Chissà quante volte ha dovuto aspettare la conclusione di un  “prodotto” da grafite. Difatti, nel giro di  poco arriva la conclusione. Il disegno è bello. E’ un bozzetto di quello che diventerà  un giorno. Un quadro. Osservo lo specchio. Poco distante da qui. E’ oggi in un insieme di ieri avvolti in un pezzo di carta. L’aria è pulita. Si sente profumo di caffè. Una rapida occhiata, prima di andar via. Un pensiero alle vacanze, imminenti.  Al mare, al sole, al caffè Quarta, al pasticciotto salentino alle cose buone del Sud e alle vacanze imminenti. E a quanto amore contengano tutte queste cose messe insieme con il loro profumo che emanano quando provi a scartarli e facendo cosa gradita ne condividi i gusti. “Ne vuoi?” Torno al “qui ed ora”. Provo a muovermi, il signore, attento a tutti i movimenti, percepisce  il mio. Un impercettibile scatto gli aveva dato la sensazione che mi stessi muovendo. Prova a chiedere il mio giudizio sullo schizzo. Lo trovo bellissimo. Mi dice: “Sa, questa mattina mi sono svegliato con le stesse emozioni di tantissimi anni fa. Avevo voglia di aria, di libertà, di evasione. Torino all’epoca non era inquinata. Era estate, proprio come oggi.  Che ho 77 anni.  Ero giovane. Forse sono venuto a incontrarmi. Quando sentì quella voglia, quel desiderio di libertà, ne avevo 12 o 13. Mi posai nello stesso posto  dove sono ora. E feci uno schizzo come sto facendo ora. Lo confronterò a casa, con quello appena sarò tornato a casa“. Poi chiama il suo cane. E’ ora di tornare. A casa. Mi chiede se mi piacciono gli animali. Cominciamo a parlare di cani e gatti. Lui mi parla di sensibilità e di anime pure e belle.  Come gli animali. Ha gli occhi lucidi, quando mi parla. Il suo cane si chiama Teodoro. Mi spiega l’origine e il significato. E’ un bellissimo levriero, marroncino.  Il signore possiede una nobiltà d’animo d’altri tempi. Mi parla ancora, di bene, di qualcosa di profondo. Accenna a Dio. Ripiega lentamente il foglio, ma faccio ancora in tempo a guardare lo schizzo, il disegno. E’ un’opera d’arte, a mio modo di vedere. Lo ripiega e lo mette via. Saluta garbatamente, con dolcezza. Rimarca ancora il suo amore per gli animali e ricorda di quanto un gatto, curato e adottato gli abbia cambiato molto, rispetto all’approccio iniziale. “Gli animali avvicinano agli uomini, a Dio.” Si congeda. Ognuno riprende la propria strada, il proprio cammino. Mi volto e ripenso a quel disegno,  a quella mano mentre tratteggiava, al suo amore, per gli uomini, per gli animali. Chissà quanta storia avrà scritto e avrà contribuito a farne scrivere. Ritorna il profumo di caffè. O forse non se ne era mai andato.  Lentamente riprendo il sentiero del ritorno.  Mi giro e rifletto: quell’uomo aveva Testa nelle mani e Testa lo aveva nelle sue mani.  E cuore. Una bella storia torinese in una città dove ciascuno nel proprio cuore ha la sua Carmensita. All’ombra della Mole. E di un cuore. E mentre torni a ripensare alle vacanze imminenti, al pasticciotto, al Salento, ti giri e pensi che la bellezza di questa citta’e’anche qulla di incontrare un uomo nello stesso posto dove era 65 anni prima a disegnare quell’identico soggetto spinto dalla stessa emozione di quando aveva 12 anni affacciatosi appena sul fiume della vita e che alla fine del suo lavoro ti domanda:ti gusta? E da quel momento una canzomcina si impadronisce di te e cominci a cantare Carmencita…

Ps. Non solo ho rivisto il carosello, ma anche il papà di quello specifico carosello. Chissà se stava inventando una nuova storia per un carosello di domani.

Piovono libri

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Torino, piazza Castello, sotto la pioggia battente. Una magia. Atmosfera magica. Romantica. I riflessi e i giochi  di luce contribuiscono a rendere ancora più magica l’atmosfera. Sul selciato, il lucido. Poche ombre. Molti ricordi. Questi si, davvero tanti. Si addensano.  Le fermate del tram e del bus, prima, “quando c’era la rotatoria e i tram giravano intorno”.  Sembrano parole di qualche anziano ancora sospese dai tempi dei lavori. Con le quattro aiuole, i fiori poi.  Un giardino in centro. Un giardino al centro. E da che mondo e mondo, con un giardino è davvero vita. Ricordi. Memoria. Tu. Io. Noi. “Chi?” direbbe qualcuno. Così tanto di moda.  Nel politicamente scorretto. Nei pressi del centro, alcune librerie. A Torino, piove, ma piovono anche libri. E tanti. Con un libro non si è mai soli. Verissimo. Ma la solitudine è necessaria. Allo scrittore come al lettore. Entro. Libri, libri, libri. Un posto ideale. Come quel giardino del “fin dalla notte dei tempi”. Anche se, mica tanto notte. Tutto era Luce. Tutto è Luce, come un personaggio di un libro appena letto e suggerito da questa bacheca. “Un uso qualunque di te”. La bacheca con i consigli,  mi piace. Mettere un “mi piace” non sarebbe davvero una cattiva idea. Tanto per cominciare. Anche se non si compra. Ma è bella come idea. Trovare gente che legge i titoli dei libri suggeriti e da li andare nello scaffale giusto e provare a incuriosirsi.  Una idea. Ma va bene anche l’idea dei consigli: nonostante tutto quel che si sente in giro, la gente legge. E parecchio. Calligrafie diverse., suggeriscono. E la mente fantastica: era un uomo? una donna? ragazzza? ragazzo? operaio o impiegato? L’avranno letto in treno o in bus? Letti di notte? Mani, biro, provenienti da ogni dove. Lettori  che hanno già letto un libro,  e lo scrivono, per i posteri,  e autore di quello che si incontrano, sempre su di un pezzo di carta e con la carta aiutano all’incontro. Un felice incontro con ulteriori potenziali altri lettori. Da quei post-it e da quei tratti di penna si materializzano in continuazione nomi di città, nomi di donne, uomini, amori, luoghi, non luoghi, viaggi. E’ un posto, questa libreria, come tutte le librerie,  dove puoi girare il mondo stando fermo. Come una gita a Roma.E’ un continuo brulicare. Come sosteneva Dosteoevskij: in una stanza ci possono stare milioni di anime. Qui, città intere…Stupendo. E di lì a poco, alcuni personaggi fuoriescono. Cominciano a parlarci, a raccontarci, raccontarsi, amarsi, odiarsi, riprendersi,  una città, la storia da dove provengono, che poi, è proprio da quelle pagine che vengono. La loro casa. La loro dimora…e così cominciano… Una stazione, Brignole, una piazza, il capolinea dei bus. Una pensioncina, Fiume. “Fiume”. Come la vita. Una fuga, lenta, continua, fino allo sbocco naturale. Il mare. E nella fuga, incontri, tradimenti, ritorni. Ma poi, è sempre il mare che accoglie. Come una madre. Incontri. Come quando ci si parla. Personaggi che cominciano ad animarsi. E prendono il volo. Uno, scende dal treno e comincia a chiedere  ad una lei dove è il mare, e quale bus ci andrà.  “Ci andrà ancora quello snodato verso Quarto? Dove c’era il monumento. Era proprio lì che faceva capolinea. E lì restavamo abbracciati a guardare il tramonto. Dietro, le gigantografie annunciavano il prossimo concerto di Ligabue. E poi,  davanti a loro, scesi dal bus, il mare. Ci sarà ancora quella trattoria dove si potevano mangiare gli spaghetti, buoni buoni con i muscoli?“. La sera,  poi, dopo il rientro in città, con lo stesso bus, dopo aver provato a fare il bagno, una lunga passeggiata, tra gli urletti degli scolari, lungo il viale di Corso Italia e le rocce che costeggiano il mare, a mangiare un gelato, in quella piazza così grande, dove le luci illuminano tutto. Quella piazza, dove a settembre ci fanno la festa dell’Unità. Luce. Luci. Che illuminano anche i pensieri. La collina alle spalle. Il mare, le lampare, davanti. Quell’aria che ti viene incontro, che te la porti  addosso e che solo a Genova si riesce a trovare e ritrovare. Genova, col suo porto, Caricamento, i caruggi,  il faro, la lanterna, la pista con gli aerei, De Andrè……la focaccia. Genova. Ma, è vero che a Genova esiste la metropolitana?”… Brignole…Un altro personaggio, intima, ammonendomi: “Non volare via”. Mi ridesto. Forse era un richiamo. La richiesta d’attenzione. Forse voleva che scegliessi proprio quel libro. Non volare via.

Al risveglio, tra la moltitudine dei consigli dei lettori, Un suo qualunque di te, di Sara Rattaro e La memoria degli alberi, di Alice Corsi.  Dalla lavagna “consigli dei lettori”, ottima idea pensata nella libreria Coop di Piazza Castello, a Torino, “piovono” tantissimi post con  i titoli dei libri e i loro rispettivi autori.  Bellissima idea. Davvero.

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All’ombra di un fortino

DSC00086“Giuoco bocce”. E ti immagini pensionati, chini, boccia in mano, a centrare qualcosa e contare, ancora una volta, come ai “vecchi tempi“. Come quel gruppo seduto, carte tra le mani che conta e riconta. Tarocchi? Bho. Bicchiere in mano, sigaretta di traverso, un cagnolino sotto al tavolo. E talvolta il sorriso allarga la loro bocca  e ne distende il viso. Come ai vecchi tempi, quando tutto quello era permesso, dopo l’officina. All’uscita. Bicicletta e busta attaccata al manubrio. Ora il tempo è diverso. Le lancette segnano un tempo che è percepito come una ferita dell’esistenza, fonte di ansia. Depressione per alcuni. Le bocce, dieci, quindici, che entrano prepotentemente nel corpo del gioco e nel gioco e talvolta lasciano a terra, lontano dal campo, altre bocce. Un po’ come l’entrata della precarietà tra i bastioni delle nostre esistenze. Il rumore delle bocce e quello dell’acqua, del fiume,  ritmano congiuntamente nei meandri dei ricordi mentali, la grande bellezza. Il Salento e le sue bocce da spiaggia. Una grande bellezza  merita l’Oscar. A tempo indeterminato. Nei pressi qualche panno lavato e steso ad asciugare su uno stendino rimediato, di fortuna. Due scope alle estremità, un filo che è uno spago, e pani stesi.  La fontana, li nei pressi,  sempre pronta ad accogliere qualche assetato. Al cibo, poi, qualcuno provvederà.  Alcune badanti ridono e aspettano, che si faccia tempo. Intanto scrivono e riscrivono, alcune lettere. Contano anche loro. Qualche risparmio, da mandare su, in Moldavia, in Romania, forse in Ucraina. E consegnare il tutto, domenica, dove parte il bus. Su quel piazzale, lontano da qui, ma vicino, dove una umanità, per qualche istante si raduna, e torna a contare anch’essa. Scambiandosi informazioni, notizie, qualche prodotto di casa loro.  Qualche bambino insegue un pallone. Troppo avanti, o troppo indietro per la lippa. O forse non è mai tempo. O forse lo è sempre.  Fulvia intanto si sforza di camminare, da casa sua “alle case del fortino”. Almeno dieci minuti di cose diverse da fare durante la giornata.  Il nero, che si è raggomitolato dentro, passerà. “Ogni stagione ha i suoi colori e la sua grande bellezza”. “Quel nero verrà fuori, vedrai”. Anche oggi hai scritto un pezzo di storia, anche se, nella sfera (della penna), molte parole restano impigliate nell’inchiostro, e mai nessuno saprà cosa avrebbe voluto scrivere, dire, nella sua grande bellezza. Magari una poesia, o un semplice ciao. “Quel nero, andrà via. “En e xanax” sta per terminare. La mano delicatamente sposta le cuffiette, riponendole in borsa. Capelli lisci, scostati, da un lato. Un pensiero. “Però, forte Samuele“.  E poi, dai, in due si può lottare e “fare una rivoluzione”. Un libro della biblioteca da leggere…in due.  Dall’altra parte della strada, uno sciamare, un pizzico di umanità che si ritrova, come avveniva un tempo, nei pressi di Porta Palazzo o in Barriera, dove gli operai Fiat si ritrovavano, la domenica, e si incontravano e mischiavano in una babele di dialetti. Un pizzico di umanità che resiste, all’ombra di un fortino. A Torino. In una metropoli dove si cerca di fare comunità.

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