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25 Aprile 2017

Ricordare Gramsci,  per ricordare tutti coloro che hanno perso la vita per la liberta’ è  doveroso,  d’obbligo,  sotto la mole,  oltre che doveroso. Così,  come avviene  ogni anno, sul finire della mattinata,  a ridosso del mezzogiorno che pare “la questione”,  decido di  convergere in “piazza Carlina” a portare un pensiero,  un ricordo,  presso quella che e’ stata la dimora di Antonio Gramsci. Gli altri anni riuscivo a giungere nel momento esatto in cui un oratore,  foglio tra le mani,  leggeva un ricordo,  un pensiero,  indieme a militanti,  rifondaroli,  coministi,  di sinistra e sinistra declinata in vari modi,  universitari,  studiosi,  gente comune che si e’ formata studiando Gramsci. E ne ricordo tanti. Si leggeva e i riferimenti erano notevoli: Lettere dal carcere,  egemonia,  le tre Chiese,  Ordine Nuovo… Quando sono arrivato,  oggi,  non c’era nessuno;  probabilmente erano passati prima di me,  come attestano i fiori. Osservo lo stabile e la targa commemorativa sotto l’occhio attento della Mole Antonelliana,  lasciandomi alle spalle “La Badessa” pizzeria-ristorante.

Ora,  nella palazzina dove dimoro’ l’intellettuale,  c’è  un albergo. Entrando,  al bancone della reception,  una sfilza di ragazze. Chiedo se e’ visitabile l’appartamento. “Ora no”,  mi risponde una ragazza brunetta,  molto gentile, “pero’ dalle vetrinetta dietro lo stabile sulla via San Massimo,  è  visibile”.  Ringrazio e così faccio. Sinistra,  sinistra e all’angolo con via Maria Vittoria vedo  le vetrine, una macchina da scrivere antica e libri… libri e libri. Recupero la via,  la piazza e osservo la Mole che occhieggia ancora spiando tutto quel che avviene ai suoi piedi. Lentamente mi confondo e  perdo verso il centro che pullula di gente traboccante come fiume in piena.

Buon 25 Aprile.

News alle porte

Torino 23 4 2017 foto Borrelli RomanoGiornata di lettura. La mia (lettura) consiste in un duplice tomo  su Santa Caterina da Siena: lungo le pagine dei testi, uno spaccato storico-sociale prettamente “centrale” che intreccia tantissima storia, storico sociale e di devozione.  Giorni di lettura che confluiscono in “Sant Jordi”. La Biblioteca civica torinese,  per esempio, quella in via della Cittadella,    dona una rosa al pubblico femminile che si reca al bancone per prestito libro.  Bella iniziativa,  come le numerose librerie che espongono libri e rose.  Mattine,  pomeriggi, sere e notti in un girotondo di carta. Notte “rosa”,  sembra esplosa. Ma questo era Umberto Tozzi alcune “rose” fa,  per i 40 di “Ti amo”,  proprio qui,  a Torino, una “Gloria” unica della canzone italiana, anni ’70.  Altri tempi. Di storia “gloriosa” quando grigio e nero delle fabbriche si sprigionavano sul cielo cittadino.  La città  si presenta oggi nella nuova veste, “quotidiana” turistica “sold out”. Grigio e neto alle spalle e quasi azzerato, almeno quello delle fabbriche.  Belle presenze,  in giro,  nel cuore cittadino;  tutta bella gente davvero.

Le cronache a dire il vero non sono molto rosa,  tra la Korea del Nord e gli Usa che scaldano i muscoli diversamente dal tempo che non scalda affatto. (“Benvenuti in inverno”). Senza dimenticare i bimbi della Siria,  un Paese che lentamente sta scomparendo sotto le bombe.  In attesa di notizie da Parigi con le elezioni di primo turno ormai verso la chiusura. Giorni che scivolano via,  lentamente,  verso il 25 di aprile,  festa della Liberazione ormai alle porte con strascichi quest’anno si chi “puo’ partecipare,  chi no,  chi ammesso,  chi no”. Nelle distribuzioni di “patenti” a tutto siamo sempre ben messi.  A proposito, è  uscito il libro su Gramsci del prof. Angelo D’Orsi. E a proposito di porte…. un tizio regala la sua,  in via Cibrario,  per chi fosse interessato.

Riprendo la strada canticchiando “Si puo’ dare di piu'”.  Dopo aver visto la porta “accasciata” in omaggio,  cantarla è  d’uopo.

Il fiore del partigiano

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Questo è il fiore, del partigiano. Questo è il fiore, al partigiano. Quando si era piccoli, si usciva, e tutti i tram e i bus della nostra città, verdi prima, rossi poi, arancioni ancora,  esponevano, sul muso anteriore, la bandierina italiana. Si capiva, tutti, che era la festa della Liberazione. La lotta di Resistenza partigiana culminata il  25 aprile. Momento piu’ alto della storia italiana.

Tanti i modi per ricordare la  Liberazione. Col farsi grandi, prendevano piede le fiaccolte, del 24 sera,  a Torino, e i brividi salivano sulla schiena quando vedevi comparire i partigiani sul finire di via Pietro Micca, prima di entrare in Piazza Castello, al termine della camminata. Che brividi a pensare ai partigiani, alle staffette, alla grande libertà e democrazia che ci hanno consegnato. Poi, col tempo l’Istituto storico della Resistenza, i fiori in ciascuna lapide ” a loro ricordo” in tanti angoli della città. Ancora, Casa Gramsci. In mezzo, una manifestazione, Milano 1994. Sotto la pioggia, ma………….”Che Liberazione”. Così titolava il Manifesto. Eravamo trecentomila. Sotto la pioggia.  Treni pieni. Andata e ritorno. Forse l’inizio di una fine. Elezioni perse da poco. In quell’anno.  La gioiosa macchina da guerra si era inceppata.  Qualcosa che pare non passare. Ancora oggi. Confusione. A due mesi dalle elezioni, chi vince le elezioni, con un premio di maggioranza non riesce ad esprimere un governo, e forse, come la si osservi,  non è  riuscito neanche ad esprime un candidato alla Presidenza della Repubblica. Il dodicesimo, che poi è l’undicesimo, Presidente della Repubblica è Giorgio Napolitano, o Napolitano Giorgio, o G. Napolitano, o ancora Napolitano G.Così, tanto per tenere sotto controllo il tutto.  Forse un ritorno malinconico, quello del Presidente, nonostante i 21 colpi di cannone o probabilmente  il viaggio in Flaminia. ( Correzione: Niente viaggio in Flaminia, e niente corazzieri a cavallo). Una sicurezza per molti. Applausi nell’emiciclo di tantissimi, per altri,invece, l’elezione rappresenta un’ ultima tassa “pagata all’inganno e ipocrisia”.  Nella società liquida, dei partiti liquidi,  dei colloqui in streaming, dei messaggi gratuiti, dell’analogia “delocalizzazione partito-non partito” anche la leadership di un politico si è squagliata, come neve al sole.  Come i voti. Come certi finti o brevi  amori. O confusi.  Chissà dove è andata a stazionare la delicatezza d’animo.  Per alcuni, lo scenario, l’esito di questo film è colpa di una fusione di un partito, anzi due,  non ponderata, avviata troppo velocemente. Forse il pegno pagato alle primarie: un ricambio accelerato, un rinnovo della vetrina dell’apparato politico senza tener conto della mancata conoscenza di certi temi. O forse a voler tenere il piede in due scarpe, non si procede bene. E così, qualcuno asserisce un meno 6% di consensi in meno al Pd, altri, invece, rincorrono eventuali traditori. Forse non è stato capace di dare risposte alle domande provenienti dal Paese. Nessuna riedizione, nessuna rincorsa al sistema fotocopia dell’ultimo anno e mezzo, di sosteneva, prima delle elezioni del 24 e 25 febbraio e invece, tutto, o quasi, tal quale a prima. Dall’ ABC si temeva il pasaggio al BeBe, “morto” precocemente in culla. Almeno, in parte. Forse, continuando col “sistema” Boldrini Grasso sarebbe andata diversamente. Forse. Davvero la politica pare esser precipitata nel sottoscala del buonsenso per far posto al battibecco da liceo. Bastava dare un’occhiata alla connessione sentimentale. Invece, sottoscala. Come le incomprensioni di coppia, ormai sfiatate, intente a costruire altre realtà invece di affrontare i veri nodi.  Colpa del tempo. Colpa del vento o della pioggia dei giorni scorsi. Scilipotume da commedia. Magari la storia avrebbe detto, dato, altro e altri Presidenti. E così il paradosso.  Sembrerebbe che chi ha perso le elezioni, o meglio, non le ha vinte, finisce per averle vinte. E così, i brividi che tornano alla schiena per timore di rivedere certi personaggi armati di forbici nel già scheletrico corpo statale.

Un pensiero a questi nomi, su questa lapide, su questo fiore, posato da persone che credono nei valori della Resistenza, dotati di delicatezza d’animo. Consistenti. Dalle radici profonde. Coerenti. Sempre fedeli al ricordo. Poco distante, la scintillante stazione, punto di arrivo e di partenze. Fonte di gioia e tristezza, oscillazioni e pendolarismi. Ma la tristezza non è una categoria politica. Forse come la riconoscenza. Talvolta come nelle relazioni.

Tra pochi giorni, usciranno nuovamente i bus e i tram dai loro depositi. Con le bandierine. Sarà il primo maggio. La festa dei lavoratori. Nonostante i 500 mila in cassaintegrazione e i quasi cinque milioni tra disoccupati, sotto occupati, o demotivati che non cercano. Anche se………….”affondata sul lavoro”, come sostiene il libro di Gabriele Polo, presentato alcuni giorni orsono da Marco Revelli e Luciano Gallino. Il lavoro forse dovrebbe essere rimesso al centro. E basta austerità.