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27 Gennaio Giorno della Memoria

DSCN0941Dachau. Campo di concentramento. Per non dimenticare. Lungo il viaggio che ci portava da Torino a Berlino, una sosta a Monaco di Baviera e poi, Dachau, per posare un fiore. Raccogliersi in un momento di preghiera. Personale. Lo stordimento, per quanto visto, l’atrocità di quello che è stato, la cattiveria dell’uomo, l’afa di quel giorno. L’uomo ridotto a bestia. Tutto, brucia dentro, ancora. Innocenti che tacciono ma che parlano alle nostre coscienze. Non ricordo per quanto tempo, all’uscita, il silenzio,  calato si impadronì di noi. Muti restammo per molto in macchina. E quel viaggio lungo ci sembro’ ancora più lungo.  Forse fino a Dresda, o Berlino. O ancora, oltre. Un viaggio, diverso, o forse uguale, a quello effettuato anni prima. In Polonia. Partiti in una giornata caldissima di inizio agosto, per la precisione, il 5, dal binario undici di Porta Nuova, con un treno speciale. Un “cappello” ci riuniva: M. Ausiliatrice, 14. Ragazze e ragazzi sconosciuti. Amicizie da costruire; ognuno una storia diversa, se 18-20 possono essere già conferire una storia “alle spalle”, proprio come uno di quei tanti zaini che ci portavamo dietro, un pezzo di cameretta che si muoveva con noi. Ragazzi  provenienti da ogni dove, da Torino e dal Piemonte: San Paolo, Rebaudengo, Valdocco-Maria Ausiliatrice, Nizza Monferrato, Asti, Alessandria...  Marsupio e passaporto a portata di mano. Oltre al già citato zaino.  Walkman, auricolari, merendine in ogni dove. Un libro, la cartina, un blocchetto, la penna,  per appuntare qualcosa, in quella lunghissima traversata europea che da lì a poco ci aspettava. Torino -Varsavia. In mezzo, altre città. Vercelli, Novara, Milano. Direzione, Auschwitz, Birkenau. Tappe inserite in altro contesto. Un giro dell’ Est. Tutto cominciò per scherzo. In uno di quei sabati primaverili, ciondolando in una zona ora trasformata e mangiata dai centri commerciali. Una ragazza, Daniela,  mi parlò di un viaggio, in estate. Poco convinto, come possono essere certe convinzioni e credenze. Più radicate altre: giustizia sociale, redistribuzione, classi sociali, opposizione, l’Università, il movimento operaio, la Fiom, le conquiste. In ogni caso, accettai. Quel viaggio “s’aveva da fare”.  Cinque agosto, ore 15. Porta Nuova. Noi che andavamo incontro alla gioventù e questa che veniva incontro a noi. In treno. La sera, dai finestrini, le Alpi, l’aria fresca notturna. Trento, Bolzano, il confine. Praga, al mattino. Nei pressi della stazione, una casa salesiana ci accolse. Per colazione e pranzo. Giro della città. La ricerca di rullini fotografici! Rullini! Come le cabine telefoniche. Repertori. Studio antropologico. Code alle cabine. Poi Varsavia. Ancora treno. Questo nome, che in molti avevamo sentito insieme a Bruxelles, a “che tempo fa”, in tv, (temperature delle città europee)  riuscivamo ad abbinarlo  solo alla neve.  Spesso non pervenute. Cracovia e tantissima Polonia. Varsavia. Il fiume. Le tende dei russi e la nostra “casa S. S.G.B.” e l’amicizia con loro. Polonia. Occhi azzurri,  a volte tristi, altre no. Capelli biondi, trecce, libri. Gente con il dolore negli occhi, ma sempre accogliente. L’università. I viali. Czestochowa e poi, Auschwitz.  Fino al giorno prima, si cantava, si scherzava, si giocava, si girava mischiandoci tra gli universitari. “Czésc” e zloty alla mano e cappello alla marinara. Cosimo, Chiara, Francesca, Elena, Teresa, Gregorio, Silvano, Gianni, Doriana,  le sorelle Cristina ed Elena, Giampiero e sua moglie Giovanna, le gemelle Michela e Stefania, e tantissimi altri, che col passare dei giorni incontravamo;  nomi e persone che col tempo la vita ti porta a perdere di vista, e quando ti vengono in mente, o li incontri, così, per caso, tutto ritorna lì. Non quel  mese trascorso, li,  in giro, “all’ Est”. Tutto ritorna a quelle atrocità che sono state e che sono ancora li e che abbiamo visto. Montagne di capelli in una stanza, stampelle, vestiti, in altre, camere a gas. Il binario. Ragazze, ragazzi, venti, venticinque anni, tutti, entrati in un modo, tornati a Torino in un altro. In treno, in quel lunghissimo viaggio del ritorno, in una giornata di fine agosto, non riuscivamo più a prendere sonno. Né seduti, né sdraiati, quei pochi che avevano una cuccetta, né in corridoio. Sdraiati sul nostro sacco a pelo. Niente occhi chiusi. Neppure dopo. A Porta Nuova, ci lasciammo, a centinaia, uniti da qualcosa di diverso. Ognuno di noi aveva preso un impegno. Non dimenticare.  Memoria. Lacrime.  L’estate che continuo’, la sera stessa. Altro treno. Direzione Salento. In uno scompartimento, con alcuni provenienti “dall’est”. Restammo ancora in silenzio. Ora, Gregorio è un medico, Cristina una bravissima insegnante, così come Giovanna, Francesca in giro per il mondo, come Chiara, dopo aver studiato a Pavia, Cosimo nella scuola, Anna, una dottoressa…Ognuno, a suo modo, nel suo mondo, ricorda quel viaggio, quel campo, quel luogo. Che tutti nella vita dovrebbero fare.

DSCN0952Quando posso, torno all’Istituto Storico della Resistenza. Una lettura, un libro, qualche fotografia. Il ricordo di quel viaggio, continua.

Era il 16 Gennaio 1969

Oggi vorrei parlare di molte cose, tante. Ma, oggi è il 16 gennaio e come questo giorno, ma di un altro anno, il 1969 “a distanza di cinque mesi dall’invasione del Patto di Varsavia in Cecoslovacchia contro l’esperienza di Dubcek del “socialismo dal volto umano”, un giovane, Jan Palach, si immola nel fuoco a Piazza S. Venceslao e lancia il suo appello disperato: “ricordatevi dell’agosto”. Il pensare a questa ricorrenza mi porta ad una esperienza personale: un giro dell’Est compiuto alcuni anni fa, che aveva come prima meta proprio Praga. Che ricordi! Ero partito da Torino avendo come unica meta il divertimento; quando arrivai a Praga, mi spiegarono e mi indicarono la piazza; ci andai e vi rimasi un pomeriggio intero a contemplare, a pensare. Ancora oggi, proprio questa mattina, a chi mi chiedeva come facessi ancora a credere alla politica pensavo, chissà perché, proprio a quel viaggio. Forse perché da quel viaggio ho trovato motivazioni per un qualcosa che mi circondava e di cui non mi ero ancora accorto: inconsapevolmente quella tappa era l’alba dell’impegno, quello personale. Forse perché un giovane che si “fa torcia umana” qualche riflessione dovrà pure suscitarla. In quella piazza eravamo tantissimi, ragazzi e ragazze, tantissimi spensierati, ma molti pensierosi, riflessivi. Volevamo conoscere e sapere. Non volevamo più soltanto divertirci e continuare quello stupido “bans” che faceva tanto “italiano”. Perché dovremmo esser così lontani dalla politica se ci tocca, in molteplici forme, così da vicino? Perché dovrei essere lontano da preoccupazioni che inevitabilmente toccheranno migliaia di miei ex colleghi da lunedì, al ritorno in fabbrica, dove, probabilmente verrà comunicato loro che un altro bel cumulo di ore di cassa integrazione sarà pronto ad accoglierli, e con loro migliaia di famiglie? Perché oggi è così forte l’accusa di essere fuori tempo, di appartenere ad un’altra realtà? Pensare di avere delle risorse così scarse, limitate, con uno stipendio, per chi lo ha, di mille euro al mese e sentire il brontolio nella bocca dello stomaco perché ti manca da mangiare vuol dire appartenere ad un’altra realtà? Perché non dovrei oppormi con ogni mezzo ad una proposta di cassa integrazione su base regionale, introducendo di fatto, una “gabbia di cassa integrazione” differenziata per tipologia di regione? Ormai sono anni che ci presentano sempre che “dobbiamo accettare qualsiasi cosa, altrimenti sarà peggio”, e intanto continuavano a scavare solchi che sono divenuti abissi. Come mai la società italiana è così fortemente polarizzata? Come giustamente ci ricorda il Manifesto di oggi a pagina 7, “Un milione di morti a est grazie alle riforme schock“, riferito ad uno studio sugli effetti delle privatizzazioni degli anni ’90. Penso che non si era fuori tempo prima e non lo si è ora. Qui si sta parlando di Est, ma quali sono state le conseguenze di queste politiche in Italia? Bhe, qualcuno può sempre rifarsi con la social card, che sicuramente sarà sufficiente per pagare l’affitto, il telefono, e fare tutte quelle spese che permettono “all’economia di girare”, perché bisogna spendere, e spendersi, anche la dignità. Certo, potrà risolvere tutti i problemi, speriamo solo ci siano i soldi. Qualche giorno fa, un signore mi diceva che trovava poca differenza rispetto agli operatori vincenziani che vanno settimanalmente a portare il pacco della spesa presso alcune famiglie disagiate. A me ricorda altre tessere: “quelle del ventennio”. Ironicamente potrei dire, “meraviglioso”, citando una bellissima canzone che inevitabilmente mi riporta ad un’altra canzone rifatta ed al Salento, al quale esprimo massima solidarietà (dato che quella terra mi accoglie sempre d’estate).

era-il-16-gennaio-1969