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La scuola prestata alla politica

Una sezione di Torino. Ai seggi. Elezioni europee e regionali. 25 maggio 2014Torino. La Dora, la Biblioteca, la mongolfiera.La scuola prestata alla politica. Dalle parti della Dora, di scuole prestate alla politica se ne contano un po’. Fa un certo effetto vedere i corridoi, le aule, l’atrio, le scrivanie dei bidelli, “occupate” dal popolo sovrano elettore. In ogni sezione, al suo interno,  la suddivisione, con i cartelli vergati a mano. Elettori, elettrici. Banco per le donne, banco per gli uomini. L’alternanza. Registri, numeri. Uno scrutatore diligentemente controlla, verifica i numeri corrispondenti tra tessera e registro e sigla. Registri, che vagamente ricordano quelli della scuola,  sostituiti nel tempo, con quelli moderni, elettronici, talvolta non funzionanti.  Nelle sezioni, numero in   blu in bella vista, sull’uscio e all’entrata dell’edificio,  le lavagne, pulite con diligenza dai bidelli, sono ora trasformate in nomi “di cose”  e percentuali, puntualmente “attualizzati” durante la giornata di voto. Le cabine, tipo mare,  “spiaggiate” contro il muro, al fondo dell’aula, con le loro luci “volanti”, per quando si farà sera. Posizionate contro il muro luogo in cui quotidianamente prendono posto, da mesi, gli studenti arrivati prima, ad inizio anno scolastico per esserne gli ultimi.  All’epoca fu la prima corsa ad ostacoli: evitare il presidio dei bidelli. “In fondo”, dal fondo, si vede meglio. Forse, l’acustica è anche migliore. Cabine, tipo caselli. La uno, la due, la tre, la quattro. E via con l’immaginazione. A pensare queste aule piene di ragazze, ragazzi, mette un po’ di nostalgia. La presenza del “vigile” non è come quella del bidello, quando gli studenti  scattano in piedi non appena  bussa,  circolare in mano.  “Si esce prima?”. La domanda più in voga. Al mattino, l’appello, con qualche ritardatario che ci prova comunque ad eludere la sua sorveglianza  e contare sulla magnanimità del professore. Di tanto in tanto,  quando qualche professoressa ligia al proprio lavoro, solerte, si accorge che il registro elettronico non funziona “invia”  immediatamente qualche alunno a cercare il “signore” del pc. Ragazzo che puntualmente staziona sull’uscio dell’aula, forse in “attesa” che il pc “resusciti” o forse, perché, in “religioso silenzio” medita e cerca comprensione o complicità negli occhi di qualche compagno: “cosa, faccio? Ne approfitto e vado al bar?” Poche frazioni di secondo e senti dal lato opposto del corridoio “la puortaaaaaaaaaaa“, con l’eco mimato da studentesse e studenti che fanno il verso alla professoressa. Due, tre, cinque volte…….Una porta che diviene ventaglio nel suo “si chiude non si chiude”. E dopo vari tentativi, giunge il momento. Il ragazzo ha deciso. La classe anche. Cercherà il signore del pc e il modo per reperire il suo “panino quotidiano”. Il “tempo zero”, sarà per la prossima volta. Un’occasione per uscire, si troverà sempre. Anche nell’epoca delle lavagne elettroniche, il gesso lo si dovrà pur sempre rimediare, in uno di quei cassetti dei bravi e saggi bidelli. Gesso riposto e spezzettato all’interno della cassettiera, in un involucro da caramelle  “ricoperto”  da strati di  cibarie varie.  Da consumarsi al bisogno. Le ore sono lunghe e la fame è sempre da placare. Torino 25 maggio 2014. Ai seggi. Percentuali E all’interno della sezione, mentre sei in coda, carta di identità alla mano e scheda elettorale, ti accorgi di quante cibarie, come quelle della bidelleria sono posate su di un doppio banco, appositamente congiunto.  Sembrano i “regali di nozze” ricevuti” dalla sposa pronti per essere fotografati. Biscotti di ogni tipo, posizionati tipo “banco autogrill” su banchi della scuola, termos di ogni formato, con caffè, latte, cappuccino, thè, perché si sa, l’umidità è in agguato, “potrebbe piovere”, e le ore sono davvero parecchie.  E la fame incombe sempre, anche qua.  A proposito di termos. Ricordo una “bidella” (ma io vorrei chiamare questa categoria con il proprio nome omettendo bidello o bidella) che aveva con se sempre il termos di caffe alla sua portata, nei pressi dello sgabuzzino. E in tanti, quando la vedevano sorseggiare, ne chiedevano un “sorso”. La sua bontà, gentilezza premura è stata proverbiale e scritti per sempre nella memoria dei ragazzi. Anche questa, è stata relazione, al pari di quella professore-allievo. Anche questa, resterà. Per sempre.Torino 25 maggio 2014. Ai seggi. Il banchettoFino alle 23, la vedo dura. La chiusura dei seggi. Quello che colpisce in questa scuola prestata alla politica è che anche gli odori sono quasi identici a quelli che emanano i bar delle scuole. Di cibo.  Panini dai nomi più disparati e ragazzi al banco sempre più disperati.  Una ventata di odori e sapori che dal bar, velocemente salgono a raggiungere chiunque. Bidello compreso. Panini, pizzette, brioches tenuti in braccio  come un bambino da coccolare, da qualche allievo volenteroso, solidale con i compagni. Non si sa mai, tutto potrebbe terminare. Meglio pensare in anticipo. E così, mentre la “puoooooorataaaaaaa” si riapre e si richiude, insieme al rientro dell’allievo volenteroso fanno il loro ingresso odori e sapori, avvolti da carta stagnola. E mentre la professoressa spiega, il  rumore o meglio, i tintinnii di monete, in caduta libera dai banchi, involontariamente, naturalmente,  si “spargono”  e si liberano nell’aula. Poi, dopo la  semina di uno, la raccolta di tutti coloro che possono dando prova di forte solidarietà  nell’aiuto. Compito a cui partecipano  anche quelli seduti dalla parte opposta- Tutto per   la “processione” del cibo, o meglio, la sua distribuzione. A  P.  andrà questo, a G. quello, a M. quell’altro. Poveri professori. Poveri bidelli. Povera…pooortaaaaa! Quei due banchi sembrano  davvero un catering.  Intanto, dal corridoio, altre urla, “la puortaaaaaa” e capisci che, altri pc hanno subito un infortunio. Bisognerà richiamare il signore del pc. Dopo questi pensieri, lo scrutatore chiama, è giunto il momento. Passo vicino a quei due banchi, uniti congiuntamente. Le ore passate in quest’aula hanno conferito a quelle cibarie  rimaste o cominciate un che di vissuto.  Dopo aver riposto le due schede nell’urna, riprendo la carta di identità e la scheda elettorale, e mi ritrovo a pensare che davvero lavorare nella scuola è il lavoro più bello del mondo. Varco la porta e ‘istinto mi verrebbe da chiuderla. Uno scrutatore mi raggiunge dicendomi: “la puooooooooortaaaa“.

La mia Torino. 4. Tra storia locale e devozione

Interno di una casa condominiale, Torino
Interno di una casa condominiale, Torino

Torino. Casa di ringhiera, interno con un dipinto dedicato a Maria Ausiliatrice. Foto, Romano Borrelli

Un profumo particolare, ci coglie, nel nostro piccolo “borgo” torinese, appena “metti il naso fuori” di casa. Un profumo che si allarga, a macchia d’olio. Un profumo ricercato, come i luoghi, ritrovati e racconti. Provare a raccontarli, sapendo della limitatezza  del “blog di Romano B”. rispetto ad  altri blog, “sponsorizzati”  come quelli “stile progetto” della provincia, che “confluiscono” sulla stampa cittadina e nazionale.  Pero’, per correttezza,  la storia delle circolari a scuola, come documenti, era partita proprio da qui, dal blog di Romano B.  (vedere quotidiano cittadino, dicembre). Un intento diverso, questo. Riproporre e raccontare persone e luoghi che davvero hanno scritto e fatto storia. Nel loro piccolo. Storia locale.  Provare ad immaginare, una camminata, e far vedere e narrare, e poi appuntare, con la lettera 28, o per la lettera 28, e raccontarla con lei e grazie a lei,  e al termine, esserne fieri, di “tanto colore”, dopo tanto bianco e nero. Scriverla e riscriverla. Quando anche un piccolo quadernetto, una rubrica si proponeva come un conto aperto per chi, le tasche, continuava ad averle vuote, nonostante  il duro e tanto lavoro. Famiglie di un tempo. Con tante bocche da sfamare. Storia di un quartiere di città. Esci. E non sai più se è l’odore, il profumo o il profumo di un ricordo. Ti assorbe. Lentamente. Un odore, misto, di erba appena tagliata, di colla, appena passata, sui cartelloni elettorali che propongono, ” Alle europee, vota questo, vota quello”. Alle regionali, “vota questo, vota quello”.  Odori di passato e di presente, misto a rumori di lavori, di un tempo e attuali. Rasentandoli,  quei cartelloni, senti quell’odore, di stampa, di colla, di fatica, di sudore, di attacchini, militanti, magari anziani. E pensi a quante riunioni, fumose e fluviali, consumatesi a loro volta in un fiume di parole. Riunioni a tempo, capaci di celebrare sempre qualche leader di questa o quella mozione. L’ultimo a resistere, e chiudere la sezione, o il circolo,  sarebbe stato incoronato  leader. Dalla passione, non dalla conta.  Avrebbe saputo dire sempre una parola in più degli altri.  Di conforto, se la tua area era perdente, di incoraggiamento se la timidezza prendeva il sopravvento. La casa, in fondo, era sempre comune. Come la causa. E il pane che si mangiava, era sempre lo stesso. La Resistenza, continua. Continua la Resistenza, anche nella dialettica. “Care compagne, cari compagni…”.  Una prova di forza, di carattere, una prova di ostruzionismo. Gruppi di anziani, nei pressi di una panchina, controllano i lavori degli attacchini. Li avvicini. Discutono. Di 80 euro. Osservi attentamente la piazzetta,  con i suoi alberi e ti  rendi conto di quanto un tempo questa area  sembrava più grande.  E non soltanto, l’area politica, di appartenenza, di riferimento. Era l’altra Chiesa. Analogie, somiglianze. Giochi di parole.  E anche gli odori, degli stessi alberi, sembrano, ora,  diversi, come effettivamente lo sono dal giorno alla notte. In realtà, eravamo noi, piccoli, allora che percepivamo tutto più grande. In realtà, non erano ancora presenti su scala nazionale,  le allergie che impedivano di respirare a pieni polmoni e a testarne le differenze.  Tra poco, la notte calerà. Luci si accenderanno in ciascuna casa. Alcune di quelle si spegneranno, altre invece resteranno accese. Occhi attenti, occhi vigili. Uno scrutarsi vicendevole. Chi ha terminato il turno, chi lo dovrà iniziare,chi si occuperà, nella notte della farina, del lievito, del forno. Del pane per domani. E pensi a quel profumo di pane che investiva tutto il borgo. Un tempo.  E non solo. Strano a pensarci, ma davvero, col pane, i panettieri, non solo portano “la biovetta” o “la michetta” sulle tavole di casa nostra.  Ma ci stanno essi stessi. Quotidianamente. I panettieri ci restano, nelle case, con il nostro  ( e il loro pane quotidiano.).Ci portano una storia, di lavoro, del lavoro, di fatica e di fatica; la loro storia, quelle di altri. Storie che trasudano da qualche rubrica. A, b, c, d…L. E all’interno di ogni lettera, un nome, un cognome, una famiglia, una casa, luci elettriche e luci di candela. Talvolta un numero.  Consumi, abitudini, tipologia di pane, quantità, preferenze. Un conto aperto. Un universo. Da quelle rubrica, si aprono altri mondi. Altri modi. Vecchi lavori dei quali ora non esiste più traccia. Una Istat in miniatura.  Intimità.  Tipologie di lavori collegati a persone che avevano presso quel negozio il “conto aperto”. All’interno di una rubrica, la storia, operaia, di un pezzo di borgo. La storia italiana, la storia di Torino, degli operai Fiat, della continua lotta per la sopravvivenza, e di lotta continua, della lira e di quando la paga era percepita il 15, con l’acconto, e il 30, con il saldo.  E il 28, si cominciava, per ogni lettera, a tratteggiare il conto.  Il 28, poi, con il saldo, cominciava a bisbigliare sottovoce, il quanto, e che, se si poteva, si chiudeva il conto aperto,  raccontato da quella rubrica, che giro e rigiro tra le mani. Con la consapevolezza di non sfogliare pagine, ma “trattare” con persone. “Handle with care”.Una rubrica che racconta “gli terni” di un quartiere, che potrebbero essere  di una città qualsiasi. Una “rubrica” che racconta l’interno del vissuto famigliare, ora che delle rubriche, sono rimaste solo nelle memorie telefoniche.  Case di ringhiera, ricche di forte umanità e semplicità. Cortili, dove in questo mese si recitano rosari.  Con tanta devozione popolare, soprattutto dalle parti della circoscrizione 7, dove anche le “paline” del bus, raccontano qualcosa di devozione.

Interno panetteria Torino. Foto, Romano

Spesso, ad ogni lettera, che era una famiglia, una nota a piè di pagina, come si usa fare nei libri, un rimando. “Passerà il mese prossimo”.  Brevi commenti, a matita, a penna. Già immagino quelle punte, non fatte, per la mancanza di tempo, per la delicatezza, per la riservatezza, per la coda di chi preme e ha fretta di prendere il pane, e tornare a casa. Le giustifiche apportate, talvolta, sono strazianti. Visite mediche, moglie, figli, qualche viaggio improvviso al Sud per la suocera o qualche congiunto, la prima Comunione di qualche figlio, il padrone che non paga, la cig in agguato. Con il far della mattina, la luce. Una luce leggera, che allontana umidità e nebbia. Un tratto cancella, apparentemente qualcosa.  Il pane fresco, appena cotto, caldo, continua a farsi, come una volta, nonostante in tantissimi di quegli interni, ora, si preferisce farselo a casa. Luce nella luce. Entro, in un paio di cortili, a me famigliari.  La sfornation, la famosa bici, è poggiata sul muro del cortile. Qualche gatto la osserva, sornione, godendosi i primi raggi del sole. “Giovanni“, non è solo il nome di un materassaio. E’ un nome molto comune, che continua a leggersi e a farsi leggere, e gridare, da un cortile all’altro. E’ comune, come il pane, come la farina, come la storia, come certe storie.  La storia di un negoziante, di un borgo, che la storia l’ha scritta, e non solo su una rubrica,  che tratterò, perché meritano. Perché hanno fatto la storia. Di un pezzo di città. Che vale la pena scrivere e ricordare. Per il senso di umanità, di solidarietà che l’uomo, quando vuole, riesce ancora ad esprimere in atti concreti.

ps. Non posso non terminare queste riflessioni, questi ricordi con un pensiero a Senigallia. Nel 2000, a Torino, nel borgo, e non solo, l’alluvione fece “irruzione”,  lungo le strade cittadine,  insieme a tanti disastri. Il pensiero va a Senigallia, colpita duramente. Con il rinnovato augurio che possa riprendersi, insieme a tutta la cittadinanza, affinché possa tornare in forma, più e meglio di prima, per coccolare ogni ritorno e ogni nuovo arrivo.

Interno di una panetteria. Il forno.
Interno di una panetteria torinese. Il forno.

Rai, Berlusconi e Minzolini indagati per concussione

Così Berlusconi ordinò; “chiudete Annozero”: parte da qui, dal titolo de Il Fatto , l’ennesima vicenda giudiziaria riguardante il premier, da ieri indagato dalla Procura di Trani con l’accusa di concussione, insieme al direttore del Tg1 Augusto Minzolini e al membro dell’AgCom Giancarlo Innocenzi. Secondo quanto riportato dal quotidiano i pm, nell’ambito di un’inchiesta parallela, sarebbero incappati in delle intercettazioni telefoniche fra Berlusconi e Innocenzi, con il primo che si sarebbe lamentato con il secondo di molte trasmissioni del servizio pubblico, da Anno Zero di Santoro (vedi: caso Spatuzza) a Ballarò , a Parla con me di Serena Dandini per l’ospitata del direttore di Repubblica Ezio Mauro. Critiche che si sarebbero trasformate in vere e proprie richieste di chiudere tali trasmissioni. Il premier avrebbe trovato sia in Innocenzi (che avrebbe riferito le volontà del capo al dg Rai Masi) sia nel «direttorissimo» Minzolini, due alleati molto più che bendisposti. Adesso l’opposizione chiede le dimissioni del direttore del Tg1 e il ripristino dei talk show politici vista la sentenza del Tar del Lazio che ha bocciato il regolamento che li ha vietati finora. servizi a pagina 4 e 5 13/03/2010

Fonte Liberazione.it