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Alta velocità

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La “bussola” del tempo, posta al centro della stazione, orientava tempo e spazio. Le 13 10. Il tempo del tram, o del bus. Il 13 e il 56 erano i preferiti. Chi non aveva voglia di camminare sotto i portici, aspettava il dieci, appena fuori dalla scuola. Davanti la Questura. Sopra il tram, capitava spesso che per questione di precisa “ragioneria”, i posti fossero già occupati. Per chi si disponeva a marciare, come l’esercito del re, sotto i portici, canticchiava, felice, la ripresa. Della libertà.    Dalla parte opposta, i tram 10, 91, 91 barrato e 92, trasportavano in continuazione coloro che di li a poco, per otto ore, la libertà, l’avrebbero persa. Cartellino alla mano, semaforo a campione, scelta della porta e…..voilà, bolla ed eri nel tempio del lavoro. Presse, scocche, lastroferratura, montaggio…Una “catena” li attendeva. Di montaggio, mentre allo stesso tempo, altro si smontava. Per otto lunghissime ore. Per chi rientrava in possesso della libertà, riposti libri e quaderni, una breve passeggiata, prima del bus. Chi non aveva i guanti, intrecciava dita o al più, un palmo  della mano avviluppato in altro palmo della mano. Coppiette in corso.. Zaino in spalla. Lo spazio. La collinetta a sinistra, con un giardino e qualche panchina. “Un ponte” per, e, sul lato opposto, gli scalini. Da li sopra, il ponte, con delle arcate. Si vedevano entrare o uscire dalla stazione i treni. Quelli rossi. Il regionale Milano Torino, direzione Porta Nuova e il Torino Porta Nuova Milano, direzione Chivasso. Binario 2 e 3. E poi, da sopra, il mitico binario tronco, dove in attesa del trenino ci ricavavi un po’ di spazio interiore, solitudine, intimità. Spazio. Dall’altra parte, Corso Inghilterra. Altro ponte. La bussola, fedele, segnava la sua ora. Era lì, davanti a noi. Ha fatto la sua parte e ancora la fa. Per le partenze, gli arrivi, gli incontri, gli scioperi, i banchetti per i volantini da distribuire. La bussola, come per tutte le stazioni che si rispettano, era al centro della stazione. Tutti noi, buttavamo un occhio. La giornata era cadenzata anche da quella bussola. Ha segnato tanti di quegli eventi e ancora ne segna. La nuova stazione è carina, illuminata, bella. Chissà perché, a tratti ricorda la nuova stazione di Berlino. Ma perché per rispondere alla domanda “che ore sono” ci dobbiamo far venire il torcicollo per guardare l’orologio bussola appeso alla cara e vecchia stazione Porta Susa? Mha…..Forse perché nel tempo dell’alta velocità, tutto è istantaneo. O forse perché, proiettati nel futuro siamo ancorati nel passato.  Dall’altro capo dei fili elettrici, a Reggio Emilia, forse staranno pensando qualcosa di simile…Perché bisogna usare la lima per le porte? Questione di banchina?…..Miracoli dell’alta velocità….Remaniement…Uscendo, Filippo e Marianna chiedono pazienza. Lavoro ed economia, sono in corso nella dialettica ad alta velocità.DSCN3657

Era il 16 Gennaio 1969

Oggi vorrei parlare di molte cose, tante. Ma, oggi è il 16 gennaio e come questo giorno, ma di un altro anno, il 1969 “a distanza di cinque mesi dall’invasione del Patto di Varsavia in Cecoslovacchia contro l’esperienza di Dubcek del “socialismo dal volto umano”, un giovane, Jan Palach, si immola nel fuoco a Piazza S. Venceslao e lancia il suo appello disperato: “ricordatevi dell’agosto”. Il pensare a questa ricorrenza mi porta ad una esperienza personale: un giro dell’Est compiuto alcuni anni fa, che aveva come prima meta proprio Praga. Che ricordi! Ero partito da Torino avendo come unica meta il divertimento; quando arrivai a Praga, mi spiegarono e mi indicarono la piazza; ci andai e vi rimasi un pomeriggio intero a contemplare, a pensare. Ancora oggi, proprio questa mattina, a chi mi chiedeva come facessi ancora a credere alla politica pensavo, chissà perché, proprio a quel viaggio. Forse perché da quel viaggio ho trovato motivazioni per un qualcosa che mi circondava e di cui non mi ero ancora accorto: inconsapevolmente quella tappa era l’alba dell’impegno, quello personale. Forse perché un giovane che si “fa torcia umana” qualche riflessione dovrà pure suscitarla. In quella piazza eravamo tantissimi, ragazzi e ragazze, tantissimi spensierati, ma molti pensierosi, riflessivi. Volevamo conoscere e sapere. Non volevamo più soltanto divertirci e continuare quello stupido “bans” che faceva tanto “italiano”. Perché dovremmo esser così lontani dalla politica se ci tocca, in molteplici forme, così da vicino? Perché dovrei essere lontano da preoccupazioni che inevitabilmente toccheranno migliaia di miei ex colleghi da lunedì, al ritorno in fabbrica, dove, probabilmente verrà comunicato loro che un altro bel cumulo di ore di cassa integrazione sarà pronto ad accoglierli, e con loro migliaia di famiglie? Perché oggi è così forte l’accusa di essere fuori tempo, di appartenere ad un’altra realtà? Pensare di avere delle risorse così scarse, limitate, con uno stipendio, per chi lo ha, di mille euro al mese e sentire il brontolio nella bocca dello stomaco perché ti manca da mangiare vuol dire appartenere ad un’altra realtà? Perché non dovrei oppormi con ogni mezzo ad una proposta di cassa integrazione su base regionale, introducendo di fatto, una “gabbia di cassa integrazione” differenziata per tipologia di regione? Ormai sono anni che ci presentano sempre che “dobbiamo accettare qualsiasi cosa, altrimenti sarà peggio”, e intanto continuavano a scavare solchi che sono divenuti abissi. Come mai la società italiana è così fortemente polarizzata? Come giustamente ci ricorda il Manifesto di oggi a pagina 7, “Un milione di morti a est grazie alle riforme schock“, riferito ad uno studio sugli effetti delle privatizzazioni degli anni ’90. Penso che non si era fuori tempo prima e non lo si è ora. Qui si sta parlando di Est, ma quali sono state le conseguenze di queste politiche in Italia? Bhe, qualcuno può sempre rifarsi con la social card, che sicuramente sarà sufficiente per pagare l’affitto, il telefono, e fare tutte quelle spese che permettono “all’economia di girare”, perché bisogna spendere, e spendersi, anche la dignità. Certo, potrà risolvere tutti i problemi, speriamo solo ci siano i soldi. Qualche giorno fa, un signore mi diceva che trovava poca differenza rispetto agli operatori vincenziani che vanno settimanalmente a portare il pacco della spesa presso alcune famiglie disagiate. A me ricorda altre tessere: “quelle del ventennio”. Ironicamente potrei dire, “meraviglioso”, citando una bellissima canzone che inevitabilmente mi riporta ad un’altra canzone rifatta ed al Salento, al quale esprimo massima solidarietà (dato che quella terra mi accoglie sempre d’estate).

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