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Il viaggio, una scoperta da gustare

Ancona 15 7 2016.foto Borrelli Romano“Benvenuto inverno”, o buongiorno novembre,    avrei voluto dire oggi sulla dorsale Adriatica,  osservandola dal mio finestrino. C’e’ del romanticsmo,  quando l’estate si  e’appena  conclusa e il vento ci respinge “indietro” nei giorni dei ricordi e figuriamoci oggi, in  piena estate.  C’è del romanticismo,  certo,  anche quando il mare si mangia pezzi di spiaggia e le reti,  non quelle dei pescatori,  ma quelle per il gioco della pallavolo, quando sono inondate dall’acqua e si stenta a riconoscerne le linee di demarcazione del campo,  e gli ombrelloni sono chiusi. C’e’ del romanticismo nel guardare quelle pizzerie montate su palafitte accarezzate dall’acqua mentre mani innamorate si accarezzano il viso. Un pallone sospinto dale onde va su e giu’,  meglio sarebbe dire,  avanti e indietro o a cavallo dei cavalloni.  I cavalloni si susseguono fino allo stremo e solo a riva trovano pace e si mischiano e si impastano,  ognuno con la propria storia. Torno al mio “banco” del treno che fa tanto scuola.   La collina sulla destra,  coi girasoli che oggi non girano e Leopardi con Silvia e Teresa a braccetto appena oltre,  circondati da buona musica.  Il mare si agita. Ha la febbre. Il sole si e’ preso una pausa di riflessione e sole e mare per oggi non faranno l’amore.  Il Nord alle spalle e il Sud oltre gli ulivi.  Gli alberi sono dei santuari sosteneva Hesse.  Basta ascoltarli,  parlare loro.  Poi noi,  i nostri riti,  rituali,  raccomandazioni e i nostri ex-voto mentali. Comincio a immaginarmi la terra rossa,   muri a secco,  le casette dismesse,  quelle da riempire,  chi le riempie,  gli alberi di fichi. I pulmini al mattino presto,  il brontolio del loro  motore e la ghiaia che scricchiola al passaggio.  Una mano sulla visiera del cappello e una sulla schiena,  come a proteggerla;    due dita sotto le palpebre a fare diga alle prime gocce di sudore.  Cose del passato e del presente che rivivono in vecchi e nuovi ricordi.   Casa cantoniera 10.  Il “Libro di Aron” e’ su questa piccola mensola del treno. Il bicchierino del “c’era una volta qui dentro un cappuccino” mi ricorda che “il viaggio,  una scoperta da gustare”

. Provo a passarmi la lingua sulle labbra e poi si contraggono: si,  e’ un vago ricordo di cappuccino. Di stazione.

Torino 2015

Torino 1 gennaio 2015, Lingotto, foto, Romano BorrelliAl risveglio Torino è capitale europea, dello Sport. Torino 2015. Torino 1 gennaio 2015, Lingotto, ex mercati generali, foto, Romano Borrelli Nove anni dopo le Olimpiadi. Torino 2006, Torino e le notti bianche, Torino e la passion.  Il tempo corre, velocemente. Qui sopra, si corre. E i maratoneti domenicali anche. Un apasserella che sovrasta un’area grande 17 mila metri quadri a ridosso della ferrovia. Era Torino 2006, arcate piene, oggi vuote, domani probabilmente “poli” universitari pieni. Svoltato dietro l’angolo, mogio mogio, l’anno appena trascorso si e’ trasformato in un archivio personale e non solo, di ricordi. Davanti, pagine da scrivere.Torino 1 gennaio 2015, Lingotto, foto, Romano Borrelli (2) Una passerella unisce il centro commerciale 8 Gallery (appello: si possono rimettere in sesto, nell’ordine, ascensore, che presenta le porte aperte, il sensore di una porta che continuamente apre e chiude la porta tra il centro commerciale e la balconata che da verso la passerella e la passerella stile aereoporto-tapis che non funziona) e quindi la fermata della metro (una Pinacoteca, Agnelli,  una pista) agli ex mercati generali e Piazza Galimberti (oltre, le montagne).  Torino 1 gennaio 2015, Lingotto. Foto, Romano BorrelliE poi, via Giordano Bruno. Qui, una città nella città, anni addietro. Muletti, camion, gente. Il giorno era la notte e la notte era il giorno. Lavoro, a volontà. Mercati, che ricordano un film. Di  tanto in tanto si ha l’impressione che le linee della giardinetta e della Lancia siano ancora in funzione (ora  tutto in un archivio, http://www.lingottoierioggi.com), invece, è il rumore di alcuni  Eurostar, fermi, che ricaricano le pile, per una nuova corsa, metropolitana d’Italia. I treni, sotto la passerella, sfrecciano, alcuni, rallentano la marcia , in prossimità della stazione Lingotto. Altri, a ricovero, pronti per una marcia pendolare lungo la dorsale tirrenica o adriatica. In fondo al fascio dei binari si nota la facciata di Porta Nuova. Oltre, la torre di Piazza Castello. La ricerca di un bar, per un caffè, si fa affannosa, ma con un risultato. Poco lontano da qui, un po’ di Sud, un po’ di Lecce. Sarebbe stata un’accoppiata vincente tra sport e cultura. Invece…Come si sa, la cultura è andata a Matera. Va bene ugualmente. Torino 1 gennaio 2015, Lingotto, passarella. Foto, Romano BorrelliMi accontento di un buonissimo caffè ed un pasticciotto che per un attimo fa scordare freddo e gelo. Per pochi istanti sono in Salento.Torino 1 gennaio 2015. Un caffè...leccese a Torino, corso Orbassano 96, pasticceria Elba. Foto, Romano BorrelliUna buonissima pasticceria leccese, Caffè Elba, in corso Orbassano 96,  a Torino. Non sono sicuro ma forse La Stampa ne fece una recensione. La pasta frolla è davvero ottima e così la crema. Ci si puo’ trovare di tutto, delle bontà salentine. Basta andarci. Pochi metri di Salento incastonati lungo un corso dove un tempo sferragliava un tram diretto al Comunale. Sorseggio  il caffè.  Alla parete, un orologio, cattura la mia attenzione.  E’ uno di quei tanti che si possono notare a Lecce. Una Q.Torino 1 gennaio 2015, pasticceria Elba, corso Orbassano 96 b, Torino. Foto, Romano Borrelli Non staccherei mai ” di dosso gli occhi”. Come ipnotizzato vedo il mare, il sole, la terra rossa. Il caffè pero’ ha fatto  il suo onesto lavoro. Mi ridesta. E’  ora di …correre. E’ quasi ora di pranzo. La maratona  di tale tipo, in questi giorni, è piuttosto lunga.

Ripartenze

DSCN3425DSCN3411Giornate di sole, mare, spiaggia, cibo. Giornate in cui si è oziosamente attivi, a sognare ad occhi chiusi al mattino, sotto un ombrellone intenti a recuperare qualche ora di sonno rubata alla notte, e ad occhi aperti durante il resto della giornata. Serate di luna piena, le ultime, che hanno reso meno amaro l’approssimarsi del distacco da un periodo sereno. Sotto un albero di fico, al fresco notturno, lontani dalle luci stradali, arrivano i rumori di sandali e ciabatte estive, voci smaniose  di racconti e di sogni, dolci amari o infranti. Racconti di vita vissuta: dalle corse in bicicletta alla partita di pallone di poche ore prima, ai primi amori sbocciati a quelli terminati, a quelli che si vorrebbero, che si pensano senza il coraggio di dirlo, al contratto di lavoro, se verrà, alla posizione in graduatoria e alla cassa in deroga.  Intanto la luna, lassù, rende meno problematico il pensiero di : “cosa sarà da domani?”. Come ogni periodo che si rispetti anche questo volge al termine. Il treno frecciabianca Lecce-Torino è pronto a sfrecciare lungo la dorsale adriatica  e quasi tutto è pronto per le ripartenze. Come prima. Ripartirà tutto con il piede giusto? Le scuole? Le fabbriche? Il lavoro? Quante porte di Mirafiori si apriranno e quante, invece, resteranno chiuse? Quale giornalista ci proporrà il servizio sul terzo “Mirafiori riapre” alle sei del mattino, primo turno? Sistemare lo zaino, appendice di quel mondo quotidiano che ci segue, perchè così vogliamo, ovunque noi andiamo, verificare, biglietto alla mano, il numero di posto evidenziato, se lato corridoio o lato finestrino, un veloce saluto a chi condividerà questo viaggio, e, accomodarsi nell’attesa dell’annuncio.  L’altro contenitore, quello ideale, composto da emozioni e sentimenti raccolti in un mese, immersi nelle radici, lo serbiamo con noi, gelosamente, a tratti, e con cura;  di tanto in tanto si sovrappone ad una musica portata da chissà quali onde per mezzo di un mp3. Il Quotidiano, il Messaggero e La Stampa a farci compagnia, dopo, però. Dopo che il senso di nostalgia allenta la presa e le campagne, e gli alberi di ulivi, e i pannelli solari si saranno diradati e il circostante diverrà meno famigliare e meno coinvolgente. Un viaggiatore diretto a Foggia mi chiede “se va bene questo treno”. Osservo: biglietto a prezzo intero. La sua meta? Direzione, le campagne di pomodori, il suo futuro posto di lavoro. Dal suo sedile, munito di un cellulare, chiama, richiama, chiede e implora lavoro. Come fosse pane.  Da queste parti il lavoro di raccolta è terminato. Bisogna spostarsi. Mi racconta della sua pregressa esperienza di fabbrica, nel Nord Est. Dopo cinque anni di lavoro, azienda metalmeccanica, ora si ritrova disoccupato, costretto a riciclarsi nelle raccolte dei campi ad inseguire i vari raccolti in giro per l’Italia: pomodori, olive, arance. Il suo racconto e quel termine “raccolta” mi rimanda ai numerosi “raccoglitori” che si ritrovano alla fine del mercato, a Porta Palazzo, uno dei più grandi mercati d’Europa, a Torino. Gente sotto la soglia di povertà che stenta, a mettere qualcosa sotto i denti. Osservo  il suo bagaglio. Un sacchetto di plastica, così diverso dai tanti zaini, trolley e altro della nostra modernità, così diversi da quei pacchi legati con lo spago, in bella evidenza negli anni ’60-’70. e facciamo anche ’80.  All’interno di quel sacchetto, una bottiglia d’acqua, crackers, un panino, vuoto. Guardo la mia borsa, il suo contenuto. Ripieno di alimenti caserecci, tanto per rendere meno nostalgico il rientro, questa sera, domani e dopodomani. A volte provo vergogna, nelle tre ore di viaggio che ci accomunano. Mentre il treno corre e sfrecciando ci lasciamo alle spalle questa terra rossa, mai avara scruto  quel lavoratore che osserva la campagna come se stesse partecipando ad una Messa. Conta le cassette, le schiene ripiegate, i trattori pronti a raccogliere quei contenitori carichi da trasportare verso i tir. “Sette euro un cassone di pomodori, quattro se piccoli”. Mi indica le dimensioni del cassone. “Quando terminerà la raccolta dei pomodori, riprenderà il treno e cercherà le campagne con le olive. Trentacinque euro al giorno. Dormire? Talvolta il padrone (lo chiama proprio così ed evidenzio una sorta di “collante” fra gli operai e i lavoratori della terra) ci appronta una “rimessa”, un giaciglio, alla buona. Un posto coperto, buono per un mese. Poi, finito il lavoro, via”. La chiusura della fabbrica oltre che portarsi via un pezzo di dignità ha avuto la valenza simbolica di un passaggio a livello, chiuso, per il ricongiungimento della sua famiglia. Impossibile. Sul suo viso scendono alcune lacrime. Altre lacrime hanno solcato visi, rugosi, avvizziti  e non,  sulla banchina della stazione di Lecce. Un caffè in un bicchierino di plastica, con su scritto “caffè stazione” rende meno amaro il distacco. Persone anziane, a loro volta ex viaggiatori, raccontano i loro, di viaggi,  verso Milano, Torino, quando la denominazione del  treno, un infinito treno, era “Lecce-Torino-Monaco”, quando un troncone di questo terminava momentaneamente la corsa nel cuore della notte, a Bologna, per ricongiungersi con altro treno, via Brennero, direzione,  Germania….quando questi treni, viaggiavano fino a Bari con una motrice a cherosene: quasi tre ore per 120k…e i loro racconti si dipanano e si perdono nella notte dei tempi, di un’Italia in costruzione, e non in via di smantellamento, come oggi succede.  Viaggiatori, ex lavoratori, ora pensionati. Oggi ci sono i loro figli, nipoti, lavoratori di call-center, stagisti, a termine nella pubblica amministrazione, in quel che rimane di qualche fabbrica “su al Nord”. In treno, una volta più democratico, oggi forse meno. Ci si sente sempre più ultimo vagone, e non solo in Europa.  Le vertenze delle aziende in crisi aumentano. Migliaia di lavoratori con il fiato sospeso. Centinaia di migliaia di lavoratori rischiano di perdere molto, tutto. Come questo lavoratore. Ha perso molto, ma non la speranza.