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Don Bosco a Valdocco

DSC00234DSC00239E così, finalmente l’urna di don Bosco, con la mano “benedicente” è tornata a casa.  A vedere questa giornata di festa, Valdocco, oggi, fin dalle prime luci dell’alba, sembrava una città nella città, un quartiere nel quartiere. Giovani fin dal mattino in Basilica. Con i compagni di classe e professori. Le scuole, ex allievi, gente comune. Salesiani, Figlie di Maria Ausiliatrice, cooperatori salesiani. Presenti.  Lavoratrici, lavoratori.  E ai giovani e di giovani si è rivolto nella celebrazione dell’ultima Messa di San Giovanni Bosco dell’era Rettor Maggiore Pascual Chavez Villanueva.  Un messaggio che esprime preoccupazione profonda per il disagio giovanile e un appello alle Istituzioni per trovare soluzioni al problema del lavoro. Un invito, rivolto ai giovani, a scoprire tutto quanto di buono esiste ed è presente nella società, e portarlo in giro, provando a trasformare il mondo.  (discorso, lascito di cinque punti nella buonanotte). Un mondo diverso, è possibile. La Chiesa, da parte sua, farà la sua, di parte. Un mandato che si conclude dopo 14 anni.  Con i giovani sempre al centro. La gioventù, la giovinezza, come momento dei sogni da seguire con gioia e convinzione. Un no allo scoraggiamento anche quando tutto pare difficile, in questi tempi, davvero precari. Sempre molto piacevole vedere, in questa giornata, gli incontri che si rinnovano, anno dopo anno, magari dopo un campo, un confronto, una giornata di festa: abbracci, canti, giochi, preghiera. Tutto all’insegna di un padre e maestro dei giovani. Pensando al Colle, a Castelnuovo,  al forno di Chieri, alla tettoia Pinardi, ad una mamma Margherita,  al primo Oratorio, alla lippa, al cane grigio, alle scuole, a Roma, via Marsala, a Parigi,  agli apprendisti, al primo contratto di lavoro per gli apprendisti, ora depositato a Roma, alla Pisana…

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Don Bosco a Torino: in Duomo

DSC00201Alcuni lettori del blog  hanno chiesto se potevo documentare ulteriormente l’arrivo dell’urna di don Bosco in Cattedrale. A Torino. Il momento esatto in cui è arrivato, accolto dai fedeli, da sbandieratrici, sbandieratori. In una Torino da cartolina, sotto la neve.  Ecco l’arrivo e la salita dell’urna, sorretta da volontari, dei primi gradini del Duomo.DSC00205

Don Bosco a Torino: in Duomo

DSC00207Dopo un lunghissimo peregrinare, l’urna di don Bosco, con la “mano benedicente” è arrivata a Torino. Rintocchi di campane. Sbandieratrice e sbandieratori sotto la neve, e gente pronte ad accogliere l’urna in Duomo, sotto una abbondante nevicata. In attesa del grande rientro a Valdocco. A casa. A Maria Ausiliatrice, tra i Salesiani. Causa neve, una modifica rispetto al “rientro”. Niente più cavalli. Confermata la processione dalle 22.15 ma con percorso più breve, dalla Cattedrale alla Consolata e poi a Maria Ausiliatrice, dove si esibiranno gli artisti che avrebbero dovuto esibirsi lungo il tragitto, e dove, sempre a Maria Ausiliatrice,  il Rettor Maggiore  Don Pascual Chavez darà la buonanotte. Come era solito fare don Bosco con i suoi ragazzi.

Ps. Mi pare davvero importante ricordare l’attività febbrile svolta dal santo sociale per garantire  e normare quei diritti nel mondo del lavoro che, in quel tempo, mancavano.  Soprattutto per tutelare le fasce deboli, i giovani che si apprestavano, come apprendisti, all’attività lavorativa. Utile ricordarlo oggi, in un mondo del lavoro sommerso da una  babele di contratti. Utile ribadirlo, nella nebbia odierna, dove, il lavoro non si sa più dove è di casa, e la residenza è “sdoppiata”, tra legale e fiscale.

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Una storia importante

DSC00125Treni, gallerie, stazioni illuminate, città, attese, partenze.  Anche se inflazionati,  è proprio coi treni e dai treni che si è scritta e continua a scriversi la storia. E forse, fin dal principio, è nel sogno di tutti i bambini lavorare nelle stazioni. In molti, da piccoli, almeno una volta, hanno immaginato di fare i facchini alla stazione e sognare, di partire, di vivere le storie altrui. Oppure, il capotreno, a controllare biglietti e scambiare qualche parola, almeno fino all’arrivo della stazione. Fazzoletto verde in mano, fischietto e cipolla nel taschino. O ancora, il macchinista. Ancora, l’addetto alla posta nel vagone postale. Quando le mail non esistevano ancora. E quante volte nella vita, da bambini, con i trenini, non abbiamo immaginato di vivere quelle situazioni? Partire.  E arrivare. Nelle stazioni è possibile raccogliere una umanità che in altri luoghi non trovi. Dai treni, “scivola” via anche gente che “sale” per cercare lavoro e che con questo ha contribuito a scrivere pagine di storia. Onorando la terra natia e quella di adozione. Gallerie. Luce. Vegetazione che cambia. Il ritorno d’estate, qualche giorno al mare. L’uscita dalla Fiat, l’ultimo giorno di luglio. La 850 carica. Poi la 127 e per chi poteva, il 128. La fine del primo turno. Le ferie. Poi Natale, per chi poteva. Lavoro. Torino negli anni ’70, l’arrivo dalla Puglia, dalla  Sicilia, dalla Calabria. Gente che ha fatto la storia, proveniente da cittadine lontanissime. E così ho cominciato a ricordare alcuni amici, provenienti da li, come Domenico, l’ingegnere cimentatosi con la scrittura, rendendo omaggio ad una piccola cittadina della Calabria, o ancora, Greg, con il suo “amico serpentello”, Mimmo Calopresti, il regista, e l’incontro al Circolo dei Lettori, sul tema Tyssen, e altri, piu’ recenti, in un “sali e scendi” Calabria, Torino.

A Torino, nel cuore del cuore della terra dei Santi Sociali, esiste un altro cuore, dove la “residenza” è di “casa”. A due passi dall’anagrafe, luogo di “residenza” o “domicilio”, e talvolta “unione-fusione-nascita” esiste un piccolo laboratorio, dove la creatività non sta mai ferma. Un laboratorio. Di sartoria, pittura, scrittura. Un laboratorio, a due passi da un altro “laboratorio”, il primo, in quella piccola terra chiamata Valdocco. Nel laboratorio, di proprietà del Signor Antonio Corapi si respira aria di mare, di Sud e di Calabria. I suoi dipinti parlano di vita e di storie di vita. Ma la Calabria è grande. Vediamo di precisare dove siamo esattamente in questo laboratorio.

Ci troviamo,  in Via Carlo Ignazio Giulio 27,  a Torino. Un laboratorio all’interno del quale trasuda una storia calabrese,  dalle parti di  Soverato.  Esattamente, quella di Antonio da Gasperina, a voler puntualizzare. Siamo sul Mar Jonio, in provincia di Catanzaro. Antonio descrive il suo paese natio posto “su una collina con circa 2.000 abitanti”.  “Arrivai a Gasperina a tre mesi. Sono nato a Montauro. Nel marzo del 1938“. A tratti, quella collina,  di Gasperina, “ricorda quella di Superga“. Il primo nucleo abitativo risale al VII-VII secolo dopo Cristo, quando le popolazioni rivierasche si spostarono nell’entroterra per sfuggire alle incursioni dei saraceni.  “Quanto dista il mare da casa tua”, gli domando.  “Il mare”, continua Antonio “dista, in linea d’aria, da casa mia, circa cinquecento metri; facendo i tornanti, un pochino di più”.

“Quindi, la Calabria, quella cittadina lì, non è famosa solo per i peperoncini” ,  esordisco facendo il verso a molti non appena sentono “Calabria”.

Osservando questi dipinti, possiamo dire che con la pittura, la  musica, le note e il “taglia e cuci” Antonio ha contribuito ad aprire una finestra ulteriore sulla tua terra. Un uomo che si trova ad osservare i dipinti di Antonio, coglie l’occasione per  ribattere: “Certo,  Antonio per la sua terra è fondamentale, importante; Gasperina  ha contribuito a dare i natali ad un personaggio versatile: pittore, compositore, sarto”. 

Ma qual è la storia del sig. Antonio Corapi, un uomo mite, carattere buono, dolce, versatile, occhi azzurri, capelli bianchi, “impregnato” di storia, proiettato verso gli ottanta?

Antonio, aDSC00119pprodato a Torino durante i mondiali, Mexico ’70. O forse, qualche mese dopo.  In treno. Tanto per cambiare.  Dopo aver fatto tappa a Milano, per un po’. Prima ancora, il militare, a Pesaro. “Per un po’”.  Il lavoro, il suo, come sempre lo porta a “riparare” abiti. Un buon sarto. Un lavoro che, prima delle delocalizzazioni e del made in china, “andava”. Poi, Torino. Altro lavoro. Un archivio. All’Enel. Tanti documenti. Storie altrui da seguire e  da ricostruire.  Per 35 lunghissimi anni. Documenti e scartoffie.  Quando i computer non si sapeva ancora cosa fossero. Nella sua vita, storie a colori. Giù, perché nel tempo libro, ha la passione per la pittura, per le tavole. E sulle tavole, si sa, molto è apparecchiato e molto è “anticipato” del futuro di un uomo.  Sulla tavola, molto fa comunione. Gallerie di vita illuminanti. Gallerie di corpi, di donne, di uomini. Di Santi. A tratti, in questo laboratorio, posto in Via Carlo Ignazio Giulio, 27, pare di essere in un’ala della Consolata.  “Gallerie” di volti simili ad ex voti, come il quadro raffigurante un terremoto e le sensazioni che esso provoca. E ancora tanti testi. Con “Testa”. Il suo superiore.  “Presidente. Dell’Enel”, ricorda con emozione Antonio. “Mi piacerebbe lo sapesse, che ho il suo dipinto, qui, in laboratorio”.  Intanto, il dito indica i dipinti e legge tra gli spartiti le note dei suoi testi.

Brani, scritti, divenuti canzoni. Alla Mamma, a Maria, (forse aveva già in mente qualcosa del Santo) ai fidanzati che cercano ma non trovano…insomma, “sfigati”. Girando e rigirando in questo microcosmo, scopro, tra i tanti quadri, che due in particolare sono dedicati a due santi, di queste parti: San Giovanni Bosco, che di qui a pochi giorni, una città intera, e non solo, festeggerà, e l’altro santo,  San Domenico Savio.  A Maria Ausiliatrice.

Quando e dove hai incontrato  don Bosco? “Già in Calabria, da ragazzo, sentivo parlare di don Bosco. Se ne parlava molto, giù da noi”. Poi, qui, a due passi dal laboratorio, all’ombra della Basilica,  la domenica è di precetto, andare a messa. “Tutte le domeniche mattine vado a messa”, a Maria Ausiliatrice,  racconta.  Da qui, vicino il Rondo’, la Basilica è a due passi. Col dito, li indica, i quadri. Tutti suoi.  Poi, indica le mani, da buon calabrese quale è che non dimentica mai le radici. La sua terra.  Mani che cuciono, rammendano, riparano.  Le mani suonano e cuciono. Pare di sentire il rumore della macchina da cucire, gli aghi, i manichini, pezzi di stoffe.  I “ginsi”. Mani che suonano. Da li, gli occhi muovono lentamente su altri quadri: a tratti sembrano ex-voti, di quelli che si possono ammirare alla Consolata, per qualche grazia ricevuta.  Un invito, al nostro quotidiano locale, di fare un giro, e provare a raccontarcelo, sulle pagine del giornale, come da un po’ si sta orientando. Tra storie di vita. Il mio intento,  senza presunzione,   è di fare una “pubblicità”.  Della sua storia. Un giro, lo merita. Davvero. Forse non ci saranno fotografie che lo ritraggono il giorno del suo arrivo, in bianco e nero, come pubblica da un po’ La Stampa, ma, merita davvero un riflettore, il signor Antonio.  E anche gli occhi, meritano di vedere tanta bellezza su tela. Portare alla luce insomma,  una storia, importante. La storia di Antonio Corapi è una storia che cuce e dona vita ad altre vite. La vera regina, in questa cornice di quadri è una macchina da cucire.  Quadri e macchina da cucire. Storie d’amore e di vita. Pare esprimano un solo comandamento.  “Uomini amatevi reciprocamente“. E così è stata concepita la vita di Antonio. Una vita intensa. E così, con quell’imperativo ha cercato di allevare ed educare i suoi tre figli: Vincenzo, Elisabetta, Maria Carmen.

Nella foto, il signor Antonio nel suo locale, dove dipinge, suona, scrive….

Antonio Corapi. Via Carlo Ignazio Giulio, 27. Torino.

Con la speranza che anche  negli Usa, che ti tanto in tanto leggono il blog, si accorgano di questi bei quadretti del sig. Antonio.

Amori in campo

DSC00090Immag018C’era una volta, un odore di moquette e tappezzerie, nei pressi della fermata dei bus. C’era una volta, il rumore dei treni, che passavano, lentamente, sul ponte, che tagliava in due le circoscrizioni, e una via, unica, ma per la presenza di quel ponte, in ferro, il nome mutava,  restando sempre nell’ambito famigliare. Una Madonna, un sogno, un santo e la sua missione. C’era una volta, metti insieme due cose che insieme non sono mai state, e a volte funziona, a volte no. C’era una volta, ma qualcosa esiste ancora oggi. Due vie unite dalla passione per un medesimo Santo sociale torinese: don Bosco. Di là, via Don Bosco, di qua, via Maria Ausiliatrice. O il contrario. Quel profumo di tappezzeria, che di tanto in tanto emanava non appena si apriva la porta del negozio, rimandava inevitabilmente al tepore della casa, al focolare domestico, mentre, quel rumore di treno, rimandava al senso del viaggiare, anche semplicemente, con gli occhi. Perché si, si viaggia mettendosi in moto, leggendo libri, ma anche osservando una bellissima opera d’arte, un quadro o una scultura. Odori e rumori che aiutavano incorniciare momenti più intimi. L’attesa del bus, giornale o libro alla mano, talvolta la spesa, di ritorno da Porta Palazzo, talvolta l‘abbraccio, o le parole sussurrate di due innamorati era cadenzata dal treno. Alle 18.50, l’interregionale, proveniente da Milano. Alle 19.05, l’interregionale partito appena prima da Porta Susa, per Milano. Rumore che spesso “copriva” a rendere ancora più intimo e silenzioso il rumore di un bacio, che si metteva in moto, e che spesso, riusciva ad essere più rumoroso di quel treno che si apprestava a passare. Come un “colpo di pistola” sparato in aria poco prima della partenza. Era quello il segnale. Rumore che copriva l’esito. Quell’ora, le 19, o altra, non importa, ma, abbinata al passaggio di un treno, sarebbe stato l’evento da ricordare. Dal treno al bacio. O il bacio al passaggio del treno. Insomma, un anticipo del bacio di Diego sulla Mole. Cappellino in testa e labbra incollate. Poi, capo di lei arrovesciato sul capo di lui. Farsi concavo e convesso. E “Shinoi for ever”. O forse no. Comunque, un bacio. Nel bene e nel male.  Spesso, a quella fermata, i ragazzi, appena terminati gli allenamenti di calcio, o pallavolo, tenutisi all’oratorio, il primo dell’era Salesiana,  attendevano. Cosa? Il bus, in molti. Il bacio, i più fortunati.  Era usuale vedere i borsoni  marchiati “Valdocco Pgs”  depositati a terra in attesa per fare ritorno al focolare domestico. Col tempo, quando cominciarono ad andare di moda le partite miste, i ragazzi e le ragazze si “scontravano” in lunghissime partite di calcetto, all’oratorio,  al termine delle quali si  “incontravano” all’ombra di quella palina. Forse, è stato un bene, all’amore, trasformare quel campo di sabbia del primo oratorio; così sempre colmo di buche, pronte a diventare stagni non appena la pioggia cominciava a scendere.  Allora, meglio l’erba sintetica, fu il grido di vendetta. “Calcetto”. Partite miste.  La parola d’ordine dei ragazzi. Prima, tutto era sospeso, quando la pioggia era a catinelle. “Impraticabilità di campo“, e partita rinviata.  I baci, invece, anticipati. Questa la vera ragione per trasformare il campo? Noooooo. Poi, fu l’era dei campetti, da calcetto e così, degli amori in corso, e finalmente praticabili, anche loro, in “un campo” ormai aperto, anche dove, il “rigore” era all’ordine del giorno. Amori da “palina“, un po’ per dirsi, che forse, erano solo in corso, o in corsa, verso qualcosa.  “Se son rose, fioriranno”. (A proposito, Diego e Marilisa?). Talvolta, amori, anche un po’ bugiardi. Ma non importa. A quell’età, si sa, l’attesa…era, ed è da palina. Il passaggio, non è mai esatto. E poi, quegli amori adolescenziali, o adulti, nati all’ombra di quella cupola, su quel campo, per alcuni un po’ contro, era una sfida educativa. Non solo preventiva. In quello scorcio di circoscrizione, tra “due Chiese”, come avrebbe detto Gramsci,  le storie si sedimentavano e continuano a sedimentarsi. Come altrove. Un po’ come succede nelle nostre dimore, dove l’ordine o il disordine rivelano tratti caratteriali.  E in quel tratto, si defilavano coppiette,  che si tenevano in ombra, per non farsi riconoscere.  Qualche anziano, lì nei pressi, in attesa anch’esso, muoveva le labbra, mute. Forse, in preghiera o dissenso per un semplice e casto bacio. Tempi che cambiano, come successo al campo da calcio in calcetto. Ora,  all’ombra della palina non si sente piu’ il rumore del ponte sotto le ruote ferrate non appena il treno vi transitava, e, allo stesso tempo, non si sente più l’odore della moquette. Altri rumori, altri odori. Ora, non appena la porta si apre, da lì, emana un profumo di caffè, cappuccino, brioches appena sfornate. Il ponte in ferro non esiste più, da un po’, e la rotatoria ha modificato appena il corso delle cose, e anche il verso. Gli amori, non si sa, se transitano ancora da quella palina. Tuttavia, la gente, continua a leggere, con soddisfazione, come capita, a tutti, in attesa del bus.  Parafrasando Borges, in molti si vantano del libro che scrivono, altri sono orgogliosi di quelli che leggono.

(A sinistra, il nuovo negozio, bar, nei pressi della palina bus; a destra, il vecchio ponte in ferro sopra Corso Principe Oddone che divideva Via Maria Ausiliatrice da Via Don Bosco, la divisione tra due circoscrizioni. Ora, il ponte non esiste più. Resta solo il ricordo, di quando ci si passava sotto, di quel lento gocciolare tra un bullone e l’altro, nelle giornate di pioggia).

Portici di carta

Salone del libro autunnale, a Torino. Due kilometri di libri, sotto i portici, da guardare, sfogliare, annusare. Comprare, forse, un po’ meno. L’aria che tira non è delle migliori, nonostante la giornata di sole sulla nostra città.

Da un po’ di tempo, sulle nostre teste, (“gianduiotti  torinesi”) , al di sopra sopra dei viali alberati della  nostra città, dai confini sempre piu’ mobili,  estesi, simili a  “enormi praterie”  o ferite aperte, altre appena ricucite, simbolo di una deindustrializzazione, staziona, o meglio, ondeggia nell’aria, legata a terra, una enorme mongolfiera.  Chissà perchè in va di modo tutto cio’ che va verso l’alto: probabile ruota al parco del Valentino, grattacieli,e la… mongolfiera. Decido di congelare, almeno per oggi, i miei pensieri, relativi al “gigante” che si chiama scuola, che ormai ha preso corpo, e si muove, seppur lentamente, giorno dopo giorno. Anche in questo caso, sarebbe bene una visitina dall’alto, così, come forma di protesta, per rendersi visibili, visti i continui ritardi nell’accreditare lo stipendio e vedere forme vergognose di politica che si inginocchia al denaro! E muore, la politica.  (Doppia vergogna, prevedere forme di rimborsi  autocertificati per i politici  e non prevedere forme di compensazione per le migliaia di precari che si pagano i trasporti decurtandoli dal proprio stipendio!Anzi, la doppia vergogna: ritardare lo stipendio!! ). Mi chiudo la porta di casa alle spalle e vado.  La mongolfiera si trova in un quartiere fortemente cambiato, una babele di lingue, musiche, suoni. Il quartiere si chiama Aurora, (circoscrizione 7) e, ad esser precisi, la zona, per restare in tema, viene chiamato “Balon”, terra di santi sociali (posti che hanno visto l’attivismo di don Bosco e del Cottolengo .  (Balun ovvero, mercatino delle cose, non antiche, ma vecchie, reperti di chi ha deciso di pulire le cantine, prorie e altrui). La piattaforma della mongolfiera, è stata concepita per una trentina di persone, ma, ovviamente, molto dipende dal peso di ciascuno. Sono solo, in questa domenica mattina. Ipotizzo di salirvi. Sulla mongolfiera. Sospinto in aria, e, brividi di paura mi sorprendono, mi colgono nel momento in cui, scopro che la piattaforma è in plexiglass. Da lassù,  si vede tutto, in dimensione ridotta. Ma si vede. Anche quello che è invisibile ai molti.  Ma è proprio questo il punto. Librarsi per poter vedere, in lontananza i portici della nostra città, che nelle giornate invernali accolgono pensionati, bambini, coppiette, famiglie, offrendo loro, riparo, da quei fiocchi di neve o dalla pioggia insistente e copiosa come spesso capita in questo periodo. Quei portici, oggi, ( e ieri) sono “di carta“. Sembrano tanti cuori, in lontananza, quelle arcate continue. Si vedono mani, centinaia e centinaia di libri, visi intenti a leggerne pagine, in solitudine o in compagnia, in silenzio, a voce alta. Alcuni lettori sembrano intenti a materializzare, dar vita e corpo a quei personaggi, rendendoli simili a tanti pupazzetti. Dar vita a quei personaggi, trasportarli  con la forza del pensiero, tra noi,  attualizzarli, o,  farli entrare noi… In quelle pagine,  ci si potrebbe nascondere e non uscirne mai piu…e sarebbe  bello, almeno con la fantasia, per poter sparire da posti come questo, o come quello, o come altri, ed entrare in un mondo di carta, non solo di portici, dove il romanticismo è imperante. Libri dove il romanticismo ha eletto il proprio  domicilio. Abbracci e baci, non sono mai troppi. Scruto in lontananza una marea di persone, che si materializzano, prendono corpo, sciamano, si prendono per mano, e con loro, migliaia e migliaia di personaggi fuoriusciti da quelle pagine. Uomini e donne, per un giorno, leggono, o, almeno, offrono l’impressione di leggere e averne voglia, passione.  Tra tutti quei volumi, passati di mano in mano, o distesi  su due km di scaffali, paiono incontrarsi, stringersi la mano, strizzarsi l’occhio. Immagino i libri di Hobsbawm, i suoi Il secolo breve e I ribelli . E fra altri, penso a due libri in particolare: il “Diario di un parroco di campagna” di Georges Bernanos e “Parlami d’amore”, di Francesca Fossati Bellani. Sono due libri che avrei voluto sfogliare…decido di scendere e di comprarli. E farli incontrare, con le loro diversità. Come due cavalli, uno bianco, uno nero. E magari, pensando a Platone, mi dico che si sono già incontrati. In un altro mondo. Forse nell’iperuranio.

Torino-Mirandola

Piove. Il pensiero va in Emilia, ai suoi cittadini colpiti dal terremoto. Torino ha adottato Mirandola. Una buona cosa, davvero.

Nel mio piccolo, un augurio, affinchè tutti abbiano presto una casa da poter aprire, da poterci vivere, abitare.

Il suono dell’ultima campanella è stato salutato da tantissimi studenti. Da poche ore. In tantissimi sono andati alla ricerca di una fontana, nel centro di Torino. Piazza Solferino, Piazza Castello, dove per altro, l’acqua era scarsa,  e altre piazze, prese d’assalto. Ora non rimangono che gli esami, per una piccola pattuglia. Per le medie e per le superiori.

Resteranno gli esami universitari, per altri. Ci sarà sempre per qualcuno una “notte prima degli esami”, della scuola o della vita.

Le prove per i futuri dirigenti scolastici continuano, come da programma. A Torino.  Esami anche per loro. Quante notti prima degli esami.  Qualcuna, qualcuno, avrà la sua scuola, da dirigere. A settembre. Presumbilmente. E che nel modenese, tutti possano avere la propria scuola, i propri banchi, i propri libri. Le proprie case. Anche da una classe, una scuola, passa la normalità. In questi giorni, a Finale, alcuni si sono ritrovati nel cortile dell’oratorio salesiano di Don Bosco, per ripassare.

Un augurio a tutti.

Mio “keepsake”

Dopo il mio farewell ad una cittadina piemontese, soprannominata “la bella” (anche se direi la “fredda” in tutti i sensi) adagiata ai piedi di stupende montagne che fanno da corona al Monte Rosa, eccomi sul bus verso la nuova cittadina, sede dell’istituto scolastico che mi “ospiterà” per un anno “di precariato”

Una cittadina, quest’ultima, “sdraiata” sulle colline torinesi che videro, più di un secolo fa, un ragazzo, farsi prima garzone e poi studente al prezzo di notevoli sacrifici. Un personaggio divenuto in seguito, un santo sociale: don Bosco. Un prete che ha dato tutto, pur di rendere effettivi e garantire i diritti dei giovani lavoratori e garantire per questi ultimi una giusta ed equa retribuzione. Mentre oggi si gioca a comprimerli, quei diritti. La cittadina in questione  venuta alla ribalta della cronaca cittadina per una frase fuori luogo di un assessore, di quello stesso comune, durante una seduta del Consiglio comunale . In sintesi, in quell’intervento (portato alla ribalta da un quotidiano torinese) “I ragazzi con handicap disturbano”; quindi, basta disabili a scuola? Meglio sorvolare su quel punto. Che soggetti, che mondo. Ma torniamo a scrivere di scuola. Tagli e paradossi.

Nella scuola purtroppo i paradossi son tanti. Collaboratori scolastici laureati, tecnici informatici ingegneri che vengono licenziati per i tagli, istruttori pratici diplomati, insegnanti non laureati, e via dicendo. Inoltre la suddivisione dei lavoratori della scuola classificabili in lavoratori di serie A e altri di serie B. Tra questi ultimi, i collaboratori scolastici.

Nella scuola, giustamente, i collaboratori scolastici si occupano e preoccupano anche delle esigenze dei ragazzi diversamente abili, ma, se i collaboratori sono precari, sono sprovvisti di quel famoso articolo 7 che permette loro di avere competenze specifiche nei confronti dei diversamente abili. Ancora: corsi come quelli su sicurezza, visite mediche e altro spesso sono preclusi ai precari. Le ferie, poi, sono godibili solo in periodi indicati dai superiori, perché prima, la scelta spetta a quelli di serie A. Nei ricordi della “passata stagione eporediese”, vi sono colleghe e colleghi divenuti amiche e amici. In particolare insegnanti sul sostegno che per una politica di tagli non hanno potuto dare continuità e affetti al loro lavoro e ai loro “ragazzi”. Fra questi, D. laureata in filosofia, con due specializzazioni all’insegnamento, storia e filosofia e quella sul sostegno, area umanistica, attualmente è disoccupata. Ha partecipato alle nomine, in una città siciliana, dove ha “incontrato” la disperazione. Afferma: “Non ho mai provato l’emozione di essere nominata dal Provveditore, avere la facoltà di scegliere la scuola in cui lavorare e firmare un contratto. La nomina dell’anno scorso è stata una vera sorpresa, anche se, a 1400 km di distanza. Ho avuto la possibilità di calarmi per la prima volta nel ruolo dell’insegnante di sostegno e di “mettermi al servizio” di chi ha altrettante risorse. Ripeterei l’esperienza ma ovviamente preferirei lavorare qui, in Sicilia per non dover ripetere il sacrificio di stare lontana dal mio ragazzo e dalla mia famiglia. Chissà quando un simile diritto, quello di lavorare e vivere nella regione di appartenenza potrà essere realizzato”.

In seguito è la volta di F. “Abbiamo fatto qualsiasi cosa questo sistema richiedesse: laurea, Ssis, corsi abilitanti sul sostegno, master da mille euro, ricorsi, controricorsi…” Ed ora? si domanda F. “chi mi ridarà gli anni passati sui libri e chi i 5 mila euro spesi in istruzione a pagamento solo negli ultimi due anni della mia vita?”. La sensazione più triste, nel parlare con F. è la constatazione della mancanza di “un appuntamento con il futuro”. “Si ha la sensazione”, mi riferisce, “di rincorrere qualcosa senza raggiungerla mai”. In seguito, ne individua, come molti di noi la causa e i mandanti: “L’istruzione, a pagamento, che devi obbligatoriamente fare, per non rimanere indietro, ha arricchito qualcuno, ma non te; e tu, che eri in buona fede, pensavi che questo sarebbe stato finalmente l’ultimo tassello per raggiungere il tuo sogno”.

Già, il pagamento. La ricerca del privato a tutti i costi. Privatizzare la scuola. Questo è il vero obiettivo ricercato da questo Governo. E’ la la storia, già conosciuta di una scuola che si “autofinanzia” due volte. Il caso di Adro. Come sostiene un giornalista, sarebbe il caso di essere indignati, in maniera permanente, effettiva. Da ricordare ancora il caso dei genitori che si autotassano pur di avere “un pezzo di collaboratore scolastico”, come avviene in un sobborgo alle porte di Alessandria. I “tagli” avevano eliminato un collaboratore e così, di necessità, virtu’.

Nei “ricordi”, vi è anche Domenico Capano, “l‘ingegnere”, tecnico nella scuola, anche lui, precario, e ora “fuori” grazie, sempre, si fa per dire, ai tagli. Un ingegnere che ha avuto forza anche di cimentarsi con la storia, pubblicando un libro su Piergiovanni Salimbeni, nel ‘700, da quella picciola Terra di Limpidi” (Edizioni Lulu.com). Posto, di lavoro, quello di Domenico, ricoperto sicuramente da tanti abili tecnici un tempo magari dipendenti della provincia e ora dipendenti statali, magari non ingegneri, magari, chi lo sa, non tanto bravi quanto Domenico. O magari collaboratori scolastici in progressione con concorso interno. In classe con laptop, ma senza tecnici validi come Domenico.

Poi Cosimo, laureato in storia e filosofia, anche lui, “retrocesso” causa tagli: da futuro insegnante a collaboratore scolastico. “ Mi sveglio alle quattro e quaranta, per essere alle sette a scuola; pochi km coperti in malo modo dai mezzi pubblici”. Prospettive? “Attualmente mi preparo per l’esame di un master e nel frattempo spero mi chiamino. Per insegnare”.

E poi ci sono io. Il mio bus è quasi arrivato. Un’occhiata al giornale. Una notizia in particolare mi ferisce e mi stupisce. Un box piccolissimo. “Quaranta milioni di euro, di cui due devoluti, su sua richiesta (al soggetto interessato) in beneficienza. E’ la cifra che Unicredit verserà a Profumo, sostiene il quotidiano, per l’ addio anticipato alla poltrona di ad”. Ancora. “In Bot annuali renderebbe 1300 euro al giorno”. Neanche un’ora prima, pensando fosse accreditato, come tutti i mesi, lo stipendio, il mio, come per tantissimi precari, mi viene reso noto che il bonifico non è stato effettuato. Cambiando scuola, chissà quando arriverà. “No bonifico? No party”, nonostante tutti i 23 del mese, il misero bonifico attesti, come il nome di battesimo, la precarietà. Un marchio. Una precarietà che lascia a bocca asciutta e vuote (e svuota)le tasche. Di molti. Pazzesco pensare che abbiamo speso il 17% del pil europeo per salvare delle istituzioni che dovrebbero salvarsi da sole. A proposito di lavoro. In capo al terzo anno di lavoro, si necessita del certificato di sana e robusta costituzione, che rasenta il costo di 50 euro. A proprio carico. Cioè dei lavoratori. Come la disposizione Brunetta che prevede il tesserino di riconoscimento con la propria fotografia. Già, ma le foto, chi le paga? Il lavoratore. Tutto questo è pazzesco, pensare che lo Stato si comporti come un “job killer” nei confronti dei tanti D., F., Domenico, Cosimo e gli altri duecentomila precari di questo autunno scolastico, che speriamo sia caldo. Precari, definiti “politicamente strumentalizzati” per il semplice fatto di non avere più traccia di bonifico o se, per un incontro con il proprio futuro decidono di scendere in piazza a manifestare contro questo taglio indiscriminato. Un autunno scolastico che si accompagna al terzo autunno di crisi finanziaria.

Pare di sentire Ennio Flaiano: la situazione è grave ma non è seria.

Dalle porte chiuse alle porte aperte.

Partito al lavoro. Militanti, al lavoro. Anche ieri, domenica 31 gennaio, a Torino, presso la “Fabbrica delle E”, ha avuto luogo l’incontro dei delegati della Conferenza nazionale delle lavoratrici e dei lavoratori. Interventi al mattino: operai e impiegati narravano la propria condizione. In fabbrica. In ufficio. Quel che rimane della fabbrica. Quel che rimane degli uffici. Non starò qui a riassumere gli interventi che saranno raccontati sicuramente meglio del sottoscritto, domani, dal giornalista di Liberazione (presumibilmente Fabio Sebastiani). Quel che posso riferire è stata la ripetizione di questo concetto: “Porte chiuse”. Triste, ma reale. Porte che si chiudono, per molti. Fabbriche dichiarate inefficienti e per la logica del capitalismo, da chiudere. Un capitalismo che continua a premiare il grande capitale.  “Torniamo a riempire le valigie. Di diritti”. In questi giorni, in cui molti tessono le lodi per l’alta velocità, vorrei ricordare come continuamente “i treni della vergogna” diretti ad Aosta, al mattino, rassomigliano sempre piu’ a delle “ghiacciaie”, come successo questa mattina, come sabato, come ormai da molto, troppo tempo. Per non parlare dei treni soppressi (o di quelle di altre linee ancora più disagiate in Piemonte come altrove). Come oggi pomeriggio. Da Ivrea per Chivasso, soppresso (delle 14.25). Treno sostituito da bus, certo, che ha percorso lo stesso tragitto, in piu’ di un’ora. Treni in forte ritardo. (a Chivasso, oggi). Quelli dei pendolari. Crisi, dicevo. Migliaia di persone, famiglie intere, ridotte “al lastrico”. Figure di donne, uomini, inghiottite dalla crisi. Spremute, quando andava bene. Spremuti come i lavoratori di Rosarno. Ma da questa ex fabbrica, una prospettiva di lotta, di vertenza, fa bene sperare. Non è più possibile aspettare. Donne, uomini, famiglie, ricordate anche dalla Chiesa: “garantire a tutti una condizione di lavoro e di salario dignitosa. “Fare di più per i lavoratori”, è stato anche l’appello del Papa. Porte chiuse, dicevo, concetto che conferisce l’idea di “mancanza di prospettiva”. Quella che pare mancare a molti giovani di questa città, privi di identità, ma pieni di appartenenza. Al gruppo. Un’appartenenza fumosa, di breve durata. “Giovani senza prospettive”, pareva essere questo il tema dominante sulla stampa cittadina e nei tg, dopo il grave episodio che ha visto proprio a Torino un ragazzo accoltellato. Torino, come accennato altre volte, terra di santi sociali. E proprio ieri, se ne festeggiava uno in particolare. Molto attento a suo tempo ai giovani e al lavoro. “Ascolto, gruppo strutturato, mettersi a disposizione della collettività, con spirito di servizio”, questo era il messaggio proposto ai giovani. Porte aperte. Speranza. Per il futuro. Anche qui, un rimando a “valigie” da riempire, di diritti. Come una volta. Concetti che rimandano a valori. Quali quello della solidarietà. Che non è passata di moda. Speranza rinnovata anche nel giorno della festa di questo santo, don Bosco. Per tutti. Quindi, per tornare al discorso iniziale, relativo alla Conferenza, dei lavoratori e delle lavoratrici, subito soluzioni. Aumento di pensioni, salari, unificare tutte le lotte, stabilizzare i precari, abolizione della legge 30. Soluzioni, che vorrebbe dire, finalmente, porte aperte. Speranza per il futuro. Per i lavoratori, per i disoccupati e per i giovani.