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Primo maggio a Torino

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Torino. Piazza Castello. Corteo primo maggio 2014. “No alle aperture dei negozi e supermercati nei giorni festivi”.

Avrei voluto cimentarmi in una “pseudo-cronaca”, nel racconto di chi c’era e chi no.Sul grande assente di oggi e sul passato lavorativo di quanti hanno nelle mani i segni della fatica del lavoro di una vita, sul viso gli stenti di una vita stretti alla catena, di donne a conciliare lavoro in fabbrica e lavoro in famiglia, e di occhi che hanno visto tutto, nella luce artificiale della fabbrica: mattino, pomeriggio, sera, notte. Compagne e compagni di lavoro, pensionati, amici di scuola, famiglie con bimbi e passeggini al seguito.  Torino, la crisi e il lavoro che manca. La crisi del settimo anno che comunque porta in piazza, a Torino, oggi, migliaia di persone. Aspettavo la giornata di oggi, per incontrare storie, raccontarle, scriverle, provare a svolgere quello che pia e, impedito durante la settimana. Non esistono piu’da un pezzo le catene, ma altre catene impediscono di fare cio’ che si vorrebbe, cio’ per cui abbiam studiato e accontentarci cosi, al ribasso, pur di sopravvivere. Nella festa, il festeggiato, pero’, è assente. Nella festa del lavoro, manca proprio il lavoro. Che paradosso. Un lavoro povero e quel poco riceve poco reddito. Per alcuni, paradosso dei paradossi, è l’alba della mobilità. Associazioni, categorie, partiti.  Amici. Tra gli amici, incontro Marco  Revelli che usa con abilità un cellulare di ultima generazione e filma, filma, filma. Dopo aver tenuto per un bel pezzo lo striscione dell’ Altra sinistra. Filma e  fotografa diventando bravo tanto come quando parla e insegna scienza della politica. E sorrideva, sotto i suoi baffi. Mi sarebbe piaciuto sapere a cosa pensava, a quante feste del primo maggio gli “ronzavano” nella testa.  Recuperi la piazza, Castello, poi Via Po,  dove incontri il gruppo di musica e ti dicono “ci manchi e manchi tanto ai bambini”,  poi, l’altra piazza, Vittorio, testa e coda del corteo. Avanti e indietro a stringere qualche mano e “ciao, come stai?” e così fanno in tanti.  Incontri Armando Petrini, in versione ecologico, bici e bandiera, Simone, ormai, ben inserito e amici incontrati a Roma,  Ferrero, amici incontrati dieci anni fa, in treno o a qualche manifestazione per la pace, a ridosso di un San Valentino. Amici, amiche, compagni, compagne, uniti e poi divisi da qualche documento, qualche parola non limata bene finita nel calderone di un documento. Documenti contrapposti. Mozioni, aree, correnti, come le si voglia chiamare, buone per “dividere” più che unire. Contrapposizioni in ambito congressuale e che continuano in molte riunioni. Eppure, al primo maggio, in piazza, ci devi essere per ritrovare un pezzo della storia, un pezzo di se stessi. Ecco, ci siamo. Ci siamo ancora, nonostante tutto.  La mattina ti alzi presto, metti il vestito buono e vai incontro a loro e loro vengono incontro a te. I lavoratori. Gente con cui mangi pane, sudore e lacrime, mentre gli altri, godono dei profitti accumulati sulla pelle altrui. “Domenica aperti”,  e pensi che non vorresti mai vederlo un cartello così, e invece, ora ci è toccato vedere anche cartelli, come “Primo maggio aperti”.  Il film della memoria corre di chi è in piazza comincia a proiettare scene di cordoni dei militanti che “proteggevano” Bertinotti, Cossutta, Rizzo e altri ancora e tutti insieme che cantavano l’Internazionale. La sinistra, un tempo. Altri ricordano il primo maggio del 1994, a Torino, subito dopo quella grandissima manifestazione del 25 aprile di Milano, sotto la pioggia, ai piedi del Duomo. “Un milione sotto la pioggia.”  “Che liberazione”. Non erano solo titoli di giornali. Era un riporre la speranza ne voler e poter cambiare una politica e una maggioranza fresca di urne.  Tutti  i partecipanti indossavano  quelle magliettine bianche, con il bimbo che dorme e pensa che in fondo, “la rivoluzione non russa”. Il primo maggio, tutti vogliono esserci, in piazza, per ricordare “di quando  suonava la campana della fabbrica e la linea partiva, quando  verso mezzogiorno, quel rumore liberava i lavoratori dalle catene, di montaggio, e si riappropriavano della propria libertà, andando a mangiare, in pausa. E quando la pausa te la concedeva, il padrone, non quando l’organismo, il fisico vorrebbe.

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Torino. Piazza Castello. Banda musicale. Primo maggio 2014.

La linea, era li, a dettare i tempi e comandare. E  i ricordi si riproducono a  valanga, come fossero accaduti ieri. I pensionati, ricordano quando “volevi andare a pisciare” ma non potevi, perché “la prima pausa era toccata a te“, quando non “avevi bisogno di pisciare”. “Per pisciare, avevi tempo, si, ma dovevi aspettare altre due ore”. Quel gusto così buono della pizza ancora calda e di quelle brioches che forse non erano buone, ma almeno riempivano la pancia e aiutavano a combattere quel “mostro” sempre in cammino, della catena di montaggio. Le mamme, che usavano la pausa per raggiungere la cabina telefonica per telefonare a casa e svegliare i figli. Lasciando ancora raccomandazioni.  “Il caffè è già pronto. La pasta, a mezzogiorno, e il sugo è ancora caldo. L’ho preparato questa mattina. Alle quattro. Mi raccomando.” Cuore di mamma.  E così, i tempi  scivolavano via, lentamente, e oggi, nella giornata di oggi, provi a raccoglievi. O almeno, avresti voluto. E così,  infatti, cercavo di raccoglierli, in una giornata della Festa dei lavoratori tutt’altro che da festeggiare, per i numeri che le cronache sulla disoccupazione ci forniscono.  E che allarme, sul e del lavoro!!

 

Pero’, il primo maggio,  bisogna esserci. Ad ogni costo.  Una festa bella, giovane. Di tutti. Per tutte, tutti. Spiace aver visto le saracinesche  di alcuni negozi e supermercati tirate su. Mentre dovevano restare giù.

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Torino. Via Po. Studentesse e studenti universitari. Primo magio 2014.

Mi sarebbe piaciuto scrivere di piu’, storie di vita, storie importanti, ma, a metà di via Roma, si verificano momenti di alta tensione, davanti. Senza capire il perché, chi è davanti, comincia ad indietreggiare. Allungare il passo e poi a correre. Mamme con bambini piangenti cercano velocemente vie di fuga, laterali. Ci si perde e ci perdiamo. Le parole, insieme alle lacrime dei bambini diventano di ghiaccio. Sono impronunciabili. Si perde molto.  Perdo la forza, le parole, i pensieri, il blocchetto con tante storie che avevo già raccolto.  Pensavo che le perdite fossero più che altro a livello personale. Anche a livello collettivo, certamente. Le parole diventano di ghiaccio e non sono più pronunciabili.  Oggi,  le perdite, sono soprattutto  a livello collettivo. Perdiamo tutti. Doveva essere una giornata di festa. Dei lavoratori. Non una musica così…stonata. Doveva esser un’altra musica, di speranza.  La speranza di seguire un sogno. Musica. Come quella suonata dalla banda che era in corteo.

 

Penso al cassetto dei nonni……….mentalmente lo riapro.

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Torino. Via Po. Ragazza con bandiera “L’altra Europa con Tsipras” in via Po. Primo maggio 2014.

Vorrei sentire il profumo, della speranza…

 

 

 

Il nostro tempo è adesso. La vita non aspetta.

 

11 marzo 2011-11 aprile 2011. Un mese esatto dalla tragedia dello tzunami giapponese. Mi sembra doveroso e sentito un ricordo alle vittime, quasi trentamila,  ai 600 mila sfollati,  che dalle 14.46 dell’11 marzo hanno fatto conosce11 marzo 2011-11 aprile 2011. Un mese esatto dalla tragedia dello tzunami giapponese. Mi sembra doveroso e sentito un ricordo alle vittime, quasi trentamila, ai 600 mila sfollati, che dalle 14.46 dell’11 marzo hanno fatto conoscenza dell’eccesso di natura. Un incidente? “A nuclear accident anywhere is an accident every where”, un termine poco corretto. Le conseguenze di un’esplosione di quel tipo, conseguenti alle radiazioni, sono leucemia, cancro, sterilità, anemia, infezioni, alterazioni genetiche. Un eccesso di natura unito alla miseria degli uomini. Tramonto di un’epoca, aurora di una nuova, racconti di quanti sono sopravvissuti, immagini e descrizioni che ci rimandano alla fragilità della condizione umana. Una fragilità umana, economica. Cielo e mare inquinato. E di pensiero in pensiero, i danni creati dall’uomo non fanno che aumentarne il volume, la proporzione. Free riders, (coloro che pensano che, dato che sono già in molti a pagare le tasse, perchè dovrebbero farlo? intravedendo così l’inutilità di un’azione, nascondendosi dietro il “tanto non cambierà nulla”) in aumento; cigno nero, in vista; stagflazione in arrivo; interessi privati dominanti su quelli collettivi. Cigno nero, un evento raro, imprevedibile, che parte, da un punto lontano della terra capace, lungo il suo percorso di innescare una reazione a catena. Disastro nucleare, proteste in Tunisia, guerra in Libia, dove, pochi mesi prima, si..”baciavano le mani”. Guerre definite “umanitarie” …si, per il petrolio, o interessi economici in un’area interessante, economicamente; utile ricordare che “il Consiglio di sicurezza autorizza l’uso della forza armata contro uno Stato (invece di limitarsi ad altre misure sanzionatorie) quando, oltre a gravi violazionni dei diritti umani, sono in gioco risorse energetiche di preminanete interesse per le Grandi Potenze”. L’Irak nel 1990 ricorda qualcosa? Guerre per il petrolio, per interessi economici. Costo del petrolio che balza all’insu’, idem per la benzina. E così, non solo viene colpito il portafogli del signor Joe Blog, negli Usa, ma anche in Italia, quello del sig. Mario Rossi. E sono tantissimi in Italia, i Mario Rossi. A cominciare dai 4 milioni di precari, i due milioni di nè-nè, gli altri 8% di disoccupati, quelli in cassa integrazione, mobilità. Consumi che stagnano dal 2000. disoccupazione giovanile al 29%. Una cifra da 570 euro in meno nelle tasche degli italiani. Il sostegno alla domanda, non si sa cosa sia; i servizi, scuola, sanità, subiranno ancora tagli; i precari non vengono stabilizzati. Creazione di nuovi posti di lavoro, neanche l’ombra. Un periodo in cui, si continua a parlare di modifiche costituzionali, non si conosce la legge Bassanini, al piu’ si prende una sedia e si fa comizio davanti al Parlamento senza dire cosa fare, il tutto incorniciato da una noncuranza verso chi soffre, protesta, urla dai tetti. L’indifferenza, insomma, così tanto odiata da Gramsci regna sovrana. Indifferenza come forza politica che annula ogni responsabilità e ogni volontà, puntando il dito sulle sole responsabilità del destino. Troppi silenzi. Almeno fino a ieri. Ogni tanto si prende coscienza e le cose e le persone decidono di interrompere ogni distrazione. E ci accorgiamo di essere qui. Con la speranza che la voce in democrazia è importante, determinante. Il nostro tempo è adesso. La vita non aspetta. Le nostre parole, le nostre proteste non devono restare parole che zampillano a vuoto. Un esercito di precari in circa 50 piazze diverse hanno manifestato e urlato contro questa politica davvero ingiusta, sorda. Una generazione che sembra schiavizzata, che vive in apnea, senza prospettive.Quattro milioni di precari disposti a riprendere parola, con mille motivi per uscire e ribellarsi a questa forma di ingiustizia. Si, è nata una nuova questione sociale. Generazione mille euro, (o Generazione P), quando va bene, che diventerà, forse, fra 40 anni, generazione 400 euro. Se andrà bene. Precarietà che intercetta altre precarietà: sentimentale, affettiva, abitativa. Ecco perchè le tende installate lungo molti percorsi della manifestazione rendevano bene l’iidea della precarietà abitativa. Cosa chiede questa generazione P? Chiede continuità di reddito, tutele ampliate, dentro e fuori dal mercato del lavoro, un welfare diverso. Dopo tutto, se si trovano 16 milioni di euro per una buonuscita, perchè non trovare risorse per quanto sopra? Noi esprimiamo un desiderio non piu’ rinviabile: vivere la nostra vita e riprendere pieno possesso del nostro presente. Noi, che abbiamo dedicato tempo, impegno, studio, sacrifici, personali ed economici, che raggiungono, questi ultimi, i 16 mila euro per ottenere una laurea (in media) se la Facoltà è nella città di residenza, altrimenti, la cifra arriverà a sfiorare i 50 mila euro. Un Paese il nostro, che sforna quasi 32 mila laureati ogni anno e di questi, entro i cinque anni dalla laurea troveranno un lavoro non consono a quanto studiato e in ogni caso sottopagato. Entro i cinque anni, ma la solfa non muta dopo i cinque anni dalla laurea. Negli Stati Uniti la politica è al lavoro: la disoccupazione, in quel Paese viaggia all’otto per cento. Se tale rimarrà, Obama, sa, per esperienze precedenti, che nessun Presidente potrà essere rieletto con una disoccupazione simile. L’elettorato americano probabilmente, con quel tasso di disoccupazione si orienterà come già avvenuto in passato. Per non parlare della Cina, dove i salari sono in aumento. Solo in Italia, non si riesce a mandare a casa un Governo poco attento ai temi dell’occupazione e dei salari.  

A Torino, in vista delle elezioni comunali, sono davvero in pochi a ricordare quegli accordi al ribasso, sottoscritti da una parte del sindacato. Uno che non li dimentica è Juri Bossuto, candidato sindaco a Torino, sempre al fianco della Fiom

Dove è la politica

Il testo scritto da Simone Ciabattoni pone implicitamente una domanda: dove è la politica a fronte di dati afferenti persone “in carne ed ossa” che non riescono a trovare collocazione (e non solo “posto a tavola”) ma solo e semplicemente, visibilità? Simone ha un’età compresa tra i 15 ed i 24 anni, fascia di età piagata e piegata dalla disoccupazione pari al 29%, percentuale in aumento se confrontata con il dicembre del 2009. E dato che Simone nel suo articolo ci descrive anche una condizione femminile, è utile ricordare le statistiche che ci indicano come il tasso di occupazione femminile è pari al 46,5%, in rialzo si, ma pur sempre basso.

Occupazione precaria, flessibile. Occorre un serio piano per il lavoro dinanzi ad una situazione così drammatica, e invece, dove è la politica? Una carenza di politica, ma anche, a mio modo di vedere una carenza nel fare politica, poco rispettosa della prassi costituzionale. Utile ricordare le parole del Presidente della Repubblica: “irricevibile”. Governanti poco abitutati a maneggiare la Costituzione. Si, questo è un Paese politicamente alla deriva, capace solo di offrire, grazie alle immagini televisive che inondano le nostre case, (a tutte le ore), un’opulenza ostentata, mentre la realtà è altra. Altrove. Nelle fabbriche, quelle aperte, nelle scuole strapiene di precari, nelle mense, alla Caritas, per le strade. Altrove. Dove non si ha voglia di guardare. Dove? Nei portafogli degli italiani, con i redditi in calo (le statistiche nei giorni scorsi ci descrivevano un calo nel periodo 2006-2009 pari al 2,7%). Come ci ricorda Marco Revelli,la povertà non è solo un dato numerico, è anche questione di mediatori e mediazioni culturali. Attiene la testa ben fatta non solo quella ben piena”. Televisione, immagini, ipnosi collettiva”. Già, finché la barca andava, finché la ruota girava…e tutti eravamo presi nel e dal meccanismo inclusivo del consumo, in quanto consumatori, la realtà, o/e, la “voce del padrone” stentavamo ad ascoltarla ed a riconoscerla. Ora, dopo anni di delocalizzazione selvaggia, di shopping dei diritti, (dove i processi di delocalizzazione si son fatti sentire? proprio dove viene meno il rapporto tra Stato, sovranità, territorio e cittadinanza) eccoci ora sentire voci imponenti, camuffate da referendum, “dammi tutto in cambio di nulla”, “votate o altrimenti chiudo”. Stracci di contratto si, grazie alla generosità abbondante di “gazzettieri con penna sempre a portata di mano. ”Affermazioni e richieste, quelle, (dammi tutto in cambio di niente) che si perdono fin dalla notte dei tempi come la sproporzione esistente fra il reddito dei manager e di chi lavora e produce. Dove è la politica quando si chiedono riduzioni di pause, aumenti di produttività intesa come intensità del lavoro, straordinario non contrattato, limitazione del diritto alla malattia? Dove è questo Governo che permette “omogeneizzazioni” al ribasso? Ma il problema non riguarda il solo settore privato. Simone ha sollevato, da studente il problema che esiste anche in chi lavora nella scuola. Se nel privato, know-how, condivisione degli obiettivi e dei processi di tutti i lavoratori, consenso, pari opportunità sono elementi di economicità di un’azienda (partecipazione e democrazia!!!) ma solo per alcuni, anzi, per pochi, (così dovrebbe essere) anche nell’ambito scuola, dove regna la presenza costante, anno dopo anno, del 50% dei precari, le condizioni di lavoro a mio modo di vedere non sono poi tanto differenti. Perchè i precari devono essere esclusi dalla partecipazione di momenti così fondamentali all’interno di quella che è la comunità scuola? Comunità formata da: insegnanti, insegnanti di sostegno, educatori, ata di tutte le forme, imprese di pulizie: con contratto a tempo indeterminato, determinato, di fatto, di diritto…vogliamo continuare? (e’ un Paese civile, questo? che non permette di provare a immaginare il suo futuro perchè la cosa grave è che questi Governanti, così facendo, così operando, lo cancellano il futuro. Perché, mi viene in mente un esempio che mi tocca da vicino, i precari Ata, nelle scuole sono destinati, ogni anno, a cambiare scuola, nonostante siano necessari, utili,soprattutto se inseriti in un certo percorso formativo educativo? perché non stabilizzarli? Perché, pur essendo privi di formazione specifica, nelle scuole dove sono iscritti e frequentano ragazzi sfortunati, diversamente abili, gli Ata, non possono “aprire una trattativa” con il dirigente scolastico, per quanto riguarda il cammino ed il percorso di quei ragazzi ? Coinvolgere gli Ata, ad esempio nella commissione hc; coinvolgerli a partecipare a colloqui con i genitori e incontri anche con i fisioterapisti, se necessario. Coinvolgere i lavoratori nella crescita e nella formazione. Quello che non si capisce è che se non si investe nella scuola questo Paese è destinato ad un continuo decadimento. “Non esiste cultura politica (ricordava la sociologa Chiara Saraceno) all’altezza e abbiamo una cultura imprenditoriale che usa la flessibilità senza investire nel capitale umano”. Identico modo di operare nella scuola. Qualcuno investe sui precari? L’argomento sarebbe da approfondire perché nelle scuole quale crescita ci potrà essere senza partecipazione?

Un’ultima notazione: le diseguaglianza sociale e territoriale, crescono. Questo Governo continua a sostenere come un mantra che la disoccupazione in Italia, grazie agli ammortizzatori sociale, è ferma all’8,6%. Gli ammortizzatori, prima o poi, sono destinati a terminare ed è utile ribadire che sono utilizzabili solo da coloro che hanno un contratto a tempo indeterminato. I giovani, come Simone, non ne avranno diritto. Dove è la politica se non ha approfittato di questa grave crisi economica per produrre vera politica e non “nani e ballerine”?

 

Viola, giallo, rosso. Propongo “una 24 ore senza i precari”

Dopo il viola e il giallo, penso che un po’ di rosso ci stia bene. “Rosso semaforico” al fine di fermare l’arroganza del potere, che pretende e accusa. Pretende nonostante gli errori, accusa chi è innamorato della legge. Rosso, come un cartellino: “Signori, espulsione; siete fuori”. Troppi, infiniti “urgente e necessario”. Una politica che ricorda i comitati d’affari non ha fatto altro che allontanare nuovamente la gente dalla politica. Sembra così lontano il 1992 e invece…Continuando di questo passo, l’astensionismo potrebbe raggiungere una percentuale a due cifre. Le scorciatoie non vanno affatto bene. Vizi di forma o burocratici penso non abbiano nessuna incidenza. Nessun inciucio. Nessuna proroga. Qualcuno ne ha già avute più di due: vedere ad esempio alcune elezioni regionali. Rosso passione, per una idea che deve tornare a mobilitare. Bisogno di essere rappresentati, di saper scegliere candidati credibili. Bisogno di tutela. Bisogno che qualcuno ridia alla politica per trasferirla ai bisogni delle persone e tolga al mercato. Ha avuto troppo, quest’ultimo, tanto. Non si prenderà anche l’anima. Bisogna impedirlo. Quante volte siamo costretti a pagare? Tasse, servizi pubblici tagliati, precarietà, disoccupazione… Signori alla guida di questo treno che si chiama Italia, scendere prego; il capolinea è già qui!!.
Spero in una grande manifestazione che faccia scendere in piazza tutte le precarie e i precari, del privato e della pubblica amministrazione. Un giorno senza i precari. Una 24 ore senza di noi!!!

A-mobilità sociale

Silenzio. Doveroso. Per Haiti. Paese povero, distrutto. Paese ricco, culturalmente, musicalmente, artisticamente. Pochi lo sapevano. Anche il sottoscritto. Silenzio, ancora per un attimo.

Per l’ennesima volta, proprio nella giornata in cui a Torino, i No Tav hanno in programma una “passeggiata” da Piazza Massaua fino a Corso Marche (luoghi dedicati ai “sondaggi”), il treno delle 7.35 da Torino Porta Susa, diretto ad Aosta, subisce e fa subire l’ennesimo ritardo. La mia, di passeggiata, purtroppo, non è per nulla festosa. Non è una gita. Anzi. Nei pressi di Settimo Torinese il convoglio subisce uno stop. Il capotreno, con voce flautata ci annuncia che “causa guasto scambi nei pressi di Chivasso, il treno subirà un ritardo imprecisato”. A Chivasso, una voce metallica annuncia che “i treni diretti a Milano subiranno ritardo”. Quanto ritardo non è dato sapere. Complessivamente il ritardo effettivo maturato dal treno Torino Aosta, sul posto di lavoro ad Ivrea è di 40 minuti. Come sempre, il ritardo o si recupera, o si monetizza. Prima di apprestarmi a “bollare” il badge osservo il tetto della scuola. Il pensiero va a Roma, dove proprio su un tetto analogo, da 54 giorni, resistono i ricercatori dell’Ispra.
Penso agli operai Fiat, a quelli dell’Eutelia Agile e delle mille realtà sparse per quello che era il “Bel Paese”, ma che oggi non lo è più. Ben prima delle arance di Rosarno. Penso ai disoccupati, giovani e immigrati i più colpiti. Penso ai trucchi, alla magia, di un “Bel Paese” che, “vedete, ha retto meglio degli altri Paesi alla crisi economica”, tranne sapere poi che nel conteggio non si era seguita una certa conformità con gli altri Paesi: la cassa integrazione entra o non entra nel conteggio?
Alla mancanza di mobilità sociale. Passato faticoso e futuro fosco. Presente “paludoso”. Per molti. Un’immagine che stride con quella del turbo capitalismo. Transazioni finanziarie veloci, immediate, da un capo all’altro della terra. Bonus, benefit, denaro evaso che ritorna. Ma nel quadretto, anche persone. Persone ferme. In attesa, Di qualcosa, di qualcuno che ci illustri una redistribuzione delle risorse migliore, giusta. Ma tutto, per un disegno politico congegnato ad arte, pare fermo, guasto, volutamente, come la scala mobile di Porta Susa, come il dispositivo che dovrebbe indicare il passaggio dei bus, spesso mal funzionante; fermo come un semplice “tappeto” su cui correre. Come il treno, che senza neve, senza ghiaccio, si ferma. Mentre si ipotizza l’alta velocità e il sindaco del Partito democratico di Torino Chiamparino, ahimè, chiama a raduno i sindaci a favore della Tav. Tutto sembra congegnato per “correre dietro palle perse”. “Vorrei ma non posso”, sembra dire questo Governo. Guardo il tetto, oggi. Immagino il tetto, ieri. Sotto, vi era una triplice unità: di contratto; di condizione di lavoro, come ci comunica Luciano Gallino; e di unità contro il padrone, un tempo davvero unico. Oggi non più. Una triplice unità, andata in frantumi.  Occorre ripristinare al più presto l’unità. Mandando, per iniziare, in frantumi questo governo italiano “incantatore di serpenti”.

Concorsi: trasparenza, in nome di una battaglia solitaria, quella di Mario Contu

“Una questione nuova, non apocalittica”. Questa era la frase ricorrente ascoltata in una trasmissione televisiva. Famiglie che consumano risparmi accumulati da una vita; genitori che mantengono in ogni modo i figli; posti di lavoro persi per sempre; precarietà alle stelle. Gesti simbolici che funzionano con modalità nuove rispetto ai classici scioperi. Questione nuova, mica tanto. Quante risorse sono state spostate dai salari ai profitti e alle rendite? Quanti accordi al ribasso sono stati firmati perché han continuato a dire che “di più non era possibile ottenere, dati i tempi”? Ma questi tempi, da quanto durano? Compromessi. Soluzioni al ribasso. Precarietà. Flessibilità. Fine della storia. Fine del comunismo. Fine del liberismo lo sosterrà mai qualcuno? Però, intanto, questa “nuova situazione” la si poteva immaginare. Ancora ieri, per tutta la giornata, ad Ivrea, in molti rischiavano e rischiano di perdere definitivamente il posto di lavoro. Rischio per l’Alcoa, rischio per la Fiat-Alfa Romeo (“trasferimento dei lavoratori a Torino”). Penso allo stabilimento SKF di Torino, che chiude.  Penso ai lavoratori di Ivrea, gli ultimi residui di quello che era la Olivetti. Lavoratori. Invisibili. Penso a tutte quelle compagne e compagni conosciuti durante le manifestazioni, per rivendicare un diritto. Resistere. Per esistere. Penso alle preoccupazioni di Barbara e compagni. Penso ai sette milioni di operai. Che esistono.  Nel disinteresse di molti. Penso al 1969, alle conquiste. Ai diritti. Potrei continuare. Solidarietà per tutti.  Anche ai precari, della scuola, del pubblico impiego. Gesti forti. Saliamo sui tetti, per diventare visibili.  Solidarietà per tutti quelli che si trovano “nella situazione nuova”.  Non apocalittica. Però, la povertà è questione antica. Lo sfruttamento anche. Richiesta di giustizia, di eguaglianza. Da gridare. Con forza. Da ottenere. Ad ogni costo. Come coloro che pongono domande sui concorsi: perché qualcuno deve essere immesso in corsie preferenziali? E la regione, come ha intenzione di comportarsi a tale proposito? Fortunatamente l’amico Juri Bossuto mi rassicura che i funzionari dei gruppi hanno chiesto un concorso aperto a tutti, molto diverso da cinque anni fa. Quando Mario Contu ne fece una battaglia solitaria.

Domande disoccupazione

A seguito di errori dovuti al pc ripropongo, anche grazie all’aiuto di Sante Moretti, giornalista di Liberazione, alcuni quesiti che mi erano stati posti.
Non mi occupo di cassa integrazione e di sussidi di disoccupazione se non per la contribuzione che ha un effetto sulle pensioni. Per poter dare risposte puntuali è necessario conoscere ad esempio se l’azienda in cui si è lavorato aveva più o meno di 15 dipendenti, le categorie di appartenenza: ad esempio nel settore agricolo vige una specifica normativa. Un consiglio, i sindacati, le CDL, il Patronato garantiscono una tutela attiva per garantire i “benefici” previsti dagli amministratori sociali. Il patronato , consiglio l’Inca-CGIL, è tenuto a tutelare gratuitamente anche i non iscritti al sindacato ed è in grado di aiutare i lavoratori e le lavoratrici a districarsi tra norme diverse che hanno subìto e continuano a subìre modifiche. Una sola considerazione politica: le casse integrazione ed ancora di più il sussidio di disoccupazione sono uno sconfitta: va difeso il posto di lavoro ed il diritto al salario contrattuale! Le aziende di fronte alla crisi si liberano della manodopera, chiedono ed ottengono soldi veri dallo Stato, non rinunciano ai profitti. Fra qualche anno verificheranno che le Banche e le imprese sono diventate più forti e più ricche e contemporaneamente sarà minore il salario, la pensione e, facile profezia, non riassumeranno quei lavoratori e lavoratrici che hanno licenziato. Inoltre, grazie a Fabio Sebastiani che mi ha illustrato la condizione attuale riguardante la caduta libera dell’occupazione nel nostro Paese e la conseguente richiesta di disoccupazione. Ben 117 mila senza lavoro in più a febbraio rispetto 2009 rispetto allo stesso mese del 2008. In pratica, mi dice e scrive Fabio Sebastiani, “stando a quanto comunicato dall’Inps, tra gennaio e febbraio 2009, ben 370.561 lavoratori hanno perso il posto di lavoro e hanno presentato la domanda di indennità: il 46,13% in più rispetto a dodici mesi fa”.

Sostenete e comprate Liberazione.

compriamo-liberazione-giornaleConsiglio tutti di telefonare e contattare il patronato Inca Cgil, dove troverete persone (come Roberta: grazie) davvero disponibili e molto preparate. Ovviamente io conosco i lavoratori di Torino, Inca.

Seguono le risposte di cui sopra.

Buongiorno, sono Franco, attualmente sono disoccupato(data assunzione  ottobre 2004 ; data lic. ottobre 2008) percepisco l’assegno di disoccupazione ordinaria,volevo chiedere se devo fare anche la domanda per la disoccupazione con i requisiti ridotti. (lavoratore edilizia)

Risposta. Non Può richiedere la disoccupazione a requisiti ridotti in quanto sta percependo quella ordinaria. Per i lavoratori dell’edilizia esiste il trattamento Speciale per i lavoratori Edili pari all’80% della retribuzione che ha la durata massima di 90 giorni e successivamente, questi lavoratori possono chiedere la disoccupazione ordinaria. Dovrebbe verificare con La Fillea Cgil se questo lavoratore rientrava nella disoccupazione speciale.

Buongiorno, volevo un chiarimento a proposito dell’indennità di disoccupazione. Lavoro da 11 anni a tempo pieno presso un’azienda che a causa della “crisi” ha perso molto lavoro. Dal prossimo mese dovrò ridurre il mio orario da 38 ore settimanali a 20 ore. Mi chiedevo in caso di trasformazione da full-time a part-time (farei tutte le mattine) mi spetterebbe una indennità di disoccupazione con requisiti ridotti.

Risposta. Anche con un rapporto di lavoro part-time, a tempo indeterminato, spetta sempre la disoccupazione ordinaria. La Disoccupazione a Requisiti ridotti viene erogata ai lavoratori a tempo determinato che hanno svolto attività lavorativa per almeno 78 giornate, nell’anno precedente la presentazione della domanda.

Sono una docente con contratto a tempo determinato e titolare di partita I.V.A. come libero professionista che esercito in maniera limitata ho diritto alla disoccupazione con i requisiti ridotti. Sono una docente con contratto a tempo determinato e titolare di partita I.V.A. come libero professionista che esercito in maniera limitata ho diritto alla disoccupazione con i requisiti ridotti. Antonietta

Risposta. Ha diritto all’indennità di disoccupazione a requisiti ridotti se ha svolto almeno 78 giorni di lavoro subordinato (dipendente) l’iscrizione alla gestione separata non e’ di ostacolo per il diritto alla prestazione, ma i periodi di lavoro parasubordinato (partita Iva) coincidente con un rapporto di lavoro subordinato non può essere preso in considerazione ai fini del diritto e della misura.

Salve, sono Giovanni ho lavorato per un anno e mezzo, da ottobre 2007 a febbraio 2009, poi mi sono dimesso volontariamente, ho diritto alla disoccupazione con requisiti ridotti, anche mi sono licenziato io?

Risposta, in caso di dimissioni non spetta la disoccupazione a requisiti ridotti. Ma se nell’anno di riferimento esistono altri rapporti di lavoro cessati per licenziamento si ha diritto alla prestazione, 78 giorni, escludendo i rapporti cessati per dimissioni.

Salve, volevo solo un informazione, sono di Calabria e ho fatto la domanda ridotti a Calabria se come fino adesso non riescono fare la mia domanda li giù volevo solo chiedere se possibile fare la domanda qui al nord comunque avevo lavorato qui al nord per quasi 3 anni.. quale sarebbe le cose che serve a fare la domanda qui al nord? perché siamo gia quasi fino mese di marzo 2009, magari perderò di nuovo la domanda. Ho già perso la disoccupazione di 2007.. cosa devo fare?? grazie mille aspetto la vostra risposta…

Risposta, può presentare domanda in qualsiasi ufficio Inca che inoltrerà la domanda alla sua sede Inps di Residenza.

Salve Mi chiamo Francesca volevo sapere gentilmente se mio marito che percepisce l’indennità di disoccupazione deve richiedere il bonus famiglia all’Inps o all’ufficio delle entrate? Grazie

Risposta deve fare richiesta diretta all’ufficio delle entrate, anche attraverso un Caf.

Antonio Salve, io sono stato volontario nelle forze armate per un anno, se faccio domanda di disoccupazione, ho diritto a percepirla?…

Risposta. Non in questo caso non c’è diritto alla prestazione di disoccupazione.

egregio signor Romano  le espongo il mio caso: assunta il 07/01/2005 a tempo indeterminato e licenziata il 31/07/08. Ho chiesto la disoccupazione ordinaria e mi e’ stata accordata dal 01/08/2008. Tuttora sono disoccupata. Mi hanno consigliato di richiedere anche quella con requisiti ridotti ma mi e’ stata respinta con i seguenti motivi: ”IL CALCOLO EFFETTUATO IN BASE ALLA LEGGE N. 160 DEL 20/05/1988 NON HA PRODOTTO ALCUNA GIORNATA INDENNIZZABILE.” Non ho capito cosa significa. Secondo lei ho diritto o no alla DRR? la ringrazio infinitamente se vorrà rispondermi. mery27 MERY

Risposta. La disoccupazione a requisiti ridotti viene erogata solo per i lavoratori che hanno svolto almeno 78 giornate di lavoro subordinato, le giornate indennizzate dalla disoccupazione ordinaria non sono valide.

Per Mary che mi chiede se “chi lavora dal primo settembre al 30 giugno annualmente”, (di fatto) puo’ fare domanda, la risposta è si: è quella ordinaria (si ha i requisiti ridotti).

Crisi globali, identità locali

Dopo esser stato in giro per la provincia Granda, e aver constatato, ancora una volta, che la provincia di Cuneo è bellissima (hai perfettamente ragione, amico Dalmasso) provo a riflettere su alcune notizie che circolano negli ultimi due giorni. La crisi economica, la stagnazione, la disoccupazione imperante ormai in ogni luogo ed in ogni dove sta causando anche forti disagi e tensioni fra gli operai stessi; è il caso degli operai, specializzati che dovrebbero lavorare in Inghilterra (una azienda italiana ha infatti vinto una gara per un lavoro da effettuarsi in Inghilterra). La cosa che più mi turba è la seguente: ancora una volta, nei momenti di crisi si generano sempre “guerre tra poveri”; si perde così il vero punto di riferimento e l’antagonista principale che è: il capitale. La seconda cosa che mi preoccupa è che la crisi sta “aggredendo” in frangenti che erano impensabili, un tempo. Gli operai, infatti, non sono semplice “esercito di riserva”, ma specializzati. Quindi, se fino a poco tempo fa eravamo abituati a “puntare l’indice” su “altri” che rubavano il lavoro, (ma di “bassa manovalanza”) ora la crisi “morde” anche i lavoratori più specializzati, come ad esempio per citarne alcuni gli ingegneri che si erano sempre sentiti garantiti dal Know How in loro possesso. “Guerre tra poveri” o fra coloro che le politiche di basso “salario o stipendio come lo volete chiamare: non noto differenza in termini sostanziali” han fatto diventare povero……
Già! Fino a poco tempo fa si parlava di “gente che ruba il lavoro” pensandoli essere in Italia, in Francia, in Germania…..ma, mai si era pensato all’Inghilterra. Magari, ci si dimenticava delle delocalizzazioni in tutto il mondo ad esempio che qualcosa come ventiduemila imprese andavano a produrre in Romania (bassi salari, no?), o duemila in Bulgaria, e che il costo del lavoro era di un quinto rispetto a quello pagato in Italia…
Dove è andata a finire la solidarietà? Forse soltanto quando si consuma ci si rende davvero simili; “non è soltanto l’oggetto del consumo ad essere prodotto ma anche il modo di consumarlo“, e “la produzione fornisce non solo un materiale al bisogno ma anche un bisogno al materiale“. (Karl Marx)

Protesta contro sbarramento legge elettorale, 29 Gennaio 2009 Torino
Protesta contro sbarramento legge elettorale, 29 Gennaio 2009 Torino

Concludo, ricordando la battaglia contro lo sbarramento che vogliono introdurre alle elezioni europee, prendendo a prestito le parole del segretario di Rifondazione Comunista Paolo Ferrero:
Contro il realizzarsi del vergognoso accordo parlamentare in corso maggioranza e opposizione e reso possibile solo grazie al consenso di PD e IdV – che alza lo sbarramento per le elezioni europee al 4% puntando ad escludere dal Parlamento europeo innanzitutto forze politiche come Rifondazione comunista e di fatto tutta la sinistra – domani parteciperò, con una folta delegazione del mio partito, presente ai massimi livelli, ai presidi di protesta che abbiamo organizzato come Prc sotto le sedi istituzionali del Quirinale e della Camera dei Deputati. A Roma le proteste sotto le sedi istituzionali prevederanno per martedì 3 febbraio alle ore 12 un presidio sotto il Quirinale per chiedere l’intervento del Presidente Napolitano a tutela del pluralismo democratico; proseguiranno poi dalle ore 14.00 davanti alla Camera dei Deputati in occasione della ripresa della discussione in Aula della modifica alla legge elettorale. Contestualmente i nostri ex-parlamentari porteranno la protesta anche dentro la sede della Camera dei Deputati, e cioè dentro Montecitorio. In entrambi i casi chiediamo agli organi d’informazione di offrire la giusta e necessaria copertura a questa nostra protesta contro una legge anti-democratica e liberticida in nome della libertà e del pluralismo d’informazione.” in quanto la protesta allargatasi in tutta Italia è partita proprio da Torino.