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Lavoro, solidarietà, volontariato….referendum

Alla lavagna.Valori importanti: amicizia, amore, famiglia e molti altri. Mancano pero’ lavoro, solidarietà, volontariato. Non solo non è presente l’operaio Faussone, descritto ne “La chiave a stella”, di Primo Levi, e neppure un riferimento ad un filmato quale “Amianto, storia di morte” di Giuseppe Orciari, già Sindaco di Senigallia e Tommaso Mancia, un filmato che ci ricorda come si muore e si continua a morire sul posto di lavoro.
Manca, non solo scritto con il gessetto, il termine lavoro; mancano anche termini come solidarietà, volontariato. Magari in questa Italia del 150 si conosce l’articolo uno della Costituzione, dove si ribadisce che il nostro Paese è fondato sul lavoro, un lavoro perso, dall’aprile 2007 da circa 460 persone ogni giorno, senza contare i “sospesi” che vivono in una sorta di limbo: invisibili, per un totale da due milioni. Perchè manca il termine lavoro, provo a chiedere? Perchè, mi rispondono alcuni ragazzi, “è lontanto dai nostri orizzonti”. Strano, che in un Paese come sostiene l’Istat, un under 24 su tre “è in giro”, o meglio, a spasso. Per non contare la nostra provincia, a Torino, dove il tasso di disoccupati è raddoppiato. Non demordo, provo ad immaginare di tracciare una “short story”, una narrazione personale. Quanti di loro avranno avuto un genitore o un parente, anche lontano in cassa integrazione o mobilità o disoccupato? E allora le mani si alzano, prima timidamente, poi, sempre piu’. Altri chiedono cosa sia la disoccupazione, altri ancora la mobilità. Qualcuno prova, sulla base dell’esperienza personale, “il sabato non posso uscire, perchè quei dieci euro per una pizza, tolti al bilancio famigliare, romperebbero un certo equilibrio che solo la sapienza della mamma riesce a mantenere”. Altre mani si alzano, chi chiede cosa sia un ammortizzatore sociale e chi perchè l’insegnante, ogni anno è costretto a cambiare scuola. Altri provano a chiedere come mai alcuni insegnanti terminano il loro lavoro a giugno altri a settembre. Ma non si vive sotto lo stesso tetto? Si, ma i contratti sono differenziati.La discussione, provo ad immaginare, prende altre pieghe; si cerca di comprendere il lavoro, nelle sue forme, se meglio quello dipendente o quello indipendente. Si cerca di capire meglio la congiuntura economica. Un giro, una “cavalcata” che tocca temi quali la solidarietà, il volontariato, lavoro, che manca e quando è presente con quali nessi e quali sfaccettature con il tempo libero. Solidarietà informale piu’ forte, nel caso di disoccupati al Sud che al nord. L’analisi continua, con alcuni articoli della costituzione, quelli sui referendum, gli articoli della Costituzione, il 75, il 138. Una bella discussione che tocca temi di economia, comprese l’inflazione, la delocalizzazione, la deindustrializzazione. Penso ad un film “I lunedì al sole”, storia di una deindustrializzazione di Vigo, con i suoi cantieri navali smantellati.
A proposito di referendum. Una grande possibilità, per continuare a dire ancora la nostra, dopo aver imbandierato di arancione numerose piazze. “Scassiamo ancora”, alla De Magistris.

Il 12 e il 13 giugno, “riferiamo” alle autorità, 4 Si secchi.

Si per dire che siamo contro la privatizzazione dell’acqua e contro la gestione dei servizi idrici da parte di prviati (scheda di colore rosso-quesito 1).

Si per dire che siamo contro la norma che permette il profitto nell’erogazione del bene acqua pubblica (scheda di colore giallo-quesito 2).

Si per dire che siamo contro la costruzione di centrali nucleari in Italia (scheda di colore grigio-quesito 3).

Si per dire che siamo contrari al principio che il presidente del Consiglio o un ministro possano chiedere di non comparire in tribunale nei processi che li riguardano scheda di colore verde-quesito 4).

Questa crisi, complotto di banche e industriali, sta ammazzando Torino: la città degli operai

di Barbara Chiappetta

L’altro giorno al Tg3 Regione un giornalista intervistava dei turisti che per la prima volta visitavano Torino e tutti gli interpellati dicevano pressoché la stessa cosa, Torino signorile, elegante, curata (?), una dama di classe. Nessuno se l’aspettava così bella.
Bella l’opulenza del centro, che piacere fare una passeggiata, osservare le vetrine, prendersi un caffè in un bar storico, finire in uno dei tanti musei…ma Torino la sta pagando amara questa crisi, la dama di classe, la Signora, agli occhi degli addetti ai lavori, è una vecchia stanca e diseredata, a cui è rimasto solo un vecchio vestito per bene e uno sguardo aristocratico. Ma è malata.
Questa crisi, complotto di banche e industriali, sta ammazzando la città degli operai, delle tante storie di immigrazione e di difficile ma talvolta riuscita integrazione. Il sistema capitalistico ha deciso. Risparmiare. Ridurre ai minimi termini il costo della mano d’opera, dislocare, ridurre il numero degli stabilimenti di uno stesso gruppo là dove i costi energetici e di trasporto siano più convenienti, alimentare l’idea che fusioni tra grandi colossi portano lavoro, ma invece lo tolgono in tutti i sensi, perchè spesso si portano proprio via i macchinari di lavorazione. Collocano una grande sede e chiudono, chiudono, chiudono le reti capillari ma anche spesso le uniche risorse di un territorio, tolgono aziende storiche per rinnovare la geografia del lavoro…dà quel tocco di freschezza, quasi di morte. Gli operai sperano solo più in qualche incentivo da parte del governo, se ci saranno porteranno lavoro altrove però (vero Marchionne del “mio stivale”?), ma almeno, forse, chi lo sa, il gruppo non deve tagliare sul mio stabilimento. Mors tua vita mea, sta bene a molti, soprattutto a chi sta passeggiando per saldi.
Non ancora tutto il sistema è in crisi. Questa per il momento è soprattutto la crisi delle famiglie degli operai tagliati, l’effetto domino deve ancora arrivare.
Noi operai così disuniti e per anni educati alla “non reazione”, ora siamo il nuovo fenomeno da baraccone italiano, non ci calcolano se non in preda a qualche gesto disperato (vedi tetti, gru, occupazioni, ecc.). Addirittura, per parlare di noi in certe trasmissioni televisive che ancora qualche volta, tra travestiti e veline, parlano di noi, invitano la torinese Alba Parietti, si chiama spettacolarizzazione e denigrazione di un sistema, come il circo per gli animali, loro hanno Moira, noi abbiamo Alba.
Portiamola la compagna Alba a casa delle famiglie disperate. Portiamola anche in certi quartieri di Torino dove tra poco succederà qualcosa in stile “Rosarno”, perchè il gesto più forte della disperazione deve ancora arrivare: è la ribellione e io, perdonami Romano, non vedo l’ora.

“Siamo tutti dello stabilimento 6”, “Siamo tutti della Antibioticos”.

La crisi è globale: colpisce tutti, a qualsiasi latitudine. Te ne rendi conto anche quando per alcuni istanti vorresti pensare ad altro, “globalizzandoti” un po’ con la lettura di una rivista come Internazionale. “Operai d’America” è il titolo di Jonatan Mahler, comparso su Internazionale, a pagina 30, 17/23 luglio 2009. “Operai d’America”, operai d’Italia, operai di Settimo Torinese. Siamo tutti lavoratori della Antibioticos. Siamo tutti operai. Ho ricevuto molte e-mail e telefonate, nelle quali gli operai di questa fabbrica di Settimo mi confidano le loro preoccupazioni, anche in questo fine settimana. L’articolo tratteggia la storia di uno stabilimento, chiamato Stabilimento 6 “perchè nel 1972, quando è stato inaugurato, era la sesta fabbrica della General Motor (GM) in città: produceva metà dei veicoli venduti negli Stati Uniti.” Lo stabilimento è a Pontiac (Pontiac Assembly Center), nel Michigan. L’articolo racconta che c’è un solo turno, ora, quello dalle 6 alle 14.30, che la fabbrica ha licenziato altri 600 dipendenti e che gli operai al lavoro sono meno di 600. Il prodotto, “l’output”, non supera i 230 veicoli al giorno. L’articolo è inoltre la storia di una famiglia americana, di Marvin Powell e della sua famiglia. Le preoccupazioni, l’ansia, di una persona, di un lavoratore, di una famiglia, di una classe, quella operaia. La storia è identica a quella di migliaia di lavoratori, operaie ed operai. Negli Stati Uniti, come in Italia, come nel mondo. Oggi, mi dicono che i lavoratori della Anibioticos saranno in assemblea. Speriamo esca qualcosa di positivo. Un pensiero è rivolto a loro. Certo è che la storia del “capitale” la conosciamo tutti: accumulare il più possibile, questo è lo scopo principale.  Andare dove le condizioni migliori diano possibilità di “spremere” fino in fondo. E poi, tradire. “Tradire a Termini”, come sosteneva il Manifesto di sabato 18 luglio.  Sicilia, non Pontiac; oppure la condizione è la medesima. 1700 operai, che rischiano perchè, forse, dal 2012 non si faranno più macchine. Prospettive? Bho! E, ha ragione il giornalista, che a volte, neanche la “Santuzza” (Santa Rosalia) o il “Santuzzo” riescono a mutare le condizioni. Spremere. Ma, a volte ci si “compatta” e si riesce a reagire. Così, anche Mirafiori, “vede”  uno sciopero: in periodi come questi, non si poteva fare uno strappo e andare oltre i 600 euro di premio? C’è l’accordo sul premio, titolavano i giornali, e per alcuni, “un premio giusto”, magari “oltre era difficile portare a casa, con tutta la cig fatta in un anno”: per fortuna che: “la Fiom non ci sta: sciopero” (vedi La Stampa, pag. 59, articolo di Marina Cassi).  Come se andare in cig è una colpa del lavoratore! Per Airaudo, “La cifra è insufficiente. L’azienda fa profitti sul nostro lavoro”. Il capitale è volatile, sceglie posti sempre più convenienti per esso, per essi.  Spreme. Anche nei giorni scorsi, in Francia si è registrata una ulteriore crisi, a Chatellerault, (nel centro della Francia), dove operai  della New Fabris hanno manifestato contro la chiusura dello stabilimento.  Preoccupazioni già viste, già conosciute. Una volta v’erano le crisi cicliche, quelle che avrebbero dovuto verificarsi “ogni dieci anni”; ora il tempo tra una crisi e l’altra si è accorciato. A volte il tempo pare proprio non sia passato, e con esso, tutti i diritti conquistati dal movimento operaio, con le sue lotte, il suo sudore: diritti che continuamente vengono messi in discussione. Il movimento operaio era forte, e il capitalismo doveva mostrare “la faccia buona”, per cercare di contenerlo. Il tempo sembra essersi fermato. Agli anni ’60. Non solo per alcune zone geografiche, ma anche per le persone. Non è un trolley a dare la sensazione del tempo passato. Laureati e operai continuano a fuggire dal Sud. “7oo mila giovani fuggiti dal Sud“, titolava la Stampa, venerdì 17 luglio: “un vero e proprio esodo quello che ha visto 700 mila persone scegliere l’emigrazione negli ultimi 10 anni”. Il trolley e la laurea non mutano la precarietà.  Erano il 25% dei laureati con il massimo dei voti a lasciare il Sud nel 2004, erano il 38% tre anni dopo.  Si è fatto proprio poco. Mentre si è fatto tanto, davvero tanto, per spremere e, per tradire.

Cremaschi e la Fiom: presenti!

Ieri sera ho seguito in Tv un dibattito, nel programma EXIT su LA7, in cui era presente Giorgio Cremaschi insieme ad altri signori. Cremaschi non ha certo bisogno della mia solidarietà, anzi: colgo l’occasione per ricordare, insieme a lui, come il tempo per la nostra classe, categoria, non sia affatto passato.  Lo “sfruttamento” parrebbe sempre  in agguato, anzi, non essere mai terminato. Circa 39 anni fa, in numerosi comuni, venivano posti ordini del giorno in cui si riaffermava la crisi causata, tra le altre cose, anche da speculazioni finanziarie.

Nel gennaio del 1976 in alcuni consigli comunali venivano posti ordini del giorno in seguito alla crisi di Governo. In uno di quei consigli, che chiamerò X, l’ordine del giorno era il seguente: “Preso atto che la crisi di Governo coincide con una grave emergenza economica e con seri pericoli per l’occupazione ed è resa più preoccupante dalla speculazione del grande capitale finanziario internazionale fa voti perchè le forze democratiche costituiscano rapidamente un nuovo Governo che affronti i problemi economici attribuendo importanza prioritari all’occupazione, alla riconversione produttiva, allo sviluppo del Mezzogiorno e sapia essere efficace interlocutore nelle vertenze contrattuali che vanno maturando…...(continua).

Colgo l’occasione per dire, che anche in Polonia sono in atto processi di delocalizzazione. Si, delocalizzazione, magari verso l’Ungheria.

Cremaschi, siamo con te.

LETTERA APERTA INDESIT, le domande di chi lavora.

lavoratori-non-sono-in-venditaLETTERA APERTA INDESIT, le domande di chi lavora.

Come dice l’articolo 1 della Costituzione Italiana “L’Italia è una repubblica che si basa sul lavoro”. Si, ma il lavoro di tutti i suoi cittadini. E non il lavoro dei cittadini di altre nazioni. La notizia emanata diffusamente dai media sulla chiusura di uno stabilimento in Italia, per precisione quello di None, vicino Torino, è per molte persone uno dei tanti indici di segnalazione di un periodo economicamente non florido.

Tanti stabilimenti sono stati chiusi da altre aziende e tante aziende hanno chiuso e terminato la loro produzione. La Provincia di Torino, risente in particolar modo di questa situazione congiunturale. Ma nello specifico il nostro stabilimento presenta una differenza sostanziale dalle tante altre realtà vicine e lontane: il sito produttivo di None non appartiene ad un’azienda straniera e la Indesit non è un’azienda sull’orlo del fallimento.

Quindi, perché chiudere? Se guardiamo velocemente fuori dai nostri confini, notiamo che le aziende straniere chiudono gli stabilimenti che hanno sparsi sui territori internazionali per mantenere attivo ciò che hanno in casa. Gli esempi sono la Motorola di Torino, la Whirpool di Pordenone oppure le realtà di casa USA, anche con l’aiuto del loro Governo.

Qui in Italia avviene invece il contrario. Oltre alle tante realtà produttive finite in mano straniera, lasciamo andare all’estero anche le realtà in mano italiana. La produzione di lavastoviglie dei marchi Indesit e Ariston verrà spostata dallo stabilimento di None in quello di Radomsko, Polonia.

Questo trasferimento è dettato dai differenti costi di manodopera ed energetici, oltre ad un accordo economico-industriale, già ufficializzato alcuni anni fa, tra l’azienda e il governo polacco.

I motivi di disaccordo verso questa decisione sono notevoli: questo prodotto è stato sviluppato nello stabilimento di None, frutto dell’esperienza dei suoi dipendenti e dei suoi uffici e laboratori, gli impianti sono stati messi in efficienza tramite le maestranze dei suoi operai e il lancio del prodotto è stato garantito dai suoi lavoratori nelle fasi produttive e risolutive. E adesso che tutto è funzionante e collaudato lo portano via?!

La stessa professionalità che ha partorito il nuovo prodotto diventa il gap economico che non consente di mantenere la produzione in Italia? Si, perché cercare la professionalità tecnica e produttiva nei neolavoratori polacchi è azzardato. E ai lavoratori italiani cosa rimane? Il contributo speso per lanciare la produzione all’estero. E ulteriori sforzi per provare a lavorare ancora. Ma allora, dove si trova l’etica industriale e sociale?

Come si può lasciare 600 lavoratori da una parte e prendere altre 600 persone in un altro paese solo perché guadagnano – per ora – il 30-40% in meno? E quanto incide questo costo sul costo totale del prodotto? Il 15%? E’ bene ricordarsi che la professionalità, l’esperienza, la qualità hanno un costo e i numeri sopra esposti valgono queste caratteristiche.

E la serietà di un’azienda si può ritrovare in queste mosse?! L’intento è cercare un maggior profitto a scapito di qualità e professionalità? Oppure ottenere aiuti economici dalle parti sociali, come ha fatto mamma-Fiat ?che importa se a soffrire sono i lavoratori della massa popolare.

Si deduce che su questa strada è facile fare “industria”, con i soldi e la pelle degli altri. Da una parte ci sono le sovvenzioni, dall’altra parte ci sono i tagli di costo e il profitto è fatto.va bene anche se si produce di meno. Perché le aziende estere non soffrono di questi mali? Perché le realtà industriali estere tornano a casa e non fuggono nei paesi dell’Est per fare il loro profitto?? Non li abbiamo ancora menzionati, ma cosa fanno i nostri governi, i nostri politici, qualsiasi sia il loro colore di appartenenza?

Per adesso guardano , commentano e si voltano. La crisi economica, la disgregazione industriale e l’implosione della redditività dei suoi cittadini non fanno parte dei loro interessi. Calano gli introiti da imposte, cala l’economia, aumenta i costi sociali di ammortizzamento, ma “lassù” non c’è preoccupazione.

Interventi contro le delocalizzazioni. (il Prc piemontese)

riunione-al-gruppo-prc-piemonte1Oggi, durante la pausa pranzo, sono stato presso il Consiglio Regionale del Piemonte, dove si teneva una conferenza stampa su: “Interventi contro le delocalizzazioni: se non ora quando”?, in via Alfieri 15, Palazzo Lascaris, Sala dei Presidenti. Gli interventi da me ascoltati sono stati quelli di Juri Bossuto, Consigliere Regionale Prc e primo firmatario della legge, Tommaso D’Elia, Capogruppo Provinciale Prc, Luca Cassano, Capogruppo Comune di Torino Prc. Nella sala era presente anche il Consigliere Regionale Sergio Dalmasso.  Con tutti i suindicati era presente il Segretario Regionale del Prc Armando Petrini.

Il succo della conferenza stampa è stato: “L’Indesit di None vuole delocalizzare in Polonia, l’Olimpias di Piobesi in Tunisia, la Cabind di Chiusa San Michele in Polonia. Questi sono solo tre casi, più recenti, di spostamento dell’attività produttiva in paesi dove la manodopera costa meno ed i lavoratori sono meno tutelati.

Il governo italiano latita. Che cosa possono fare gli enti locali?

Più di un anno fa abbiamo presentato una proposta di legge “Norme in materia di delocalizzazioni, incentivi alle imprese e sviluppo dell’autoimprenditorialità collettiva“.

Proponevamo tre semplici cose:

  1. Normare le regole di erogazione dei contributi pubblici rendendo gli stessi  realmente utili allo sviluppo ed alla crescita economica del territorio, al quale devono rimanere legate per un numero consistente di anni (contratti di insediamento).
  2. Vincolare i contributi e renderli progressivi sulla base di parametri chiari che tengono conto di intenti “sociali” ed effettivi benefici che ricadano sul territorio piemontese.
  3. Restituzione dei contributi pubblici in caso di delocalizzazione totale o parziale degli impianti produttivi e/o di non rispetto degli accordi previsti dai contratti di insediamento.

Il tempo a mia disposizione oggi è stato davvero risicato, in quanto breve la pausa pranzo, per poter fare un resoconto più completo sugli interventi, ma sono stati distribuiti dei dvd e ha, anche, dato un breve risalto il TG 3 regionale del Piemonte.

p.s.

Il testo in pdf della proposta di legge presentata durante la odierna conferenza stampa, come segnalata, nel commento, dall’amico e compagno Luca Cassano, è qui: Norme in materia di delocalizzazioni, incentivi alle imprese e sviluppo dell’autoimprenditorialità collettiva.