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“Gelicidio”

Gelicidio. Chi era costui? Sembra sentir risuonare la voce della professoressa M. intenta nella lettura dei Promessi Sposi. E noi,  in classe,  muti. Guai a distrarci. Correva l’anno che non si dice. Ma poi,  “chi era”,   meglio,  il gelicidio,   cosa è? Acqua ghiacciata con conseguenti cadute e ricadute in giro  per l’Italia e di conseguenza pronto soccorso intasati.  Alcuni anni fa,  di ritorno dalla provincia di Cuneo, in treno,  leggevo sulla Stampa,  in prima pagina,  il ritorno della galaverna. Era il 2008? Probabile. Strani “fenomeni”. Ora di ritorno esiste il freddo e il gelo. E di ritorno c’è  stato anche quello sui banchi di scuola e sulla cattedra,  anzi,  dietro,  e numeri alla mano e tabelloni a segnare il confine geografico tra trimestre e pentamestre.  Solo pochi giorni fa era la tombola. Fortuna che non e’ il “giudizio finale”. E in una Torino gelata non ci si è  fatta mancare una uscita didattica presso la “Piccola casa della divina Provvidenza” (Cottolengo) e Valdocco.  Cura e educazione,  oratorio,  istruzione.  Con attenzione al prossimo. Con sottofondo “La cura” di Battiato. La Mole, oltre Porta Palazzo,  immersi tra una grandissima umanita’. metto le cuffie e risento la cura… brrrr che bella,  e brrrr che freddo…

Processione

La processione si e’ appena conclusa. Eppure qualcosa resta. Addosso. Appiccicato. Come la cera delle candele sull’asfalto di una strada in costruzione. Come il sudore dopo una lunga camminata. Sotto le suole delle scarpe, che poi, quando rientri a casa, ti butti sul divano, sciogli i “lacci” e scopri quanta umanita’ ti sei portato appresso. Pensa che pensi: i bus, i tram, autisti che aspettano che il solito percorso venga al piu’ presto ripristinato. E ancora lenzuola e coperte, le migliori sui balconi, applausi. Passa il carro. Applausi. Un tempo c’erano “quelli del Cottolengo” a guardarci e gli ammalati forse eravamo noi. E davvero quello era un miracolo. Eravamo noi a esporci. Oggi il percorso e’ modificato. Sulle finestre dei post it di ogni colore richiamano gli impegni. Di oggi e domani. Che ci sara’ da fare in quella casa?Sara’ maschio? Femmina? Ragazze e ragazzi che si trovano in questa “mini autostrada” e cartelli di appartenenza. Giornate giovanili, oratori, citta’, regioni, anni, mesi, tutto si mischia tutto si tiene.  Ricordi che hanno fatto storia  da ricordare a scuola domani, racchiusi in pochi giorni: il compleanno di Diego, il caro “vecchio sindaco di Torino, il compleanno dello statuto dei lavoratori, e poi Peppino, il film da vedere, Falcone, Borsellino… domani. Oggi e’ questa umanita’ che cammina, prega, chiede, pensa. In cammino, ai lati delle vie, quasi per non farsi vedere. Joseph Conrad, il quotidiano. Che dice? “E’ impossibile comunicare ad altri la sensazione viva di un momento qualsiasi della nostra esistenza, quel che ne costituisce la verita’, la sua sottile e puntuale esistenza”.  Ci sono “gas” che provano a stare insieme. Temperatura e pressione sono al punto giusto. Si combinano bene, come l’azoto, l’idrogeno per fare l’ammoniaca. La temperatura e’ costante cosi come la pressione. Dovessero mutare…amici come prima. Ognuno per la propria strada. Qui, no.  Non provarci e’ peggio della solitudine, provarci e’ aiutare se’ e gli altri. E’ forte questo odore di cera mischiato al profumo dei fiori bianchi. Stordisce parecchio. L’orologio segna le 23 circa. Il percorso ultimato. Il carro sulla piazza.

Torre, un uomo che non sta mai fermo

DSC00282E così ho avuto il piacere di partecipare alla grande giornata, del compleanno di Giuseppe e di un grandissimo riconoscimento, giunto apposta da Roma. Quanta emozione! Una bella lettera dal Rettor Maggiore, dei Salesiani, don Pascual Chavez.

Un monumento alla storia di un uomo grande come Giuseppe che ha dedicato una vita intera al quartiere Valdocco e a tutta Torino. Chi è passato da queste parti, nel periodo dell’adolescenza, ricorda le cioccolate con la carta color lilla “Kerestin”, dispensate nei periodi di festa e non solo. Chi è dalle parti di Porta Palazzo ricorda la cura nello scegliere i fiori, le piante, i migliori, le migliori. Chi vendeva le stoffe, in Piemonte, in Lombardia, lo ricorda sempre “munito” di garbo e dolcezza. E così, per ogni attività, da lui svolta, senza  sabato o domenica. Sempre pronto e disponibile nella sua parte di educatore. Entrando in questa cittadella, si sente ancora il rumore di un pallone, di qualche pallina da ping-pong, qualche quaderno, libro e una matita. Esattamente come un tempo. elle giornate di neve, sotto i portici, i tavoli riservati ai “pellegrini di passaggio”  erano pronti a diventare tavoli da ping-pong con le racchette generosamente da lui  prestate. Ma a volte, si sa, nella storia è bastato anche un solo fischio. Così, tanto per iniziare. Per un buon inizio è sufficiente questo.

Ora, sarebbe bello ricostruire un pochino le vicende delle sue radici e, chissà, se davvero qualcuno della sua famiglia, per motivi di lavoro, “volo'” verso l’Argentina. E provare a vedere se sussistono legami di parentela con Giuseppe.

Bhe, non resta che mettersi in “cammino”.

Intanto sarebbe bello un augurio da Villafalletto, luogo che ha dato i natali questo uomo e, perché no, dal nostro caro Sindaco di Torino, Fassino. Sono certo che non mancheranno questi ulteriori auguri speciali.

Un devoto “operaio” di 98 anni: Torre Giuseppe

DSC00252DSCN3726Mentre le dita battono sui  tasti della tastiera e via via compongono un testo, mi rendo conto di quanto povero sarà lo scritto che prenderà corpo, dinanzi alla grandezza di una persona che ha dedicato una vita intera, la sua, al lavoro. Una vita dedicata al servizio della Chiesa, di don Bosco e di Dio. Una vita spesa nel lavoro, al servizio degli altri, del prossimo, in continuo dialogo, a sinistra, destra, centro. Senza collocazione. Perché il prossimo con cui entrava in relazione non ha mai avuto né colore, né etichetta, né collocazione politica. Vediamo di chiarire di quale “operaio” stiamo parlando. Torre Giuseppe, nato il 3 febbraio 1916. Una storia importante che ha contribuito alla crescita di una comunità. Quindi, prima di continuare il racconto, i migliori auguri da parte di tutte le persone che in un modo o nell’altro hanno avuto la fortuna di incontrarlo e gli auguri di chi, pur non incontrandolo, ne ha  sentito parlare.E gli auguri di quanti verranno che dovranno custodire il suo lavoro, ben visibile in ogni angolo di questa cittadella che è Maria Ausiliatrice. Giuseppe, nato a Villafalletto, a “circa 20 km da Cuneo“, nella fertile pianura che si estende tra il  capoluogo e i centri di Savigliano, Saluzzo e Fossano”. Ha avuto un fratello gemello, che sfortunatamente muore precocemente. In seguito, nonostante le ristrettezze economiche, la famiglia di Giuseppe “adotterà altri fratelli”, abbandonati da altre famiglie sventurate. Un fratello, Luciano, che in seguito seguirà Giuseppe nella stessa “missione”, a Torino, come la sorella, Lucetta, divenuta una bravissima sarta. A dieci anni Giuseppe, viene mandato a “servizio”, in campagna, per svolgere “quei lavoretti che i bambini possono fare, pur non avendo le potenzialità fisiche di un uomo”. La semina, ad esempio o la “conduzione delle bestie”. E proprio al termine di una giornata lavorativa, al termine della semina, con il sacco a tracolla, riceve l’ordine di spostarsi, di famiglia, per lavoro. Altra casa, altro lavoro. Dalla famiglia Gastaldi. Da qui, i ricordi intrecciano altre persone, altri personaggi, altro lavoro. Il marchese del suo contado, Don Cavallo,  Gavarino il fornaio,  il racconto  e l’incontro dei Salesiani di Torino,  prima di vederne le opere “all’opera”, gli spostamenti: Fossano, Saluzzo,  e…Torino. L’idea di Giuseppe era quella di partire in missione, in Brasile, a Rionegro. Il caso ha voluto diversamente. Arrivato a Trieste in treno, da Torino, per imbarcarsi, destinazione Brasile, una accurata visita medica impone un secco “non è possibile”. Una congiuntivite impedisce di salpare. Giuseppe si ritrova così a dover fare marcia indietro verso Torino. Ci riproverà, ma, nuovamente l’esito della visita medica dice no. Il destino ha voluto che dedicasse la bellezza di tutti questi anni al lavoro della Basilica di Maria Ausiliatrice. Quella “vecchia” e quella ampliata, la “nuova”.  La guerra che incombe, le sirene che suonano, il rifugio, mai riempito, perché la gente, “il fedele preferisce” rifugiarsi all’interno della Basilica. I rapporti di aiuto e sostegno nel momento del bisogno, i partigiani…Ricordi di ogni pezzo di questa storia. I marmi per l’ampliamento della Basilica  che provengono da ogni parte del mondo e  lentamente rivestono una bellezza grazie alla perizia e la diligenza nel seguirne i lavori, da parte di Giuseppe. Il racconto si snoda ancora nel viaggio a Roma, per sei giorni, nel furgone contenente “l’urna di don Bosco”  da esporre per l’inaugurazione della Chiesa, di don Bosco nell’omonimo municipio della capitale. “Urna esposta poi anche a San Pietro insieme a quella di Pio X”.  E ancora, una “mole” di rapporti umani con l’intero quartiere. Anche oltre.

Dalla sua stanza all’ultimo piano, osserva la cupola della Basilica, ricorda come effettuava il cambio delle lampadine, poste sulla corona della statua della Madonna. Giuseppe, “arrivato fin lassù con una semplice scala, tenuta da un altro operaio. Tempi in cui la sicurezza non imponeva regole. Qualcuno doveva farlo e io lo facevo”.  Pensa, ripensa, conta mentalmente tutte quelle lampadine cambiate. Le campane, prima del sistema elettronico. Da una finestra, osserva il luogo in cui ora, e per undici mesi all’anno  si trova il carro, dove la statua della Madonna, il 24 maggio, esce dalla Basilica per la processione nel quartiere. I ricordi vanno all’immenso lavoro con i fiori, la composizione del carro, la distribuzione dei fiori, regalati da un benefattore anonimo. Il giorno di San Giovanni Bosco, Giuseppe, passato dietro l’urna a volgere un breve saluto al Santo, ricorda la meticolosità, l’attenzione, la cura e l’amore della pulizia di quell’urna. Una volta l’anno. Ricorda altri ricordi, del suo amore verso qualcosa che non è solo per il lavoro. Ma di più. Per altro. Ricorda il vetro, il tavolo per far scivolare quell’urna. Ricorda spaccati di storia e di società.  I fedeli tendevano l’orecchio. Quei racconti stavano prendendo la via pubblica: per molti era davvero una occasione di toccare con mano la storia. Una storia lunghissima. Scritta nello stesso identico posto. Davvero dentro il  suo lavoro esiste un amore grande. Era destino che la sua missione fosse a Maria Ausiliatrice, a Torino. Ora, col sorriso sulle labbra, che mai gli è mancato, davanti quell’urna, in preghiera, pare chiedere di poter cambiare “parte”. Ora, avendo meno forze e più tempo, mi piacerebbe recitare la parte di Maria, dopo tanti anni di Marta. E recita Luca 10, 38: “Marta invece era tutta presa dai molti servizi. Pertanto fattasi avanti, le disse: “Signore, non ti curi che mia sorella mi ha lasciata sola a servire? Dille dunque che mi aiuti”. Ma Gesù le rispose: “Marta, Marta, tu ti preoccupi e ti agiti per molte cose, ma una sola è la cosa di cui c’è bisogno. Maria si è scelta la parte migliore, che non le sarà tolta”.

Nonostante questo, tutte le mattine, Giuseppe, potete trovarlo a dare il suo contributo in sacrestia. A Maria Ausiliatrice.

 

 

Buon compleanno, Giuseppe.

Impronte nel ’94, Orme nel 2014. I Maggiori, rettori

DSC00232Fino a poco tempo fa, una delle tante professioni che mai avrebbero conosciuto periodi di crisi, o, addirittura,  saracinesche abbassate per cessata attività, era il calzolaio, il ciabattino. Da queste parti, ne esisteva uno. “Nella città dentro la città”. In molti, passavano da lì, in quel negozietto, posto tra due piccolissimi archetti, tra un cortile ed un campo da gioco. In pietra. Tra due sotterranei, dove nel primo, si cuoceva il pane, di comunità, nel secondo, con gli anni, ci si rifugiava, dal rumore delle bombe. Poco lontano dal campo in pietra, double face per la domenica, il parcheggio, buono per la rimessa delle macchine la domenica mattina. E sempre nei giorni di festa,  un bar aperto, con profumo di caffè e brioches, qualche chiacchiera, un incontro, il più ed il meno della vita, come capita spesso nei vari “livelli di vita”. Nel cortile, piante e fiori, sempre ben curate. Un ispettore ne sovraintendeva la cura.  Dal  negozietto del calzolaio  emanava un odore, quello del cuoio,  che si respirava già dalla portineria, all’entrata, dove era posto uno di quei vecchi telefoni a rotella, a gettoni, che resisteva al passare del tempo.  Anche la cabina era qualcosa di arcaico. Un uomo mite, con con le rughe trasversali sulla fronte, era addetto, da molti anni, al cambio dei gettoni e al centralino, con tantissime telefonate internazionali in arrivo. “Buongiorno Almini“, e l’uomo mite rispondeva con un cenno di mano e un sorriso appena accennato. La sua era stata davvero una missione. Almeno fino a poco tempo prima. E mentre infilavi ad uno ad uno i gettoni nell’apposita feritoia, cominciavi a respirare l’odore, che non si sa bene esattamente di cosa, se di pelle e cuoio o pelle e cuoio misto al profumo di bucato proveniente dalle lavanderie. E col cuoio avanzato e regalato dal calzolaio, i ragazzi,  si divertivano, ci giocavano, provando a realizzare braccialetti intrecciati. Da quei gesti avrebbero anticipato l’importanza dell’intreccio nelle relazioni umane. Nonostante il re di quel negozietto fosse il cuoio, la Regina, come facile immaginarsi, era un’altra. (La regina di cuoi, invece, la si trovava in una zona ristretta e delimitata, nel cuneese, a Bra. Talvolta le pagine di quel libro fanno compagnia a qualche studente universitario, o qualche ricercatore di storie locali. “Regina di cuoi”, di Giovanni Arpino, anche questa, una storia di amicizie, di gioia e divertimento, dello stare insieme nei momenti di festa, del piacere nelle lunghe camminate e giocate con gli amici. Scrittore tra altri de “La suora giovane”, Sei stato felice Giovanni” edito nella collana “Gettoni“, “Gli anni del giudizio”, “L’ombra delle colline“. Inoltre, giornalista sportivo de La Stampa).  Ci si andava, dal calzolaio per un tacco, una suola, una stringa. Dovevano durare il più possibile, per compiere una infinità di km. Per giocare, lavorare, camminare.  I soldi erano pochi. Le scarpe dovevano resistere, magari per passarle al fratello più piccolo. Talvolta con le scarpe buone, della domenica, si finiva per giocarci,  al pallone. Spesso con un tocco particolare, magari di tacco,  insieme alla rete, si riusciva a rimediare un buco, in una delle due scarpe. Gli applausi e gli abbracci duravano quel poco che potevano durare. Il pensiero, correva subito al dopo partita e al ritorno a casa. Quando  il rientro a casa, insieme al pranzo, poteva essere “condito” da una buona dose di carezze materne.  Le scarpe servivano, erano utili, necessarie. Un tesoro da capitalizzare. Da conservare il più possibile. Utili, per andare, lontano. Viaggiare. Magari all’estero o in qualche missione. O magari, perché no, al mare.  Fare strada e non farsi strada. “Far fare strada“, fornirle, regalarle, per  provare a stare meglio “sulla strada“. Per lasciare impronte e sollevare, alleviare dalle fatiche chi segue. Quando le nevicate erano abbondanti, e camminare diventava difficile, era facile incontrare (quando non si chiudevano le scuole e qualche giunta comunale cadeva per “le abbondanti nevicate”) qualche padre “disegnare” impronte coi suoi passi. A seguire, il figlio, con i piedi nello spazio ricavato dalle impronte del padre.   Forse Egidio il Rettore,  pensava questo, quando il 31 gennaio dono’ alcune paia di scarpe da ginnastica ad alcuni ragazzi per meglio cooperare.  I mondiali di calcio del 1994, negli Usa, erano vicini. La strada da percorrere  era davvero molta. Occorreva lasciare  impronte per sfuggire alla mediocrità. Ora, l’odore del cuoio non si sente quasi più. Qui, come dalle parti del braidese, dove quell’odore era “industriale”.

Ora, altre orme e  nuovi piedi, “Maggiori“,  lanciano ai giovani  un monito, nuovo quanto antico. Anche le orme del 2014, come le impronte del 1994,  a pochi mesi dall’apertura di un nuovo  “Mondiale”.  E si sa, tutte le partite, cominciano con un “fischio”. Anche questa bella vecchia e nuova partita inizia con un solo e semplice “fischio”. La storia  continua a lasciare le sue impronte.

Un paio di scarpe. Da ginnastica. Una numerazione ristretta, ma efficace. Da numero “tre”  su cinque punti, lasciti. Di ieri: “orme”.  Nella città dentro la città.  Orme da lasciare “camminando affinché altri le possano seguire. Sono pochi, quelli che sono capaci di lasciare orme. Occorre lasciarle, per altri. Per chi segue. Parola d’ordine: no alla mediocrità. Occorre camminare sulle strade della vita lasciando orme”. Poco prima della Buonanotte. Del 30 gennaio.DSC00198

A Vernante (Cuneo)

DSCN3035DSCN3043Una giornata a Vernante, Cuneo. Con una piccolissima “fetta” di quello che è il mondo della scuola. Mondo piccolissimo, davvero,  variegato, variopinto, colorato, a tratti, come alcune “palline” colorate, con funzione  ferma capelli, poste fra treccine rappresentanti un mondo nuovo e vicino allo stesso tempo. Mondo piccino ma portatore di  grande  speranze come giusto che sia per chi si affaccia alla vita,  con uno zaino tutto da riempire, come quello che si trascinano dietro le loro spalle, oggi: cibo di provenienza lontana farcito da mille raccomandazioni, ricevute nell’atrio della stazione di Torino Porta Nuova, raccomandazioni che rimbombano in tante lingue, nella teste e nelle orecchie di questi giovani protagonisti, per un giorno, per la vita,  presto riposte in qualche angolo mentre il treno si allontana e fazzolettini bianchi vengono riposti nelle tasche di qualche genitore. Fin dai primi minuti successivi la partenza, canti e musica. Musica di violino che accompagna piccoli viaggiatori a raccontare il prima e il dopo, e  a raccontarsi tra mille fantasie. Violino: quando la scuola azzera le differenze. L’esperienza di una scuola, di piccoli e forse di “frontiera” ma che scommette sull’apprendimento di questo strumento per abbattere barriere e “frontiere mentali”. Si cerca di renderla migliore, nonostante le condizioni dei lavoratori non siano delle migliori. Ma questa è altra musica. Torino Lingotto, Carmagnola. Dall’altra parte la strada ferrata che porta verso Slow Food, un intreccio, molto in comune. Poi,Fossano, Centallo, Cuneo. La Granda. Studenti, studentesse, lavoratori, lavoratrici che scendono. Pochi salgono, sul treno. Poi, Vernante, un paese con le montagne davanti e case poste tra murales e bellissime facciate colorate. La pro-loco e tanta bellezza. Natura. Qualche goccia, ma, senza paura. Il museo, dipinti, giornalini.  Pranzo, passeggiata. Storie, tra la fatina, Mastro Geppetto, Ciliegia, il gatto e la volpe, la giustizia. Il campo dei miracoli, e via, tra una facciata e l’altra. Il tempo scivola via lentamente. Un saluto al Pinocchio enorme, poi, la Stazione. Si avvicina il rientro. Un treno, poi un altro. Un minuetto.  Un signore seduto, intanto a leggere un bellissimo libro: Guerra e Pace. Mi piacerebbe leggerlo, penso. Ha i baffi, ha scritto tantissimo e il venerdì è sempre presente su La Stampa. E’ diretto Verso Porta Nuova, e una bicicletta lo aspetta. Come sempre. Quasi. E’ un giornalista, di lungo corso: Bruno Gambarotta. Gentilmente ci offre compagnia, parole dolci. Scambia parole con questi giovanissimi viaggiatori. Altra musica. Una bella giornata. Tra Vernante e……………la circoscrizione 7. Le lancette corrono, velocemente. Il tempo della gita è terminato, il suo ricordo, della prima gita, non avrà mai fine.

Tempo di lettura

Sempre tempo di lettura, con qualsiasi tempo e umore. A Cuneo, Scrittorincittà, una iniziativa dal 15 al 18 novembre, iniziando con Leopardi… Patria, l’Italia (nella foto a destra la famosa biblioteca di Recanati, dove i tre fratelli Leopardi erano soliti passare intere giornate a studiare sotto occhi attenti di precettori, superati poi dallo stesso Giacomo.

A  Milano, BookCity, tre giorni di incontri con autori e letture pubbliche… e ancora a  Genova, l’iniziativa “L’altra metà del libro”, a Palazzo Ducale. A Torino, infine,  Tesissime. Nelle vetrine di alcuni negozi del centro, infatti, sono esposte tesi universitarie (inerenti il capoluogo) discusse anni addietro…tempo di leggere il passato per pensare il presente. Libri come occhi, che parlano, raccontano, spiegano, se aperti sinceramente. Vetrine luccicanti, stile periodo natalizio, addobbate da “fiaccole” del sapere, che illuminano e accendono di passione. Libri come pupilli, anzi, come le pupille con le quali si puo’ e si deve interagire. Letture, storie autentiche, altre romanzate in chi le scruta, leggendone i titoli. Tesi, anzi, tesissime, come innamorati che non tradiscono e non feriscono. Arricchiscono, inducono a ridere, altre volte piangere, in alcuni casi ci gelano, con i loro dati e cifre. Ancora ci  ricordano costumi e tradizioni di un tempo, di  società andate, di sentimenti, lealtà, fedeltà, amore. Riprendendo Leopardi  (nel definire la nostra incompatibilità con gli slanci, i dolori, le speranze .. ricollegandosi ad esperienze di altre nazioni)  si muore anche da vivi. Personalmente, la mancanza di slanci, di condivisione del dolore, di sacrifici, il rifugio nella speranza, nell’attesa, lunga o, e, dolce, mi inducono a pensare a sofferenze da torcicollo emotivo che ci portano continuamente ad osservare sempre in direzione della stessa finestra, quella ormai semi chiusa, incapaci così di nuovi  slanci e  aperture…questione di romanticismo, forse di idealismo, lealtà, coerenza. Sentimenti.  Bellissime queste vetrine, così “sorridenti” che una volta tanto mostrano gustosi e invitanti prodotti culturali, unici. Autentiche dolcezze. Discutibili. Una volta sola. Per diventare “Dottori”.

Quante emozioni, con i libri. Un amore lungo (Giovanni Mariotti), anche se “il tempo è un dio breve” (Mariapia Veladiano)

Un viaggio di cinque anni chiamato “amore”

Di Simone Ciabattoni
14/05/2010 ore 7,30 circa. INSIEME ALLA CLASSE, dell’istituto agrario Dalmasso di Pianezza, Torino; con la classe  ci accingiamo ad un paio di  importanti visite di istruzione: un vivaio, sito nei pressi di Alba in provincia di Cuneo  e presso un’azienda vitivinicola, a Pocapaglia, nei pressi di Bra, anch’essa  cittadina in provincia di Cuneo. NON E’ UN SEMPLICE VIAGGIO D’ISTRUZIONE ma l’ultima occasione in cui  LA NOSTRA classe avrà modo di “spendere”  del tempo insieme.
La maturità che di qui a poco ci vedrà impegnati segnerà il termine di un anno scolastico; ma non  solo: con questo infatti si chiude  UN CICLO DI STUDI , DURATO  CINQUE ANNI; ciclo che ha conosciuto, onestamente, MOLTE DIFFICOLTA’ relative all’ambientamento, all’adattamento in un MONDO scolastico, quale, quello  DELLE SUPERIORI   così,  DIVERSO DA quello delle scuole MEDIE. Con il trascorrere degli anni, altre difficoltà si sono presentate. IN QUARTA, ad esempio, la classe si è formata dall’unione di due differenti sezioni, dando  luogo alla quarta classe SEZIONE G. Una fusione, inizialmente, non esente da difficoltà. Tutte, col tempo, ampiamente superate.
Il passare del tempo, l’approfondita conoscenza fra noi studenti, LO STUDIO, la fatica, l’impegno, il giusto valore dato a tutto ciò, hanno fatto sì che si superassero quelle difficoltà  prima citate, dando così vita  ad UN BELLISSIMO RAPPORTO TRA TUTTI I COMPAGNI. Rapporto ulteriormente migliorato con LA FANTASTICA GITA DELLA QUARTA SUPERIORE CHE HA DEFINITIVAMENTE plasmato le due sezioni di vecchia provenienza.

A ripensarci, oggi, il tempo è scivoltato via velocemente.  Un periodo che è una narrazione continua di storie personali, non solo di voti e  di valutazioni finali. Gioie, dolori, affetti, amori nati, cresciuti e terminati, amori non corrisposti e molto altro, che capitano a tutti in questa età.
TRA POCO PIU’ DI UNE MESE  TUTTO sarà FINITO, CI congederemo, ci  “licenzieranno” (probabilmente) dalla nostra scuola, la nostra casa:  seconda casa.  CERTO, l’amarezza la diluiremo, magari con un “ RESTIAMO IN CONTATTO”,  “non perdiamoci di vista”, “messaggiamoci”, “telefoniamoci”, restando con la consapevolezza CHE Nulla SARA’ PIU’ COME PRIMA. Un viaggio chiamato “amore” potremmo dire, alla Dino Campana, perché anche noi, abbiamo “coltivato le nostre rose”. Spesso, anche con le spine. Siamo uguali, ma anche tutti diversi. Non tutti occupano parte del proprio tempo, come rilevato da una recente ricerca,  un’ora al giorno, su you tube, un’ora su social network e ore settimanali sui videogiochi. Forse leggiamo poco, ma sappiamo chiederci il perchè “della balena grigia” avvistata in zone non sue; ci chiediamo quali conseguenze avranno  i disastri ecologici come “la marea nera”, dovuta all’inquinamento petrolifero e molto altro ancora. Ci dedichiamo al volontariato. Molti continuano ad essere generosi ed altruisti: anche alla nostra età “ e non solo nei primi due anni di vita”. Amiamo la vita con tutte le sue differenze; diamo importanza alla biodiversità e sappiamo di aver ricevuto solo in prestito un mondo che va preservato da tanto male che spesso l’uomo perpreta al solo scopo di trarne profitto.
Per quanto mi riguarda, anche io ho avuto modo di AFFEZIONArmi AD ALCUNE PERSONE piu’ di altre, e ROBERTO FRA TUTTe. Un amico, sempre presente, FIN DALLA PRIMA superiore; un’amicizia che ha conosciuto anche TANTE DISCUSSIONI, anche,  POLTICHE e nonostante cio’ Roberto resta, per me, un punto di riferimento.
Il futuro, per me, sarà Università, anche se “a caro prezzo”, dato che, a quanto ho avuto modo di vedere e sentire dai televisione e giornali, non “naviga certo in buone acque”.
Qui, avro’ probabilmente la compagnia di  RICCARDO E MICHELA. Al primo va un ringraziamento speciale per tutte le volte che mi ha accompagnato in macchina. A Michela, conosciuta solo in quinta, un incoraggiamento particolare, a non mollare mai. Il resto, che avrei piacere a comunicarle, in un mondo dove tutto è divenuto “spazio pubblico” vorrei preservarlo dalle luci e dai riflettori, ridando in tal modo, dignità e purezza ad un sentimento che nonostante tutto continuerà ancora a chiamarsi amore.
Ora, IL MOTORE DEL bus, di questo viaggio chiamato scuola superiore Dalmasso, è ancora acceso, ma lo sarà per poco. Le campane suoneranno ancora altre volte, ma non per noi; il nostro registro, si avvia alla chiusura e a prendere posto in un archivio, insieme a quelli degli anni passati. Le fotografie di classe finiranno su qualche scrivania, altre in qualche cassetto, ma restiamo noi, che abbiamo contribuito a scrivere un pezzo di storia e certamente altra ne scriveremo.
Sentivo l’esigenza di scrivere per dimostrare che dalla penna non fuoriesce solo inchiostro, ma emozioni, che devono essere liberate. Televisione, pubblicità ed altro ci dipingono in un certo modo, ma non siamo tutti così. Amiamo il sapere e desideriamo conoscere; vogliamo un’università che sia per tutti e non per pochi, aperta, senza confini. Sappiamo amare, nel modo giusto, senza clamori e pubblicità e sappiamo piangere. Come è capitato anche a me nello scrivere questo viaggio “chiamato amore”.

La scuola, la politica: miei amori

Di SERGIO DALMASSO

Sono a scuola dal 1972.
Il tour della provincia granda: Ceva, Mondovì, Alba, Saluzzo, Verzuolo…, poi approdo a Cuneo.
Scelta delle serali per – non avere problemi di disciplina, rotture di scatole… – per avere tempo libero durante il giorno (biblioteca, sede) – per qualche residuo cattolico.
10 anni al diurno, 18 alle serali, 2 come esaminatore ai concorsi nazionali, 3 come “insegnante comandato” presso l’Istituto storico della resistenza.
Poi, inaspettatamente, 5 anni (meno due settimane) in Consiglio regionale del Piemonte.
Rientro a scuola lunedì 3 maggio 2010.
Mi danno tre mattine (sostituzioni) e 3 sere (una classe).
La scuola funziona come una macchina, ripropone, moltiplicati, tutti i problemi che ricordavo: POF, PEI, crediti, debiti, certificazioni (patentino, inglese, computer), invalsi, recuperi (pomeridiani, estivi), viaggi di istruzione…
La società in questi anni è andata a destra, in direzione leghista, razzista, fascista, populista… La scuola non fa eccezione. Il rifiuto di partiti e politica, negli studenti, si colora di senso comune di destra, di ideologie tutte individualiste (successo personale, è colpevole chi resta indietro, pena di morte, chiudere le celle e buttar via le chiavi, finire la scuola il prima possibile per lavorare e guadagnare, astio verso chi cerca di porre limiti – ZTL, velocità in auto… Non parliamo degli immigrati, pure sempre più presenti a scuola e da molti letti come un corpo estraneo.
Gli insegnati si impegnano, ma molti trasmettono questi “valori”, mentre molti “di sinistra” rischiano moralismi o prediche o eccedono in temi ed argomenti che dovrebbero passare in modo omeopatico e non forzato.
Ho sentito spesso porre la domanda “Ma come puoi dire (o scrivere) queste cose?” davanti ad un senso comune che è sempre esistito nei nostri paesi, che la DC ha per decenni controllato e che oggi ha, invece, piena dignità politica.
Ritorno sulle mie vecchie polemiche antiberlingueriane e, ovviamente, ancor più antimorattiane:
– necessità di forti elementi di base, sempre più mancanti, a scapito di tanti “progetti”, belli, ma spesso vuoti
– biennio unitario con opzioni
– riduzione del numero delle materie (spesso troppe e dispersive) e scelta di alcune materie, per ogni indirizzo “centrali”
– ricerca di un asse culturale, di una finalità della scuola,oggi assente.

Gli insegnanti dovrebbero dare l’anima a scuola, ma tornare allo studio, alla ricerca, troppo spesso sacrificata da mille attività (pensiamo alle relazioni dei collegi docenti di fine anno). Esempio morale e amore per lo studio e per i singoli temi, legati in un quadro complessivo (evitando compartimenti stagni e contrapposizioni tra cultura “Umanistica” e “Scientifica”).
Per il serale, credo oramai si sia allo sfascio. Classi sempre più piccole, abbassamento dell’età dei partecipanti, percorsi ultra rapidi in cui non esistono basi elementari (si arriva in quinta in un anno e ci si arrangia), concorrenza spietata delle scuole private (i diplomifici che Berlinguer aveva promesso di combattere).
Anni fa, avevo proposto un piano provinciale per i corsi serali per adulti in cui vi fossero alcuni poli in provincia, la non proliferazione dei corsi, un coordinamento fra gli stessi, la specializzazione di insegnanti preposti/e a questo tipo di utenza e non messi lì qualche mese perché mancano i posti al diurno.
Nulla si è fatto, i pochi serali stanno scomparendo, il Polis non supplisce, a parer mio, nonostante le lodi a livello regionale.
Tornando alla mia piccola storia personale, sto piano- piano reimparando, riprendendo i ritmi, cercando di capire (quando ho lasciato la scuola, 5 anni fa, gli/le attuali studenti/esse erano alle elementari o alle medie).
Come sempre, bisogna fare il possibile nelle situazioni date.
Certo, cinque anni, producono una ruggine enorme e non basta qualche giorno per eliminarla.

Incominciamo da queste note. Forse servono a discutere della scuola anche in questo interessante blog.

Sergio

Prossimi impegni di Sergio Dalmasso:
– sabato 15 maggio 2010, pomeriggio, BARGE, biblioteca civica, convegno su Ludovico GEYMONAT.
org. Comune di Barge, associazione Pietraprima.

– venerdì 28 maggio 2010, ore 21, BOVES, sala Borelli, dibattito sulla TAv.

Sergio Dalmasso, persona perbene e consigliere regionale del partito della Rifondazione Comunista ci scrive presentando la propria attività

Sergio Dalmasso, persona perbene e consigliere regionale del partito della Rifondazione Comunista ci scrive presentando la propria attività per i prossimi giorni di questa campagna elettorale.

Riportiamo prima alcuni dati personali: “Nato il 18 gennaio 1948 a Boves (CN). Laureato in Filosofia, Storia e Lettere presso l’Università di Genova, è insegnante di scuola media superiore a Cuneo. Ha fatto parte dei gruppi del Manifesto (fondatore in provincia di Cuneo), del PdUP, di Democrazia Proletaria (segretario provinciale dal 1977 al 1991). È stato tra i fondatori del Partito della Rifondazione comunista nel Cuneese, di cui è stato segretario provinciale dal 1991 al 1995 e dal 2003 ad oggi. È stato consigliere comunale a Boves e a Cuneo e consigliere provinciale. Collaboratore di riviste storiche, ha scritto testi sulla storia politica del movimento operaio, a livello nazionale e locale.
Nelle elezioni 2005 è stato eletto per la prima volta in Consiglio regionale nella lista maggioritaria. E’ stato Presidente del suo gruppo dall’inizio della legislatura sino al 30 aprile 2007

sabato 6 marzo, BOVES, volantinaggio al mercato

lunedì 8 marzo, TORINO, comitato solidarietà su terremoto in Cile.

martedì 9 marzo, ore 9.30 volantinaggio a Cuneo,mercato
ore 21, Lisio, dibattito elettorale

mercoledì 10, giovedì 11, venerdì 12, sabato 13, mattino volantinaggio e banchetti in località da definire

sabato 13, ore 21, BOVES, sala Borelli, “Battere le destre, ricostruire la sinistra”, a colloquio con Renzo Dutto, canta Luca Peirone.

Sergio ci comunica anche: “Ho Aderito, OVVIAMENTE, e invito altri ad aderire alla proposta del gruppo facebook: 24 Ore Senza Precari“.

Non avevamo dubbi che Sergio aderisse, sensibile com’è sempre stato e forte al contempo nell’approcciare alla vita, e agli ostacoli che ad essa sovente si frappongono,
con ironia, quando serve, e serietà.

Forza Sergio, siamo con te.

Romano e compagni.

P.s.

Dalmasso ha combattuto e ottenuto il dimezzamento della liquidazione per i consiglieri regionali piemontesi.

L’attività consiliare e i progetti di legge

E’ possibile trovare tantissimi scritti e suoi libri che ha reso disponibile gratuitamente nel suo portale:

www.sergiodalmasso.net