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Torino, città impoverita

Torino è la mia città, ma oggi non la si riconosce più. La povertà è scesa su essa in ampi strati della popolazione. La crisi del sistema capitalistico quì è arrivata sin da settembre 2008, rapidamente, inesorabilmente ed indipendentemente dalle capacità professionali dei lavoratori. Sono tante altre le città italiane a risentire della crisi finanziaria. Sono scelte, quelle delle chiusure delle fabbriche o della messa in cassa integrazione di tanti lavoratori, che partono da lontano, dalle multinazionali, ma che piombano vicino e nelle vite delle persone, le attraversano, e le dilaniano finanche insidiando il senso dell’onestà in alcuni. Quest’ultima cosa non deve mai accadere: vi è la lotta che deve ripartire contro questo mostro invisibile del mercato globalizzato. Oggi è evidente a molti: “A genova nel 2001, quando un ragazzo perdeva la vita, aveva ragione chi protestava contro quell’indirizzo che poche persone stavano dando al mondo“. Spegnamo le TV, accendiamo la coscienza sociale, ridiamo la fiducia a chi pur avendo commesso errori: sta dalla parte dei lavoratori. Il governo diffonde attraverso i media dati ottimistici sui consumi, ma si dovrebbe rispondere all’unisono con uno slogan: “Le chiacchiere stanno a zero: Noi la vostra crisi non la paghiamo“.

L’Italia come il 1953: “Ma noi la vostra crisi non la paghiamo”

Ieri sera, guardando il telegiornale regionale del Piemonte, una delle notizie riguardava i tanti torinesi che alla fine del mercato, uno dei più grandi d’Europa, Porta Palazzo, si recano a raccogliere quanto avanzato nei pressi delle bancarelle. Una delle persone intervistate, che rilasciava una dichiarazione che fotografa quanto drammatica sia in questo momento la situazione, era Sr. Paola, un’amica che da sempre si batte per ridurre la povertà, e non sto parlando di quella spirituale. Nella sua dichiarazione, frutto di una lunghissima pratica in quanto da sempre a contatto con strati di povertà sempre più crescenti, ribadiva come questa operazione di raccolta di frutta e verdura rimaste alla fine di ogni mercato, sia  un espediente di persone che fino a pochi giorni fa mai e poi mai avrebbero immaginato di attraversare una situazione così drammatica: gente che lavora ma che non ha soldi sufficienti per fare la spesa. Questa affermazione  e le immagini che scorrevano mi hanno fortemente impressionato. Nella stessa giornata di ieri, ho composto qualche numero di telefono di ex colleghi e ho chiesto  loro come era la situazione stipendio, dopo aver attraversato tutto il mese di novembre in cassa integrazione; il primo mi risponde: “600 euro“.  Pensavo si fosse sbagliato, così, ho composto altri numeri di telefono e quasi tutti mi hanno dato la stessa risposta. Per avere una situazione più reale sono andato a vedere la busta paga da me percepita nel 2002, nello stesso mese  di riferimento. I miei colleghi non si erano sbagliati. Sr. Paola ha fotografato, nel vero senso della parola, (in quanto la sua comunità alloggio è proprio sopra Porta Palazzo), e “toccato con mano”, (in quanto quello è il suo lavoro), ed i miei ex colleghi mi hanno fornito una triste rappresentazione della realtà. Eppure la Costituzione Italiana, la migliore carta presente oggi, tanto che Spagna e Portogallo l’hanno presa da riferimento, a mio modo di vedere, tutela la dignità del lavoratore e a quest’ultimo deve essere data una retribuzione tale da assicurare per se e la propria famiglia il giusto sotentamento…. Oggi, provo a fare un giro per le vie di Torino ed osservare alcuni negozi: mi sono fatto una certa idea, alcuni pieni, altri vuoti. Può darsi che la tredicesima abbia “ammortizzato” un pochino la situazione, ma a fine gennaio, ritelefonerò ai miei ex colleghi e chiederò a Sr. Paola come sarà la situazione. Torno a casa e con me molti pensieri, tante domande poche risposte. La situazione attuale quanto è diversa dal quel giorno del 1954 in cui a Palermo si teneva un convegno per la piena occupazione? Oppure quanto è cambiata dal 1954 quando in Italia si parlava dello schema Vanoni? Ma come mai così tanta cassa integrazione e nello stesso tempo parrebbe che alcuni utili possano essere ripartiti? Nello stesso tempo noto che circa dieci milioni di italiani hanno trascorso le feste di Natale presso un ristorante e che questi ultimi hanno così dichiarato poche perdite. Una società fortemente polarizzata, la nostra, in maniera accentuta prima che iniziasse la crisi, quando qualcuno ci parlava di detassare gli straordinari ed altre meraviglie.  E pensare che,  come molti, ho sempre rifiutato gli straordinari, come atto di solidarietà: meglio assumere che gli straordinari….peccato che quando con altri compagni della Fiom dicevamo questo, altri rispondessero, “se non faccio straordinario io, lo farà qualcun altro, quindi, meglio quei soldi in tasca mia….” Era solo qualche anno fa, chissà cosa penserebbero ora quelle persone e se forse ora riflettono sul senso della solidarietà, e non dico della carità.

Anche per Noi è Natale: Ma la vostra crisi non la paghiamo

Natale sottotono per i consumi, con vendite in calo in tutta Italia. La crisi c’è per tante famiglie italiane.
Non si può chiedere a quelle famiglie di pagare la Crisi finanziaria.
Non si può privatizzare l’Università e statalizzare i costi delle Banche.

babbo-natale-marx

“Cambia il tempo” da il Manifesto del 13 dicembre 2008

Oggi avrei voluto iniziare commentando alcune pagine di un paio di libri iniziati l’altra sera. “Acciai speciali“,  sempre per continuare sul filone del ricordo della tragedia Tyssen, libro scritto da Alessandro Portelli,  Donzelli Editore, e, con un altro libro, “Largo all’Eros alato!“, di Aleksandra Kollontaj, casa editrice il Melangolo. Il primo, perchè rientrava nella seconda parte dell’incontro tenutosi al Circolo dei lettori di Torino (subito dopo la proiezione del film di Mimmo Calopresti) e presentato a noi in quell’occasione. Volevo soffermarmi su alcuni punti e commentare e, o, suscitarne altri. Il secondo era un libro che avevo ordinato da tempo e che avevo scordato di ritirare dalla libreria. Ma, di entrambi, ne parlerò in seguito. In realtà, ho anche altri due libri dei quali vorrei parlare: il primo è di Andra Bajani, “Domani niente scuola“;  in settimana ho avuto la possibilità di scambiare qualche chiacchiera (presso  la libreria “la Torre di Abele“, dove il sig. Rocco, il proprietario, è sempre pronto a darmi suggerimenti su qualsiasi tema, mi ha dato modo di incontrare l’autore. Ho chiesto alcuni lumi per capire questa generazione. Il secondo libro  è intitolato “La vita bassa” di Alberto Arbasino, casa editrice Adelphi. Ma, di tutto ciò ne parlerò in seguito. Ora vorrei soffermarmi sulla giornata di ieri. Innanzitutto i numeri, dato che qualcuno continua a guardare ciò come si si guardasse dal buco  della serratura, oltre che minimizzarli  in continuazione. La Repubblica titola a pag. 6:  “Sciopero, in piazza il popolo della Cgil. Un milione e mezzo in 100 città“, La Stampa, a pag. 12: “Sulla crisi staneremo il governo“, Epifani: “In piazza un milione e mezzo di lavoratori“. Cisl e Uil: “No, è stato un flop“. Il Manifesto –  giocando un po’ con il titolo – : “Cambia il tempo” in prima pagina, ovviamente per dare risalto alla grandissima e bellissima manifestazione avvenuta in 108 città d’Italia. Nella foto campeggiano tanti ombrelli con dei cartelli al riparo che riportano: “Più lavoro, più pensione, più sanità, più scuola“….che analogia, almeno per me, con quell’apertura di pagina di tanti anni fa, del 1994 con su scritto “Che liberazione“, con una Milano sotto la pioggia. A pagina 2, continua con “I lavoratori insieme contro tutti“, e poi, nelle pagine 5 e 6 una immagine che dice tutto solo a guardarla. Un operaio con un casco, di quelli usati per la sicurezza con su scritto “Metalmeccanico al 100%“. Liberazione, in prima pagina riporta: “Sciopero, la Cgil vince la sfida“.  Rinaldini: “Crisi mai vista“, e ancora a pagina 2, “La Cgil vince la sfida. Riuscito lo siopero generale“.

A Torino, nella mia città, La Stampa, nella cronaca cittadina, afferma: “cinquantamila in piazza. No alla tessera del pane” (sciopero di pensionati, operai e studenti). La Repubblica nella cronaca cittadina di Torino: “Cgil e Onda: 30 mila in piazza, ma è guerra di cifre con la Cisl. Gli studenti “murano” una banca“. Come al solito, la guerra di cifre su una manifestazione che non piace a loro, direi io…loro, sempre per la …..”concertazione”.

Ma non ho parlato dei libri, o del libro, perchè ripenso, nelnostro sempre vivo modo di “spersonalizzarci” ad alcuni fotogrammi di ieri: operai, stanchi, malconci, con poche illusioni nell’immediato ma ricchi della loro diginità, del loro mangiare pane e sudore in quei posti che hanno contribuito ad edificare, ad arricchire con il loro sapere, e che si chiamano fabbriche. Ed ora, questi luoghi ricchi di memorie personali, intrise d’olio impastate a sudore e amarezze, quei volti, non li vuole più e non li degna neanche di uno sguardo. Penso a loro che incedevano mestamente, stanchi, ma pronti a dire di no ad una social card che li priverebbe di ogni dignità e che qualcuno vorrebbe garantire ai possessori un “ulteriore sconto” del 10% al bar, per la colazione o al ristorante, privandoli ulteriormente della propria dignità. Ma, è possibile proporre una cosa del genere a gente che stenta ad arrivare a fine mese? Ma, chi ha quelle monete in più da poter spendere per una colazione? per una pizza, per un ristorante?

La proposta è stata fatta nella mia città, a Torino, letta sul quotidiano di casa nostra. Ed io, cosa posso pensare, dopo aver distribuito pane ad un euro per molti sabati consecuitivi? Ma, chi propone queste cose, ha idea della realtà? Chi propone di spendere ha idea? Basta fare un’analisi della società: numero di dipendenti fanno tot, autonomi fanno tot, pensionati fanno tot…..quanti in cig?

Ripeto le cifre: a Torino 0 Milano nell’anno: 51943 a partire da ottobre. Tremila i lavoratori chimici; 500 nelle telecomunicazioni, centinaia in altri settori. La Cgil ha scioperato in una realtà drammatica, con convinzione, forza, e forse “cambia il tempo”. Lo sciopero è arrivato dopo aver visto 2 mila assemblee e 120 mila lavoratori che vi hanno partecipato.

La cig a novembre è a più 109% rispetto al 2007.

Quante facce ho visto ieri….e, di alcuni conservo le foto.

Un precario dell’Università laureato con 110 e lode, e tanti, tantissimi altri. Ma davvero tutta questa moltitudine può seguire il consiglio proveniente dal titolo di un articolo de “La Stampa” , “Bar e ristoranti scontati per chi ha la social card” ? Forse è vero, la politica è questione di tempi e luoghi prima che di opinioni, ma io, personalmente penso che a problemi e necessità urgenti bisogna dare risposte immediate, sempre. Forse, dopo questo sciopero, l’identità di questo popolo è visibile, c’è;  sono gli altri a non voler capire, quelli che hanno difeso sempre il mercato. Basti pensare che anche il Papa afferma che “La crisi alimentare è colpa della speculazione“, vedendo in questa affermazione i mandanti di questa crisi.