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“Tracce” negli occhi ma… “Caproni, chi era costui? “

Fin dalle prime luci dell’alba,  Torino è  un fiorire di zainetti e dizionari: e’ l’annuncio di una nuova maturità  alle porte. Trentamila? Chi lo sa. Molti,  tanti,  pero’. Carta di identità,  biro,  occhi stropicciati per una notte insonne o a singhiozzi, in tutti i sensi;  eccoli pronti, i “maturandi” con un passo fuori dalla scuola e uno ancora dentro,  in ogni caso,  in piedi, “davanti al cancello” prima dell’appello,  prima della busta,  prima del tema o saggio,  cellulare alla porta,  ovviamente,  prima di tutto. Un viaggio,  per loro,  di 5 anni che va esaurendosi, lentamente,  ma che ricorderanno,  per sempre. Nei discorsi,  nelle sere d’estate che verranno,  negli incontri che faranno,  porteranno sempre “tracce negli occhi”. Ne parleranno,  se ne parlera’ e riparlerà,  per molto… ancora molto. Tutta una vita davanti.  A buste aperte provo a leggere. Quella sul miracolo economico l’avrei svolta subito,  immediatamente,  con tutti quei ricordi universitari…miei;  il movimento studentesco,  quello operaio,  Palazzo Campana,  le contestazioni,  il triangolo industriale,  l’Italia che è  una Repubblica fondata sul lavoro,  ma che a Marcinelle (Belgio,  accordo governo italiano-belga,  minatori in cambio di operai minatori)morirono tantissimi italiani… e la politica,  gli accordi,  le ferie,  il ritorno al Sud,  le Ferrovie dello Stato e le industrie di stato… Ma anche il progresso materiale,  morale (che dire? abusivismo,  condoni,  sanatorie,  ne scriviamo?) e poi  la tecnologia, il lavoro…   erano belle e interessanti tracce. Nelle aule,  una domanda: “Caproni,  chi era costui? “

Un 46% di No. Una responsabilità da allargare. Sciopero generale

L’immagine è volutamente inserita in questo modo. Mi piace vederla così, in orizzontale, e forse perchè mi ricorda una quasi parità, quella ottenuta dall’esito referendario.

Un referendum “viziato” in origine, con l’ ipotetico rifiuto di un risultato: il No. “Se passa il no, vado via”. E nemmanco i monumenti ne vogliono sapere. Un monumento fasciato da una sciarpetta Fiom nel centro di Torino.

Un referendum passato col si, grazie a 441 voti impiegatizi (20 hanno avuto il coraggio di dire No). Un voto impiegatizio, “crocettato” prevalentemente da “Capi Ute” (qualche quotidiano ci ricorda che il merito è anche dei “pipistrelli”, dediti cioè al lavoro notturno. Solo 9 voti di scarto fra i due fronti se prendiamo in esame il voto delle tute blu (carrozzerie). In definitiva, 54% si, 46% no. Ora, qualcuno dovrebbe rivedere alcune cose. Rimettere in discussione. Tutto. Utilizzando quell’intelligenza che è mancata. E che non ha invece fatto mancare il senso di divisione. “Dividi e impera”, per qualcuno. Forse piu’ di qualcuno. E magari anche qualche sindacalista di professione. Perchè, e vorrei ricordarlo ad un lavoratore intervistato su La Stampa che auspiacava il si, che non è vero che “si possono poi migliorare gli accordi”. Ma dove è stato girato questo film? Quando si apre una fessura, questa, prima o poi diviene un cratere. E quante fessure, negli ultimi anni sono state aperte?

Piuttosto, cerchiamo di analizzare cosa si nasconde dietro questo investimento, un vestito da spaventapasseri. O meglio, non, “nascosto”, ma “non detto”.

No, un lavoro senza diritti non è un lavoro. Se non si è liberi di scegliere cosa, non sarai libero.

L’entusiasmo, nella notte passata davanti ai cancelli, è stato enorme. Moltissimi operai. Empatia, ci ricorda nella sua lettera Barbara. Tutela della Costituzione e dello Statuto dei lavoratori (affinchè non diventi statuto dei lavori) ricordava Simone Ciabattoni proprio davanti ad alcune telecamere in attesa dei risultati. Una domanda: ma insieme al prof. Marco Revelli, nello studio televisivo, alle 23.30, in collegamento da Milano, non doveva essere presente anche Bonanni? Forse era raffreddato. Speriamo….non gli venga decurtato….”il giorno di malattia”. Telecamere che “sono mancate” a Mirafiori e tra gli operai in genere prima del referendum e a ritroso negli anni; telecamere accese in ritardo, piazzate come in un set cinematografico; telecamere proiettate su questa classe operaia, lasciata sola. Soprattutto da una forza politica che ha rescisso il legame con il movimento operaio, per puntare “all’equidistanza fra operaio e imprenditore”. Per fortuna la sinistra-sinistra c’era. Con la Fiom, ovviamente. E cobas, slai cobas. Telecamere, invece, che non fanno mancare la loro presenza per la “difesa dall’attacco dei giudici” del Presidente del Consiglio, in un noto tg. Davvero, troppa sproporzione. In tutto. Quel 46% dimostra che la classe operaia non è andata in Paradiso, ma esiste. Il dialogo con loro, fra loro e per loro non si è interrotto il 15 gennaio, a risultati avvenuti. Il dialogo continua. Deve continuare, collegandosi con le vertenze dei precari. Perchè Mirafiori e precari non sono disgiunti. Anche dentro quel contenitore i diritti sono stati “toccati”. A proposito di precarietà: domenica prossima (come previsto dal Collegato lavoro) scadono i termini per impugnare i contratti di lavoro precario davanti ai giudici. I precari con 36 mesi di anzianità si attivino presso un sindacato.

Cerchiamo di allargare questo ampio ma piccolo fronte di responsabilità. Non lasciamo solo questo “46%” che poi sono persone, in carne ed ossa. E spesso lo si dimentica. Soprattutto i “padroni delle ferriere” e quelli a cui piace vedere i film ma senza farne un’analisi di cio’ che hanno visto e senza documentarsi su cio’ che vedranno. No, gli accordi di questo tipo, non sono migliorabili.

Allarghiamo il fronte alla precarietà della scuola. E’ miope la visuale di chi sostiene “ho famiglia, voto si”; forse proprio perchè si ha famiglia, e figli, bisognerebbe liberarli, questi figli, da queste gabbie che il neoliberismo ha costruito intorno ad essi.

Empatia e Costituzione, ricordavo. La lettera di Barbara ci ha ricordato che ognuno di noi ha avuto, ha, una madre, un padre, un fratello, parente, amico che ha lavorato a Mirafiori. E quanto del nostro rapporto affettivo ci è stato tolto, perchè quello scatolone enorme, nella sua pancia, “ci rubava un affetto”. Ma solo chi è dotato di una forte sensibilità e memoria storica puo’ capire e ricordare certi sentimenti. Proprio per tale motivo, ho deciso di visitare, oggi, l’allestimento della mostra “Arte e Shoah”, a Torino, presso il Museo Diffuso della Resistenza. (Corso Valdocco, 4/a). E che vi consiglio di visitare. Al piu’ presto.

...”Ma dove il forte vuole prevalere, imporre la propria supremazia, esiste sempre uno debole, una vittima…e allora il corpo diventa un involucro svuotato della sua essenza, violentato nella dignità, spogliato dell’animo e dei sentimenti…”(opera di Luca Zurzolo, “Stessa carne”, 2010).

Per terminare, i numerosi post-it lasciati a centinaia, a ricordare cosa è, cosa dovrebbe essere la nostra cara Costituzione, quella che qualcuno vorrebbe smontare.