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Torino dal sottosuolo

DSC00386La pioggia mattutina e i tuoni e  i lampi hanno avuto l’effetto di interrompere una buona lettura; il libro interrotto era “Un uso qualunque di te”, di Sara Rattaro. Interrotto, si, ma solo temporaneamente. Sull’asfalto di città, lungo il tragitto che quotidianamente si percorre tra l’abitazione e il lavoro, a terra, sono rimaste pozzanghere. Al mattino, la pioggia è stata davvero insistente. Un’abbondante precipitazione. I giochi di colore che si formavano in prossimità dei lampioni, lungo le strade, erano davvero gradevoli alla vista. Anche il suono, il tintinnio insistente delle gocce sull’ombrello, era gradevole. Gocce che si sono rivelate valide compagne di viaggio piacevoli da ascoltare tanto quanto la musica che proveniva dalle cuffiette.  Nel pomeriggio, musica senza cuffiette, per tutti, nel sottosuolo cittadino. Da Principi d’Acaja a Porta Nuova.  Se si è fortunati nel  trovare un posto libero, il piacere della lettura è assicurato. Tra una stazione e l’altra pensavo a quanto gradevole sarebbe avere dei distributori automatici contenenti libri. Non sarebbe male. Potrebbero essere, le stazioni della metro, delle mini-succursali delle biblioteche. Biblioteche in movimento. A portata di mano. Per una volta, nella “pancia”, finirebbe  la cultura. Per una sana e robusta…costituzione.Nella stazione Porta Nuova affiorano i ricordi. Dal sottosuolo. Ossimoro. Dove ora un lavoratore provvede al cambio dei cartelloni pubblicitari, inserendoli in una apposita vetrina, dopo aver archiviato secchio, colla e pennello, un tempo vi era il sottopasso. Una “manica” sotterranea che univa. Da li sotto si sentiva il rumore cel tram che transitavano su Corso Vittorio Emanuele ll. Tram che rumorosamente si apprestavano a fermarsi e tram che ripartivano. Rumorosamente. Appena sopra la testa. Diversamente da oggi, che le due “sponde” del corso Sono si unite ma in maniera davvero “internazionale”. Pochi gradini, e si confluiva tra le “braccia” di qualche negozietto. Altre volte, quel sottopasso, era il luogo d’incontro con la propria fidanzata. Forse complice la presenza di una di quelle cabine per le foto istantanee, al tempo in cui facebook non si sapeva ancora cosa fosse. Da li sotto, un anticipo di viaggio, anche solo sognato o immaginato, occhi incollati e persi tra i cartelloni gialli dell’atrio, “partenze“, era uno dei pochi modi per fantasticare vedendoci a passeggio tra le molte meravigllie cittadine del nostro Bel Paese. Poi lo sferragliare del tram ci riportava allaa realta’, fatta di libri, di “ragio” e partita doppia, di diritto ed economia. Il tempo per fantasticare era gia’ concluso. I bus 34 e 35 tornavano a “ripopolare” la zona sud di Torino dopo una giornata di lavoro. La parola Lingotto si impastava di molto: lavoro, turni, tute, catena di montaggio, scioperi a catena e margini di profitto da erodere al capitale, per stare tutti, tutte, indistintamente un pochino meglio. Era di un altro oro, quello operaio, purtroppo nel loro lavoro, poco apprezzato. Anzi. Eppure era una classe.

I capitoli, del libro, tra una  fermata e l’altra hanno portato il pensiero ad altro Capitolo, che lentamente si avvicina, da Roma. Quello che i Salesiani terranno qui, a Torino, sabato. Per l’elezione del successore di don Bosco.

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A-mobilità sociale

Silenzio. Doveroso. Per Haiti. Paese povero, distrutto. Paese ricco, culturalmente, musicalmente, artisticamente. Pochi lo sapevano. Anche il sottoscritto. Silenzio, ancora per un attimo.

Per l’ennesima volta, proprio nella giornata in cui a Torino, i No Tav hanno in programma una “passeggiata” da Piazza Massaua fino a Corso Marche (luoghi dedicati ai “sondaggi”), il treno delle 7.35 da Torino Porta Susa, diretto ad Aosta, subisce e fa subire l’ennesimo ritardo. La mia, di passeggiata, purtroppo, non è per nulla festosa. Non è una gita. Anzi. Nei pressi di Settimo Torinese il convoglio subisce uno stop. Il capotreno, con voce flautata ci annuncia che “causa guasto scambi nei pressi di Chivasso, il treno subirà un ritardo imprecisato”. A Chivasso, una voce metallica annuncia che “i treni diretti a Milano subiranno ritardo”. Quanto ritardo non è dato sapere. Complessivamente il ritardo effettivo maturato dal treno Torino Aosta, sul posto di lavoro ad Ivrea è di 40 minuti. Come sempre, il ritardo o si recupera, o si monetizza. Prima di apprestarmi a “bollare” il badge osservo il tetto della scuola. Il pensiero va a Roma, dove proprio su un tetto analogo, da 54 giorni, resistono i ricercatori dell’Ispra.
Penso agli operai Fiat, a quelli dell’Eutelia Agile e delle mille realtà sparse per quello che era il “Bel Paese”, ma che oggi non lo è più. Ben prima delle arance di Rosarno. Penso ai disoccupati, giovani e immigrati i più colpiti. Penso ai trucchi, alla magia, di un “Bel Paese” che, “vedete, ha retto meglio degli altri Paesi alla crisi economica”, tranne sapere poi che nel conteggio non si era seguita una certa conformità con gli altri Paesi: la cassa integrazione entra o non entra nel conteggio?
Alla mancanza di mobilità sociale. Passato faticoso e futuro fosco. Presente “paludoso”. Per molti. Un’immagine che stride con quella del turbo capitalismo. Transazioni finanziarie veloci, immediate, da un capo all’altro della terra. Bonus, benefit, denaro evaso che ritorna. Ma nel quadretto, anche persone. Persone ferme. In attesa, Di qualcosa, di qualcuno che ci illustri una redistribuzione delle risorse migliore, giusta. Ma tutto, per un disegno politico congegnato ad arte, pare fermo, guasto, volutamente, come la scala mobile di Porta Susa, come il dispositivo che dovrebbe indicare il passaggio dei bus, spesso mal funzionante; fermo come un semplice “tappeto” su cui correre. Come il treno, che senza neve, senza ghiaccio, si ferma. Mentre si ipotizza l’alta velocità e il sindaco del Partito democratico di Torino Chiamparino, ahimè, chiama a raduno i sindaci a favore della Tav. Tutto sembra congegnato per “correre dietro palle perse”. “Vorrei ma non posso”, sembra dire questo Governo. Guardo il tetto, oggi. Immagino il tetto, ieri. Sotto, vi era una triplice unità: di contratto; di condizione di lavoro, come ci comunica Luciano Gallino; e di unità contro il padrone, un tempo davvero unico. Oggi non più. Una triplice unità, andata in frantumi.  Occorre ripristinare al più presto l’unità. Mandando, per iniziare, in frantumi questo governo italiano “incantatore di serpenti”.

Concorsi: trasparenza, in nome di una battaglia solitaria, quella di Mario Contu

“Una questione nuova, non apocalittica”. Questa era la frase ricorrente ascoltata in una trasmissione televisiva. Famiglie che consumano risparmi accumulati da una vita; genitori che mantengono in ogni modo i figli; posti di lavoro persi per sempre; precarietà alle stelle. Gesti simbolici che funzionano con modalità nuove rispetto ai classici scioperi. Questione nuova, mica tanto. Quante risorse sono state spostate dai salari ai profitti e alle rendite? Quanti accordi al ribasso sono stati firmati perché han continuato a dire che “di più non era possibile ottenere, dati i tempi”? Ma questi tempi, da quanto durano? Compromessi. Soluzioni al ribasso. Precarietà. Flessibilità. Fine della storia. Fine del comunismo. Fine del liberismo lo sosterrà mai qualcuno? Però, intanto, questa “nuova situazione” la si poteva immaginare. Ancora ieri, per tutta la giornata, ad Ivrea, in molti rischiavano e rischiano di perdere definitivamente il posto di lavoro. Rischio per l’Alcoa, rischio per la Fiat-Alfa Romeo (“trasferimento dei lavoratori a Torino”). Penso allo stabilimento SKF di Torino, che chiude.  Penso ai lavoratori di Ivrea, gli ultimi residui di quello che era la Olivetti. Lavoratori. Invisibili. Penso a tutte quelle compagne e compagni conosciuti durante le manifestazioni, per rivendicare un diritto. Resistere. Per esistere. Penso alle preoccupazioni di Barbara e compagni. Penso ai sette milioni di operai. Che esistono.  Nel disinteresse di molti. Penso al 1969, alle conquiste. Ai diritti. Potrei continuare. Solidarietà per tutti.  Anche ai precari, della scuola, del pubblico impiego. Gesti forti. Saliamo sui tetti, per diventare visibili.  Solidarietà per tutti quelli che si trovano “nella situazione nuova”.  Non apocalittica. Però, la povertà è questione antica. Lo sfruttamento anche. Richiesta di giustizia, di eguaglianza. Da gridare. Con forza. Da ottenere. Ad ogni costo. Come coloro che pongono domande sui concorsi: perché qualcuno deve essere immesso in corsie preferenziali? E la regione, come ha intenzione di comportarsi a tale proposito? Fortunatamente l’amico Juri Bossuto mi rassicura che i funzionari dei gruppi hanno chiesto un concorso aperto a tutti, molto diverso da cinque anni fa. Quando Mario Contu ne fece una battaglia solitaria.

Figli della stessa rabbia

Forte si alza la voglia di lottare contro le ingiustizie di questa Italia con i suoi politicanti in Parlamento divenuti fenomeni da baraccone,  figli della mediocrità e del perverso legame apparire-essere oltre che responsabili di tante ingiustizie. Le conquiste di tante lotte le hanno affossate e hanno costretto la classe lavoratrice in un angolo sempre più buio. Bisogna, ed è urgente quanto necessario: tornare ad essere figli della stessa rabbia.

Forte il pugno che colpirà in ogni paese in ogni città

Chi cammina sopra ai corpi violenta le culture cancella i ricordi

Forte il braccio che alzerà la bandiera rossa della libertà

Come chi combatte sui monti con le scarpe rotte quando fischia il vento

Come augusto Cesar Sandino Josè Martì y Camilo Torres

Come chi combatte col cuore la causa dei poveri contro l’oppressore

Come Steven Biko, Hochimin la comandante Clelia, Samora Machel come el Che, Farabundo Martì

figli della stessa rabbia

Come i Sioux e i Cheyenne, Tupac Amaru e Simon Bolivàr Come el Che, Farabundo Martì

figli della stessa rabbia

“Siamo tutti dello stabilimento 6”, “Siamo tutti della Antibioticos”.

La crisi è globale: colpisce tutti, a qualsiasi latitudine. Te ne rendi conto anche quando per alcuni istanti vorresti pensare ad altro, “globalizzandoti” un po’ con la lettura di una rivista come Internazionale. “Operai d’America” è il titolo di Jonatan Mahler, comparso su Internazionale, a pagina 30, 17/23 luglio 2009. “Operai d’America”, operai d’Italia, operai di Settimo Torinese. Siamo tutti lavoratori della Antibioticos. Siamo tutti operai. Ho ricevuto molte e-mail e telefonate, nelle quali gli operai di questa fabbrica di Settimo mi confidano le loro preoccupazioni, anche in questo fine settimana. L’articolo tratteggia la storia di uno stabilimento, chiamato Stabilimento 6 “perchè nel 1972, quando è stato inaugurato, era la sesta fabbrica della General Motor (GM) in città: produceva metà dei veicoli venduti negli Stati Uniti.” Lo stabilimento è a Pontiac (Pontiac Assembly Center), nel Michigan. L’articolo racconta che c’è un solo turno, ora, quello dalle 6 alle 14.30, che la fabbrica ha licenziato altri 600 dipendenti e che gli operai al lavoro sono meno di 600. Il prodotto, “l’output”, non supera i 230 veicoli al giorno. L’articolo è inoltre la storia di una famiglia americana, di Marvin Powell e della sua famiglia. Le preoccupazioni, l’ansia, di una persona, di un lavoratore, di una famiglia, di una classe, quella operaia. La storia è identica a quella di migliaia di lavoratori, operaie ed operai. Negli Stati Uniti, come in Italia, come nel mondo. Oggi, mi dicono che i lavoratori della Anibioticos saranno in assemblea. Speriamo esca qualcosa di positivo. Un pensiero è rivolto a loro. Certo è che la storia del “capitale” la conosciamo tutti: accumulare il più possibile, questo è lo scopo principale.  Andare dove le condizioni migliori diano possibilità di “spremere” fino in fondo. E poi, tradire. “Tradire a Termini”, come sosteneva il Manifesto di sabato 18 luglio.  Sicilia, non Pontiac; oppure la condizione è la medesima. 1700 operai, che rischiano perchè, forse, dal 2012 non si faranno più macchine. Prospettive? Bho! E, ha ragione il giornalista, che a volte, neanche la “Santuzza” (Santa Rosalia) o il “Santuzzo” riescono a mutare le condizioni. Spremere. Ma, a volte ci si “compatta” e si riesce a reagire. Così, anche Mirafiori, “vede”  uno sciopero: in periodi come questi, non si poteva fare uno strappo e andare oltre i 600 euro di premio? C’è l’accordo sul premio, titolavano i giornali, e per alcuni, “un premio giusto”, magari “oltre era difficile portare a casa, con tutta la cig fatta in un anno”: per fortuna che: “la Fiom non ci sta: sciopero” (vedi La Stampa, pag. 59, articolo di Marina Cassi).  Come se andare in cig è una colpa del lavoratore! Per Airaudo, “La cifra è insufficiente. L’azienda fa profitti sul nostro lavoro”. Il capitale è volatile, sceglie posti sempre più convenienti per esso, per essi.  Spreme. Anche nei giorni scorsi, in Francia si è registrata una ulteriore crisi, a Chatellerault, (nel centro della Francia), dove operai  della New Fabris hanno manifestato contro la chiusura dello stabilimento.  Preoccupazioni già viste, già conosciute. Una volta v’erano le crisi cicliche, quelle che avrebbero dovuto verificarsi “ogni dieci anni”; ora il tempo tra una crisi e l’altra si è accorciato. A volte il tempo pare proprio non sia passato, e con esso, tutti i diritti conquistati dal movimento operaio, con le sue lotte, il suo sudore: diritti che continuamente vengono messi in discussione. Il movimento operaio era forte, e il capitalismo doveva mostrare “la faccia buona”, per cercare di contenerlo. Il tempo sembra essersi fermato. Agli anni ’60. Non solo per alcune zone geografiche, ma anche per le persone. Non è un trolley a dare la sensazione del tempo passato. Laureati e operai continuano a fuggire dal Sud. “7oo mila giovani fuggiti dal Sud“, titolava la Stampa, venerdì 17 luglio: “un vero e proprio esodo quello che ha visto 700 mila persone scegliere l’emigrazione negli ultimi 10 anni”. Il trolley e la laurea non mutano la precarietà.  Erano il 25% dei laureati con il massimo dei voti a lasciare il Sud nel 2004, erano il 38% tre anni dopo.  Si è fatto proprio poco. Mentre si è fatto tanto, davvero tanto, per spremere e, per tradire.

In Italia c’è chi pensava di “Magnare” e chi non lo ha mai pensato perché tanto, a pensarlo non gli avrebbe certo cambiato la vita

In Italia c’è chi pensava di “Magnare” e chi non lo ha mai pensato perché tanto, a pensarlo non gli avrebbe certo cambiato la vita; infatti, continua e continuerà a non mangiare, ieri, come oggi, come domani. Ieri quasi tutti i giornali riportavano la relazione del Governatore della Banca d’Italia, Mario Draghi; una relazione dalla quale si evince “una crisi economica grave che non solo potrebbe portare un italiano su dieci a perdere il lavoro, ma anche un calo del Pil del -5%”. Certo non c’era bisogno di una relazione per conoscere la situazione attuale. Quanti hanno già perso il lavoro e non sanno davvero cosa “mangeranno” questa sera? Ecco perché ancora una volta si sente urgente e necessario prendere coscienza e “alzare su la testa”. La Repubblica, in prima pagina titolava “Draghi: crisi grave. Un italiano su dieci rischia il lavoro”. La parte rilevante è situata nelle pagine successive: “Lavoro, un esercito senza paracadute. 1,6 milioni a zero euro se licenziati“, di Luisa Grion a pagina 9. Un numero certo elevato di persone che se dovessero perdere il posto di lavoro si troverebbero senza sostegno al reddito. Niente cassa integrazione, niente disoccupazione. Un numero certamente elevato. Inoltre gli strumenti che “paracadutano” in qualche modo il lavoratore sono differenziati per settore, contratto, azienda. Una non comunità prima, in azienda, dove proliferano tipologie differenziate di lavoro, una non comunità dopo: “non comunità” che genera “guerre tra poveri”. Sta qui la vera causa che aveva prodotto disaffezione verso la sinistra, a mio modo di vedere. E, a qualcuno fa piacere che le cose stiano così, tanto che se andiamo a vedere l’incidenza delle quote destinate dall’Italia al rischio disoccupazione si vede che esse sono pari allo 0,5% del pil contro una media europea del 1,6%. Insomma, dalla lettura si capisce che esistono licenziabili di serie A e licenziabili di serie B. Sempre la Repubblica asserisce che tra i primi, 12 milioni e 557 mila  (l’85% sul totale) ci sono lavoratori a tempo indeterminato, il 72% di quelli a tempo determinato, una larga fetta di interinali e di apprendisti. Non ci sono collaboratori a progetto e altri autonomi parasubordinati. All’interno della cifra “1 milione e 638 mila”, contenente “lavoratori più sciagurati” di altri, ovvero, lavoratori senza alcuna tutela ci sono oltre ai co.co.pro e parasubordinati e c’è quasi il 30% dei contratti a tempo determinato e il 34% degli interinali”. Inoltre le “forchette” in termini monetari per chi è “meno sciagurato” di altri ed “è baciato dalla fortuna” (già, la chiamano fortuna), e potrebbe godere della cassa integrazione o dell’indennità di disoccupazione le cifre potrebbero raggiungere l’80% ed il 60% rispettivamente dell’ultimo stipendio. Ovviamente, anche per i fortunati è stato posto un tetto, perché si sa, a tutto bisogna mettere un limite. I limiti sono: 886 euro se la busta paga percepita era non superiore ai 1.917 euro, e di 1.065 euro se l’ultima busta paga non era superiore a quella cifra. Riassumendo i soggetti “senza nessuna copertura” sono: tra i lavoratori a tempo indeterminato, 468 mila pari a 4,1%; tra i lavoratori a tempo determinato 547 mila pari al 27,8%; tra gli interinali contratto di somministrazione 39 mila pari a 33,6%; tra gli apprendisti, 35 mila pari a 13,5%; tra i collaboratori a progetto e autonomi parasubordinati 542 mila pari al 100%. Il totale è pari a un milione 631 mila, pari a 11,5% del totale. (Fonte tratta dal box di repubblica, il dossier di sabato 30 maggio).

Anche La Stampa, in prima pagina titolava: “Draghi: subito le riforme. Interventi strutturali o non ci sarà ripresa”. Richiamo alle banche. La relazione del Goveratore di Bankitalia: “I disoccupati arriveranno al 10%, serve piu’ tutela. E il Pil cadrà del 5%”. 19 pagine di considerazioni. Ma l’interesse si pone a pagina 5, leggendo l’articolo di Paolo Baroni. “Senza rete 1,7 milioni di lavoratori”. Ancora, “Bankitalia: “Lo stock di cassintegrati e disoccupati potrebbe superare il 10% della nostra forza lavoro”. Ammortizzatori sociali inadeguati alle nuove realtà. Lampante all’interno dell’articolo il passo: “I primi a saltare saranno ovviamente i precari. Per oltre due milioni di lavoratori temporanei il contratto giunge a termine nel corso di quest’anno. Piu’ del 40% è nei servizi privati, quasi il 20% nel settore pubblico, il 38% è nel Mezzogiorno”. Insomma, per molti si avvicina il fine corsa. Per questo, “Su la testa”, e contrariamente a quanti ribadiscono che “più di così non si può ottenere”, noi diciamo che un altro mondo è possibile! Un mondo in cui ci riprenda la nostra dignità.

Un mondo di precari. Un mondo che non deve essere questo sintetizzato da una relazione che però è realtà, dove cassintegrati e disoccupati si avvicinano a sfondare il 10% della forza lavoro, dove un milione e settecentomila persone sono senza nessuna rete di protezione. Un insieme di persone che raggiunge l’11,6% della popolazione attiva, occupati per tre quarti nei servizi. Allora, su la testa. Sarebbe così utopia, alla luce di quanto successo, delle storture di questa economia auspicare una banca unica? Una banca che presti denaro alle fasce piu’ deboli, senza lavorare “coi soldi degli altri”? Basta con l’economia finanziaria che ha creato tanti guasti. Basta con tutti questi contratti che non creano “comunità”. E’ vero, forse per piu’ di un secolo, la classe più debole, quella operaia, ha percepito, perché lo viveva, un certo svantaggio sociale tale da indurla a “sentirsi comunità” e cercare nell’organizzazione politica una sorta di ribaltamento nei confronti del capitale. Oggi, forse, la paura, ingrediente fondamentale della destra, ha allontanato la classe operaia da concetti come solidarietà, internazionalismo. Ma nulla ci impedisce di riappriopriarci dei nostri valori e di continuare ad esistere. Infine, per rimanere al tema, Liberazione di ieri, in prima pagina titolava, “Paese reale”. “Draghi riporta la discussione sulla terra. Cioè sulla crisi”. Il riferimento è al Pil, con il suo crollo, degli investimenti, crollati, e della disoccupazione, anch’essa in caduta libera. Insomma, chi ha sognato per un mese, ha potuto farlo a pancia piena, anche se il risveglio è stato amaro. Ma per coloro che quotidianamente affrontano l’amara realtà sognare è impossibile (“Susan Boyle eccezion fatta“), perché dormire lo è ancor più.

E tra di noi ci divideremo

lavoro, amore, libertà.

E insieme ci riprenderemo

la parola e la verità.

Guarda in viso, tienili a memoria

chi ci uccise, chi mentì.

Compagno, porta la tua storia

alla certezza che ci unì.

(Franco Fortini)

Buon Primo maggio a tutti noi “che ci eravamo mancati tanto”

elezioni-rsu-fiom-skf-airascaTorino 30 aprile 2009. In anticipo di qualche ora mi vedo una Torino, come da migliore tradizione, colorata di rosso, con tanta gente, donne, uomini, bambini, uniti, sotto un unico colore: il rosso, della passione, di un ideale; ideale di giustizia sociale, volta ad una redistribuzione più equa delle risorse. Il mio grazie va a tutte le persone che ho conosciuto fin da bambino e che mi hanno trasmesso il senso di un’idea di giustizia. Una di queste, la partigiana Enrica Dellavalle, che mi ha trasmesso “storia”, di solidarietà e di lotta. Dei suoi parenti, che lavoravano nelle fabbriche di Torino, dei suoi numerosi scioperi, che oggi, quando vengono indetti, non sono più partecipati. Un ricordo ed un grazie a tutti i racconti di Gianni Alasia, che con i suoi racconti nel giorno della liberazione di Torino, e delle sue manifestazioni al primo maggio, fanno ancora venire la pelle d’oca. Un grazie ai compagni della Fiom, che questa sera, dopo tantissimo tempo, rivedrò: compagni della Fiom Denso, che si propongono come candidati a Poirino. Candidati in una lista civica ma che portano in essa la propria “storia” e la propria appartenenza a Rifondazione Comunista. Palazzo Claudio, Cardamone Michelina e tantissimi altri, che continuamente si battono ogni giorno per “l’affermazione dei diritti sul luogo di lavoro”. Insieme a loro rivedrò tantissima altra “bella gente”, che vuole ringraziarmi per il bellissimo lavoro svolto con il blog e portato alla conoscenza di molti grazie anche all’articolo di giornale “Classe operaia va sul web”, anche se io, vorrei portarla “in paradiso”, senza più lotte né “conflitti”, perché finalmente “hanno ottenuto tutto quanto di cui hanno bisogno”. Compagni di fabbrica, come quelli che rivedrò domani, come quelli conosciuti nelle manifestazioni: Barbara e gli  amici Fiom della SKF impegnati di qui a poco in una campagna sindacale che li vedrà impegnati in una tornata “elettorale”- sindacale. Il Blog li sostiene. I miei migliori auguri e la mia preferenza è ormai nota: “Barbara delegata”. Insieme ad altri  della Bertone, Indesit, Magneti Marelli, Iveco e tutti, ma proprio tutti, che insieme abbiamo “invaso” più volte le strade e le piazze di Roma e Torino. Auguro a tutti un buon primo maggio, e prendo a prestito delle parole dedicatemi da una persona particolare: “ci eravamo mancati tanto”.

Buon primo maggio 2009.