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Alta velocità

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La “bussola” del tempo, posta al centro della stazione, orientava tempo e spazio. Le 13 10. Il tempo del tram, o del bus. Il 13 e il 56 erano i preferiti. Chi non aveva voglia di camminare sotto i portici, aspettava il dieci, appena fuori dalla scuola. Davanti la Questura. Sopra il tram, capitava spesso che per questione di precisa “ragioneria”, i posti fossero già occupati. Per chi si disponeva a marciare, come l’esercito del re, sotto i portici, canticchiava, felice, la ripresa. Della libertà.    Dalla parte opposta, i tram 10, 91, 91 barrato e 92, trasportavano in continuazione coloro che di li a poco, per otto ore, la libertà, l’avrebbero persa. Cartellino alla mano, semaforo a campione, scelta della porta e…..voilà, bolla ed eri nel tempio del lavoro. Presse, scocche, lastroferratura, montaggio…Una “catena” li attendeva. Di montaggio, mentre allo stesso tempo, altro si smontava. Per otto lunghissime ore. Per chi rientrava in possesso della libertà, riposti libri e quaderni, una breve passeggiata, prima del bus. Chi non aveva i guanti, intrecciava dita o al più, un palmo  della mano avviluppato in altro palmo della mano. Coppiette in corso.. Zaino in spalla. Lo spazio. La collinetta a sinistra, con un giardino e qualche panchina. “Un ponte” per, e, sul lato opposto, gli scalini. Da li sopra, il ponte, con delle arcate. Si vedevano entrare o uscire dalla stazione i treni. Quelli rossi. Il regionale Milano Torino, direzione Porta Nuova e il Torino Porta Nuova Milano, direzione Chivasso. Binario 2 e 3. E poi, da sopra, il mitico binario tronco, dove in attesa del trenino ci ricavavi un po’ di spazio interiore, solitudine, intimità. Spazio. Dall’altra parte, Corso Inghilterra. Altro ponte. La bussola, fedele, segnava la sua ora. Era lì, davanti a noi. Ha fatto la sua parte e ancora la fa. Per le partenze, gli arrivi, gli incontri, gli scioperi, i banchetti per i volantini da distribuire. La bussola, come per tutte le stazioni che si rispettano, era al centro della stazione. Tutti noi, buttavamo un occhio. La giornata era cadenzata anche da quella bussola. Ha segnato tanti di quegli eventi e ancora ne segna. La nuova stazione è carina, illuminata, bella. Chissà perché, a tratti ricorda la nuova stazione di Berlino. Ma perché per rispondere alla domanda “che ore sono” ci dobbiamo far venire il torcicollo per guardare l’orologio bussola appeso alla cara e vecchia stazione Porta Susa? Mha…..Forse perché nel tempo dell’alta velocità, tutto è istantaneo. O forse perché, proiettati nel futuro siamo ancorati nel passato.  Dall’altro capo dei fili elettrici, a Reggio Emilia, forse staranno pensando qualcosa di simile…Perché bisogna usare la lima per le porte? Questione di banchina?…..Miracoli dell’alta velocità….Remaniement…Uscendo, Filippo e Marianna chiedono pazienza. Lavoro ed economia, sono in corso nella dialettica ad alta velocità.DSCN3657

“La legge del piu’ forte”; “Controcanto. Sulla caduta dell’altra Italia” del prof. Marco Revelli

Diritto e legge. Mercato e fuori. Operaio contro capitale. Conflitto operante. Solo che questa volta il ricatto mi ricorda una vecchia, ma non molto, pubblicità: ” Ti piace vincere facile, vero”? Ti piace vincere facile, vero, Fiat? Flessibilità e produttività, termini tanto abusati fino a poco tempo fa; messi da parte, in un certo senso, oggi. Da accantonare. Mercato e fuori. Mercato, come compressione ulteriore dei salari. Fuori, perchè con quel tipo di accordo, di colpo, ci si immette in un’altra realtà, dove, il diritto alla salute, sarà un optional, (alcuni giorni di malattia non saranno retribuiti, in questo caso, i primi tre); le pause, poi, in quel nuovo contratto, “calato dall’alto”, saranno contratte; lo sciopero, diritto individuale, per carità, meglio non parlarne, ed anzi, sarebbe meglio non aderire quando è proclamato; forse sarà anche “fuori” adempiere a “funzioni elettorali” quali lo scrutatore o il rappresentante di lista; tutto quello insieme ad altri diritti, che vanno via, velocemente, grazie, si fa per dire, al consenso di una parte del sindacato, che non riesce mai a dire no. Oggi, su “Il Manifesto”, Marco Revelli, in prima pagina, scriveva “La legge del piu’ forte” rammentandoci che alcuni diritti, come il diritto di sciopero, sono sanciti costituzionalmente. Altri, come il pagamento dei primi tre giorni di malattia, garantiti dalla legislazione ordinaria. Ancora, la perdita della gestione del proprio tempo, in un modello di produzione che privilegia l’esigenza aziendale: una settimana si lavora sei giorni, una settimana quattro. Con tre turni giornalieri da otto ore. Il mercato, il fuori, l’impresa, vuole mano libera nel gestire. Un esito “darwiniano”. La legge del piu’ forte. La legge del “ti piace vincere facile”. Ma non erano proprio quei sindacati che erano scesi in piazza per il Family Day, mettendo al centro la famiglia? E ora, meglio l’esigenza aziendale della famiglia e dello stare insieme? Utile anche la lettura di Liberazione di oggi, con l’editoriale di Giorgio Cremaschi.
Velocemente, con il consenso di chi dovrebbe mediare, convocare le parti, tutelare il piu’ debole, si vorrebbero distruggere, annullare anni e anni di sacrifici, di lotte, di conquiste. In un colpo solo fare carta straccia della nostra Costituzione. Velocemente si vorrebbe proporre una nuova legge, una nuova Costituzione, da “esportare” in altri siti produttivi. Magari fosse vero, per loro. E il guaio è che sulla pelle degli ultimi, con l’avallo di una parte del sindacato, si è riusciti a compattare gli operai. Per accettare una cosa non buona. Gli operai si devono compattare per dire no alle porcherie di chi pensa che con i soldi si ottiene tutto. Favori compresi. Non solo case, magari, senza saperlo.
Quante cose si sono accettate negli ultimi venti anni. Con il consueto ritornello che “piu di così non si poteva ottenere”. Infarcendo anche le scuole di precari, per anni e anni. E siccome sono precari, le visite mediche e i corsi sulla sicurezza sono diventati optional. Come l’anzianità di servizio. Che non si matura mai. Perchè saremo sempre “nuovi” con nuove scuole di destinazione. Non importa se a settanta o ottanta km di distanza. Non importa se poi per raggiungere il posto di lavoro, precario, devi munirti dell’abbonamento per il trasporto. Non importa se tutto cio’ senza buoni pasto. Occorre reagire. Occorre svegliarsi da questo torpore.
Utile la lettura del libro del prof. Marco Revelli, “Controcanto”, sulla caduta dell’altra Italia. Un libro che va letto e riletto.

Giovedì 17 giugno alle ore 21, il libro verrà presentato presso la Sala Consiliare di Chivasso (Torino), piazza C.A. Dalla Chiesa.
Grazie Marco.

“Causa guasto tecnico 2”

Partiti da qualche minuto da Chivasso, il treno, è in arrivo a Caluso. Infatti, “da Chivasso, fermerà a…” tutte le stazioni prima di giungere ad Ivrea. Partito con 45 minuti (a dire del tabellone luminoso della stazione di Chivasso)…ma arrivato a Chivasso stessa con “53 minuti diritardo” come annunciato in treno.

Ho provato a chiedere ad alcuni passeggeri e mi hanno riferito che il treno è rimasto fermo nel tunnel tra Porta Nuova e Porta Susa prima che riprendesse il normale percorso.

Dalle porte chiuse alle porte aperte.

Partito al lavoro. Militanti, al lavoro. Anche ieri, domenica 31 gennaio, a Torino, presso la “Fabbrica delle E”, ha avuto luogo l’incontro dei delegati della Conferenza nazionale delle lavoratrici e dei lavoratori. Interventi al mattino: operai e impiegati narravano la propria condizione. In fabbrica. In ufficio. Quel che rimane della fabbrica. Quel che rimane degli uffici. Non starò qui a riassumere gli interventi che saranno raccontati sicuramente meglio del sottoscritto, domani, dal giornalista di Liberazione (presumibilmente Fabio Sebastiani). Quel che posso riferire è stata la ripetizione di questo concetto: “Porte chiuse”. Triste, ma reale. Porte che si chiudono, per molti. Fabbriche dichiarate inefficienti e per la logica del capitalismo, da chiudere. Un capitalismo che continua a premiare il grande capitale.  “Torniamo a riempire le valigie. Di diritti”. In questi giorni, in cui molti tessono le lodi per l’alta velocità, vorrei ricordare come continuamente “i treni della vergogna” diretti ad Aosta, al mattino, rassomigliano sempre piu’ a delle “ghiacciaie”, come successo questa mattina, come sabato, come ormai da molto, troppo tempo. Per non parlare dei treni soppressi (o di quelle di altre linee ancora più disagiate in Piemonte come altrove). Come oggi pomeriggio. Da Ivrea per Chivasso, soppresso (delle 14.25). Treno sostituito da bus, certo, che ha percorso lo stesso tragitto, in piu’ di un’ora. Treni in forte ritardo. (a Chivasso, oggi). Quelli dei pendolari. Crisi, dicevo. Migliaia di persone, famiglie intere, ridotte “al lastrico”. Figure di donne, uomini, inghiottite dalla crisi. Spremute, quando andava bene. Spremuti come i lavoratori di Rosarno. Ma da questa ex fabbrica, una prospettiva di lotta, di vertenza, fa bene sperare. Non è più possibile aspettare. Donne, uomini, famiglie, ricordate anche dalla Chiesa: “garantire a tutti una condizione di lavoro e di salario dignitosa. “Fare di più per i lavoratori”, è stato anche l’appello del Papa. Porte chiuse, dicevo, concetto che conferisce l’idea di “mancanza di prospettiva”. Quella che pare mancare a molti giovani di questa città, privi di identità, ma pieni di appartenenza. Al gruppo. Un’appartenenza fumosa, di breve durata. “Giovani senza prospettive”, pareva essere questo il tema dominante sulla stampa cittadina e nei tg, dopo il grave episodio che ha visto proprio a Torino un ragazzo accoltellato. Torino, come accennato altre volte, terra di santi sociali. E proprio ieri, se ne festeggiava uno in particolare. Molto attento a suo tempo ai giovani e al lavoro. “Ascolto, gruppo strutturato, mettersi a disposizione della collettività, con spirito di servizio”, questo era il messaggio proposto ai giovani. Porte aperte. Speranza. Per il futuro. Anche qui, un rimando a “valigie” da riempire, di diritti. Come una volta. Concetti che rimandano a valori. Quali quello della solidarietà. Che non è passata di moda. Speranza rinnovata anche nel giorno della festa di questo santo, don Bosco. Per tutti. Quindi, per tornare al discorso iniziale, relativo alla Conferenza, dei lavoratori e delle lavoratrici, subito soluzioni. Aumento di pensioni, salari, unificare tutte le lotte, stabilizzare i precari, abolizione della legge 30. Soluzioni, che vorrebbe dire, finalmente, porte aperte. Speranza per il futuro. Per i lavoratori, per i disoccupati e per i giovani.

Lettera aperta all’AD di Trenitalia Moretti: “si dimetta”!

Anche ieri, per me, come per tantissimi altri, viaggiare, per inizio vacanze o semplicemente per poter recarsi a lavorare, non è stato piacevole o faticoso, ma, semplicemente un trauma. Fin dal mattino presto, i treni diretti a Milano erano in ritardo. Quello per Aosta, da me utilizzato quotidianamente, idem: 15 minuti. Visto il ritardo, ho pensato di prendere un treno diretto a Chivasso; in quest’ultima cittadina, normalmente, si trova una coincidenza per Ivrea, con fermate in ogni paese. Purtroppo, questo treno, era stato soppresso. Mi è toccato aspettare quello proveniente da Torino diretto proprio ad Aosta, con 30 minuti di ritardo. A Chivasso. Peccato che da qui ad Ivrea, quel treno ha effettuato fermate straordinarie in ogni paese.  Conseguenza: ritardo sul lavoro. Ma ormai, sig. Moretti, dove è la novità? Pensavo di esser multato, all’arrivo del controllore: fornisco l’abbonamento mensile, 81 euro e 50 centesimi, ma non ho con me “i maglioni,  l’acqua” e altro da lei consigliato in questi giorni. Al ritorno, arrivo a Torino Porta Susa con identico ritardo, dopo una breve sosta, di circa dieci, quindici minuti nel tunnel a ridosso di Torino Porta Susa. Senza capirne il motivo. Tranne che, all’arrivo, una nube densa di fumo, conferisce l’idea che qualcosa fosse andata a fuoco.  Un evento naturale, la neve, certo. Ma, per cortesia, come mai, l’anno scorso, a gennaio, con una copiosa nevicata, in alcune tratte erano stati soppressi alcuni treni? Evento naturale anche quello o magari il materiale a disposizione non è adatto in alcune circostanze? E se si, perché dissipare tante risorse con la mirabolante e costosissima Freccia Rossa quando sarebbe utile rinnovare il parco mezzi? Mi era stato detto che i Minuetti, avevano un piccolo problema…con la neve. Quindi, l’esperienza avrebbe dovuto quanto meno sopperire in qualche modo a questa “tragedia”. Era davvero inevitabile questo caos? Ricordo ancora una volta che il nostro stipendio non è come il suo. Noi percepiamo meno di mille euro. Lei?

Per favore, come afferma il mio amico di Partito, Juri Bossuto, non mangi il panettone a Natale: si dimetta.

Treni: “ritardo, indeterminato, soppresso”.

Torino Porta Susa ed Ivrea. Mattina, tardo pomeriggio. Quali termini potrebbero legare due cittadine come quelle o come tante altre nella giornata di oggi? Ritardo, indeterminato e soppresso. Causa neve? causa gelo? causa freddo? Nulla era dato sapere, solo che, le condizioni atmosferiche, in quelle come a Milano erano state ampiamente previste. Tranne che….La giornata, iniziata come tutte le altre, nell’attesa di un treno, ogni giorno sempre precario, in modi differenti, che mi avrebbe condotto verso un lavoro precario, e che alla fine del mese ci consente di vivere una condizione da precario, con un progetto di vita precario, viene scandita da una voce metallica nei sotterranei della mirabolante stazione di Torino Porta Susa. “Treno diretto per Aosta”, ritardo, 15 minuti. Prima che diventino venti,  un altro treno viene “ridenominato” a “con ritardo a tempo indeterminato”: quello proveniente da Pinerolo per Milano. Ovvio che la giornata sia cominciata, come molte altre, nella gran confusione.  Intanto il Freccia Rossa occupa il binario, quello dove avrebbe dovuto esserci il treno “dei pendolari”. Che ritarda. Ritardo sul lavoro. Minuti, più dei venti, da recuperare, o tolti dallo stipendio del prossimo mese. Ma, come affermava un noto conduttore, prima di ogni “piccolo spazio-pubblicità”, “Ma non finisce qua”. La conclusione della giornata lavorativa non lascia presagire nulla di buono. Nevica. Fiocchi grossi come una mano. Stazione. Per il ritorno. Il tabellone luminoso indica due treni soppressi. Una corsa sostitutiva, con un bus, che aspetta fuori dal piazzale. Ma non copre l’intero tragitto. Solo metà. Per il resto del viaggio, dovrò utilizzare un treno, proveniente da Milano e diretto a Torino. Che viaggia, regolarmente con circa 50 minuti di ritardo. Diventati 60 e passa a Torino.  Dove continua a nevicare. Copiosamente. Ormai, la stanchezza ha preso il sopravvento. Sono saltati tutti gli appuntamenti. Divenuti precari. Anche quelli.  A fine giornata, Torino risulta essere stata la città più fredda. Ma nonostante ciò non riesco a trovare una giustificazione valida a quanto sopra.

Torino-Aosta: ancora una vergogna (lunedì 16 novembre)

Lunedì. Ore 7.30. Giornali in mano: Liberazione, La Stampa, la Repubblica. Mentre raggiungo velocemente la nuovissima stazione di Porta Susa, sotterranea, gli occhi si fissano sulla prima pagina del giornale torinese. “L’alta velocità salta Porta Susa“. Con disappunto del nostro sindaco. Sai che guaio. Tanti soldi spesi…..Invece quando si è deciso di demolire lo stadio Delle Alpi, costruito con i soldi pubblici…..Mentre penso cio’, alcuni compagni diretti ad Ivrea (con il treno delle 6.34) per questioni di lavoro, mi ragguagliano sull’ennesimo guaio al treno: “ritardo di mezz’ora, con sosta a Chivasso”; un guaio al locomotore? si poteva conoscere il cattivo funzionamento già dalla sera prima? Chi lo sa. In ogni caso, non è un freccia rossa e i viaggiatori di quella linea sono “soltanto” lavoratori, operai, precari: gente da meno di mille euro al mese e dintorni di mille. Non sono soggetti certamente rilevanti per certi politici anche se i loro voti al momento opportuno fan sempre gola. Viceversa, se il treno “non dovesse fermare a Porta Susa, i grandi punteranno i piedi”; e lo aspetteranno comunque. Se il treno ritarda a Chivasso e si arriva al lavoro con mezz’ora di ritardo, nessun “grande” si lamenterà. Pazienza. Pagheranno di tasca loro i soliti noti. Ilavoratori e gli studenti che subiscono quel ritardo. Una giornata, quella di lunedì, cominciata male. Peccato, perchè c’era dell’entusiasmo. Liberazione ci informava sugli studenti in piazza, con lo sciopero dell’11 dicembre, le richieste della Flc Cgil riguardanti il ritiro dei tagli agli organici previsti dalla legge 133. Buone notizie, soprattutto per noi, precari. Ma, qualcuno del governo non aveva svolto un tema “elogio del posto fisso”? Si, un tema scritto nell’aria. Qualcuno continua a scrivere delle favole. Molti vogliono sentiresele raccontare. Ricordo che i diritti sono frutto di lotte. Non sono favole. Un altro titolo di Liberazione ci rammenta della lotta di alcuni lavoratori. Come la vertenza Eutelia con gli operai in corteo a Roma. Lottano. Per sopravvivere. Polticamente segnalo “l’apertura del blog” del compagno Claudio Grassi. Sarà come vederlo in federazione tutti i giorni. La lettura del blog mi obbligherà a mettere nell’azione politica gli insegnamenti di due persone che partecipavano molto alle riunioni di area: Mario Contu, e Carla Perasso. Una buona iniziativa. Condivido la scelta e l’intuizione.

Chivasso – Ivrea, in treno: che vergogna!

Venerdì mattina 30 ottobre 2009. Ore 6.25. Stazione di Torino Porta Susa. Sotterranea. In attesa del treno, scorro velocemente i titoli di alcuni giornali. La Stampa, in prima pagina, pone in evidenza il tempo ridotto, per effettuare, in treno, il tragitto Torino-Milano e viceversa. “Rivoluzione dell’alta velocità”, Torino -Milano in 55′ (Marzolla, Minetti e Salvaggiulo). Incuriosito dall’articolo, fisso l’attenzione alle pagine successive, 10 e 11. “Torino-Milano la nuova vita ad alta velocità”. Proprio mentre leggo, il treno “dei pendolari”, quello da me utilizzato, (e dallritardo_trenoa maggior parte dei percettori di reddito fisso da meno di mille euro al mese, precari) è annunciato con 15 minuti di ritardo. Che a Chivasso diventano 5. Ma ad Ivrea superano i 20 minuti. Ritardo. Per alcuni da recuperare. Per altri non retribuito. Che moltiplicato per un anno fanno una cifra enorme. Eppure, la lettura del quotidiano sembrava essere di buon auspicio. Per i “detentori di denaro”. Personalmente, la questione treni, credo sia un recupero della versione “prime e seconde classi”. Con materiale differente. Una prima, (classe), identificata con treni veloci, puliti, capaci di ogni comfort, per ricchi, ovvero le frecce rosse; una seconda, per poveri, penalizzati, come sempre. Una nuova riedizione del “fast” contro “slow” degli anni ’80. Solo che lo slow, ora, non è scelto, ma imposto. Ritardo “tutto compreso”, con cambio di motrice a Chivasso, e perdita tempo, con viaggio a binario unico, con ferroviere che scende per “girare la chiavetta di una macchinetta” onde permettere il passaggio all’incrocio, comprese le porte non funzionanti, come questa mattina, come tante altre mattine. E con la nebbia, poco paesaggio da ammirare. Per questi motivi: slow. Certo come affermava un professore, gran sostenitore della TAV, “l’alta velocità porta posti di lavoro”, a quali costi, e a che condizioni non importa. Bisogna, per lui, farla. E non importava, a lui, e a quanti ragionano come lui, se si “sventra una montagna”. Oggi, tutti i fautori del capitale ragionano in “just in time”: solo per l’alta velocità o per il ponte sullo Stretto, questo ragionamento perde senso. Non importa se non si riesce a calcolare il traffico merci fra 15 o venti anni; non importa se tutti questi costi hanno il vantaggio di far arrivare un cesto di banane due ore prima da una città ad un’altra, magari prodotte in quest’ultima. E non importa se alcune zone sono prive dei diritti elementari, come quello di una casa, decente, sicura. Il capitale prima di ogni cosa. E pensando a queste cose, lungo la tratta Chivasso -Ivrea, a binario unico, con ritardi quasi quotidiani, osservavo fuori dal finestrino del treno una fabbrica di “traversine in cemento”: dove andranno a finire? su quali binari e per dove? e perché non qui, su questa linea? Forse perché su questa linea viaggiano, per la maggior parte percettori di reddito fisso a meno di mille euro, o intorno a tal cifra, al mese e per giunta precari? studenti universitari? o perché su quel territorio lavorano “operatori di call-center diventati oggi, per protesta, lavavetri?” (volantino distribuito, oggi, ad Ivrea da alcui dipendenti Phonemedia-Omega). Su questo tema, anche Liberazione di oggi se ne è occupata: “Phonemedia-Omega: sciopero ad oltranza da nord a sud”, di Daniele Nalbone a pagina 5). Il volantino afferma: “Dopo quasi tre mesi senza stipendi, attesi con pazienza in considerazione dell’imperversare della crisi, i lavoratori della Phonemedia hanno deciso di scendere in piazza…“. Per il momento, esprimo rabbia, per la condizione di viaggiatore pendolare che perde più’ di tre ore al giorno, tolte al sonno, allo studio, alle passioni personali, come la politica o agli affetti, ma, nel contempo esprimo la massima solidarietà ai lavoratori inventatisi “lavavetri” per un giorno. Invito a guardare oltre la meravigliosa nuova stazione sotterranea di Torino Porta Susa: da Chivasso a Ivrea si “cammina a vista”.

(se i lavoratori Phonemedia vogliono continuare a raccontare e rendere visibili le loro storie, ben vengano).

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“Il Ponte rimette in moto l’economia ed evita di saltare i pasti”

treno-pendolari-strapienoQuanto scriverò ora è frutto di una riflessione personale, ma penso condivisa da tantissimi. Oggi, mentre mi recavo nella provincia Granda, mi domandavo come si possa essere “ottimisti” quando i dati, e non “uomini megafono”, indicano: “boom della cassa integrazione”,  che cresce del 553%. Mi domandavo come si fa ad essere ottimisti quando continuamente la gente perde il proprio posto di lavoro, quando ex colleghi, o il mio ex sindacalista Fiom Claudio Palazzo, mi racconta di una cassa integrazione “a manetta” da settembre, “una crisi ed una cassa integrazione che non devono ricadere sempre sulle spalle degli stessi lavoratori”, affermava Ivano Franco (funzionario Fiom) su La Stampa di ieri (05/03/09); per non parlare dei problemi, ormai perenni, degli operai Indesit, o di quelli della Bertone. Palazzo ha accolto il mio invito, e mi ha spedito tante storie di operai che stentano ad andare avanti, oberati da mutui e impossibilitati a gestire una situazione economica divenuta al limite.  Tutto questo in un periodo in cui una Diocesi chiede “fioretti”, tagli, di beni superflui, come ad esempio il taglio delle ricariche del telefonino, o cercare di utilizzarlo il meno possibile; strumento, quest’ultimo, utilizzato proprio dalla Provincia di Cuneo, ma per tutt’altro motivo: “Un sms segnala offerte di impiego”, evitando così code ai centri per l’impiego, la “Granda” avvisa con un servizio gratuito, dal due marzo, se vi sono offerte di lavoro. “Sono già 500 le persone inserite nella mailing-list”. Requisito per ricevere un messaggio è l’essere iscritto in uno dei centri per l’impiego della Granda e aver dato la propria disponibilità all’impiego. Ma la riflessione più forte è stata questa: possibile che in un paese in cui si autorizzano e “con grande enfasi si annunciano” le grandi opere pubbliche capaci di rimettere in moto la locomotiva Italia, come ad esempio il solito Ponte sullo Stretto “che non passa mai di moda”, vi sia gente che non riesce ad avere di che da sfamarsi? Eppure, ci han detto che c’era la social card!!! La notizia di una pensionata di Castagnito, “sorpresa a rubare formaggio” in un grande supermercato mi ha lasciato veramente sconcertato. Provo a pensare a quanto sia stato umiliante per questa signora prendere per potersi sfamare. Contraddizioni di un’Italia a “doppio binario”, dove si continuano a dare soldi ai manager, in grande quantità (non meritati visti i risultati), e nello stesso tempo, si riscontrano situazioni di grande drammaticità umana. Nel momento in cui metto piede nuovamente a Torino, verso le 18,50, noto un’altra contraddizione: mentre alcuni, pochi, continuano a riempirsi la bocca di Tav, il mio, era un trenino di piccole dimensioni, diretto a Chivasso, con pochi vagoni, con tantissima gente che cercava, dopo una giornata di lavoro, di salire non per prendere posto, ma per stare in piedi.