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C’era un caffè, prima della fabbrica

Le tre auto convergevano simultaneamente verso parcheggi ampiamente disponibili, nella notte ancora fonda, con l’alba distante  da noi, chiusi, nei nostri pensieri, mentalmente, e nelle “scatole” di latta, fisicamente. Avevamo da poco lasciato le calde case e comodi letti, per sorbirci “otto ore di turno”  (da leggere rigorosamente in maniera fantozziana!). Alle nostre spalle, e delle auto, la collina, Chieri e compagnia, bella, “e brutta”. L’unica, rada, luce che illuminava pochi metri d’asfalto,  era quella  gialla,  con la scritta “BAR”, in orizzontale. Tutte e tre le auto, si disputavano il posto in prima fila. Metalmeccanici contro tessili. Arrivare prima significava non aspettare. Ma il risvolto, poteva anche essere negativo: poche “battute” della Bialetti e caffe’ non proprio al massimo. Capitava, delle volte. Poche battute delle nostre, “come stai?”. Avremmo voluto essere a casa, in quell’istante, cosi vicina e  distante, da noi, distesi, ancora, sotto le coperte, liberi “da catene”.  E invece, nasini all’insu’, ma non cin la classica posa da turista. Cosa acremmo potuto osservare? La scritta Bar? E invece quelle catene, ci attendevano per 8 lunghissime ore ( da leggere fantozzianamente). Ogni auto, davanti al bar, ne scaricava quattro, di passeggeri. Mani in tasca,  ed il primo che allungava il braccio, apriva la porta del locale. Per tutti. Come i caffè.  Dodici accessi in una porta non girevole ma girevolissima. Tutti avvolti nei nostri giubbotti, qualcuno per fare in fretta, con la tuta da lavoro  addosso ed il logo. Della fabbrica. Scarpe anti-infortunistiche incorporate. Il barista aveva acceso la sua macchina del caffè da poco, e ci dava le spalle. Dalla bocca del fornetto a micro onde, aperto nello stesso istante in cui entravamo noi, nel locale, minuto, si perdeva  un buon profumo: croissant appena sfornati; una parte di quello (il ptofumo) era sequestrato nel locale, un altro ricercava velocemente la via d’uscita, come un gatto che non sognava altro che il ritorno alla sua liberta’, precaria. Dalle nostre bocche, sbadigli, occhi stropicciati, e tanta stanchezza nelle ossa. Caffè per tutti, due parole, il contratto, lo stipendio, i toc. I saluti, l’arrivederci, al mattino dopo e i 12, in macchina, ancora una volta, verso la loro “bolla”. Entro le 6. Poi, chi al tessile, chi al frigo, chi al meccanico. Da questa sera, in tv sento che  a fare il ” frigo”,  cioe’ il suo mototino, all’ Embraco, forse, non ci andranno piu’. E cosi al caffè. Prima del turno.  Anche il Vescovo Nosiglia ha promesso il suo interessamento e vicinanza. Ha detto che scrivera’ al Papa. Intanto, chi comanda, dice “Amen”

15 anni di 20 luglio

20160719_152728La veranda ripara dal sole,  dai rumori,  e oltre persone e personaggi. Chiudi gli occhi e il passato filtra attraverso le stesse fessure.

Con M. non prendemmo in considerazione di andare a Genova,  alla manifestazione contro il G8,   o forse non ci pensammo quantunque da un po’ scrivevo sulle contestazioni,  sui movimenti di protesta  e neo-liberismo,  FMI, Banca Mondiale movimento No Global e cominciavo a “scolpire” la mia tesi.  E adoravo la politica. Mi piaceva seguire il Social Forum,  le piazze tematiche,  come si stesse organizzando il corteo dei migranti e se il movimento no global aveva “messo il cappello” su di una forza politica di sinistra o se fosse il contrario. Mi entusiasmava il linguaggio politico di B. e come comunicava. E mi piaceva scoltare i dottori,  S. e A.  e il portavoce C. e,  o ma,  il movimento operaio? E noi,  operai, e studenti-lavoratori,  facevamo confluire le nostre discussioni in fabbrica con il bicchierino di plastica in mano nella pausa caffe’. Un altro mondo era possibile. Quel giorno M. mi accompagno’  come tantissime altre volte al lavoro, per il turno: pranzo insieme e 30 km di strada, sotto il sole e tanta felicità;   la collina torinese,  Superga e molto sole erano una bellissima cornice e cominciai cosi a pensare all’amore almeno 8 ore prima del nostro rivedersi come eravamo soliti fare ogni qual volta turno e fabbrica ci separavano. Uscii dalla sua macchina dopo che ci scambiammo un bacio e restai con quel gusto delle sue labbra e di lei per molte ore. L’entrata,  gli spogliatoi,  la camicia e i pantaloni verdi (gentilmente concessi per il nostro lavoro)e 4 cazzate prima di scendere in reparto,  dopo aver girato la chiave del lucchetto dell’armadietto lasciando alle spalle gli abiti civili,  Chieri,  Torino e.. .Entrando in fabbrica  il rumore si conficcava nelle nostre orecchie fin dalle scale e mano mano che attraversavamo i reparti diveniva sempre piu fastidioso e urtcante come una persona fastidiosa. Un saluto veloce con quelli del primo turno,  le disposizioni del capo o team leader e via. Un pezzo,  due,  tre o,  in piemontese,  al vua con i toc.  Una gurnizione, la vite, il tappino, i somma,  noie da catena di montaggio, le pause da 10 minuti, chi prendeva il caffe’ alla macchinetta e io che  pensavo a M. e al nostro amore.Trascorsero cosi le 8 ore.  Ero sempre il primo ad uscire dai cancelli di quella fabbrica e mentre gli altri si auguravano ancora una buona serata, o si pettinavano in auto prima di rientrare a casa, noi due eravamo gia’ figli della luna e del nostro amore: il mondo era nostro. Quella sera fu un tantino diverso. Salutai le guardie fisse al solito gabiotto ed M.  era al posto di guida nella sua macchina che mi aspettava,  davanti al piazzale. Entrai, mi sedetti, posai lo zaino dietro e mentre lei mi riempiva del suo odore e dell’amore io le riversano addosso quello  di olio e di fabbrica. Un velo di tristezza pero’ faceva capolino sul suo viso, un tratto scuro le era calato addosso e i suoi occhi, piccoli e neri eano divenuti ancora piu’ piccoli, quasi a scomparire, quantunque sempre belli. Mi posò una mano sul viso. Mi accarezzo’ dolcemente e mi disse:”hanno ammazzato un ragazzo in piazza Alimonda,   oggi pomeriggio, a Genova”. Chiusi gli occhi e i pugni. Dissi solo:”noooo”! Piego’ il suo viso e scomparve nell’incavo tra il mio collo e la mia spalla. Piangendo. La strinsi forte e piangemmo. Eravamo forti e sensibili allo stesso tempo. Avevamo pensato fino a quel giorno ad un altro mondo e che esso fosse davvero possibile. Il mondo lentamente da li a poco cambiava corso. E a settembre avrebbe cambiato connotati. Non so quanto tempo restammo,  concavi e convessi tra un sedile e l’altro,   così ad impastare lacrime e sogni feriti nrll’animo e nella psiche. Forse una notte intera. Forse 15 anni. Ciao Carlo.

Quando un biglietto….cambia la vita

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Interno Valdocco, Maria Ausiliatrice. Le camerette di don Bosco, davanti. Lato Basilica e alle spalle, Cappella Pinardi.

 

Imbattutomi in una bellissima lettera 28 e “scoperto” il contenuto, ho potuto osservare con quanta attenzione era stata “foderata”. Una stoffa particolare. Ne ho seguito le “tracce” e ho scoperto l’autore, anzi, l’autrice, di una storia particolare che a sua volta ha dato origine a centinaia di altre storie…Nel corso degli anni. ed io l’ho…registrata. Tra l’altro, per la par condicio, mi pareva particolarmente giusto parlare anche di una donna, attenta all’educazione. Dopo Torre Giuseppe, ora, la volta di una donna. Con la speranza che, anche in questo caso, le istituzioni se ne accorgano. O almeno, in tempo d’estate, i ragazzi. Anzi, Estate, Ragazzi.

Suor Lucia: quando un biglietto cambia la vita…

La passione del disegno trasformata in “dialogo” con i ragazzi

La vocazione? Una riffa…

A volte la “riffa” non è solo un gioco o una “pesca”, di quelle che si vedono nelle feste. E nella nostra amata Basilica di Maria Ausiliatrice, capita ogni anno di vedere “la riffa” sotto il porticato di quella che fu una libreria. Le signore porgono una grande boccia con i numeri. Si paga, si estrae un bigliettino, stretto da un elastico, all’interno del quale è racchiuso il numero fortunato. La mano fruga e ne “pesca” uno. Un numero e oplà, a questo è abbinato un premio. Per alcuni, la “riffa” è stata molto di più. Una scelta di vita, per il prossimo, per sempre. E così è stato per Lucia Tamagnone, nata a Riva Presso Chieri, il 4 agosto del 1945, divenuta poi suora grazie anche al “messaggio” propiziatore “pescato” non da una boccia di vetro, ma da un cestino posto sotto una statua di don Bosco. «Nell’animo di ogni uomo c’è un certo vuoto che nessuno può colmare. Il Signore lo ha riservato per sé». Quello il biglietto che renderà Lucia, nel suo cammino, Suor Lucia.

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Suor Lucia Tamagnone. Al lavoro, in portineria, “al 27” e mentre intrattiene un bambino con l’arte degli origami.

 

 

 

Traghettatrice di ragazzi

Ma il “biglietto”, non è un “oracolo”. Ad ascoltare attentamente la storia, di suor Lucia, probabilmente, il sì ad una chiamata, era da sempre. Tamagnun”, in piemontese, significa carro. Un mezzo di trasporto dalle ruote forti robuste. Nel cognome c’era già la sua “missione”. Trasportare e “traghettare” ragazzi e ragazze al pari di quella nave raffigurata nel quadro all’entrata della Basilica di Maria Ausiliatrice. E con la sua comunità, con le consorelle, li ha davvero traghettati, a centinaia, dalla Scuola Media alla Scuola Superiore, dalle lezioni mattutine a quelle di “laboratorio” pomeridiano in quella che è la scuola di “Maria Ausiliatrice”.

 

Il talento del disegno

La vita di Lucia è segnata dalla perdita precoce del papà. Il lavoro entra nella sua vita presto, insieme allo studio. Con tanti sacrifici. Il suo percorso scolastico conosce una parentesi a Torino dove frequenta la prima e la seconda media. Poi la terza media a Chieri e l’inserimento nel mondo del lavoro in uno studio tecnico di disegni per stoffe. Poiché il disegno è la sua specialità, il lavoro non le manca e le si prospetta un avvenire promettente. Ma il contenuto di quel biglietto continua a riaffiorare nel cuore di Lucia che decide di recarsi a Lourdes per affidarsi alla Madonna e chiederle la grazia di saper dire di sì. Torna a Riva presso Chieri con la decisione ormai presa.

A Giaveno l’inizio del cammino

Il 24 gennaio del 1969 Lucia lascerà la sua casa per recarsi a Giaveno dove inizia il cammino di formazione nell’Istituto delle Figlie di Maria Ausiliatrice. Dopo 4 anni tra aspirantato, postulato e noviziato, il 5 agosto 1972 Lucia è Figlia di Maria Ausiliatrice. Il 5 agosto 1978 lo sarà per sempre con la Professione perpetua. Ora l’arte di Sr Lucia diventerà mezzo efficace per “traghettare” educazione e cultura. A Cinisello gli studi presso l’istituto d’arte e poi a Torino l’approdo ad Architettura. In quest’ultimo periodo, dal 1981 al 1986, la sua residenza è la “Casa della giovane”, in via Giulio 8, dove alterna lo studio con la presenza accanto alle giovani universitarie. Dopo il conseguimento della laurea Suor Lucia inizia l’attività di insegnamento nella Scuola Media e Superiore di Piazza Maria Ausiliatrice, 27.

 

Origami: più di una passione

L’argomento della sua prima lezione in una 5^ Superiore è l’arte degli origami, una delle varie tecniche espressive con cui Suor Lucia si cimenta diventando particolarmente abile. Facendo origami, braccialetti, porta chiavi, découpage, ecc. Suor Lucia darà vita a laboratori non solo nella scuola ma anche nel periodo estivo in Colonie, estate ragazzi, in spiaggia durante i giorni di riposo. Tutto questo fino al 2006, anno in cui Suor Lucia smise la sua attività di insegnamento, continuando però le attività di laboratorio fino al 2011. Ora Suor Lucia la troviamo ad aprire “porte” in quella che è la portineria del “27” di piazza Maria Ausiliatrice, ma insieme a tutta la comunità delle consorelle, il servizio più grande è nell’aiutare ad aprire le porte del cuore.

 

 

Modelli tra l’antico e il nuovo

DSC00582 DSC00576Individuato un punto nevralgico della nostra città, ho potuto constatare come molte cose a riguardo, dei mezzi pubblici sono cambiate. Prima di ogni cosa, il costo del biglietto. Un euro e cinquanta. Un po’ altino, a dire il vero. Altri mutamenti: il materiale dei tram i numeri, i capolinea, navette bus…fervono mutamenti con modelli alternativi. Almeno quattro.  C’era una volta la griglia. Forse non piu’. Zona situata nei pressi di due Basiliche,  Maria Ausiliatrice e la Consolata e il Duomo, provo a chiedere quale “modello” sia preminente, tra i due, tra “l’antico e il nuovo”. Certo, questi spostamenti, questi trasbordi, qualche “conflittualità” tra i due, la pongono. Soprattutto perché da queste parti i cambi, continui,  dovrebbero essere assicurati senza tanta attesa. In vista del mercato Porta Palazzo, borse e carrelli della spesa non si contano, in andata e in ritorno. Un mercato globale. Il trionfo della globalizzazione, bellezza.  La metropolitana leggera, quella con otto entrate-uscite, non esiste più. Almeno, non transita più.  Quei “trenini” come li chiamavano in tanti quando li videro circolare per la prima volta tra l’86 e l’87 saranno “ricoverati” in qualche deposito periferico. Bottoncino rosso per richiedere la fermata ad ogni uscita e, oplà, in prossimità della fermata, si “aprivano” i gradini. Pronti per la discesa. Chissà per quanto resteranno parcheggiati.  Chissà quale sarà il loro destino. Una discontinuità. Da qui, da Corso Regina Margherita, un tempo, passava anche il “tipo” di metropolitana, leggera. Che “typos”.  Direzione Stadio Delle Alpi (una volta, c’era, quello stadio, e allo stadio ci si andava anche per i concerti) o direzione “Piazza Hermada”. Già, ma adesso, cosa ci arriverà a Piazza Hermada, ovvero oltre l’ospedale Gradenigo, dove si trova l’incrocio con il 30 direzione collina, Pino Torinese-Chieri? Un modello allegorico, la metropolitana leggera con la “promessa” e il compimento di una vera. La storia, ci consegna invece un ulteriore modello, quello “storico”. Un tram storico e il suo capolinea, nei pressi. Come che sia, molto è mutato, tra difficoltà e promesse, tempi di percorrenza  e  attesa. Un tempo, passava un due, poi, il tre. Anche se, in definitiva, sono l’identica cosa. Cosa ne pensano i torinesi, di tutti questi cambi?  E a proposito di modelli, e di alleanza, in una giornata come oggi, per chi l’ha santificata, impossibile non pensare all’acqua. La samaritana, l’ incontro che suscita sete, il popolo che soffriva la sete, Mose’, la roccia, la fonte. Il nuovo e il veccchio, il vecchio e il nuovo. Modelli, a confronto.

Da qualche parte ho letto che siamo in buona posizione per quantità di “acqua importata virtuale”, cioè quella contenuta negli alimenti.  Quanta acqua conterrà una bistecca? Presumo che siamo in buona posizione  anche per quantità consumata. Guardo le nostre fontanelle torinesi, dei veri gioiellini. Da preservare e trattare con cura.

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Don Bosco a Valdocco

DSC00234DSC00239E così, finalmente l’urna di don Bosco, con la mano “benedicente” è tornata a casa.  A vedere questa giornata di festa, Valdocco, oggi, fin dalle prime luci dell’alba, sembrava una città nella città, un quartiere nel quartiere. Giovani fin dal mattino in Basilica. Con i compagni di classe e professori. Le scuole, ex allievi, gente comune. Salesiani, Figlie di Maria Ausiliatrice, cooperatori salesiani. Presenti.  Lavoratrici, lavoratori.  E ai giovani e di giovani si è rivolto nella celebrazione dell’ultima Messa di San Giovanni Bosco dell’era Rettor Maggiore Pascual Chavez Villanueva.  Un messaggio che esprime preoccupazione profonda per il disagio giovanile e un appello alle Istituzioni per trovare soluzioni al problema del lavoro. Un invito, rivolto ai giovani, a scoprire tutto quanto di buono esiste ed è presente nella società, e portarlo in giro, provando a trasformare il mondo.  (discorso, lascito di cinque punti nella buonanotte). Un mondo diverso, è possibile. La Chiesa, da parte sua, farà la sua, di parte. Un mandato che si conclude dopo 14 anni.  Con i giovani sempre al centro. La gioventù, la giovinezza, come momento dei sogni da seguire con gioia e convinzione. Un no allo scoraggiamento anche quando tutto pare difficile, in questi tempi, davvero precari. Sempre molto piacevole vedere, in questa giornata, gli incontri che si rinnovano, anno dopo anno, magari dopo un campo, un confronto, una giornata di festa: abbracci, canti, giochi, preghiera. Tutto all’insegna di un padre e maestro dei giovani. Pensando al Colle, a Castelnuovo,  al forno di Chieri, alla tettoia Pinardi, ad una mamma Margherita,  al primo Oratorio, alla lippa, al cane grigio, alle scuole, a Roma, via Marsala, a Parigi,  agli apprendisti, al primo contratto di lavoro per gli apprendisti, ora depositato a Roma, alla Pisana…

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Mio “keepsake”

Dopo il mio farewell ad una cittadina piemontese, soprannominata “la bella” (anche se direi la “fredda” in tutti i sensi) adagiata ai piedi di stupende montagne che fanno da corona al Monte Rosa, eccomi sul bus verso la nuova cittadina, sede dell’istituto scolastico che mi “ospiterà” per un anno “di precariato”

Una cittadina, quest’ultima, “sdraiata” sulle colline torinesi che videro, più di un secolo fa, un ragazzo, farsi prima garzone e poi studente al prezzo di notevoli sacrifici. Un personaggio divenuto in seguito, un santo sociale: don Bosco. Un prete che ha dato tutto, pur di rendere effettivi e garantire i diritti dei giovani lavoratori e garantire per questi ultimi una giusta ed equa retribuzione. Mentre oggi si gioca a comprimerli, quei diritti. La cittadina in questione  venuta alla ribalta della cronaca cittadina per una frase fuori luogo di un assessore, di quello stesso comune, durante una seduta del Consiglio comunale . In sintesi, in quell’intervento (portato alla ribalta da un quotidiano torinese) “I ragazzi con handicap disturbano”; quindi, basta disabili a scuola? Meglio sorvolare su quel punto. Che soggetti, che mondo. Ma torniamo a scrivere di scuola. Tagli e paradossi.

Nella scuola purtroppo i paradossi son tanti. Collaboratori scolastici laureati, tecnici informatici ingegneri che vengono licenziati per i tagli, istruttori pratici diplomati, insegnanti non laureati, e via dicendo. Inoltre la suddivisione dei lavoratori della scuola classificabili in lavoratori di serie A e altri di serie B. Tra questi ultimi, i collaboratori scolastici.

Nella scuola, giustamente, i collaboratori scolastici si occupano e preoccupano anche delle esigenze dei ragazzi diversamente abili, ma, se i collaboratori sono precari, sono sprovvisti di quel famoso articolo 7 che permette loro di avere competenze specifiche nei confronti dei diversamente abili. Ancora: corsi come quelli su sicurezza, visite mediche e altro spesso sono preclusi ai precari. Le ferie, poi, sono godibili solo in periodi indicati dai superiori, perché prima, la scelta spetta a quelli di serie A. Nei ricordi della “passata stagione eporediese”, vi sono colleghe e colleghi divenuti amiche e amici. In particolare insegnanti sul sostegno che per una politica di tagli non hanno potuto dare continuità e affetti al loro lavoro e ai loro “ragazzi”. Fra questi, D. laureata in filosofia, con due specializzazioni all’insegnamento, storia e filosofia e quella sul sostegno, area umanistica, attualmente è disoccupata. Ha partecipato alle nomine, in una città siciliana, dove ha “incontrato” la disperazione. Afferma: “Non ho mai provato l’emozione di essere nominata dal Provveditore, avere la facoltà di scegliere la scuola in cui lavorare e firmare un contratto. La nomina dell’anno scorso è stata una vera sorpresa, anche se, a 1400 km di distanza. Ho avuto la possibilità di calarmi per la prima volta nel ruolo dell’insegnante di sostegno e di “mettermi al servizio” di chi ha altrettante risorse. Ripeterei l’esperienza ma ovviamente preferirei lavorare qui, in Sicilia per non dover ripetere il sacrificio di stare lontana dal mio ragazzo e dalla mia famiglia. Chissà quando un simile diritto, quello di lavorare e vivere nella regione di appartenenza potrà essere realizzato”.

In seguito è la volta di F. “Abbiamo fatto qualsiasi cosa questo sistema richiedesse: laurea, Ssis, corsi abilitanti sul sostegno, master da mille euro, ricorsi, controricorsi…” Ed ora? si domanda F. “chi mi ridarà gli anni passati sui libri e chi i 5 mila euro spesi in istruzione a pagamento solo negli ultimi due anni della mia vita?”. La sensazione più triste, nel parlare con F. è la constatazione della mancanza di “un appuntamento con il futuro”. “Si ha la sensazione”, mi riferisce, “di rincorrere qualcosa senza raggiungerla mai”. In seguito, ne individua, come molti di noi la causa e i mandanti: “L’istruzione, a pagamento, che devi obbligatoriamente fare, per non rimanere indietro, ha arricchito qualcuno, ma non te; e tu, che eri in buona fede, pensavi che questo sarebbe stato finalmente l’ultimo tassello per raggiungere il tuo sogno”.

Già, il pagamento. La ricerca del privato a tutti i costi. Privatizzare la scuola. Questo è il vero obiettivo ricercato da questo Governo. E’ la la storia, già conosciuta di una scuola che si “autofinanzia” due volte. Il caso di Adro. Come sostiene un giornalista, sarebbe il caso di essere indignati, in maniera permanente, effettiva. Da ricordare ancora il caso dei genitori che si autotassano pur di avere “un pezzo di collaboratore scolastico”, come avviene in un sobborgo alle porte di Alessandria. I “tagli” avevano eliminato un collaboratore e così, di necessità, virtu’.

Nei “ricordi”, vi è anche Domenico Capano, “l‘ingegnere”, tecnico nella scuola, anche lui, precario, e ora “fuori” grazie, sempre, si fa per dire, ai tagli. Un ingegnere che ha avuto forza anche di cimentarsi con la storia, pubblicando un libro su Piergiovanni Salimbeni, nel ‘700, da quella picciola Terra di Limpidi” (Edizioni Lulu.com). Posto, di lavoro, quello di Domenico, ricoperto sicuramente da tanti abili tecnici un tempo magari dipendenti della provincia e ora dipendenti statali, magari non ingegneri, magari, chi lo sa, non tanto bravi quanto Domenico. O magari collaboratori scolastici in progressione con concorso interno. In classe con laptop, ma senza tecnici validi come Domenico.

Poi Cosimo, laureato in storia e filosofia, anche lui, “retrocesso” causa tagli: da futuro insegnante a collaboratore scolastico. “ Mi sveglio alle quattro e quaranta, per essere alle sette a scuola; pochi km coperti in malo modo dai mezzi pubblici”. Prospettive? “Attualmente mi preparo per l’esame di un master e nel frattempo spero mi chiamino. Per insegnare”.

E poi ci sono io. Il mio bus è quasi arrivato. Un’occhiata al giornale. Una notizia in particolare mi ferisce e mi stupisce. Un box piccolissimo. “Quaranta milioni di euro, di cui due devoluti, su sua richiesta (al soggetto interessato) in beneficienza. E’ la cifra che Unicredit verserà a Profumo, sostiene il quotidiano, per l’ addio anticipato alla poltrona di ad”. Ancora. “In Bot annuali renderebbe 1300 euro al giorno”. Neanche un’ora prima, pensando fosse accreditato, come tutti i mesi, lo stipendio, il mio, come per tantissimi precari, mi viene reso noto che il bonifico non è stato effettuato. Cambiando scuola, chissà quando arriverà. “No bonifico? No party”, nonostante tutti i 23 del mese, il misero bonifico attesti, come il nome di battesimo, la precarietà. Un marchio. Una precarietà che lascia a bocca asciutta e vuote (e svuota)le tasche. Di molti. Pazzesco pensare che abbiamo speso il 17% del pil europeo per salvare delle istituzioni che dovrebbero salvarsi da sole. A proposito di lavoro. In capo al terzo anno di lavoro, si necessita del certificato di sana e robusta costituzione, che rasenta il costo di 50 euro. A proprio carico. Cioè dei lavoratori. Come la disposizione Brunetta che prevede il tesserino di riconoscimento con la propria fotografia. Già, ma le foto, chi le paga? Il lavoratore. Tutto questo è pazzesco, pensare che lo Stato si comporti come un “job killer” nei confronti dei tanti D., F., Domenico, Cosimo e gli altri duecentomila precari di questo autunno scolastico, che speriamo sia caldo. Precari, definiti “politicamente strumentalizzati” per il semplice fatto di non avere più traccia di bonifico o se, per un incontro con il proprio futuro decidono di scendere in piazza a manifestare contro questo taglio indiscriminato. Un autunno scolastico che si accompagna al terzo autunno di crisi finanziaria.

Pare di sentire Ennio Flaiano: la situazione è grave ma non è seria.

Il 4 aprile non deve “evaporare”

Questa mattina ho deciso di andare a trovare amici e colleghi, ritrovati nella grandiosa manifestazione di Roma, e non più rivisti o sentiti, anche per via del tragico evento accaduto in Abruzzo (nel più totale rispetto del lutto che ha colpito la popolazione abruzzese). Una foto dei giorni scorsi, apparsa sui quotidiani mi ha colpito immensamente: un signore sorridente, al centro della fotografia, con “due signori, grandi e potenti”: un signore americano ed uno russo. Pollice alzato, e ok, tutto a posto. “Ho messo a posto tutto io”. Tutti a guardare, la grandezza di quel signore, capace di dispensare carezze e consigli. “Cose mirabolanti”. Come dice un mio amico, la potenza dell’immagine, ha sortito un grande effetto. Un’immagine studiata? Però di colpo ho pensato ad altre immagini, questa volta televisive: ascoltatori, pubblicità da mandare in onda, e “risponda subito”, quasi a pregare e a dire, “prego, riponga il dolore o il suo lavoro per un momento”; è il mercato bellezza! E così, di pensiero in pensiero, da immagine a immagine, stavo pensando, sempre nel rispetto del dolore, del lutto di quanti hanno perso parenti, cari, amici, che una grande fetta del “patrimonio di tanti lavoratori che hanno partecipato sabato 4 aprile stesse evaporando”.
giornalino-borrelli-in-bacheca-cgilChe fine hanno fatto i compagni di viaggio?
E così sono andato , a trovarli, oggi, presso le loro abitazioni. Poirino, Chieri, Riva di Chieri, Villar Perosa. A Riva, dove c’è una grande azienda ho incontrato un paio di amici, che questa settimana hanno lavorato. (le altre erano in cig). Mi hanno raccontato delle difficoltà ad andare avanti con pochi soldi a fine mese. Insieme abbiamo deciso di acquistare una copia del Corriere di Chieri, e lì mi hanno indicato l’articolo che li riguardava. “Embraco: accordo sui tagli d’orario. Contratti di solidarietà per tutti gli operai fino al novembre 2010”. Mi dicevano che i contratti di solidarietà avranno una durata di un anno e e mezzo, circa 463 i dipendenti che li utilizzeranno, con una riduzione d’orario lavorativo inferiore al 40%. Entrambi mi chiedono: “E poi, che ne sarà di noi”? Uno paga 450 euro di affitto abita con il fratello e spesso si fa aiutare dai genitori. “Datevi da fare”, avrebbe sicuramente risposto qualcuno. Dopo Riva mi sposto a Poirino:qui incontro altri due vecchi colleghi. Uno di questi, A. (nome puntato in quanto non vuole farsi riconoscere) con tante settimane di cassa integrazione, mi chiede di informarmi su un fatto che lo riversa in condizioni disperate: “Spesso sono in cassa integrazione, da settembre”, puntualizza. Nei scorsi mesi, pur essendo in cassa integrazione “ho coperto la cig con permessi vari e ferie: è possibile?”.
Poi, mi racconta:”in questo periodo, pur essendo in cassa integrazione, in seguito ad una causa persa, mi viene decurtato quanto prendo, direttamente dalla busta paga”. Mi chiede ancora.”E’ possibile”?.  Questo punto interviene anche l’altro amico, e con molta vergogna mi dice “Anche a me, non per una identica situazione, capita che mi venga decurtato lo stipendio”. Anche loro, all’incontro sono venuti con una copia del giornale e mi indicano l’articolo che riguarda la loro azienda:”Poirino, scontro alla Denso sulla “cassa. La Fiom annuncia i ricorsi, l’azienda risponde con la mobilità per 90 dipendenti”. (articolo di Federico Gottardo, venerdì 10 aprile 2009). I sindacati si incontreranno in settimana per discutere del problema. Un’azienda, continua il giornale “che a Poirino conta 1354 dipendenti”. L’altro ragazzo mi racconta situazioni incredibili, con paura e ansia, che spesso toglie il sonno. Paura che la mobilità potrebbe toccare a loro. “Differenze inventariali della quarta settimana”: forse, quasi un anno fa, questo termine poteva tenere banco nelle discussioni. Ora non più. Siamo fermi, forse alla seconda settimana. Parliamo insieme dei problemi dei pensionati, che spesso, anche loro, “stanno peggio di noi”, oppure  degli impiegati Fiat che “intravedono ancora la cassa integrazione”. Questi due compagni, sono i più disperati: entrambi avevano fatto progetti: chi una casa, chi un progetto di vita, una compagna, magari un bimbo. Approfittando di un periodo in cui l’azienda andava.
Non so cosa dire, solo ascoltare. Ci salutiamo.
Uno di questi mi ringrazia per la mia presenza, anche in suo nome, a Roma. Colgo l’occasione per fargli vedere le fotografie. Lui che a Roma, non ci è mai stato, e forse, per ancora chissà quanto, non ci andrà. Cambio zona e vado a trovare altri lavoratori, quelli della Indesit. Mi raccontano di uno stabilimento forse salvo, ma, mi dicono “con quanti lavoratori, non lo sappiamo”. Raccontano di alcuni appuntamenti, il primo a Roma per il 17, il secondo a Torino per il 24.  Anche qui, disperazione. Si parla soltanto di come alcuni si siano arricchiti dei più poveri, “dei manager assediati”, delle storture del capitalismo.

Ancora qualche giro e nel tardo pomeriggio mi reco presso la Cgil, quasi a concludere un giro iniziato esattamente una settimana fa. Trovo gli amici con cui avrei dovuto fare il viaggio verso Roma, ma che non ho fatto con loro per via del treno. Saluto Stefano e i suoi tre colleghi, che come sempre mi hanno ospitato con grande entusiasmo. Dono a loro, da tenere in quell’ufficio la maglietta della ricorrenza “Io c’ero” acquistata in treno durante “la trasferta”. Parliamo di ciò che è stata la manifestazione e di ciò che ci attende. Ricompattiamoci. Ritroviamoci. Riappriopriamoci della politica e non facciamola più essere lo zerbino dell’economia.

In Cgil ho colto l’occasione, ancora una volta per ringraziare Roberta a nome di tutti coloro che hanno scritto (anche per quelli che hanno utilizzato questo blog come fosse un erogatore di servizi: prendere, e non tornare più) problematiche inerenti la disoccupazione: quesiti spesso non facili, anche perché non è il mio lavoro. Colgo l’occasione per ribadire a tutti di informarsi sempre presso l’Inca Cgil. Avrete sempre informazioni utili.