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Aldo Moro e Peppino Impastato

9 maggio 1978. Aldo Moro e  Peppino Impastato.  Del primo ho dei ricordi più nitidi,  forse perché già da piccolino seguivo tutti i pomeriggi i tg dell’epoca,  insieme al nonno.   Fin dal giorno del suo rapimento e dell’uccisione della scorta in via Fani,  a Roma,  il tg del pomeriggio era un appuntamento fisso, a casa mia come in molte altre,  e poi,  una quantita’ di giornali per casa. Forse proprio in quel periodo ho apprezzato la lettura dei quotidiani,  per quanto,  data l’eta’,  ovviamente,  non è  che comprendessi chissà  cosa.  Però,  il nonno,  ci sapeva fare: spiegava molto bene,  raccontava,  “traduceva” in un linguaggio comprensibile ad un bambino i fatti salienti. E insieme,  leggevamo.  Ho imparato molto: Maglie (in provincia di Lecce e le origini dell’Onorevole Aldo Moro),  la costituzione,  il compromesso storico,  funzioni del Presidente del Consiglio,  il PCI,  Berlinguer,  Roma e i suoi quartieri,  geografia (il Lago della Duchessa!!! ),  le prime nozioni di politica,  la Sapienza…

Peppino Impastato imparai ad apprezzarlo più avanti,  con l ‘impegno politico e uno studio più “spesso”. E ogni anno,  quando posso,  lo ricordo, con la sua voglia di studiare,  leggete,  lottare,   con i suoi… “Cento passi” e la lotta alla mafia. Peppino è  vivo e lotta insieme a noi…

Verso il salone del libro

DSCN3094Giornate estive. Parchi e giardini della città invasi dopo un lungo letargo di un lunghissimo inverno. Ancora fino a pochi giorni fa, sotto la pioggia. Giornate dedicate al ricordo, alla memoria di Aldo Moro e Peppino Impastato. E allora, “cento passi” in questo centro cittadino così frequentato, che espone in molte delle sue vetrine oggetti di ogni genere e libri, anticipo di quello che sarà il ventiseiesimo salone internazionale del libro. “Dove osano le idee”. (16 maggio-20 maggio).

Intanto, mentre una parte della città manifesta con una fiaccolata per chiedere lavoro, almeno diecimila, “Uniti per il lavoro”, tenendo viva la speranza, “che un mondo diverso è possibile”,  proprio a  partire daltema del lavoro, il governo “lavora” in altro modo. Fiaccolata che  reclama, urla, richiede, con necessità e urgenza l’attenzione che merita per quel  lavoro che manca ai centomila torinesi e urla le dovute attenzioni per quelle altre migliaia di torinesi che nei prossimi mesi vederanno in scadenza la cassaintegrazione. Richiami al governo affinchè le luci di queste fiaccole si trasformino immediatamente in luci di speranza. Senza trucchi e magie, sospensioni e differimenti. Sospensioni, come l’Imu.  Ad osservare uno strano personaggio posizionato e sospeso lungo via Garibaldi. Pare librato, ad un metro da terra. Due signori richiamano l’attenzione verso gli amici. “Come Enrico ha detto e Angelino ha spiegato”, un “illusionista” catalizza l’attenzione.

I passanti osservano attenti e con diffidenza passano quel che possiedono per testare l’effettiva mancanza di un sostegno  tra l’asfalto e i piedi. Trucco? Purtroppo per la maggior parte, “Pronti a tutte le partenze” e accerchiati dal panico quotidiano, la situazione economica non muta.  A proposito di “Panico quotidiano”, che non è solo uno stato fisico, mentale, ma è anche un bellissimo libro, mi piace molto il senso di speranza che viene restituito dalle sue pagine. Quando tutto o quasi tutto sembra irrimediabilmente perso, ecco che una nuova chance ci viene offerta.  Anche quando sul tavolo della vita, ormai da sparecchiare, non rimane che la clessidra, a segnalarne il tempo andato, consumato come una candela. E ricordi. Certo ad andarsene sarà altro, altra, e, con la testa fra le mani, capiterà di pensare, nei momenti in cui tutto si è sgretolato, che “Nessun maggior dolore che ricordarsi  del tempo felice nella miseria” e come un nastro riavvolto, tutto scivola via, come fotogrammi. “Le vite altrui come cicalecci lontani” e vuoto dentro e fuori. La sensazione di non essere compresi, in ogni stato.  Lo stradone, i piccoli portici, la pasticceria e la fermata del 46.  Da una parte il canavese, la terra dei lavandai, delle lavanderie industriali poi, delle fabbrichette, delle “boite” che lavorano per la grande fabbrica, stampaggio, plastica e gomma, affiancate da qualche appezzamento di terra, piccoli orti a creare l’illusione di essere al Sud, e di non averlo mai lasciato, quel posto con il sole sempre in tasca senza grigio, fumo, nebbia e qualcosa, o qualcuna, sempre a sorriderti,  con le villette a schiera e mutui ventenali, dall’altra, la città, i grattacieli che segnano l’entrata in città, la fine dell’autostrada  e l’uscita da quella che era la prima periferia. “Inizio tratta suburbana. Ricordarsi di obliterare”. La Falchera, quartiere torinese,  il 4 che spunta da una parte, ingoiato nella direzione opposta, direzione capolinea. La strozzatura dove un tempo si inerpicava quello che era il 50, un bus lavatrice, tale era il rumore che provocava. Poi, la Chiesa a punta, via Ivrea, le case albergo. Il lavoro, la fabbrica, che scandiscono le giornate. I riti, le liturgie. Il turno, che scandisce il pranzo, la cena, la colazione, l’amore. E le incomprensioni. Talvolta bugie con tante fatiche e dolori che non passano, non quando le si dicono ma quando si è costretti ad ascoltarle e a fatica tollerlarle. Il cinema, la pizzeria, di tanto in tanto. La partita di calcetto, la corsa, la passarella con la croce, che divide in due le responsabilità.  Le foto, una cerniera tra passato e presente. Come ero, chi sono, come sarò. Ma si entra, o si esce, anche in una dimensione soggettiva, personale,  nuova. E’ questo il tratto significiativo del librodi Frascella. Una nuova prospettiva anche quando molto sembra perduto, ecco cosa restituisce il libro al lettore. Il protagonista,  che apparentemente perde tutto e accetta di perdere, e che decide di tornare o ritornare dopo un lungo giro, tra centro e periferia, nel suo io. E alla fine, quello che pareva uno “sfratto” da cio’ che conta, il lavoro, gli amici, gli affetti, le sicurezze apparenti, alla fine si rivela la vera conquista:  la piena riappropriazione di sè..  … “Tutto come caparra per la maggior gloria”. Le cose buone, come carità, come vangare la terra anche quando non lo si è mai fatto. “Sissignuri“.  La speranza, il riscatto, il futuro anche quando è da scrivere, inventare. Come quel romanzo che tutti abbiamo provato a scrivere e tutti abbiamo in qualche file punto doc. E quel poco, è tutto, anche quando non si ha piu’ nulla le Sacre Scritture ci ricordano che  “il povero ci sarà sempre vicino” . E quel “povero” siamo noi. “Sissignuri“.  Precari sempre con un piede sull’uscio di tutto. Ma pronti a prendersi la vita fra le nostre mani. La  speranza e la capacità di scelta, di decidere. Questi i temi dominanti del libro, di Christian Frascella. Un compito ci viene dettato: quello di provare a prendere il largo e affrontare il mare aperto.

Nella giacca intenta a vestire un manichino, all’interno di un negozio, si intravedono alcuni libri. “Dove osano le idee”. Un libro in tasca, non puo’ mai mancare.