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Senza parole

La pioggia, oggi, è  davvero incessante, e ogni goccia che cade allarga le pozzanghere e dilata ricordi. Era il ’94, era  il 2000, eravamo a Borgo Dora, e ai giardini Cavour, erano 20 o 30 i centimetri caduti di pioggia  e i Murazzi chissà come stavano e come erano messi. I ponti chiusi, e per Sassi e per via Cigna e per corso Principe Oddone  mentre e le fabbriche annunciavano e ponevano le marstranze in libertà.  Alle macchinette del caffè, tra una pausa e l’altra, un paio di giorni dopo, si discuteva se la messa in liberta sarebbe stata pagata come cassa integrazione dallo Stato o dalla regione. È  la forza dei ricordi. Non ho avuto tempo e modo, e forse voglia, di abbozzare qualcosa, ieri, come ogni 23 di ottobre, “Mi ritorna in mente”, puntuale, come un orologio svizzero, un episodio di vita scolastica. Protagonisti, un bimbo ed una gomma, di quelle blu e rosse, buone non per cancellare ma per creare perugi sul goglio, gomme rigide, che ha rallegrato l’infanzia di quanti non conoscevano ancora  i bianchetti, che per molti oggi non sono altro che  un bel bicchiere pomeridiano e per gli studenti invece, un tratto bianco a copertura dell’errore fatidico. Bene, o forse no, quella gomma si rompe, proprio a metà, e, alzandosi in piedi, prendo le mosse alla ricerca di una colla pastosa, forse vinavil, che, forza dei ricordi dilatati, ricordo quella boccia bianca enorme, come un contenitore di ammorbidente posto sopra la lavatrice. E forse, pure quelle, dilatate dalla forza dei ricordi, come l’urlo, stile Tarzan della maestra, colpevole io, di essermi alzato.  Terrorizzato e impietrito, rimasi senza colla, senza gomma, senza parole. Vasco Rossi, l’avrebbe cantata anni dopo.

14 ottobre

Onestamente. Francamente. Veramente. 14 ottobre. Nella spiegazione sul lavoro a Torino non sapevo da dove cominciare,  questa mattina a scuola. Circondato da notizie di Nobel. Qui intorno tutto parla del Lingotto,  dello stabilimento,  nato già  vecchio,  coi suoi piani,  con la pista,  la bolla e il Fiorino e i suoi operai che hanno dato lustro, a tutto,  tanto,  alla città,  ad un prezzo elevato, con  le loro conquiste e la sconfitta. Il movimento operaio che vince,  perde. Marcia lui e marciano i colletti bianchi poi. “Zitti,  parla Bertinotti. Che dice? “.  L’80,  il 14 ottobre, e la cassa a zero ore. Le buste paga  degli operai  che sventolano stese come biancheria. Un panino, il caffè,  i compagni,  le lotte e noi figli a giocare con altri figli e figlie che non potevamo capire tutto quello e questo.  Giocavamo,  noi. Piangevano,  loro. Ridevano,  pochi. La grande ristrutturazione. Sembrava il titolo di un film. Non lo era affatto. Qualcuno ci ha lasciato pure,  pero’.  Che spiegare a questi ragazzi dai visi candidi e speranzosi e che al Lingotto ci vanno per Farinetti o l’8 Galery o a camminare o correre sulla passerella a vedere i treni partire da Porta Nuova e sognare e desiderare  di partire anch’essi? Qui si parla di Marconi fermata,  e i ragazzi non sanno che e chi c’era in quei due palazzi,  di via Chiabrera dove si facevano i test per entrare “alla Fiat”e di un palazzo nei pressi  che del lavoro ormai ne porta solo il nome. Che spiegare? Ricordi che intercettano un altro 14 ottobre,  del 2000: l’alluvione,  la Dora e sulle “sponde” di via Livorno il lavoro. E io a guardare, insieme a viso di donna,  braccia sulla staccionata,  e domandare se e quando sarebbe esondata. La Dora. Devo spiegare il lavoro e contestualizzarlo.Tempo. Passato e presente. Torino…

La mia Torino. 4. Tra storia locale e devozione

Interno di una casa condominiale, Torino
Interno di una casa condominiale, Torino

Torino. Casa di ringhiera, interno con un dipinto dedicato a Maria Ausiliatrice. Foto, Romano Borrelli

Un profumo particolare, ci coglie, nel nostro piccolo “borgo” torinese, appena “metti il naso fuori” di casa. Un profumo che si allarga, a macchia d’olio. Un profumo ricercato, come i luoghi, ritrovati e racconti. Provare a raccontarli, sapendo della limitatezza  del “blog di Romano B”. rispetto ad  altri blog, “sponsorizzati”  come quelli “stile progetto” della provincia, che “confluiscono” sulla stampa cittadina e nazionale.  Pero’, per correttezza,  la storia delle circolari a scuola, come documenti, era partita proprio da qui, dal blog di Romano B.  (vedere quotidiano cittadino, dicembre). Un intento diverso, questo. Riproporre e raccontare persone e luoghi che davvero hanno scritto e fatto storia. Nel loro piccolo. Storia locale.  Provare ad immaginare, una camminata, e far vedere e narrare, e poi appuntare, con la lettera 28, o per la lettera 28, e raccontarla con lei e grazie a lei,  e al termine, esserne fieri, di “tanto colore”, dopo tanto bianco e nero. Scriverla e riscriverla. Quando anche un piccolo quadernetto, una rubrica si proponeva come un conto aperto per chi, le tasche, continuava ad averle vuote, nonostante  il duro e tanto lavoro. Famiglie di un tempo. Con tante bocche da sfamare. Storia di un quartiere di città. Esci. E non sai più se è l’odore, il profumo o il profumo di un ricordo. Ti assorbe. Lentamente. Un odore, misto, di erba appena tagliata, di colla, appena passata, sui cartelloni elettorali che propongono, ” Alle europee, vota questo, vota quello”. Alle regionali, “vota questo, vota quello”.  Odori di passato e di presente, misto a rumori di lavori, di un tempo e attuali. Rasentandoli,  quei cartelloni, senti quell’odore, di stampa, di colla, di fatica, di sudore, di attacchini, militanti, magari anziani. E pensi a quante riunioni, fumose e fluviali, consumatesi a loro volta in un fiume di parole. Riunioni a tempo, capaci di celebrare sempre qualche leader di questa o quella mozione. L’ultimo a resistere, e chiudere la sezione, o il circolo,  sarebbe stato incoronato  leader. Dalla passione, non dalla conta.  Avrebbe saputo dire sempre una parola in più degli altri.  Di conforto, se la tua area era perdente, di incoraggiamento se la timidezza prendeva il sopravvento. La casa, in fondo, era sempre comune. Come la causa. E il pane che si mangiava, era sempre lo stesso. La Resistenza, continua. Continua la Resistenza, anche nella dialettica. “Care compagne, cari compagni…”.  Una prova di forza, di carattere, una prova di ostruzionismo. Gruppi di anziani, nei pressi di una panchina, controllano i lavori degli attacchini. Li avvicini. Discutono. Di 80 euro. Osservi attentamente la piazzetta,  con i suoi alberi e ti  rendi conto di quanto un tempo questa area  sembrava più grande.  E non soltanto, l’area politica, di appartenenza, di riferimento. Era l’altra Chiesa. Analogie, somiglianze. Giochi di parole.  E anche gli odori, degli stessi alberi, sembrano, ora,  diversi, come effettivamente lo sono dal giorno alla notte. In realtà, eravamo noi, piccoli, allora che percepivamo tutto più grande. In realtà, non erano ancora presenti su scala nazionale,  le allergie che impedivano di respirare a pieni polmoni e a testarne le differenze.  Tra poco, la notte calerà. Luci si accenderanno in ciascuna casa. Alcune di quelle si spegneranno, altre invece resteranno accese. Occhi attenti, occhi vigili. Uno scrutarsi vicendevole. Chi ha terminato il turno, chi lo dovrà iniziare,chi si occuperà, nella notte della farina, del lievito, del forno. Del pane per domani. E pensi a quel profumo di pane che investiva tutto il borgo. Un tempo.  E non solo. Strano a pensarci, ma davvero, col pane, i panettieri, non solo portano “la biovetta” o “la michetta” sulle tavole di casa nostra.  Ma ci stanno essi stessi. Quotidianamente. I panettieri ci restano, nelle case, con il nostro  ( e il loro pane quotidiano.).Ci portano una storia, di lavoro, del lavoro, di fatica e di fatica; la loro storia, quelle di altri. Storie che trasudano da qualche rubrica. A, b, c, d…L. E all’interno di ogni lettera, un nome, un cognome, una famiglia, una casa, luci elettriche e luci di candela. Talvolta un numero.  Consumi, abitudini, tipologia di pane, quantità, preferenze. Un conto aperto. Un universo. Da quelle rubrica, si aprono altri mondi. Altri modi. Vecchi lavori dei quali ora non esiste più traccia. Una Istat in miniatura.  Intimità.  Tipologie di lavori collegati a persone che avevano presso quel negozio il “conto aperto”. All’interno di una rubrica, la storia, operaia, di un pezzo di borgo. La storia italiana, la storia di Torino, degli operai Fiat, della continua lotta per la sopravvivenza, e di lotta continua, della lira e di quando la paga era percepita il 15, con l’acconto, e il 30, con il saldo.  E il 28, si cominciava, per ogni lettera, a tratteggiare il conto.  Il 28, poi, con il saldo, cominciava a bisbigliare sottovoce, il quanto, e che, se si poteva, si chiudeva il conto aperto,  raccontato da quella rubrica, che giro e rigiro tra le mani. Con la consapevolezza di non sfogliare pagine, ma “trattare” con persone. “Handle with care”.Una rubrica che racconta “gli terni” di un quartiere, che potrebbero essere  di una città qualsiasi. Una “rubrica” che racconta l’interno del vissuto famigliare, ora che delle rubriche, sono rimaste solo nelle memorie telefoniche.  Case di ringhiera, ricche di forte umanità e semplicità. Cortili, dove in questo mese si recitano rosari.  Con tanta devozione popolare, soprattutto dalle parti della circoscrizione 7, dove anche le “paline” del bus, raccontano qualcosa di devozione.

Interno panetteria Torino. Foto, Romano

Spesso, ad ogni lettera, che era una famiglia, una nota a piè di pagina, come si usa fare nei libri, un rimando. “Passerà il mese prossimo”.  Brevi commenti, a matita, a penna. Già immagino quelle punte, non fatte, per la mancanza di tempo, per la delicatezza, per la riservatezza, per la coda di chi preme e ha fretta di prendere il pane, e tornare a casa. Le giustifiche apportate, talvolta, sono strazianti. Visite mediche, moglie, figli, qualche viaggio improvviso al Sud per la suocera o qualche congiunto, la prima Comunione di qualche figlio, il padrone che non paga, la cig in agguato. Con il far della mattina, la luce. Una luce leggera, che allontana umidità e nebbia. Un tratto cancella, apparentemente qualcosa.  Il pane fresco, appena cotto, caldo, continua a farsi, come una volta, nonostante in tantissimi di quegli interni, ora, si preferisce farselo a casa. Luce nella luce. Entro, in un paio di cortili, a me famigliari.  La sfornation, la famosa bici, è poggiata sul muro del cortile. Qualche gatto la osserva, sornione, godendosi i primi raggi del sole. “Giovanni“, non è solo il nome di un materassaio. E’ un nome molto comune, che continua a leggersi e a farsi leggere, e gridare, da un cortile all’altro. E’ comune, come il pane, come la farina, come la storia, come certe storie.  La storia di un negoziante, di un borgo, che la storia l’ha scritta, e non solo su una rubrica,  che tratterò, perché meritano. Perché hanno fatto la storia. Di un pezzo di città. Che vale la pena scrivere e ricordare. Per il senso di umanità, di solidarietà che l’uomo, quando vuole, riesce ancora ad esprimere in atti concreti.

ps. Non posso non terminare queste riflessioni, questi ricordi con un pensiero a Senigallia. Nel 2000, a Torino, nel borgo, e non solo, l’alluvione fece “irruzione”,  lungo le strade cittadine,  insieme a tanti disastri. Il pensiero va a Senigallia, colpita duramente. Con il rinnovato augurio che possa riprendersi, insieme a tutta la cittadinanza, affinché possa tornare in forma, più e meglio di prima, per coccolare ogni ritorno e ogni nuovo arrivo.

Interno di una panetteria. Il forno.
Interno di una panetteria torinese. Il forno.

Quando la solidarietà bussa alle palpebre dei nostri occhi

Torino, 14 febbraio 2010. Questa mattina non il sole, ma fiocchi, copiosi, di neve, hanno bussato alle palpebre di molti innamorati. Una giornata romantica per loro. Per altri, alle porte di Torino, la giornata si consumerà con lanci di arance nel famoso Carnevale di Ivrea. Per altri ancora, la giornata sarà di speranza: speranza di avere o riavere un lavoro. Altri cercheranno di sperimentare ancora una volta una forma di solidarietà con lavoratori che da mesi non percepiscono “il becco di un euro”: la solidarietà ai lavoratori Eutelia-Agile. Una solidarietà cercata, grazie alla vendita delle “arance metalmeccaniche”, in un luogo, piazza Castello, a Torino, che vede girovagare coppie di innamorati felici. Presenti all’iniziativa, il segretario della Federazione, Paolo Ferrero, e alcuni consiglieri regionali di Rifondazione Comunista. Molto attivo fra questi ultimi, Juri Bossuto. Presenti inoltre il segretario regionale di Rifondazione Comunista, Armando Petrini, il segretario della Federazione di Torino, Renato Patrito, il consigliere di circoscrizione 7, Giuliano Ramazzotti, il segretario del circolo Centro, Elio e tanti, tantissimi compagni, tutti pronti a dare una mano in una giornata in cui, Torino, si è svegliata imbiancata dalla neve. La vendita continua anche in questo momento. Al mattino, breve incontro con Fabio Sebastiani, giornalista di Liberazione: incontro a cui hanno partecipato altri compagni e, fra questi, il già citato segretario del circolo Centro, Elio, e Maurizio Pagliassotti. Lotta alla precarietà; sicurezza sul lavoro; lavoro internazionale gli argomenti trattati. Oltre a qualche accenno su quanto capita in rete.

La giornata, continua con momenti di festa. Speriamo in un’ottima riuscita.

A-mobilità sociale

Silenzio. Doveroso. Per Haiti. Paese povero, distrutto. Paese ricco, culturalmente, musicalmente, artisticamente. Pochi lo sapevano. Anche il sottoscritto. Silenzio, ancora per un attimo.

Per l’ennesima volta, proprio nella giornata in cui a Torino, i No Tav hanno in programma una “passeggiata” da Piazza Massaua fino a Corso Marche (luoghi dedicati ai “sondaggi”), il treno delle 7.35 da Torino Porta Susa, diretto ad Aosta, subisce e fa subire l’ennesimo ritardo. La mia, di passeggiata, purtroppo, non è per nulla festosa. Non è una gita. Anzi. Nei pressi di Settimo Torinese il convoglio subisce uno stop. Il capotreno, con voce flautata ci annuncia che “causa guasto scambi nei pressi di Chivasso, il treno subirà un ritardo imprecisato”. A Chivasso, una voce metallica annuncia che “i treni diretti a Milano subiranno ritardo”. Quanto ritardo non è dato sapere. Complessivamente il ritardo effettivo maturato dal treno Torino Aosta, sul posto di lavoro ad Ivrea è di 40 minuti. Come sempre, il ritardo o si recupera, o si monetizza. Prima di apprestarmi a “bollare” il badge osservo il tetto della scuola. Il pensiero va a Roma, dove proprio su un tetto analogo, da 54 giorni, resistono i ricercatori dell’Ispra.
Penso agli operai Fiat, a quelli dell’Eutelia Agile e delle mille realtà sparse per quello che era il “Bel Paese”, ma che oggi non lo è più. Ben prima delle arance di Rosarno. Penso ai disoccupati, giovani e immigrati i più colpiti. Penso ai trucchi, alla magia, di un “Bel Paese” che, “vedete, ha retto meglio degli altri Paesi alla crisi economica”, tranne sapere poi che nel conteggio non si era seguita una certa conformità con gli altri Paesi: la cassa integrazione entra o non entra nel conteggio?
Alla mancanza di mobilità sociale. Passato faticoso e futuro fosco. Presente “paludoso”. Per molti. Un’immagine che stride con quella del turbo capitalismo. Transazioni finanziarie veloci, immediate, da un capo all’altro della terra. Bonus, benefit, denaro evaso che ritorna. Ma nel quadretto, anche persone. Persone ferme. In attesa, Di qualcosa, di qualcuno che ci illustri una redistribuzione delle risorse migliore, giusta. Ma tutto, per un disegno politico congegnato ad arte, pare fermo, guasto, volutamente, come la scala mobile di Porta Susa, come il dispositivo che dovrebbe indicare il passaggio dei bus, spesso mal funzionante; fermo come un semplice “tappeto” su cui correre. Come il treno, che senza neve, senza ghiaccio, si ferma. Mentre si ipotizza l’alta velocità e il sindaco del Partito democratico di Torino Chiamparino, ahimè, chiama a raduno i sindaci a favore della Tav. Tutto sembra congegnato per “correre dietro palle perse”. “Vorrei ma non posso”, sembra dire questo Governo. Guardo il tetto, oggi. Immagino il tetto, ieri. Sotto, vi era una triplice unità: di contratto; di condizione di lavoro, come ci comunica Luciano Gallino; e di unità contro il padrone, un tempo davvero unico. Oggi non più. Una triplice unità, andata in frantumi.  Occorre ripristinare al più presto l’unità. Mandando, per iniziare, in frantumi questo governo italiano “incantatore di serpenti”.

“Spremuti d’arance”

Terminate le vacanze, la vita, per molti, ricomincia nell’identico modo: “nulla di nuovo all’orizzonte”. L’alta velocità è il tema dominante. Sui giornali. La bassa velocità, con annessi ritardi, e annesse disfunzioni, come vagoni ghiacciati, si inscrivono invece sulla pelle delle persone. Ritardi, stipendio decurtato, ore da recuperare, temi che tornano prepotentemente all’ordine del giorno. Lunedì mattina, ore 7.30. Torino Porta Susa. Treno per Aosta, in ritardo. Dieci minuti, divenuti poi 15 sul tabellone luminoso. Diventati poi oltre 40 ad Ivrea. “Extended play”. Identica sorte al ritorno, con una variante: carrozza priva di riscaldamento. “L’alta velocità rende migliore la qualità della vita”, afferma qualcuno. Anche a costo di perforare una montagna, magari contenente amianto. Non concordo. Perchè non insistere nel migliorare le infrastrutture esistenti? Considerazioni già fatte. Che rendono però visibile il legame con altre situazioni…Alta velocità, bianco. Pendolari, nero. Vince bianco. Peccato, vediamo se, con l’istruzione le condizioni di partenza si riequilibrano. Dipendente con posto fisso, bianco. Precario, nero. Vince ancora bianco. Vincerà ancora, per tanti anni. Peccato, proprio nella scuola. Ma proprio qui, il bianco è bianco-bianco, con i fondi d’istituto. Pochi bianchi molti neri. Forse sarebbe meglio eliminarli, quei fondi. E se i precari provassero ad alzare la voce? “Nero-nero”.

Per non parlare poi dell’agorà di agosto: un “caporale” chiama. Non tutti possono partecipare alla raccolta “dei frutti” settembrini. Chi raccoglie fino a fine attività didattica, chi fino ad agosto, chi di fatto, chi di diritto. Nel privato, poi, i neri-neri sono raggruppati in una vastissima categoria: spremi e butta. Mezzo milione “neri” fuoriusciti dai cancelli delle fabbriche? Poi esistono i quasi neri, che sono in cig, o in mobilità. Ma esistono anche i neri-neri, i disoccupati. Che brutto periodo! Eppure, proprio in Piemonte, a Torino, terra di santi sociali, già nel novembre del 1851 veniva stipulato il primo contratto d’apprendistato. Diritti. Altri tempi. Oggi, rifiuti.

Oggi “è il mercato, bellezza”. Vuoi vedere che dopo aver tanto spremuto, aumenterà anche il prezzo delle arance?

“Saldi, ma per pochi”

Torino 5 gennaio 2010. Il tabellone luminoso, alle 11 di questa mattina segnalava a chi fuoriusciva dalle viscere della metropolitana di Torino, 5 gradi. Oggi giornata di saldi. Poco credibile il dato sulla temperatura. Gelo, almeno per questa mattina, in molti negozi: pochi acquisti, a mio giudizio. A guardare bene le mani di chi affolla le vie del centro, soltanto alcune erano impegnate nel sopportare pesi. La maggior parte di quelle erano “ben riposte” in stupendi guanti o profonde tasche. Magari, queste ultime, vuote. Magari piene di pagherò poi”. Con la cassa integrazione e la mobilità che naviga a gonfie vele, di pieno, in un periodo di crisi, mai terminata, nonostante l’ottimismo ostentato di pochi, troviamo solo il bilancio famigliare oberato dai debiti; o ritroviamo uno stipendio, per chi lo percepisce, almeno sulla carta “ ancora intero,” sottoposto a forti trattenute. Lungo via Garibaldi ho contato pochi negozi affollati di gente. Alcuni curiosavano. Altri esibivano foglietti per un attento confronto fra i prezzi di ieri e quelli di oggi. Gente “esperta” con le idee chiare su cosa acquistare. “Cacciatrice” di saldi . Sulla reale utilità del capo, magari un po’ meno, come un gruppo di ragazzi che mi precede: borse con oggetti solo griffati. “L’importante è che siano firmati”. Chissà se anche loro possiedono una carta di credito rateale, una delle ultimissime mode, insieme ai tanti telefonini a loro disposizione: con l’alto costo che comporta l’eccesso del loro utilizzo. Una carta di credito con 5 mila euro da spendere come e dove. Da rimborsare, chissà. Passivi famigliari che incrementano sempre più. Otto anni fa i passivi famigliari erano circa 310 euro su 1000 disponibili; oggi, molto di più. Ormai, da tempo, dipendenti e pensionati hanno serie difficoltà ad arrivare a fine mese con l’esile introito.

Figurarsi nella corsa ai saldi. Lungo il mio breve percorso, durato all’incirca un paio d’ore, non ho affatto incontrato soggetti “affamati” e ansiosi di accaparrarsi capi di abbigliamento “scontati fino al 50%”. Anzi. In molti sono costretti a “tappare buchi”, un po’ come successo ieri per le strade di Torino. Una buca stradale prontamente rattoppata in Piazza Statuto. Oggi purtroppo, l’oggetto che va per la maggiore, per una fetta non trascurabile di cittadini, sembra essere un materasso, quello che una volta serviva a custodire il denaro dei nostri nonni, e oggi, invece, come giaciglio per molti sventurati.

Questo articolo è stato pubblicato sulla Repubblica edizione di Torino del 10 Gennaio 2010

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In Italia c’è chi pensava di “Magnare” e chi non lo ha mai pensato perché tanto, a pensarlo non gli avrebbe certo cambiato la vita

In Italia c’è chi pensava di “Magnare” e chi non lo ha mai pensato perché tanto, a pensarlo non gli avrebbe certo cambiato la vita; infatti, continua e continuerà a non mangiare, ieri, come oggi, come domani. Ieri quasi tutti i giornali riportavano la relazione del Governatore della Banca d’Italia, Mario Draghi; una relazione dalla quale si evince “una crisi economica grave che non solo potrebbe portare un italiano su dieci a perdere il lavoro, ma anche un calo del Pil del -5%”. Certo non c’era bisogno di una relazione per conoscere la situazione attuale. Quanti hanno già perso il lavoro e non sanno davvero cosa “mangeranno” questa sera? Ecco perché ancora una volta si sente urgente e necessario prendere coscienza e “alzare su la testa”. La Repubblica, in prima pagina titolava “Draghi: crisi grave. Un italiano su dieci rischia il lavoro”. La parte rilevante è situata nelle pagine successive: “Lavoro, un esercito senza paracadute. 1,6 milioni a zero euro se licenziati“, di Luisa Grion a pagina 9. Un numero certo elevato di persone che se dovessero perdere il posto di lavoro si troverebbero senza sostegno al reddito. Niente cassa integrazione, niente disoccupazione. Un numero certamente elevato. Inoltre gli strumenti che “paracadutano” in qualche modo il lavoratore sono differenziati per settore, contratto, azienda. Una non comunità prima, in azienda, dove proliferano tipologie differenziate di lavoro, una non comunità dopo: “non comunità” che genera “guerre tra poveri”. Sta qui la vera causa che aveva prodotto disaffezione verso la sinistra, a mio modo di vedere. E, a qualcuno fa piacere che le cose stiano così, tanto che se andiamo a vedere l’incidenza delle quote destinate dall’Italia al rischio disoccupazione si vede che esse sono pari allo 0,5% del pil contro una media europea del 1,6%. Insomma, dalla lettura si capisce che esistono licenziabili di serie A e licenziabili di serie B. Sempre la Repubblica asserisce che tra i primi, 12 milioni e 557 mila  (l’85% sul totale) ci sono lavoratori a tempo indeterminato, il 72% di quelli a tempo determinato, una larga fetta di interinali e di apprendisti. Non ci sono collaboratori a progetto e altri autonomi parasubordinati. All’interno della cifra “1 milione e 638 mila”, contenente “lavoratori più sciagurati” di altri, ovvero, lavoratori senza alcuna tutela ci sono oltre ai co.co.pro e parasubordinati e c’è quasi il 30% dei contratti a tempo determinato e il 34% degli interinali”. Inoltre le “forchette” in termini monetari per chi è “meno sciagurato” di altri ed “è baciato dalla fortuna” (già, la chiamano fortuna), e potrebbe godere della cassa integrazione o dell’indennità di disoccupazione le cifre potrebbero raggiungere l’80% ed il 60% rispettivamente dell’ultimo stipendio. Ovviamente, anche per i fortunati è stato posto un tetto, perché si sa, a tutto bisogna mettere un limite. I limiti sono: 886 euro se la busta paga percepita era non superiore ai 1.917 euro, e di 1.065 euro se l’ultima busta paga non era superiore a quella cifra. Riassumendo i soggetti “senza nessuna copertura” sono: tra i lavoratori a tempo indeterminato, 468 mila pari a 4,1%; tra i lavoratori a tempo determinato 547 mila pari al 27,8%; tra gli interinali contratto di somministrazione 39 mila pari a 33,6%; tra gli apprendisti, 35 mila pari a 13,5%; tra i collaboratori a progetto e autonomi parasubordinati 542 mila pari al 100%. Il totale è pari a un milione 631 mila, pari a 11,5% del totale. (Fonte tratta dal box di repubblica, il dossier di sabato 30 maggio).

Anche La Stampa, in prima pagina titolava: “Draghi: subito le riforme. Interventi strutturali o non ci sarà ripresa”. Richiamo alle banche. La relazione del Goveratore di Bankitalia: “I disoccupati arriveranno al 10%, serve piu’ tutela. E il Pil cadrà del 5%”. 19 pagine di considerazioni. Ma l’interesse si pone a pagina 5, leggendo l’articolo di Paolo Baroni. “Senza rete 1,7 milioni di lavoratori”. Ancora, “Bankitalia: “Lo stock di cassintegrati e disoccupati potrebbe superare il 10% della nostra forza lavoro”. Ammortizzatori sociali inadeguati alle nuove realtà. Lampante all’interno dell’articolo il passo: “I primi a saltare saranno ovviamente i precari. Per oltre due milioni di lavoratori temporanei il contratto giunge a termine nel corso di quest’anno. Piu’ del 40% è nei servizi privati, quasi il 20% nel settore pubblico, il 38% è nel Mezzogiorno”. Insomma, per molti si avvicina il fine corsa. Per questo, “Su la testa”, e contrariamente a quanti ribadiscono che “più di così non si può ottenere”, noi diciamo che un altro mondo è possibile! Un mondo in cui ci riprenda la nostra dignità.

Un mondo di precari. Un mondo che non deve essere questo sintetizzato da una relazione che però è realtà, dove cassintegrati e disoccupati si avvicinano a sfondare il 10% della forza lavoro, dove un milione e settecentomila persone sono senza nessuna rete di protezione. Un insieme di persone che raggiunge l’11,6% della popolazione attiva, occupati per tre quarti nei servizi. Allora, su la testa. Sarebbe così utopia, alla luce di quanto successo, delle storture di questa economia auspicare una banca unica? Una banca che presti denaro alle fasce piu’ deboli, senza lavorare “coi soldi degli altri”? Basta con l’economia finanziaria che ha creato tanti guasti. Basta con tutti questi contratti che non creano “comunità”. E’ vero, forse per piu’ di un secolo, la classe più debole, quella operaia, ha percepito, perché lo viveva, un certo svantaggio sociale tale da indurla a “sentirsi comunità” e cercare nell’organizzazione politica una sorta di ribaltamento nei confronti del capitale. Oggi, forse, la paura, ingrediente fondamentale della destra, ha allontanato la classe operaia da concetti come solidarietà, internazionalismo. Ma nulla ci impedisce di riappriopriarci dei nostri valori e di continuare ad esistere. Infine, per rimanere al tema, Liberazione di ieri, in prima pagina titolava, “Paese reale”. “Draghi riporta la discussione sulla terra. Cioè sulla crisi”. Il riferimento è al Pil, con il suo crollo, degli investimenti, crollati, e della disoccupazione, anch’essa in caduta libera. Insomma, chi ha sognato per un mese, ha potuto farlo a pancia piena, anche se il risveglio è stato amaro. Ma per coloro che quotidianamente affrontano l’amara realtà sognare è impossibile (“Susan Boyle eccezion fatta“), perché dormire lo è ancor più.

E tra di noi ci divideremo

lavoro, amore, libertà.

E insieme ci riprenderemo

la parola e la verità.

Guarda in viso, tienili a memoria

chi ci uccise, chi mentì.

Compagno, porta la tua storia

alla certezza che ci unì.

(Franco Fortini)

Il 4 aprile non deve “evaporare”

Questa mattina ho deciso di andare a trovare amici e colleghi, ritrovati nella grandiosa manifestazione di Roma, e non più rivisti o sentiti, anche per via del tragico evento accaduto in Abruzzo (nel più totale rispetto del lutto che ha colpito la popolazione abruzzese). Una foto dei giorni scorsi, apparsa sui quotidiani mi ha colpito immensamente: un signore sorridente, al centro della fotografia, con “due signori, grandi e potenti”: un signore americano ed uno russo. Pollice alzato, e ok, tutto a posto. “Ho messo a posto tutto io”. Tutti a guardare, la grandezza di quel signore, capace di dispensare carezze e consigli. “Cose mirabolanti”. Come dice un mio amico, la potenza dell’immagine, ha sortito un grande effetto. Un’immagine studiata? Però di colpo ho pensato ad altre immagini, questa volta televisive: ascoltatori, pubblicità da mandare in onda, e “risponda subito”, quasi a pregare e a dire, “prego, riponga il dolore o il suo lavoro per un momento”; è il mercato bellezza! E così, di pensiero in pensiero, da immagine a immagine, stavo pensando, sempre nel rispetto del dolore, del lutto di quanti hanno perso parenti, cari, amici, che una grande fetta del “patrimonio di tanti lavoratori che hanno partecipato sabato 4 aprile stesse evaporando”.
giornalino-borrelli-in-bacheca-cgilChe fine hanno fatto i compagni di viaggio?
E così sono andato , a trovarli, oggi, presso le loro abitazioni. Poirino, Chieri, Riva di Chieri, Villar Perosa. A Riva, dove c’è una grande azienda ho incontrato un paio di amici, che questa settimana hanno lavorato. (le altre erano in cig). Mi hanno raccontato delle difficoltà ad andare avanti con pochi soldi a fine mese. Insieme abbiamo deciso di acquistare una copia del Corriere di Chieri, e lì mi hanno indicato l’articolo che li riguardava. “Embraco: accordo sui tagli d’orario. Contratti di solidarietà per tutti gli operai fino al novembre 2010”. Mi dicevano che i contratti di solidarietà avranno una durata di un anno e e mezzo, circa 463 i dipendenti che li utilizzeranno, con una riduzione d’orario lavorativo inferiore al 40%. Entrambi mi chiedono: “E poi, che ne sarà di noi”? Uno paga 450 euro di affitto abita con il fratello e spesso si fa aiutare dai genitori. “Datevi da fare”, avrebbe sicuramente risposto qualcuno. Dopo Riva mi sposto a Poirino:qui incontro altri due vecchi colleghi. Uno di questi, A. (nome puntato in quanto non vuole farsi riconoscere) con tante settimane di cassa integrazione, mi chiede di informarmi su un fatto che lo riversa in condizioni disperate: “Spesso sono in cassa integrazione, da settembre”, puntualizza. Nei scorsi mesi, pur essendo in cassa integrazione “ho coperto la cig con permessi vari e ferie: è possibile?”.
Poi, mi racconta:”in questo periodo, pur essendo in cassa integrazione, in seguito ad una causa persa, mi viene decurtato quanto prendo, direttamente dalla busta paga”. Mi chiede ancora.”E’ possibile”?.  Questo punto interviene anche l’altro amico, e con molta vergogna mi dice “Anche a me, non per una identica situazione, capita che mi venga decurtato lo stipendio”. Anche loro, all’incontro sono venuti con una copia del giornale e mi indicano l’articolo che riguarda la loro azienda:”Poirino, scontro alla Denso sulla “cassa. La Fiom annuncia i ricorsi, l’azienda risponde con la mobilità per 90 dipendenti”. (articolo di Federico Gottardo, venerdì 10 aprile 2009). I sindacati si incontreranno in settimana per discutere del problema. Un’azienda, continua il giornale “che a Poirino conta 1354 dipendenti”. L’altro ragazzo mi racconta situazioni incredibili, con paura e ansia, che spesso toglie il sonno. Paura che la mobilità potrebbe toccare a loro. “Differenze inventariali della quarta settimana”: forse, quasi un anno fa, questo termine poteva tenere banco nelle discussioni. Ora non più. Siamo fermi, forse alla seconda settimana. Parliamo insieme dei problemi dei pensionati, che spesso, anche loro, “stanno peggio di noi”, oppure  degli impiegati Fiat che “intravedono ancora la cassa integrazione”. Questi due compagni, sono i più disperati: entrambi avevano fatto progetti: chi una casa, chi un progetto di vita, una compagna, magari un bimbo. Approfittando di un periodo in cui l’azienda andava.
Non so cosa dire, solo ascoltare. Ci salutiamo.
Uno di questi mi ringrazia per la mia presenza, anche in suo nome, a Roma. Colgo l’occasione per fargli vedere le fotografie. Lui che a Roma, non ci è mai stato, e forse, per ancora chissà quanto, non ci andrà. Cambio zona e vado a trovare altri lavoratori, quelli della Indesit. Mi raccontano di uno stabilimento forse salvo, ma, mi dicono “con quanti lavoratori, non lo sappiamo”. Raccontano di alcuni appuntamenti, il primo a Roma per il 17, il secondo a Torino per il 24.  Anche qui, disperazione. Si parla soltanto di come alcuni si siano arricchiti dei più poveri, “dei manager assediati”, delle storture del capitalismo.

Ancora qualche giro e nel tardo pomeriggio mi reco presso la Cgil, quasi a concludere un giro iniziato esattamente una settimana fa. Trovo gli amici con cui avrei dovuto fare il viaggio verso Roma, ma che non ho fatto con loro per via del treno. Saluto Stefano e i suoi tre colleghi, che come sempre mi hanno ospitato con grande entusiasmo. Dono a loro, da tenere in quell’ufficio la maglietta della ricorrenza “Io c’ero” acquistata in treno durante “la trasferta”. Parliamo di ciò che è stata la manifestazione e di ciò che ci attende. Ricompattiamoci. Ritroviamoci. Riappriopriamoci della politica e non facciamola più essere lo zerbino dell’economia.

In Cgil ho colto l’occasione, ancora una volta per ringraziare Roberta a nome di tutti coloro che hanno scritto (anche per quelli che hanno utilizzato questo blog come fosse un erogatore di servizi: prendere, e non tornare più) problematiche inerenti la disoccupazione: quesiti spesso non facili, anche perché non è il mio lavoro. Colgo l’occasione per ribadire a tutti di informarsi sempre presso l’Inca Cgil. Avrete sempre informazioni utili.