Archivi tag: Carlo Petrini

Giovanni e la radio

28 7 2016 foto Borrelli RomanoNella” rimessa”l’odore della benzina agricola era forte e nauseabondo.  A terra,  sul pavimento spartano,  una doppia striscia di olio faceva intuire che il trattore era stato posizionato fino al fondo, lasciando cosi pochi centimetri di spazio tra il muso e il muro. Tra l’entrata e il posteriore del trattore un paio di metri buoni permetteva il passaggio ora a destra ora a sinistra dove una porta sempre chiusa collegava questa rimessa col resto della casa. Rigorosamente bianca. Al lato destro del locale  enormi recipienti contenenti orzo e grano e attrezzi da campagna in attesa di qualche altro raccolto. Due sedie ed una finestra. A sinistra recipienti di olio e vino.  E quest’ultimo,  a dire il vero a sentirne l’odore,  molto probabilmente poteva essere aceto. Sul trattore una gallina aveva approfittato del portone aperto e  si era posizionata sul sedile. E covava. Gli odori non si facevano certo mancare tanto che neanche Rocky,  il cane di casa,  aveva piacere a sostare e anche la presenza umana che in quel momento ne registrava l’assenza lasciava le sue tracce con  un cappello di paglia,  pantaloni sfilacciati e camicia a quadrettoni leggera. Un paio di stivali ai piedi di tutto cio’. E poi cestini in vimini intrecciati un pallone bocce e boccino: presenza di qualche ragazzo che ora probabilmente aveva trovato nuovi e più  “attraenti” giochi. Faceva fresco li dentro dove il sole non entrava mai. Negli anni precedenti si raccontava che erano in molti a cercare riparo. Da cosa non e’ mai stato chiarito. Ma il luogo eletto era la sedia con la  radio. Era il periodo delle radio libere.  Una storia dell’estate di 40 anni fa. Adagiata su di una sedia al fianco di un’altra sedia libera. Giovanni,  mezzo cieco,  adagiava la mano sinistra sul bastone e con la destra girava e rigirava la manopola bianca della radio alla ricerca di qualcosa di interessante.  Era impressionato da tutti quei mondi racchiusi in quella scatola. Era felice e quando una musica andava si alzava e accennava passi di danza dall’alto dei suoi 80. Ma non erano passi: in realta’ stava fermo,  cioè. E anche la sua Paglietta  si muoveva sul suo capo calvo. Fino a pochi anni prima si raccontavano nello stesso luogo antiche storie popolari e si cantavano in dialetto canzoni dei tempi andati.  Tata Giuanni era uno spettacolo e un’attrazione per tutti i bimbini del posto che non andavano solo per osservare Giovanni e i suoi movimenti ma soprattutto per ascoltare tutti quei programmi che uscivano dalla scatola inframezzati da tanta pubblicità.   E quel concerto provocato dal movimento di due manopole era una festa libera per tutti. Cioè,   radio libere e commerciali per tutti. Un pensiero oltre a questo racconto è  andato alla stesura di una ricerca,  sul 1976,  RadioBra Onderosse e tutta la sua storia e quella di Carlo Petrini e Azio Citi,  verso Livorno alla ricerca di un… carrarmato americano abbandonato. Poi passarono gli anni insieme alle radio,  ai pretori che chiudevano e riaprivano radio e…  ed il resto lo conosciamo. Ma forse la storia di Giovanni detto “tata” non la conoscevate. Poi passarono altri anni,  5,  e Berlinguer ci disse qualcosa sulla questione morale. Tempo passato o presente?

Dalla radio…. un amore senza fine.

2 marzo

27 2 2016 Torino via Roma.Borrelli Romano foto20160302_091925Ci siamo lasciati l’inverno alle spalle, chiudendolo fuori senza esserci mai entrato. Ci siamo lasciati febbraio e i suoi 29 e i festeggiamenti per i 10 anni dalle OlimpiadiTorino 27 2 2016 Borrelli Romano foto. Cinquemila reduci volontari che hanno sfidato la pioggia torinese  lasciandosi addosso ricordi, giacche e spillette. Chi si ricorda i “bollini” per ogni giornata di “servizio” di volontariato sul proprio libricino, utili per meritarsi il famoso orologio  Olimpiadi Torino 2006? E quanto e’ bella la nostra citta’ con le sue “matite” rosse e passione che vive.  Sull’asfalto bagnato a lucido di via Roma, le “matite” (cosi paiono a me) sono pronte per fare un bel trucco. Se dieci anni sembrano lontani non lo sono invece i cinque universitari da alcuni mesi terminati.

Alcune fermate di metro alle spalle. Direzione Istituto Professionale, luogo di lavoro. Sulla metro leggo la tesi del mio amico e compagno di banco Alessandro,  dei nostri cinque anni trascorsi a suon di rinunce. Anni intensi di lavoro e studio: quando si dice alternanza lavoro-scuola. E si che noi una l’avevamo gia’, di laurea. Anni che ci siamo lasciati alle spalle. Una bella pagina di amicizia. Me lo scrive  e mi ringrazia nella sua tesi. “Grazie a te, Alessandro”, penso io mentre sfoglio. Tra pochi giorni tocchera’ anche a te. Ce l’abbiamo fatta, caro amico. Nonostante le difficolta’ col passare dei giorni penso che i ragazzi siano li, da un pezzo, ad aspettare le nostre lezioni. Da quando ho lasciato quel banco finalmente la passione per i libri, da me preferiti, e’ quotidiana. Talvolta onestamente capita…quel che capita e leggo di tutto un po’, ma, almeno, svincolati da esami. A parte quelli che quotidianamente mi impartiscono gli studenti.  A proposito: ho appena terminato un libro, un amore di libro. E che libro, di Francesca Paci: “Un amore ad Auschwitz”, sono certo che ti piacerebbe leggerlo. Edek e Mala, una storia vera. Una storia di coraggio, amore, dedizione al prossimo, condivisione, la’ dive era stato negato anche il nome e impresso un numero, la’ dove la dignita’ …Una storia di tutto, anche d’amore, la’ dove di questo sentimento si faceva fatica a parlarne, scrivere, discutete. Appena discuti la tesi,  e incassi il titolo te lo passo, caro Alessandro. Come abbiamo sempre fatto durante quelle brevi pause di quelle lunghe lezioni.

E a proposito di tesi, consegnata, discussa anni fa, leggo con piacere che Petrini, con slow food e Terra Madre lasciano il Lingotto per trasferirsi al Valentino.

Sulla metro, davanti a me una ragazza. Tra tanti aspetti mi colpisce un particolare. Carina e’ carina, rossa, castana, capelli lunghi, occhi scuri, mani curate, ma…e’ il 2 al suo dito che mi colpisce20160302_113508. E io questo lo voglio scrivere, prima di lasciarlo alle spalle.

Slow-Food, Terra Madre, Bra, Torino. Le origini, il Pdup

Petrini consigliere comunale del Pdup, Bra, la cittadina dove è nato tutto e dove resta il tutto………

Salone del Gusto e Terra Madre,  il piu’ grande appuntamento mondiale dell’enogastronomia e dell’alimentazione. Torino capitale del cibo buono pulito e giusto. “Esageruma”, ma è proprio così……..

E così, tra un mega orto e gente del fud, un pensiero non puo’ non andare alle origini, a Bra e alle mie ricerche sul tema.

Doveroso ancora un ringraziamento per i contributi dei Professori, Giovanni Carpinelli e Sergio Dalmasso.

Fotografia con il cellulare del Ristorante “Boccondivino”, di Bra….dove molto della storia ha inizio.

Slow Food-Terra Madre…

Luna piena. Freddo intenso. Fermate della metropolitana torinese “invase” da turisti e non, come non avveniva da tempo. Chi sale, chi scende. Sacchetti in mano e profumi del mondo.  I piu’ vari. Fermata Terra Madre, Fermata Slow Food. Pala Oval. Torino. Contadini, agricoltori, allevatori da ogni parte del mondo. Vestiti colorati, belli, a vedersi. Visi di ogni tipo.  A me piace pensare alle origini di questo movimento, di questa Onu di coltivatori, allevatori, agricoltori. Cento stati, lingue differenti.  Sembra un’olimpiade del gusto.  Mi piace pensare al mio interesse per gli inizi di questa iniziativa, partita da Bra. Il mio lavoro di ricercatore, storico-sociologico, tra montagne di carte bollate e documenti, fra ricordi dei protagonisti di quel periodo, registrati  nel fumo di tante sigarette. Altrui. Giornate di neve, di pioggia e primaverili. Blocchi, matite, penne.  Mi piace smentire chi, alcuni giorni or sono ha dato del “choosy” a chi è “schizzinoso” nell’accettare un lavoro, e rispondere con ore interminabili, trascorse negli archivi, nella lettura di interrogazioni, interpellanze di archivi comunali. Leggere, interpretare, formarsi un quadro storico alla luce di quei documenti. Come erano le scuole? Come erano le infrastrutture? Il lavoro? La condizione del lavoratore? Ore di interviste a chi negli anni di nascita del movimento, all’epoca  ragazzo, ragazza, maturando, o studente, studentessa universitario, universitaria, ha contribuito a quello che oggi viene preso d’assalto: il salone del gusto, targato Slow Food e Terra Madre.  Tutto è partito da Bra, questa cittadina a pochi chilometri da Torino, in provincia di Cuneo.

Un lavoro enorme, a coronamento di un ciclo di studi universitari e post. (Carlo Petrini e iniziative culturali, attraverso l’attività politica e interviste di concittadini e compagni di scuola e di militanza. E ancora ringraziamenti ai Professori Giovanni Carpinelli e Sergio Dalmasso). Questo si dimostra. E’ chi lavora con lei, Signora Ministro, che non riesce a stabilizzare lavoratori della scuola neanche dopo anni di precariato; lavoratori che operano in condizioni davvero drammatiche, “compressi” dai tagli operati dal suo predecessore. Lavoratori che senza considerarsi schizzinosi continuano il proprio operato al servizio della collettività.

Fotografia di un quadro negli uffici Slow Food, e fotografia di un documento relativo all’attività politica di Carlo Petrini, militante e consigliere comunale in forza al Pdup.

Povertà nel piatto

Dilemma. Piu’ poveri o piu’ attenti? Questa la domanda posta ieri ai lettori di alcuni giornali. La risposta la danno gli italiani, in povertà relativa, 8 milioni e 272 mila. Per il ministro Passera 28 milioni di italiani colpiti dalla crisi.  Metà degli italiani in lotta con il lavoro che continuamente si disperde.  Il piatto piange. Il piatto cambia. Il piatto torna alle antiche forme. Il vecchio baracchino, stile mensa ferriere torna in auge. Certo non è “pizza tombolotto” ma ci si arrangia. E purtroppo nel piatto famigliare si tagli anche l’istruzione. Il “sistema” in questo modo non terrà.  Fortunatamente esistono ancora sacche di resistenza, dove sensibilità e solidarietà sono in aumento, anche se, non tutti riescono a tradurli in pratica.  “Si rimangia tutta la mucca” sostiene Carlo Petrini. Non so se proprio tutta la mucca e chi, a noi basta questo piatto di pasta. O un panino con la frittata. Panini che scartati ricordano profumi particolari e rimandano a storie che affondano le radici in un passato lontano. “Scompartimenti di treno, a otto, con portabagagli a rete” mi ricordava un collega. Era l’Italia che andava e correva. Popolazione, oggi,  in sofferenza. Poche gite al mare e in montagna. Chi conta le copie vendute di giornale all’autogrill evidenzia minori pedaggi autostradali e di conseguenza meno risorse in circolo. Meno italiani che viaggiano. Risorse già prosciugate. Non dal clima estivo,torrido,  ma da una politica che non sente ragioni. Sanità, istruzione, trasporto. Subiscono tagli, neanche trasformazioni, come nel piatto.

Molto difficile “lasciare” pensieri dopo le tragiche notizie di questi giorni. La scuola sotto attacco a Brindisi, causa bomba, con la morte di una  studentessa, Melissa. Le due scosse, del 20 e 29 maggio nel modenese. Operai morti al lavoro. Possiamo esprimere tanta solidarietà e un pensiero ad una popolazione che continuamente prova a rimettersi in piedi nonostante gli eventi. Provo a guardare questo” baracchino”, così vicino a tantissimi, utile, indispensabile, in fabbrica, ufficio. Gli occhi si focalizzano su di una poesia, che riporta al pensiero del mare, a cose difficili ma non impossibili, alle radici, al passato e al futuro, al giorno e alla notte, a chi è vicino, in ogni momento e sorregge il cammino di chi riduce il proprio dolore facendolo diventare quasi inesistente, fino a dominarlo.  “Ode alla notte”, di Fernando Pessoa.

Nostra Signora delle cose impossibili che cerchiamo invano, dei sogni che ci visitano al crepuscolo, alla finestra, dei propositi che ci accarezzano sulle ampie terrazze degli alberghi cosmopoliti sul mare, al suono europeo delle musiche e delle voci lontane e vicine,
e che ci dolgono perché sappiamo che mai li realizzeremo. Vieni e cullaci, vieni e consolaci, baciaci silenziosamente sulla fronte, cosi lievemente sulla fronte che non ci accorgiamo d’essere baciati se non per una differenza nell’anima e un vago singulto che parte misericordiosamente dall’antichissimo di noi laddove hanno radici quegli alberi di meraviglia i cui frutti sono i sogni che culliamo e amiamo,perché li sappiamo senza relazione con ciò che ci può essere nella vita.

 

Terra Madre a Torino. La quarta edizione

Dai riflettori di un consiglio comunale, quello della Bra (Cuneo) degli anni ‘70 ai riflettori del Palaisozaki di Torino nel 2010. Nel mezzo pero’, tanta, tantissima strada. Tante strade. Una lunga “cavalcata” che proietta Carlin Petrin, da consigliere comunale del Pdup a Presidente Internazionale e fondatore di Slow Food. Nel mondo. Di entrambe le attività ho cercato di occuparmi in maniera approfondita, con studi e ricerche; non soltanto cercando di individura con una relazione le circostanze che hanno incoronato Petrini, (alcuni anni fa, fu per una rivista, anche “uomo dell’anno”), ma occupandomene del personaggio anche “operativamente”: è la mia quarta edizione di Terra Madre a cui partecipo in qualità di volontario. Terminato il lavoro, eccomi, in questo impianto progettato e realizzato per le Olimpiadi torinesi del 2006: Palaisozaki, pochi passi dal vecchio stadio Comunale, ora Olimpico. Sono uno dei 650 volontari, munito di “pettorina”, quadernetto e penna. Dopo essermi “accreditato” cerco il gruppo a cui sono stato “legato” e l’attività, onestamente, non mi dispiace. Il ruolo di quest’anno mi permette di essere a contatto con alcuni amici d’infanzia del Carlin: quelli della “banda del Carlin”. Proprio i suoi amici di infanzia che lo ricordano per le battute, sempre pronte, per il gioco di parole nelle utilizzate nel raccontare le “storielle”: pistola, diventava Vistola. Un volontario, insieme a 560 cuochi, 283 studenti e 771 studenti, e tanta altra gente.

Alle  ore15 circa scattano i flash dei giornalisti: Petrini, Presidente, si materializza. Prima di lui alcuni politici prendono posto all’interno del palazzetto. Fassino (da queste parti, “filura”), Ghigo. Poi, Pecoraro Scanio e il sindaco, Sergio Chiamparino. L’inizio della quarta edizione è all’insegna dell’arte. Si esibisce un gruppo proveniente dalla Macedonia. Si autodefinisce di “anziani”, per via dell’età: hanno infatti tra i 45 e i 50 anni. Il saluto iniziale a tutta l’assemblea è loro. Poi è la volta del Segretario della Fondazione di Terra Madre, salire sul palco e specificare alcune nozioni; Terra Madre come “rete”, come diritto di ognuno al cibo e alla sua qualità; nozioni come sovranità alimentare, “equo”, e “sostenibile””. Infine la nozione di Terra Madre come “rete” che cresce in modo autonomo e indipendente. Modi attivabili con risorse economiche risibili. Modi che pero’ riescono a dar vita al “Terra Madre day”, la manifestazione del 10 dicembre del 2009; manifestazione che si ripeterà. Quest’anno. 10 dicembre 2010. Al Palaisozaki ci sono 161 nazioni. Africa, Americhe, Asia, Europa, Oceania: presenti. Suoni, colori, costumi di tutto il mondo. Che emozione girare sotto gli spalti del palazzetto e vedere così tante bandiere pronte per essere sventolate. Come essere alle Olimpiadi. Quanti costumi, quanti visi colorati, quante amicizie nate dal 2004, e forse prima. Nel 2004 il primo anno di Terra Madre, a Torino, lo ricordo e lo vissi a Palazzo del Lavoro. Già il nome evoca grandi cose. Che mancano. Lavori, lavoro. Parentesi: Collettivo, ieri, individuale, oggi? Chiusa parentesi. Quanti ricordi. Quanta strada. “Porte aperte”per le comunità ospitati dalle famiglie piemontesi. Quanta bellezza. Quanto entusiasmo. Che bello vedere il coro delle ragazze e dei ragazzi. Oggi, fino a domenica. Ma speriamo che duri. Che bello vedere gli “umili della terra”, e gli indigeni. Per il Sindaco di Torino, Sergio Chiamparino, alla sua “seconda volta” nel Palazzo del ghiaccio e alla sua “quarta volta” per Terra Madre, quello che vede in questo catino è “la felicità costruttiva di Carlin”. Una felciità che si materializza: persone che si trovano, si incontrano, si parlano. Un “benvenuto a tutti”, per lui che promette amicizia e legame, perchè alla prossima edizione non sarà piu’ Sindaco. Ma, prima di lasciare il palco ad altri, intendo una “stoccata finale” ad una parte politica. Una stoccata che ricorda gli interventi del giovane Carlin quando era seduto sugli scranni del consiglio comunale di Bra. Che belli che erano i suoi interventi. Quanta politica. Quanto amore per la politica. Ah, non ci fosse stato un “terremoto” politico. Altri tempi. Oggi, il Sindaco torinese sostiene che “Il mondo aperto è bello”; proclama un secco “no alla paura del diverso e alle barriere”. Auspica un mondo diverso. Il mondo, infatti, lo si puo’ cambiare ma “non dobbiamo aspettare che lo facciano altri. Dobbiamo cominciare da noi e provare a ridiscutere le gerarchie dei valori con cui siamo cresciuti”. Cambiare si puo’, si deve e Terra Madre ci offre le risorse, in fin dei conti promuove relazioni e incontri. Infine, un arrivederci, al 2010, ma “da amico”, non piu’ in veste istituzionale. Nell’intervento successivo, il benvenuto anche dell’Assessore al Bilancio della Regione Piemonte, Giovanna Quaglia. Poi 5 interventi in “lingue”. Gamo, Guarani, Itelmeni, Sami, Yuwaalaraay. Infine, con Carlin Petrin, l’apoteosi. Il benvenuto a queste comunità, che ci offrono una seria lezione: mantenere e valorizzare il legame con la terra, con i saperi tradizionali. Chi potrebbe indicarci la strada per assimilare la lezione? Solo quattro categorie di persone sono deputate a regalarci il cambio di passo: indigeni, contadini, donne, anziani. Gli indigeni poi, sono un mirabile esempio per il loro “saper stare in armonia con natura”. Ancora. “La difesa dei valori tradizionali è una pratica che ci fornisce strumenti indispensabili per la nostra vita: allontanarli, i valori tradizionali, ci rende tutti piu’ poveri”. Infine un invito ai tremila giovani che devono coniugare scienza e moderne tecnologie con i saperi tradizionali. E’ una sfida interessante. Giovani che devono imparare a stare in contatto con gli “anziani, donne, contadini, indigeni”. Un futuro in mano ai giovani. Non poteva mancare un’analisi sui disastri finanziari e i suggerimenti per porre rimedio: valorizzare le diversità, rafforzare le reciprocità, dialogo e incontro, Dialogo e incontro, forse, quello che manca. Universalmente. Buona Terra Madre con l’augurio di viverla intensamente. Che sia un Circolo culturale, che sia un mensile, una radio, uno spaccio popolare, un Boccondivino, Petrini continua ad essere un gran “serbatoio di iniziative”. Un trascinatore, un leader.

“Bra, Bra, stazione di Bra, Bra”.

Ieri, dopo aver svolto il mio lavoro, ho partecipato a due appuntamenti. Il primo, un incontro con gli amici con cui mi impegno in politica; il secondo è stato, forse, più emozionante, (perchè concludeva un ciclo di incontri, di lavori, iniziato nel luglio dello scorso anno intorno ad un tavolo, nell’ora di pranzo, con Fabio Bailo direttore dell’Istituto storico di Bra. Ed è di quest’ultimo appuntamento che vorrei parlare. Ieri sera, infatti, a Bra, è stato presentato il volume numero 14, Bra “o Della felicità”, Storia e storie del nostro territorio. L’appuntamento era per tutti i braidesi che ormai vi partecipano da quattro anni a questa parte , e per molti altri, provenienti anche da fuori; inizio previsto, ore 21 presso l’Auditorium della Cassa di Risparmio di Bra (Cuneo). All’interno di questa bellissima rivista, il cui direttore è Fabio Bailo, conosciuto all’Università di Torino, vi era anche una pagina che mi riguardava, a pagina 93. In quella pagina vi è la foto, della discussione della mia tesi con il Relatore, professor Giovanni Carpinelli presso l’Università di Scienze Politiche di Torino ed il correlatore professor Sergio Dalmasso (consigliere regionale piemontese); titolo della mia tesi specialistica in Scienze Politiche Specialistica “Lo spirito e le circostanze di un’impresa culturale: l’istituto storico di Bra“. Nonostante lo studio di documenti utili per fare storia (pubblicati dalla rivista), tutti i numeri della rivista, le interviste a molti braidesi da me effettuate, quello dell’appuntamento con il pubblico era un aspetto che mi mancava. Quando sono arrivato, l’Auditorium era stracolmo: vi erano anche una novantina di persone in piedi. (anche io ho partecipato al fondo, in piedi, cercando di annotare qualche appunto utile da riportare sul blog). Sul palco, vi erano: Carlo Petrini, Elisa Panero, Ettore Molinaro, Fabio Bailo ed un gruppo comico, davvero divertente, nonostante io, non essendo piemontese, non abbia capito molto. Ho trovato una buona fetta di braidesi pronta a farsi coinvolgere dalla memoria, ma senza mitizzarla troppo; un clima quasi famigliare, dove indirettamente tutti avevano qualcuno o qualcosa da ricordare. L’uditorio non aveva una fascia di età omogenea: vi erano infatti uomini e donne che hanno contribuito in qualche modo alla costruzione di un pezzo di storia, alle ragazze e ragazzi di oggi, pronti a fare lo scarto tra cio’ che veniva descritto e quanto vi è ora a Bra. Grande attenzione soprattutto ai ricordi dei bar, dei biliardi: più volte è stato detto quanti ne contasse Bra (davvero tanti per una cittadina di quel tempo). Grande attenzione è stata prestata nel momento in cui si è ricordato come si passavano le giornate di vacanza, terminati gli impegni scolastici; ci si aggregava componendo una enorme compagnia, con livelli di età e di condizione diversa: chi avrebbe ripreso scuola a settembre e chi si proiettava nel mondo del lavoro, ma tutti con un collante unico, (di moda anche a quei tempi): lo sport, il calcio. Incredibile mi è parso il modo di “fare compagnia”, (così diverso da quello attuale), ma pieno di “materialità” e non di virtualità come avviene oggi. Ciascun ragazzo metteva a disposizione ciò che aveva (cioè le poche lire) al fine di “fare una grande colletta” e comprare Tuttosport, giornale sportivo piemontese. L’oratore migliore si prestava alla lettura per tutti. Le notizie erano urlate creando disturbo il più delle volte. Era questo il modo di relazionarsi per un gruppo di ragazzi che andava dai 14 ai 18 anni e che dovevano riempire vuoti senza tempo.
Il biliardo, invece, era per i più grandi. Una ragazza a me vicina, con due occhi bellissimi, verde speranza, vedendomi scrivere, (e chiedendomi chi ero) mi ha chiesto cosa ne pensassi io tra quel modo di fare amicizia e gruppo e quello così virtuale, poco duraturo di oggi, composto da telefonini, chat ecc. ecc. Ho risposto brevemente (per non creare rumore), e le ho risposto che oggi, le relazioni possono nascere con un messaggio, e possono finire allo stesso modo: solo la sofferenza successiva è reale. (personalmente mi è capitato di conoscere una ragazza in questo modo, ma di soffrire poi realmente. Quando ti conosci in modo virtuale, c’è lo slancio sicuramente, ma si toglie tutto il “gioco della relazione, le emozioni….insomma, virtualmente vi è poco di strutturato. Per me, ho risposto a quella ragazza è un po’ come i giochi: una volta si giocava a “facciamo che io sono….e tu sei…..” oppure a giocare con la sabbia; oggi, invece altri giochi non permettono una crescita migliore, secondo me).

Per tornare alla presentazione della rivista, giunta al suo quarto anno di attività, ricordo brevemente (perchè altrimenti toglierei il bello di acquistarla) il bellissimo intervento di Elisa Panero, su Pollenzo, “la città di un impero”, ora frazione, ma un tempo una città. Il riferimento che è stato posto più volte ha inciso sulla “cultura materiale”, l’organizzazione del territorio, i monumenti, le piazze, il mercato e tutto cio’ che una città può presentare. Elisa Panero ha ricordato anche questioni politiche e sociali di quel tempo a Pollenzo. Interessante è stata la risposta a Carlo Petrini su quanti potessero essere gli abitanti di Pollenzo in quel periodo storico. Tra 13.000 e 17.000 è stata la risposta; il calcolo è stato ottenuto conteggiando gli spettatori presenti all’interno dell’anfiteatro. Un altro intervento è stato effettuato da Ettore Molinaro sui fratelli Craveri. La presentazione era affiancata da numerosi video di breve durata. Interessantissimo è stato l’intervento del direttore della rivista Fabio Bailo sulle case di tolleranza. Bravissimi infine i comici: capaci di suonare, cantare ed entrare nel momento giusto in una discussione così piena di temi culturali. Verso le 23, 15 circa, la serata si avvia a conclusione; mi reco al tavolo, dove alcune persone erano addette alla sottoscrizione di nuovi abbonamenti e alla vendita dell’ultimo numero della rivista. E’ stata un momento entusiasmante, perchè molte persone, soprattutto giovani, mi ponevano domande sulla stesura della mia tesi, che ha riguardato non solo la rivista, l’attività di Petrini a Bra negli anni ’70, ma anche slow food, i presìdi alimentari, terra madre, i problemi legati all’alimentazione e malattie ad essa collegate. Forse lo scopo di tutto ciò era cercare un nesso fra presidio storico e presidio alimentare. Prima di andare via, ho ricevuto i saluti ed i ringraziamenti da Fabio Bailo e Carlo Petrini. Quest’ultimo, in particolare era interessato a leggere parti del mio volume, ( ci continuo a lavorare ancora, perchè l’argomento mi interessa), e a sapere se un’iniziativa simile potrebbe prendere piede anche nella mia città.
Dopo i saluti, mi avvio verso una salutare dormita; alzo gli occhi al cielo e vedo una bellissima “Zizzola” (simbolo di Bra su una collina) illuminata: “sì, è davvero romantico, questo posto”, penso in solitudine.
Questa mattina, all’alba, la sveglia. Alle 6.40 (come una canzone, ancora in vena di romanticismo), prendo il treno del ritorno verso Torino Porta Susa, stazione sotterranea. All’arrivo, circa le 8.45, la mia felicità, il mio romanticismo vengono interrotti: sulle scale mobili, alla fine, una scritta, un marchio, colpisce la mia attenzione: “Thyssen”. Sono nuovamente a Torino.
Lungo il viaggio, avevo pensato agli operai degli anni ’50, quelli descritti da Arpino, quelli che continuamente viaggiavano tra Bra e Torino e viceversa, con le sciarpe che avvolgevano interamente il viso, con alcuni che “recuperavano” il sonno perso ed altri che “consumavano la colazione” in treno. Altri che, con i loro racconti evidenziavano la classe operaia, la loro coscienza, la loro voglia di fare, anche politica. Oggi, forse, tutto ciò non c’è più, o resta poco di quella memoria; ed anche la puzza di pelli, o l’odore delle concerie, che “anche nelle giornate di nebbia permettevano di riconoscere Bra pur non vedendone il cartello”.
Forse quella Bra non esiste più, e difatti guardavo all’interno del treno, facce con le sciarpe ma giovani e non visi di fabbrica; forse la situazione di Torino è identica, con meno operai, ma io non voglio rassegnarmi a vedere solo un marchio alla fine di una scala mobile: quellla scala mobile è stata costruita da una classe operaia che c’era, e ci sarà sempre.
Alle otto, inizio la mia attività lavorativa. Tutto sommato, ho ritrovato un pizzico di romanticismo. Quella collina illuminata, ha fatto sì, per breve tempo, per un breve attimo, ch’io pensassi ad un sentimento bello come l’amore …. quante coppie si saranno innamorate sotto quella collina?