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“Spremuti d’arance”

Terminate le vacanze, la vita, per molti, ricomincia nell’identico modo: “nulla di nuovo all’orizzonte”. L’alta velocità è il tema dominante. Sui giornali. La bassa velocità, con annessi ritardi, e annesse disfunzioni, come vagoni ghiacciati, si inscrivono invece sulla pelle delle persone. Ritardi, stipendio decurtato, ore da recuperare, temi che tornano prepotentemente all’ordine del giorno. Lunedì mattina, ore 7.30. Torino Porta Susa. Treno per Aosta, in ritardo. Dieci minuti, divenuti poi 15 sul tabellone luminoso. Diventati poi oltre 40 ad Ivrea. “Extended play”. Identica sorte al ritorno, con una variante: carrozza priva di riscaldamento. “L’alta velocità rende migliore la qualità della vita”, afferma qualcuno. Anche a costo di perforare una montagna, magari contenente amianto. Non concordo. Perchè non insistere nel migliorare le infrastrutture esistenti? Considerazioni già fatte. Che rendono però visibile il legame con altre situazioni…Alta velocità, bianco. Pendolari, nero. Vince bianco. Peccato, vediamo se, con l’istruzione le condizioni di partenza si riequilibrano. Dipendente con posto fisso, bianco. Precario, nero. Vince ancora bianco. Vincerà ancora, per tanti anni. Peccato, proprio nella scuola. Ma proprio qui, il bianco è bianco-bianco, con i fondi d’istituto. Pochi bianchi molti neri. Forse sarebbe meglio eliminarli, quei fondi. E se i precari provassero ad alzare la voce? “Nero-nero”.

Per non parlare poi dell’agorà di agosto: un “caporale” chiama. Non tutti possono partecipare alla raccolta “dei frutti” settembrini. Chi raccoglie fino a fine attività didattica, chi fino ad agosto, chi di fatto, chi di diritto. Nel privato, poi, i neri-neri sono raggruppati in una vastissima categoria: spremi e butta. Mezzo milione “neri” fuoriusciti dai cancelli delle fabbriche? Poi esistono i quasi neri, che sono in cig, o in mobilità. Ma esistono anche i neri-neri, i disoccupati. Che brutto periodo! Eppure, proprio in Piemonte, a Torino, terra di santi sociali, già nel novembre del 1851 veniva stipulato il primo contratto d’apprendistato. Diritti. Altri tempi. Oggi, rifiuti.

Oggi “è il mercato, bellezza”. Vuoi vedere che dopo aver tanto spremuto, aumenterà anche il prezzo delle arance?

Questa crisi, complotto di banche e industriali, sta ammazzando Torino: la città degli operai

di Barbara Chiappetta

L’altro giorno al Tg3 Regione un giornalista intervistava dei turisti che per la prima volta visitavano Torino e tutti gli interpellati dicevano pressoché la stessa cosa, Torino signorile, elegante, curata (?), una dama di classe. Nessuno se l’aspettava così bella.
Bella l’opulenza del centro, che piacere fare una passeggiata, osservare le vetrine, prendersi un caffè in un bar storico, finire in uno dei tanti musei…ma Torino la sta pagando amara questa crisi, la dama di classe, la Signora, agli occhi degli addetti ai lavori, è una vecchia stanca e diseredata, a cui è rimasto solo un vecchio vestito per bene e uno sguardo aristocratico. Ma è malata.
Questa crisi, complotto di banche e industriali, sta ammazzando la città degli operai, delle tante storie di immigrazione e di difficile ma talvolta riuscita integrazione. Il sistema capitalistico ha deciso. Risparmiare. Ridurre ai minimi termini il costo della mano d’opera, dislocare, ridurre il numero degli stabilimenti di uno stesso gruppo là dove i costi energetici e di trasporto siano più convenienti, alimentare l’idea che fusioni tra grandi colossi portano lavoro, ma invece lo tolgono in tutti i sensi, perchè spesso si portano proprio via i macchinari di lavorazione. Collocano una grande sede e chiudono, chiudono, chiudono le reti capillari ma anche spesso le uniche risorse di un territorio, tolgono aziende storiche per rinnovare la geografia del lavoro…dà quel tocco di freschezza, quasi di morte. Gli operai sperano solo più in qualche incentivo da parte del governo, se ci saranno porteranno lavoro altrove però (vero Marchionne del “mio stivale”?), ma almeno, forse, chi lo sa, il gruppo non deve tagliare sul mio stabilimento. Mors tua vita mea, sta bene a molti, soprattutto a chi sta passeggiando per saldi.
Non ancora tutto il sistema è in crisi. Questa per il momento è soprattutto la crisi delle famiglie degli operai tagliati, l’effetto domino deve ancora arrivare.
Noi operai così disuniti e per anni educati alla “non reazione”, ora siamo il nuovo fenomeno da baraccone italiano, non ci calcolano se non in preda a qualche gesto disperato (vedi tetti, gru, occupazioni, ecc.). Addirittura, per parlare di noi in certe trasmissioni televisive che ancora qualche volta, tra travestiti e veline, parlano di noi, invitano la torinese Alba Parietti, si chiama spettacolarizzazione e denigrazione di un sistema, come il circo per gli animali, loro hanno Moira, noi abbiamo Alba.
Portiamola la compagna Alba a casa delle famiglie disperate. Portiamola anche in certi quartieri di Torino dove tra poco succederà qualcosa in stile “Rosarno”, perchè il gesto più forte della disperazione deve ancora arrivare: è la ribellione e io, perdonami Romano, non vedo l’ora.

Nebbia, ma sarà certamente un autunno caldo.

Nebbia. Ripercorro a ritroso il viaggio da pendolare, precario. Come tanti. Un viaggio iniziato questa mattina. Da Torino. Porta Susa, sotterranea, dove, a leggere su un quotidiano, fermerà Frecciarossa. Una vittoria. Per quelli che prenderanno il treno super veloce. Una tantum. Come le medicine. Come gli aumenti in busta paga di qualche decennio fa. Per i pendolari, poverini, nulla. Genericamente, per i “poveracci” neanche la Puglia. Da qualche giorno si parla dei treni tagliati verso la Puglia. Da Torino. La politica cosa fa, ho sentito dire da alcuni. Bene, proprio da Rifondazione Comunista, in regione, con Dalmasso, Bossuto, si era provveduto ad una interrogazione: perchè il declassamento da Eurostar a Eurostarcity, con prezzo similare. Ora, neanche piu’ quelli. Una tratta utilizzata da molti, ma forse, non redditizia come quella per Milano, o per Roma. Vedete come è facile tenere “le cose redditizie”? Mi domando se la scuola è redditizia. Se la sanità è redditizia. Devono essere redditizie o utili a tutti? Cosa non fa il mercato. “E’ il mercato, bellezza“, direbbe qualcuno. Il mercato, già. Negli USA, sono stati concessi 789 miliardi di dollari di aiuti pubblici all’economia: cosa è mercato? o socialismo? Un Paese dove si registra un elevato numero di senza lavoro: era dal 1983 che non capitava una cosa simile. Praticamente un cittadino su 5 è disoccupato o sottopagato“Perdite pubbiche, profitti privati”. E in Italia? Bhe’, in Italia, si vorrebbbe , forse, chiudere Termini Imerese. E altre realtà. Che non sono utili. E torno, come il gioco dell’oca alla casella di partenza. Cosa fa la sinistra? Domanda ricorrente. Ieri, un amico, Claudio, si congratulava del lavoro, anche di questo lavoro, capace di mettere insieme piu’ soggetti: un’aggregazione di domande che necessitano di una risposta. Sosteneva che bisogna essere piu’ “concilianti”. Ancora? Dopo tutto quello che si è perso negli anni? Io non sono d’accordo. Basterebbe leggere l’editoriale di Dino Greco su Liberazione di questa mattina. “Vogliono tornare al contratto individuale”. In un quarto di secolo i rapporti di lavoro si sono moltiplicati: 44 tipologie. Piu’ concilianti di così. Un ultimo pensiero: solidarietà ad un’amica, di Bonn: Erika.

Il muro e noi

Il 9 novembre, 20 anni fa, cadeva il muro di Berlino. In quell’elemento simbolico è racchiusa la fine di un regime socialista in cui – nella migliore delle ipotesi – la giustizia sociale era contrapposta alla libertà. In questa incapacità di coniugare libertà e giustizia sta al fondo il fallimento del tentativo novecentesco di transizione al socialismo. Noi che siamo nipoti della lotta partigiana – quante lapidi ci sono nel nostro paese su cui sta scritto “morto per la libertà” – abbiamo salutato positivamente la caduta del muro. Il socialismo senza la libertà semplicemente non è socialismo: è un tentativo di andare oltre il capitalismo che ha imboccato la strada sbagliata ed è abortito. Così non poteva andare avanti e così non si andava da nessuna parte. Senza libertà nessun socialismo. Giusto quindi picconare il muro e bene che il muro sia caduto; bene che i dirigenti della DDR abbiano scelto di non sparare, preferendo perdere il potere piuttosto che cercare di mantenerlo con una strage.

Nel mondo la caduta del muro è stata salutata come la vittoria della libertà sulla barbarie, come la possibilità di un nuovo inizio per la storia del mondo basato sulla libertà e la cooperazione. Sappiamo che non è andata così. Gli stati Uniti hanno colto l’occasione della sconfitta del nemico storico per rilanciare la propria egemonia incontrastata su scala mondiale e il capitalismo ha preso da questo passaggio l’abbrivio per aprire una nuova fase della propria storia, quello della globalizzazione neoliberista. I cantori del capitalismo hanno colto l’occasione per dire che eravamo alla fine della storia. Marx aveva speso la vita e scritto migliaia di pagine per dire che il capitalismo non era un fenomeno naturale ma bensì un modo di produzione storicamente determinato e quindi superabile. La caduta del muro è stata usata per “rinaturalizzare” il capitalismo, per affermare su scala globale che viviamo nel migliore dei mondi possibili; per affermare che essendo il capitalismo naturale, ogni tentativo di superarlo diventa un atto “contro natura” e in quanto tale barbarico. Gli anni ’90 sono stati caratterizzati da questo unico grande messaggio, trasmesso a reti unificate dal complesso dei mass media e da tutte le forme di produzione culturale, cioè di costruzione dell’immaginario individuale e collettivo, a partire dall’industria cinematografica. La caduta del muro è stato l’evento simbolico che ha permesso di costruire una grande narrazione che ha rilegittimato completamente il capitalismo. Kennedy non è più il presidente dell’escalation della guerra di aggressione al Viet Nam o l’aggressore di Cuba con l’avventura della Baia dei Porci. Kennedy è celebrato come il paladino della libertà e il suo discorso berlinese ne è il suggello. Dietro il paravento della libertà, sono riapparse, anche in occidente, incredibili differenze sociali e livelli di sfruttamento del lavoro che pensavamo seppelliti per sempre dopo le lotte degli anni ‘70. Nella vulgata la libertà d’impresa è diventata il presupposto della libertà dei popoli. Questa completa rilegittimazione del capitalismo ha un sapore mortifero di falsa coscienza: Che Israele costruisca muri per imporre l’apartheid in Palestina e che gli Stati Uniti costruiscano muri per impedire l’immigrazione dal Messico non fa più problema. Ogni muro è diventato lecito per l’impero del bene. In Italia questo fenomeno ha assunto dimensioni maggiori che in altri paesi in virtù della proposta di Achille Occhetto – accolta dalla maggioranza del suo partito – di sciogliere il PCI in nome di questo nuovo inizio, appiattendo così tutta la storia del movimento comunista italiano sul fallimento del socialismo reale. La storia del nostro paese è stata integralmente riscritta, la lotta partigiana è stata denigrata nel suo valore simbolico di rinascita della nazione e così si è aperta la strada all’aggressione della Costituzione. La cancellazione della memoria del paese e la sua ricostruzione fatta dai vincitori ha sdoganato ideologie razziste e comportamenti xenofobi che pensavamo definitivamente finiti nella pattumiera della storia dopo la barbarie nazista.

Il fascismo, lungi dal presentarsi come una parentesi della storia patria, si evidenzia sempre più come una delle possibilità inscritte nel sovversivismo delle classi dirigenti di un paese che – come sottolineava Gramsci – non ha vissuto la riforma protestante e il cui risorgimento non è stato fenomeno di popolo ma di ristrette elite. La democrazia e la stessa costruzione di un etica pubblica in questo paese è concretamente il frutto delle lotte del movimento operaio, socialista e comunista. La loro disgregazione apre la strada a populismi di tutti i tipi, di destra come di sinistra.
In questo imbarbarimento del costume e dei rapporti sociali nel nostro paese e nel mondo vediamo confermata quotidianamente non solo la possibilità ma la necessità di battersi per superare il capitalismo.

In questa dialettica sta il nostro giudizio politico sulla caduta del muro di Berlino: è stato un fatto positivo e necessario, da festeggiare, ma non costituisce di per se un nuovo inizio per l’umanità. E’ stato anzi l’evento utilizzato per costruire un nuovo inizio e una nuova rilegittimazione dello sfruttamento dell’uomo sull’uomo e della guerra. Mi pare che questa sia anche la consapevolezza dei compagni e delle compagne della Linke: nessuno propone di tornare a prima ma nella Germania riunificata occorre organizzarsi e lottare – all’Est come all’Ovest – contro il capitalismo e la guerra, per costruire un socialismo democratico.
Fuori da questa comprensione dialettica della positività della caduta del muro e della chiara consapevolezza che questo non segna nessun nuovo inizio, non esiste nessuna possibilità di porsi oggi il tema della trasformazione sociale e del superamento del capitalismo. Fuori da questa comprensione dialettica possiamo solo diventare anticomunisti o far finta che i regimi dell’Est non abbiano fallito nel tentativo di costruzione del socialismo. Il pentitismo e la nostalgia indulgente sono i rischi che abbiamo dinnanzi a noi: nella loro apparente opposizione rappresentano in realtà la completa negazione della possibilità di lottare per il socialismo, per una società di liberi e di eguali.

Da questa comprensione dialettica della caduta del muro scaturisce la nostra scelta della rifondazione comunista.
Dopo il fallimento del tentativo di fuoriuscita dal capitalismo che ha dato luogo ai regimi dell’Est non basta definirsi comunisti: occorre porsi l’obiettivo teorico, politico ed etico della rifondazione del comunismo e dell’antropologia dei comunisti e delle comuniste. L’obiettivo cioè di superare il capitalismo coniugando libertà e giustizia. L’utilizzo di due parole – rifondazione comunista – anziché una per definirci non è un lusso o una complicazione: è il modo più corretto per esprimere oggi il nostro progetto politico, in cui sappiamo dove vogliamo andare e sappiamo cosa non dobbiamo rifare. Il comunismo dopo il novecento è uscito dalla fase dell’innocenza. Compito nostro è farlo diventare adulto ed è un compito per cui val la pena spendere la vita.

Paolo Ferrero, segretario nazionale di Rifondazione Comunista

8 novembre 2009

editoriale da Liberazione di domenica 8 e lunedì 9 novembre 2009

Torino-Chivasso-Ivrea: il treno della vergogna 2

Stazione Porta Susa, sotterranea. Ore 7.35. Attesa. “Che stazione mirabolante”, afferma qualcuno; peccato per i treni…pensa qualcun altro; trovo molto pericoloso questo lungo tunnel artificiale pensa qualcun’altro. E tra un dire ed un pensare, il piccolo tabellone luminoso illustra ai viaggiatori del sabato mattina che il treno diretto ad Aosta, subirà un ritardo di 30 minuti. Poi, diventati 20, e poi, ritornati nuovamente 30. Motivi? Misteriosi. Ad Ivrea, i minuti di ritardo ritardo-torino-ivrea-1risultano essere 45. E’ ritardo per Trenitalia? Oppure Ivrea è una stazione intermedia e quindi….Comincerò il lavoro letteralmente in ritardo. Ho dovuto telefonare, sul posto di lavoro (non è la prima volta!!). Abitudine. Il ritorno? cinque minuti di ritardo. Il pendolare, la gente comune, continua ad essere penalizzata. Agli occhi della gente, il fumo: TAV, Ponte sullo Stretto, CASE ai terremotati (quante migliaia nelle tende o sono ancora ospitate presso alberghi lungo le coste e che non ci mostrano nelle prime serate di Porta a Porta dello strapagato giornalista di regime?). A proposito di calamità: un ricordo va a quel lontano 1994 quando l’alluvione causò distruzione in molte zone del Piemonte.  Crisi terminata, continua ad affermare qualcuno (ma i posti di lavoro persi si recuperano? o sono persi per sempre?). Le sacche di disperazione esistono in tanta gente che non appare; tant’altra gente riempie i supermercati, tanti però vivono il disagio della crisi in silenzio e la paura del non farcela più a reggere il peso delle scadenze monetarie mensili, mutui, malattie e costi per i sanguisughe di psichiatri, dentisti e specialisti vari dilaga; professionisti, veri e propri macchine da soldi in assenza di una seria sanità pubblica! Non si trovano amici quando le banche potrebbero fregarti la casa perché non riesci a reggere il ritmo di pagamento del mutuo. Questo capitalismo con i suoi tentacoli, con le sue regole ed i suoi ritmi iniqui ed insostenibili è in contrasto forte con la vita a misura d’uomo. …vorrei continuare, per fortuna mi è arrivato un messaggio: “Un abbraccio nel giorno della rivoluzione d’ottobre”.