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C’era una volta…dal black-out elettrico a quello politico

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E’ arrivato l’autunno. Pioggia mattutina sulla nostra città. Lettura quotidiana del circostante. C’era una volta. C’erano una volta i guerrieri del lavoro. Ora non esiste neanche il lavoro. Resta solo la pubblicità, a ricordarlo. C’era una volta il gettone, che valeva anche duecento lire. E ti allungava la vita. Ora non esiste più, né il gettone, né la casa di appartenenza del gettone. C’era una volta il governo. O forse, a dire la verità, mai stato. Verifica parlamentare. Dimissioni annunciate, rassegnate. Nelle mani, prima  dei propri capo gruppi, e non nelle mani dei Presidenti delle Camere.  Carciofi da sfogliare. O forse già sfogliati. Come il giaguaro da smacchiare, e poi pettinato e accarezzato e coccolato. In braccio, come una bestiola domestica. Sfogliare, come i giornali. O spogliare, come gli italiani. Dimissioni ministeriali. Verifiche. Pallottolieri alla mano. Scene già viste. Black-out, già collaudato. A volte basta un albero, a far cadere una rete intera, e poi una nazione, come il 28 settembre del 2003. Una domenica mattina, un rumore stranissimo, un fischio. I treni non passavano da quello che era corso Principe Oddone, a Torino. Ma i treni, di colpo, si fermarono, lì dove in quella notte transitavano. E fu buonanotte Italia.  La carta del bancomat rimase impigliata nello sportello. Orologi elettronici fermi. Solo trattini rossi. Nella capitale, una notte bianca divenne ancora piu’ bianca. Correva l’anno…Blocchi, di ogni tipo. Altre volte, un pseudo blocco, blocca comunque quanto era già paralizzato: iva si, iva no? Oppure, giunta si, giunta no? Black-out. Cadono gli alberi, cade un ramo, e bloccano un intero sistema. Tensione bassa. Chi non vuole decadere invece…Tensioni alte. Intanto le fughe, di aziende, laureati, diplomati, continuano. Chi ha avuto il passaggio del contratto a tempo indeterminato, continua a non percepire lo stipendio. Come al solito. Soliti ritardi. Casi che fanno scuola. Nella scuola, appunto.

In città, con gli orari stravolti, il derby, una mezza maratona e una corsa, ai piedi della mole, dentro la pancia del cinema. Altri, pedalando, nelle vie della nostra città. C’era una volta…un breve sguardo là, dove c’era Porta Susa, la vecchia. Un ricordo di quando e quante cabine telefoniche garantivano posti di lavoro: centraliniste, all’entrata. Le signorine…………Ora non ci sono piu’ neanche le cabine, e anche l’insegna, si è sbiadita, con il passare degli anni….

Torino-Chivasso-Aosta: altra vergogna

“Ridateci Porta Susa”. Torino Porta Susa, sotterranea, binario 4. Così si poteva leggere su di un foglio  lungo le pareti della nuova stazione torinese, fiore all’occhiello per molti. Per altri, no.: per tutti i pendolari che fanno fatica a raggiungere le scale e quindi l’uscita. Avete mai visto quando arrivano due treni cosa succede lungo le rampe? Ma chi ha progettato una cosa del genere? per tutti coloro che arrivano e per quelli che partono. In ritardo. Come oggi, come ieri, come da troppo tempo. Ancora una volta sono stato raggiunto al telefono da  conoscenti che mi  forniscono indicazioni utili per descrivere quanto e quali disagi devono subire, in ordine di tempo, e di denaro: lavoratori,  studenti. Ore 11.38. Il treno per Chivasso-Ivrea-Aosta è presente, sul binario. Ma, partirà, in ritardo. Come altri treni. Arriverà, a destinazione in ritardo. Circa 45 minuti a Chivasso. Ritardo che si traduce in un’ennesima decurtazione economica. Per altri, in richiami. “Il nuovo orario taglia troppi treni”, segnalava La Stampa. Quasi un presagio di quanto sarebbe successo più tardi. Tagli, tagli, tagli. Tagli nella scuola pubblica: personale, fondi, corsi. L’istruzione che viene catapultata “nel mercato”: master, scuole di specializzazione. “Ridateci la vecchia scuola pubblica”. “Ridateci la vecchia Università senza crediti”. Questo vorrei scrivere, su cartelli da apporre presso le scuole, presso le Università. Ridateci il sapere.  Ma vi ricordate quante poche persone potevano permettersi la scuola? E chi la forniva? E come è diventata pubblica? Non certo per paternalismo. Ridateci l’acqua! Ridateci il lavoro, quello vero, a tempo indeterminato. Ridateci le sicurezze. Ridateci i sogni che volete rubare. Ridateci il futuro. Ancora una volta. Ridateci!!! Ma non ci avrete! Avete pensato per troppo tempo, per troppi anni a far felice il capitale, a far compromessi, a sottoscrivere accordi, al ribasso, come alcuni sindacati. Basta. così non va. Ridateci, anche se non è sufficiente. Perché prima, molti dovrebbero SVEGLIARSI!!! Fra poco, anche andare a lavorare utilizzando un treno, sarà un lusso! SVEGLIA!

“Siamo tutti dello stabilimento 6”, “Siamo tutti della Antibioticos”.

La crisi è globale: colpisce tutti, a qualsiasi latitudine. Te ne rendi conto anche quando per alcuni istanti vorresti pensare ad altro, “globalizzandoti” un po’ con la lettura di una rivista come Internazionale. “Operai d’America” è il titolo di Jonatan Mahler, comparso su Internazionale, a pagina 30, 17/23 luglio 2009. “Operai d’America”, operai d’Italia, operai di Settimo Torinese. Siamo tutti lavoratori della Antibioticos. Siamo tutti operai. Ho ricevuto molte e-mail e telefonate, nelle quali gli operai di questa fabbrica di Settimo mi confidano le loro preoccupazioni, anche in questo fine settimana. L’articolo tratteggia la storia di uno stabilimento, chiamato Stabilimento 6 “perchè nel 1972, quando è stato inaugurato, era la sesta fabbrica della General Motor (GM) in città: produceva metà dei veicoli venduti negli Stati Uniti.” Lo stabilimento è a Pontiac (Pontiac Assembly Center), nel Michigan. L’articolo racconta che c’è un solo turno, ora, quello dalle 6 alle 14.30, che la fabbrica ha licenziato altri 600 dipendenti e che gli operai al lavoro sono meno di 600. Il prodotto, “l’output”, non supera i 230 veicoli al giorno. L’articolo è inoltre la storia di una famiglia americana, di Marvin Powell e della sua famiglia. Le preoccupazioni, l’ansia, di una persona, di un lavoratore, di una famiglia, di una classe, quella operaia. La storia è identica a quella di migliaia di lavoratori, operaie ed operai. Negli Stati Uniti, come in Italia, come nel mondo. Oggi, mi dicono che i lavoratori della Anibioticos saranno in assemblea. Speriamo esca qualcosa di positivo. Un pensiero è rivolto a loro. Certo è che la storia del “capitale” la conosciamo tutti: accumulare il più possibile, questo è lo scopo principale.  Andare dove le condizioni migliori diano possibilità di “spremere” fino in fondo. E poi, tradire. “Tradire a Termini”, come sosteneva il Manifesto di sabato 18 luglio.  Sicilia, non Pontiac; oppure la condizione è la medesima. 1700 operai, che rischiano perchè, forse, dal 2012 non si faranno più macchine. Prospettive? Bho! E, ha ragione il giornalista, che a volte, neanche la “Santuzza” (Santa Rosalia) o il “Santuzzo” riescono a mutare le condizioni. Spremere. Ma, a volte ci si “compatta” e si riesce a reagire. Così, anche Mirafiori, “vede”  uno sciopero: in periodi come questi, non si poteva fare uno strappo e andare oltre i 600 euro di premio? C’è l’accordo sul premio, titolavano i giornali, e per alcuni, “un premio giusto”, magari “oltre era difficile portare a casa, con tutta la cig fatta in un anno”: per fortuna che: “la Fiom non ci sta: sciopero” (vedi La Stampa, pag. 59, articolo di Marina Cassi).  Come se andare in cig è una colpa del lavoratore! Per Airaudo, “La cifra è insufficiente. L’azienda fa profitti sul nostro lavoro”. Il capitale è volatile, sceglie posti sempre più convenienti per esso, per essi.  Spreme. Anche nei giorni scorsi, in Francia si è registrata una ulteriore crisi, a Chatellerault, (nel centro della Francia), dove operai  della New Fabris hanno manifestato contro la chiusura dello stabilimento.  Preoccupazioni già viste, già conosciute. Una volta v’erano le crisi cicliche, quelle che avrebbero dovuto verificarsi “ogni dieci anni”; ora il tempo tra una crisi e l’altra si è accorciato. A volte il tempo pare proprio non sia passato, e con esso, tutti i diritti conquistati dal movimento operaio, con le sue lotte, il suo sudore: diritti che continuamente vengono messi in discussione. Il movimento operaio era forte, e il capitalismo doveva mostrare “la faccia buona”, per cercare di contenerlo. Il tempo sembra essersi fermato. Agli anni ’60. Non solo per alcune zone geografiche, ma anche per le persone. Non è un trolley a dare la sensazione del tempo passato. Laureati e operai continuano a fuggire dal Sud. “7oo mila giovani fuggiti dal Sud“, titolava la Stampa, venerdì 17 luglio: “un vero e proprio esodo quello che ha visto 700 mila persone scegliere l’emigrazione negli ultimi 10 anni”. Il trolley e la laurea non mutano la precarietà.  Erano il 25% dei laureati con il massimo dei voti a lasciare il Sud nel 2004, erano il 38% tre anni dopo.  Si è fatto proprio poco. Mentre si è fatto tanto, davvero tanto, per spremere e, per tradire.

Lavoro contro capitale, “con guanti in lattice”

treno-antico-2Capitale contro lavoro. La lettura dei quotidiani e la rappresentazione della realtà per mezzo dei lavoratori Fiat e dell’indotto che domani scenderanno in piazza, evidenzia una forte crisi economica che fa il paio con la crisi sociale. I giornali di ieri accennavano che in seguito al “matrimonio Fiat-Opel” gli eventuali posti “tagliati” potrebbero raggiungere la cifra di 18.ooo: “Secondo i sindacati 18.ooo posti a rischio in Europa. Timori anche per Pomigliano”. Così La Stampa di ieri, articolo di Alessandro Alviani. Una notizia che riportava la cruda realtà manifestata da Liberazione già una settimana fa, con un titolo “La lotteria” Ma davvero “oggi in fabbrica non si parla piu’ delle condizioni di lavoro”? Delle possibili conseguenze? Possibile? Alla fine degli anni ’70, i mezzi di informazione non erano sofisticati come gli attuali, ma stampa, qualche radio, a volte anche “chiusa per ordine di qualche pretore”, salvo poi essere “riaperta”, e, poca televisione. Oggi esiste anche internet, con la sua velocità tanto nello spazio quanto nel tempo.

Eppure, l’informazione di ieri, che magari potrei paragonare ad una vecchia locomotiva, diversamente dall’informazione odierna, una “freccia rossa”, funzionava meglio. Era prodotta per elevare culturalmente il popolo e non “per farlo osservare dal buco della serratura”, ricercata, discussa, confrontata, socializzata. Possibile che oggi molti ne fruiscono e pochi abbiano voglia di approfondire? Condizione di lavoro e piano industriale appena accennati. Perché il piano industriale si tarda a discuterlo con i sindacati? Forse per le capacità produttive attuali degli impianti. Quante auto produce Fiat? In Polonia? Parrebbe che un impianto, in Polonia abbia una capacità produttiva di settecentomila vetture. In Italia? Forse l’intento è di presentare un piano industriale nel momento in cui si riesca a costituire un polo capace di raggiungere in totale 6 milioni di auto; in tal modo i sacrifici sui “tagli” sarebbero “dilazionati” e meno “distruttivi”.

Lavoratori comunque perdenti. Capitale sempre vincente.

Certo, ancora una volta, la parola magica “sacrifici” è utilizzata in maniera unidirezionale. Pagano i soliti noti. Ha ragione Dino Greco (attuale direttore di Liberazione) quando afferma che il capitale è volatile, veloce, transnazionale. Il movimento operaio è riuscito ad opporsi creando le basi per un grande stato sociale. Abbiamo uno statuto dei lavoratori, anche se più volte messo in discussione; la scuola, un sistema sanitario e tante altri beni collettivi frutti di battaglie sociali, “sangue”, lacrime; eppure le immagini passate in questi giorni, quelle dei “guanti bianchi”, di lattice “che servono a non toccare l’orrore” forse li abbiamo indossati un po’ tutti noi, dal momento in cui abbiamo assunto come pensiero guida “il sano egoismo”. Girando spesso le spalle al problema, perché non pareva essere il nostro problema. Quante volte ci siamo girati dall’altra parte dinanzi a difficoltà non nostre? Quante volte non abbiamo partecipato ad uno sciopero, ad un’astensione dal lavoro quando avremmo potuto bilanciare rapporti di forza? Quante volte abbiamo fatto finta di niente alla scadenza di un contratto a termine, perchè tanto non toccava noi? Quante volte abbiamo indossato quei guanti bianchi, in lattice che “sono come il nostro pensiero, come i nostri ragionamenti sull’immigrazione – si e l’immigrazione no, le quote, i conteggi, i controlli, le leggi” (Francesco Merlo, La Repubblica, venerdì 15 maggio 2009). Forse il movimento sindacale, la sinistra in genere ha difficoltà per un fatto culturale: doveva contrastare “l’effetto denaro”, il vero oppio dei popoli di questa epoca. Le grandi conquiste non sono date per sempre: bisogna continuamente presidiarle e dialogare e “trasmettere la storia”, i sacrifici del movimento operaio non soltanto alle nuove generazioni ma anche ai nuovi arrivati, e non lasciarci trascinare in discorsi senza senso tipo “moschee si, moschee no”. Presidiare, tutelare, difendere. Tutelare lo stato sociale.

Oggi vi è stato lo sciopero dei Cobas contro le politiche del governo con manifestazione nazionale a Roma, mentre a Torino un presidio in via Pietro Micca. Quanti eravamo a scioperare? Quanti saremo a gonfiare l’esercito di riserva a partire da giugno? Domani quanti, al fianco dei lavoratori Fiat? Sempre tornando all’informazione, forse a molti è scappato la notizia sulle centrali nucleari. Ma forse, la realtà, come spesso affermo, è tale, solo se ripresa da una telecamera.

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