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30 ottobre 2019

20191030_171926Ottobre lentamente volge al termine e là  dove oggi si apre una grande autostrada cittadina, in corso Principe Oddone, ieri c’era il trincerone, il treno (oggi scorre sotto il ventre del corso) e  a pochi passi staziinava  la palina con le fermate dei bus 49, 46, 52) rispettivamente verso Settimo, Mappano Leini e Torino zona corso Grosseto. Il tutto illuminato  dalle luci della storica farmacia “Dell’Ausiliatrice”. C’era il walkman al posto dello smartphone che allietava il ciondolare dei lunghi viaggi, dal centro alla periferia, su quei bus ( che se ti fosse capitata la fortuna di trovare posto sui sedili, sei, tre e tre che obbligavano a guardare i passeggeri, dal vago sentore di un viaggio sulla lavatrice) passando dal Reba, mitico posto salesiano, grande piazza dove convergevano via Cigna, corso Vercelli e Corso Grosseto con un albergo vicino che aveva qualcosa nel nome, vago, di vacanza. Omen nomen? E  una volta scampata via Nino Oxilia e il confluire lento dentro corso Giulio, si apriva la porta poi verso Milano coi suoi due grattacieli visibili da via Ivrea. Oltre, la Falchera coi suoi campi da gioco. Divisa in   nuova e vecchia, raggiungibile  da un bus soltanto, il 50. Come le lire. Campi da gioco illuminati a giorno e sopra i due cavalcavia un odore ancora presente al ricordo. Estate e inverno. Altri tempi. C’era del romanticismo a passare sotto il ponte di ferro, dove tutto questo viaggio aveva inizio, in corso Principe Oddone, quando sopra le teste, il rumore del treno assordava tutto, inghiottiva molto, perdeva alcuni, delle voci, e non si capiva nulla, tanto che da piccoli, ci si perdeva nelle mani, rassicuranti,  di mamma o papà,  da grandi in quelle femminili, di un’amica, o di una storia importante, e a quel rumore il tempo si fermava, tempo di un bacio, dolce, un  pochino bagnato da labbra e acqua proveniente dal ponte maestoso, in ferro.E  quando pioveva e gocciolava addosso ai passanti, in quella striscioline di via, sotto il ponte, non c’era posto per tre o quattro. Ti fermava e lasciavo passare. C’era del romanticismo sotto il ponte, con le luci della ferramenta che giungevano, fioche, impercettibili, nei pressi. Da  piccolo, la filastrocca di papà,  in attesa, “passa il lupo sotto il ponte….”, da adolescente, l’amore. C’era del romanticismo, li sotto e poi nei pressi della  palina, a due passi piu due da Valdocco, quando nell’attesa del bus non ci si ricordava il gusto del bacio di prima e tutto ricominciava. “Poi, quando arrivi a casa, chiama. Sono le 19, a che  ora arrivi?” “E, deve spaccare tutta Torino, la lavatrice. È poi, se trovo la cabina del telefono occupata?” C’era una volta, ma esiste  anche l’oggi  e ora è  tempo di caffè.

Cracovia-Torino

cracovis-15-2-2017-foto-borrelli-romanocracovia-foto-borrelli-romano-15-2-2017E  così,  dopo 15 ore di treno,  da Cracovia al Brennero e 7 di bus da questo a Torino,  siamo giunti al finale di questo viaggio “della memoria”e a questa pagina di storia appena scritta. Lasciate libere le camere verso le 10,  lo “sciamare” dei 700 lungo le strade di Cracovia era continuo e vario: chi verso le ultime compere,  chi verso il castello,  chi diretto alla “dama con ermellino”.  Il draghetto di Cracovia è  stato il più “battuto”, il piu ricercato,  quello desiderato e comperato e   ovviamente,  anche dal sottoscritto, in “triplice copia”,   sotto il mercatino coperto in piazza centrale. Poi,  un salto verso la Basilica appena davanti la piazza centrale. Chiesa al cui interno troviamo un polittico veramente favoloso. In seguito,  il ritorno presso la Cattedrale,  dalle parti del Castelloo. Alle 14,  partenza verso la stazione. torino-16-2-2017-foto-romano-borrelliAlle 16 partenza. “Capo Martino” ci da il benvenuto a bordo e ci augura buon viaggio. Repubblica Ceca,  Austria e montagne ci faranno compagnia tutta la sera e la notte,  fino a quando alle 6 di mattina capo Martino ci sveglia dicendoci di essere quasigiunti a destinazione.  Dopo 35 minuti “capo Martino” ci ringrazia  e ci chiede di “salutare tanto tanto tanto Italia”. Al Brennero i bus erano gia pronti. Alcuni verso Torino,  altri verso Cesena,  altri ancora verso Milano per il volo verso la Sicilia. Il nostro bus si muove e si incolonna lungo l’autostrada verso le 8.  Due soste e qualcuno è  già  malinconico: si guarda dietro! Al  freddo,  appena lasciato e alla compagnia formata e che tra poco,  inevitabilmente,  si sciogliera’. Alle 15 l’arrivo la’ da dove di era partiti: Lungo Dora Siena. Alle 16,  ” tutti  a casa”. Che dire? Cosa lascia questo viaggio in ciascuno di noi? Sicuramente un grande bagaglio di emozioni e conoscenze ma anche amicizie rafforzate o instaurate. Poi,  una volta scesi dal bus la ricerca affannosa dei bus appena aperto lo sportello-porta bagagli. I saluti,  le promesse,  le telefonate,  i gruppi,  su whatsapp. Si parte piccoli,  si torna un pochino piu grandi. Poi le responsabilità si diluiscono e resta il pensiero ad Auschwitz -Birkenau. Che ci accompagnera’ sempre.

11 luglio

Orvieto 9 7 2016 foto Borrelli RomanoFrugo  nella tasca dei pantaloncini,  prima a sinistra,  poi a destra,  alla ricerca delle chiavi del portoncino di casa.  L’unico tintinnio però  è  di qualche spicciolo rimasto da chissa’ quale viaggio.  Resto,  di chissa’ quale mostra o galleria. Perche’il viaggio e’ trasversale,  a cavallo tra storia,  geografia,  storia dell’arte, architettura,  religione,  usi,  costumi. La vita si sa e’ un viaggio e ciascun viaggio e’ una metafora di vita. Ma quel che mi servirebbe ora manca.  “Dovro’ aspettare che qualcuno entri”,  penso. ..   Come si vede,  siamo sempre in attesa di qualcun*.  Allargo l’orizzonte e scruto una panchina,   dalla parte opposta della strada che si offre alla mia vista e stanchezza. Mi strizza l’occhio e mi invita.  Ripiego verso di lei,  mi siedo e aspetto che qualcuno dall’altra parte della strada inserisca le chiavi nella toppa e  apra quel benedetto portoncino.  Aspetto,  come il cane aspetta il rumore del carretto,  o,  orecchie attente,  un ipotetico intruso. Aspetto,  come il bimbo il suo riposo notturno. Il tempo passa,  i bus caricano passeggeri madidi di sudore.  La voce metallica del bus si sprigiona e investe l’aria circostante  ad ogni apertura di porte mentre da esso si   scarica fuori aria fresca condizionata che si disperde in tempo zero;  intanto  il bus incorpora e sale a bordo   calore,  “sprovvisto” di biglietto. L’autista ha un fazzoletto al collo e il braccio fuori dal finestrino. “Direzione,  numero e prossima fermata”,  nel mentre si aprono le porte sento la stessa filastrocca una infinita’ di volte: numero, linea,   direzione,  prossima fermata. Tutto cio’ mi ricorda che sono “atterrato”in citta’ ancora una volta,  ritornato  dai miei “pellegrinaggi”.  Citta’ che in quel fazzoletto di terra tra corso Principe Oddone e corso Regina Margherita (a due passi da piazza Statuto) e’ avvolta da un nastro d’asfalto intorno ad una rotatoria perenne. Solo il tempo di disfare lo zaino,  cambi,  ricambi,  libri (viottoli cartacei e vere autostrade da sfogliare,  Costantino in primis) biglietti e “viaggero'” (un tempo avrei pensato tratte e paghero’). “Comunque andare”.  Ancora.  11 luglio.  L’Italia campione del mondo. Zoff,  Gentile,  Cabrini,  Scirea… Cabrini al 5 sbaglia il rigore: e la leva calcistica del ’68  risuonava ma solo in quel momento,  poi Rossi,  l’urlo di Tardelli e Pertini che esultava. Pertini Presidente della Repubblica . Pertini Partigiano. Pertini con la pipa,  gli occhiali e un mazzo di carte di ritorno dalla Spagna.  Controllo le cose da fare,  gli appunti presi,  e questi si che non li scordo,  nel blocchetto sempre a portata di taschino. “Davvero? Davvero?” faccio il verso alla ragazza della pubblicita’ che si vuole sempre connessa.  Si. Tra i tanti foglietti,   uno che L.  mi regalo’ con un appunto,  sul viaggio.  “Le nostre valigie battute erano ammucchiate di nuovo sul marciapiede,  avevamo una lunga strada davanti. Ma non importava,  perche’ la strada era lontana”(Jack Kerouac). Sorrido,  torno a Orvieto,  a riguardare le cose, con gli occhi,   le prospettive sono varie. Orvieto 9 7 2016.Borrelli Romano foto Un cartello e come viaggiare.  Essere come vuoi d’ una questione di scelte.  Oh,  finalmente entra qualcuno. Salgo. Ho lo zaino da preparare.  Il viaggio continua. Gli esami di maturita’ anche. Almeno fino al 13. Poi,  vacanze vacanze.

Porta Palazzo:racchiude molte cose ed esiste in altre ore

Torino24 9 2015 Porta Palazzo.Foto Borrelli RomanoNel cuore di Porta Palazzo il cuore batte. Forte. E i cuori pulsano. Di vita. Sarebbe un peccato caratterizzare qualcosa o qualcuno e lasciare nel sonno della nemoria altri. Porta Palazzo e’ da sempre un tripudio di immagini: tutte belle. Visi concavi, mai convessi. Essere spugne e accoglienza. Tutti, ma proprio tutti rendono bello questo posto.  Tra l’altro, l’unico posto di Torino ad avere un tram circolare,  destra e sinistra con un unico capolinea (il 16, a piazza Sabotino, pero’). Vista da quassu’, (la piazza o il mercato), del “metro e 88 della memoria”,  (ma anche da lassu’ della Mole o dalla mongolfiera) non si puo’ certo dimenticare che in questa piazza la dolcezza e l’amore hanno trovato sempre la loro sorgente e il loro sbocco naturale. Non ho mai compreso fino al fondo delle loro cose se “Damarco” o “Da Marco”  fosse la denominazione giusta o un complemento per specificare da chi. Fatto sta che una moltitudine di anziani sceglieva proprio quel luogo o quella  persona per “impasticcarsi” dai loro risvegli pomeridiani. Un carosello di caramelle esposte in vetrina  non hanno mai fatto venir meno il loro dolce lavoro: valda, al miele, mou, alla menta e una infinita’ di altre pronte da riversare e “stazionare” nelle numerose tasche che solo i saggi sanno avere:profonde e senza fine. Sia chiaro: a loro ne basterebbe una soltanto ma e’ agli altri che pensano e penseranno. Sempre. E certo per non far torto ai ragazzi, alle loro emozioni e ai loro giovani amori, da queste parti esisteva anche la caserma dei vigili del fuoco, agenti sempre pronti a salire sui loro mezzi, ad accendere la sirena e raffreddare facili entusiasmi nel caso di ormoni difficili da gestire ospesso impazziti. Manicotti alla mano…il resto era solo tutto caos al caso di qualcuno…Ah…Porta Pila…Equazione da risolvere.

Passeggeri in…equilibrio

Il bus  oggi non e’affollato. Alle spalle dell’autista un uomo con i baffi e capelli, pochi, lisci, neri entrambi, sulla sessantina, braccia aperte per tenersi alle maniglie guarda la strada e fa finta di ascoltare il suo vicino, in piedi, che parla, un uomo sui 50, tenendosi in equilibrio, col corpo e le parole, ma dai suoi  discorsi, l’equilibrio, non traspare. Inizialmente pensavo fosse amico dell’uomo coi baffi e dell’autista. Nel giro di poco ho capito che parlava da solo. A vanvera. Immerso nei miei casi personali venivo continuamente “strattonato” e dalla guida maschia dell’autista  o  da personaggi, vari frutto di chissa’ quale fantasia, dell’uomo poco …”equilibrato”. Nell’ordine: una ex che lo stolkerizza e che “mi chiama tutte le mattine: vorrebbe tornare insieme a me ehhh…ma se non ha capito niente prima…che c….bip…vorrebbe tornare a fare”. E poi continua “sono  single ora e “sto bene cosi, anche senza lavorare: ora il nuovo lavoro mi permette di fare piu’ cose”(?lavora o no?). “E poi”, continua guardando l’autista, “la mia compagna ora ha 8 anni meno di me: vedessi che brava. Non ha pretese…”(ma non era single?). Potrei continuare il racconto del poco “equilibrato”…”la mia azienda mi ha concesso un congedo di un anno e mezzo…:(???). Sale uno e gli chiede:”scusa ma sei allergico  all’acqua? Lavoro in un’azienda di sapone…avessi saputo di incontrarti ne avrei portato un pezzo…”. Il tempo accorcia le fermate rimaste e la strada. Il narratore del bus si approssima a scendere ad “Arbarello”: l’autista e l’uomo coi baffi esultano. Pure io. Penso ad Amerigo Ormea, intellettuale comunista, scrutatore fi una giornata in quella cittadella, (che si chiama Cottolengo) da poco lasciata, coi suoi nuclei o padiglioni, coi suoi sotterranei e il profumo dei suoi 2.800 pasti al giorno e dei suoi 1300 volontari circa, il centro di ascolto e la casa di accoglienza, i tunnel sotterranei simili ai meandri della mente…per una ricerca, una tesina…La Torino degli anni ’60 e ’70…il fumo, la nebbia che si mangiava il fumo delle ciminiere o che poi era un agglutinato, il fumo dei tubi nei sotterranei e quello delle mense,  la vita che pulsa anche dove nessuno direbbe,  i volontari che “aggiustano” vite, Teresina da Senigallia  che narra la sua storia,  la strada fatta quella da fare e la scuola che si avvicina…

Dalla cabina per…fototessera

Torino gennaio 2015, foto, Borrelli RomanoDal metro della cabina telefonica al metro della cabina…fototessera. Chi la ricorda? Eppure anch’essa conserva qualcosa di così ….romantico oltre che essere stata oggetto di una certa utilità pratica. Entravi li dentro, dopo aver fatto scivolare una banconota da 5 mila lire (oggi, euro) e in  pochi minuti  4 mini foto erano pronte per l’abbonamento del tram.  O per il posto di lavoro. Appena uscite, sentivi il rumore dell’asciuga-capelli. Ma non bastava. Le sventolavi e ci alitavi su. Era cosa sacra. Guai a rovinarle.Torino, interno fototessera. Foto, Romano Borrelli. Gennaio 2015.

La cabina telefonica, prima. La cabina per fototessera, poi.Capitava di usarla, anzi, di fiondarti dentro, al rientro da una passeggiata, in dolce compagnia, nelle serate invernali, quando il calore non è mai abbastanza. La ricerca della cabina, per foto,  era un’appendice, un’aggiunta di miele, di calore, la possibilità di un abbraccio un pochino più stretto, serrato, a quelli mai abbastanza scambiati come si vorrebbe, diversi da quelli dati…precedentemente. Insomma, era la macchina per giovani studenti appiedati e senza soldi. Entravi e continuavi a condividere. Dopo la serata, la cena, l’amore. Un sedile, bianco, in due. Torino, gennaio 2015.  Fototessera. Foto, Romano BorrelliStretti-stretti. Sembrava una vite, quel sedile. Giravi, giravi, giravi. Nello specchio cominciavi a rifletterti, a fare smorfie, a trovare la posa più adatta. E ridere. Quella voce metallica ti diceva quanto mancava allo scatto, cosa inserire, se accettavi o meno quelle che potevano essere le foto “stampate” (mica pubblicate) e il formato desiderato. Ma onestamente, chi se ne importava di tutte queste  disposizioni? E poi, la tendina. La mitica tendina. Una frontiera. Noi e il mondo. E chi se ne fregava, del mondo fuori. Il mondo era li dentro, in quel metro, in quella cabina. La tendina così simile a quella dei treni, a separare lo scompartimento dal resto del corridoio. Un po’ di intimità. Che… “relazione” tra tendina di treno e tendina di cabina. Sognare. Occhi chiusi, occhi aperti, nessuno ti doveva, deve, vedere. Nessuno deve sapere. Anche per una fotografia. Era così lontano il tempo dei social. La condivisione era per due. In un minuto c’erano una sommatoria di minuti indeterminati da custodire gelosamente in un futuro indeterminato, nel portafogli. Nei portafogli. Non solo un minuto. In un minuto, tutto. Ho passato notti a stendere la tendina in un treno, immaginandomi al mattino di tendere la tendina della cabina. Al mattino, non riuscivo mai a trovarne una. I cellulari  sono diventati ottime macchinette fotografiche, ma anche una moltiplicazione dei pani e dei pesci. Colpa dei social, una cabina senza confine. Selfie all’aperto, senza tendina. Talvolta, quella tendina, riparava da certe intemperie. Almeno per un minuto.   Oggi un minuto è pure troppo. L’affaccio è istantaneo.

Ps. E’ comunque bello vedere queste due quasi solitudini che resistono e attendono e forse nell’attesa esiste il grande amore. Una cabina telefonica, una per le foto. Al riparo da un porticato. Un posto che non è solo un capolinea ma un inizio di corsa, le chiamate, le risposte, il treno che arriva, il treno che parte, il sottopasso e la linea che va giù. Riprendi la cornetta, inserisci le monete e il tempo passa…l’università, la biblioteca, il posto da cercare…il posto al lavoro, il posto nel mondo e qualcuno che ti tiene sempre un posto. Dove, ognuno lo sa.

La mia Torino 5

La mia Torino 5. Tra storia locale e devozione.

Maria Ausiliatrice, dipinto su muro di casa di ringhiera, Torino. Foto, Romano

Un dipinto, di Maria Ausiliatrice,  realizzato da una mano ingenua, ma non priva di fantasia.  Una casa di ringhiera. Ballatoio. In un grande corso di Torino. La Basilica dall’altra parte del corso. La Consolata a cinque minuti e poco distante, il Cottolengo. Da queste parti, tutto, dalla farmacia, alla trattoria, alla gastronomia e persino le paline dei bus, ricordano l’Ausiliatrice, e don Bosco. Il dipinto. Da notare la sfera del mondo, con la sola Italia. E sull’Italia, e sul mondo, una Croce. Raggi, colorati, anzi, multicolorati,  e l’incorniciatura, con colonne, attorciliate da una pianta rampicante. Immagino, il pittore, il residente in questa casa, circa trenta anni fa, nel mentre disegnava questa bellezza in una costruzione, a guardare dalle buche delle lettere, che parla dialetti, Sud,  meridionali, lavoro, fabbrica e terra, lasciata, giù, “Sud”. Forse pensava al calore del suo paese, quello umano, e quello del Sole, “costretto” qui, nelle nebbie, a tracciare qualche raggio. Il signore che ha dato corpo a questa bellezza, era originario della Puglia, delle Murge.  Esattamente, Minervino Murge. Un tal Savino, dicono. Perché impossibile rintracciare oltre della sua identità. Avrebbe superato gli ottanta. Di anni. Ritornato al proprio paese. Nessuna traccia ulteriore. Solo questa. Ricchezza portata dal Sud. Ho provato ad immergermi in questa realtà, provare a chiudere gli occhi e respirare un po’ di quel periodo. Valige di cartone, legate, con lo spago, dopo l’arrivo a Porta Nuova, immersa dal vapore e dal fumo.  Le scale, la ringhiera, le buche delle lettere, che in molti casi, contengono solo cartacce datate. Lettre di suppliche, raccomandazioni e solitudine, talvolta non comprese.  Lettere, emozione, quando arrivavano, inaspettate, e, desiderate, volute quando i pc e le mail, non si sapeva neanche cosa fossero. Lettera di un amore. Dal profumo di mare, di sud, imbucate nei pressi di qualche stazioncina, perchè si sa, dalle stazioni, arrivavano prima. Lettre che sanno di attesa e di ricongiungimento. Lettere scritte a penna, o, per chi poteva, con una macchina da scrivere, una L 28.  I campanelli, che bisognava “girare” per farli suonare.  A metà della prima rampa di scale, un’ulteriore immagine, della Madonna.Foto Insegna Farmacia Dell'Ausiliatrice. Torino. Foto Romano B. Questa più recente. Ho provato a sentire qualcuno, qui, nel condominio di questa casa, a proposito del pittore. Voci dicono che presto saranno effettuati lavori di pittura, nello stabile. Mi piacerebbe rispettassero questo dipinto, insieme alla persona che ne ha lasciato il segno. Sarebbe stato bello vederlo qui, il rosario.  Sia da vicino che ad una certa distanza, mi capita di pensare a quei raggi, al profumo di aria, marina. Sud, terra rossa. In molti lettori, hanno chiesto di documentare, qualche momento di devozione nella zona, nella circoscrizione 7, dalle parti di Valdocco, Maria Ausiliatrice. I cortili, dove talvolta non si poteva giocare, dove talvolta fiorivano lavori e vita di lavoratori. Cortili, come ritrovo. Riproduzione fedele di piccole altre realtà. Una ventina di persone, a recitare il rosario. L’acqua e le candele. Non so, ho pensato al Battesimo e alla candela, luce nella luce. La notte che lascia il posto all’alba, il miracolo dei colori. Alzarsi e vedere le sfumature dei colori, e pensare e osservare. Un po’ come quel dipinto, in una casa di ringhiera. Forse ripensavo ad alcune bellissime pagine di Gilead. O forse al grande lascito come dono che alcune persone ci fanno. Dono e perdono. Il dipinto è davvero bello. Meriterebbe di essere valorizzato e possibilmente tutelato. Speriamo che le autorità cittadine ci pensino. Non conosco le regole condominiali, ma penso che questo sia patrimonio di tutti. Penso che il Sig. Savino, (se la memoria di una persona anziana che mi ha riferito in merito al pittore, non è stata tradita) così lo intendesse. Un omaggio per tutti i torinesi. Un ricordo, anzi, un ricordino. Da queste parti, sono tanti, per ogni ricorrenza.  Non sarebbe male, come idea, abbinarla per un Cin-cin.

(ps. un grazie a d. Natale, che ha dato un contributo per la “lettura” del dipinto).

Torino. Interno. Casa di ringhieraTorino. Cortile e devozione popolare

Podio che accoglie

DSC00246Le colline torinesi presentano quà e là qualche ciuffo di neve,  non ancora sciolta. In mattinata, un timido accenno di pioggia. Resiste. In ogni caso, a Torino, l’ondata di mal tempo, sembra essere passata.

Nel resto d’Italia, l’ondata di maltempo non si ferma e prosegue fino al Sud.

A Roma, la piena del Tevere è passata, fortunatamente senza provocare danni. La capitale tira un sospiro di sollievo, anche se i romani continuano a guardare il cielo.

In Toscana, la situazione resta critica.

Un giretto sulle colline di Torino, appena fuori città. Se percorrere il tragitto attraverso il Pino vecchio o il Pino nuovo,  non è di fondamentale importanza.  Basta solo decidere come raggiungere la meta. Podio. Quale mezzo. Una mongolfiera, per ammirare meglio il panorama della città con Superga e forse il Colle? Certo, dalla mongolfiera, il panorama sarebbe più bello, e da lassù, sicuramente con un po’ di immaginazione sarebbe possibile sentire il rumore del mare, con il suo odore, il suo profumo. Il cuore del mare, che pulsa sempre vita. Mite o in burrasca, non importa. Il bus? Con questo mezzo, pare un po’ complicato, a dire il vero. Quale obliteratrice utilizzare? “La uno, la due o la tre?”  Fare il verso a Mike Bongiorno? Più che regolarizzare l’utilizzo del mezzo pubblico pare la partecipazione ad un quiz, datato. Anzicchè la scelta della busta, in questo caso è la scelta della obliteratrice. “La blu, la rossa o la gialla? “Una conta da “due euro e cinquanta” per una delle tre macchinette.  “Il servizio pubblico, è servito“.  Prima di pranzo, quando era “Il pranzo è servito”.  Corrado? Ma anche questa  soluzione pare complicata e costosa. Si potrebbe decidere di scegliere una bella pedalata, usando una di quelle biciclette cittadine, di quelle gialle che ormai “fioriscono” come fiorii, oggi, davanti le Chiese,  in ogni punto della nostra città. Le piste ciclabili, ci sono, anche se, bisognerà stare attenti in qualche passaggio. Di tanto in tanto, dei pali posti al centro della pista ciclabile ne ostruiscono la pedalata, o, almeno, la rendono difficile. Forse è un divisorio, fra andata e ritorno. Puo’ essere. Pero’… ” Esageruma nen”, direbbe un politico torinese. Ma allora, con quale mezzo? Al termine, la difficile scelta cadrà  sull’utilizzo di un mezzo tanto antico quanto valido: i  “due piedi”. Il percorso, esiste. Scritto, come quelle indicazioni che di tanto in tanto si ritrovano in montagna.  Come sempre, se per caso viene sete o fame, qualche bicchiere d’acqua, lo si rimedierà sempre. Qualche anima buona la si troverà sempre che offrirà  da bere, agli assetati. E se la fame incombe, bhé, nei pressi della cascina, un piatto di minestra lo si riceverà, come capita da sempre. Difficoltà odierne e semplicità di un tempo. Valori che restano dentro. Buoni e genuini. Come il latte. E poi, al termine della camminata, anzi, a metà del cammino, un Podio, è sempre pronto per l’accoglienza. Un posto di classe. Che ha fatto scuola.  Podio di dolcezza, “Mon Chierì”, perché da queste parti, la dolcezza, è di casa.

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Piazze torinesi a colori

DSCN3545DSCN3544Passando idealmente lungo la manica che da Porta Palazzo giunge a Piazza Castello, attraversata l’area antistante le Porte Palatine, costeggiando il Duomo, di Torino, un tripudio di colori coglie ogni passante. Il suolo bagnato ne esalta le tonalità. Blu, rosso, giallo. Colori riflessi, sul selciato. Gruppi che stazionano in attesa di qualcosa, di qualcuno. Un tram, un bus, un taxi. Amici, una donna.  I carretti, muli di una qualche forma di globalizzazione, dopo aver trasportato durante il giorno ogni mercanzia proveniente da ogni dove e giunta poi sulle nostre tavole per essere consumata,  sono oramai a riposo e così il lavoro.  La notte che diviene il sbato. Nel vecchio. La notte che diviene domenica. Nel nuovo. Nel cuore della piazza, una vecchia fontana diviene ormai da anni  punto di ritrovo per alcuni, di oggi e di ieri. “Così ridevano”, un film che narrava ieri e continua a narrare oggi una Torino che per alcuni versi pare identica nella trama potrebbe essere ancora un film di prima visione. La vecchia stazione ferroviaria Torino Ceres, posta su corso Giulio Cesare,   è ormai alle spalle così come il Serming, la scuola Holden, con i suoi aspiranti scrittori e scrittrici pure,  e il fiume  Dora, con la sua corrente veloce che sembra trascinare via molto, pensieri compresi. L’unica cosa rimasta, pare essere il vapore, merito del binario, dei binari, che disegnavano l’asfalto cittadino, un tempo.  E un tempo, un casello ed una croce di Sant’ Andrea presidiavano il territorio. La luce rossa si alternava, il casellante scendeva, le automobili si fermavano. Anche qui, un gruppo prova a fantasticare sull’escatologia. Altri vorrebbero librarsi per provare a contare quanti amici prenderebbero parte al funerale.

Il Duomo offre ancora accoglienza a qualche pellegrino, qualche credente. Lasciato alle spalle il Duomo, i suoi gradini e il porticato di qualche ufficio comunale dove hanno trovato riparo alcuni giovani, e la loro chitarra, entriamo in quello che un tempo era un parcheggio. La piazza dona alla vista alcune sculture e un gioco di luci incredibilmente bello. Più in là, i portici di via Roma con piazza San Carlo e Porta Nuova.

Alzo gli occhi al cielo e penso che solo quei colori, solo questo cielo sono capaci di regalare emozioni così forti, intense.