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8-8: infinito su infinito

Infinito su infinito. Così si diceva l’8-8 e in quel modo idi intendere l’8-8 del 2008,  in molte coppie,  in Cina,  finirono,  dopo un periodo di fidanzamento,  per convolare a nozze. Era l’anno delle Olimpiadi e dell’amore infinito, concesso da due numeri distesi,  che si piacciono e pronti all’amore: 2 otto…  Così era  e così piaceva. A molti. Ma l’8 agosto lo ricordo per la grande tragedia sul lavoro a Marcinelle. Correva il 1956.  Nel 2006 mi trovavo dalle parti di Bruxelles,  in un bar.  Leggevo i giornali insieme ad altri avventori e dialogando scopri`che erano stati come ogni anno,  il giorno prima,  “proprio li”,  sul luogo della “castrofa”. Comincia i a leggere,  informarmi,  vedere video e canzone “carbone” e ogni volta che posso,  in classe,  ne parlo.  Quest’anno,  alcuni maturandi,  trattando il tema sul lavoro,  il conflitto capitale-lavoro,  lo sfruttamento,  il concetto di nuovo lavoro,  encicliche sociali, globalizzazione ecc.  ecc. ne hanno ampiamente illustrato la storia nelle loro tesine. E una ha preso anche 100. E oggi, due messaggi da loro,  chi al mare e chi in cerca di lavoro:”Prof. oggi abbiamo ricordato la tragedia di Marcinelle. La catastrofa. “

Je suis Bruxelles

Stavo sfogliando i quotidiani, ieri mattina,  con un pensiero rivolto alle ragazze, Francesca, Elisa,  Valentina, Elena, Lucrezia, Serena, Elisa, ragazze coinvolte e decedute nel tragico incidente del loro bus a Terragona, vicino Barcellona, in Spagna quando sotto la pancia torinese, in metro, contemporaneamente ai tornelli tutti aperti, un messaggio sul cellulare mi informava di quanto stava capitando a Bruxelles. “Solo l’amore, solo il conoscere conta” come scriveva Pasolini e riporta il giirnale, e’ un passo che mi piace. Stavo leggendo e rileggevo sottolineando alcuni passi dell’articolo di Michele Serra su Repubblica (martedi 22 marzo, pag.25,  “Ma lasciamogli la loro liberta’” …capita di non tornare, nel mondo grande, meraviglioso e imprevedibile, per le ragioni piu’ differenti, anche le piu’ inaccettabili (la prima che mi viene in mente e’ il terrorismo…)” , per presentare ai ragazzi quanto accaduto, l’Erasmus, l’Europa, la mobilita’ prima dell’Euro e dopo, l’inter-rail, il passaporto, il cambio valute, che quando si parte “devono suonare le campane, e’ una festa, un secondo battesimo” che un   messaggio e una chiamata telefonica mi informava di quanto stava succedendo…Bruxelles sotto attacco. Bruxelles, che prima di legarla alla politica europea, al Parlamento, ad una settimana passata li, qualche anno fa, ad una biondina ed un  paio di occhi blu trasferitisi li, appena  terminata l’universita’( Sc.pol.) quella citta’ del Nord Europa si materializzava  con le temperature europee che iaceva ascoltare da piccolo in tv quando Bruxelles era sempre la prima citta’ ed era sempre “meno zero”…cosi lontana e bella quando la fantasticavo gia’ con la sua Grande Piazza. E ora si contano 31 morti in una lunga giornata di terrore.

27 Gennaio Giorno della Memoria

DSCN0941Dachau. Campo di concentramento. Per non dimenticare. Lungo il viaggio che ci portava da Torino a Berlino, una sosta a Monaco di Baviera e poi, Dachau, per posare un fiore. Raccogliersi in un momento di preghiera. Personale. Lo stordimento, per quanto visto, l’atrocità di quello che è stato, la cattiveria dell’uomo, l’afa di quel giorno. L’uomo ridotto a bestia. Tutto, brucia dentro, ancora. Innocenti che tacciono ma che parlano alle nostre coscienze. Non ricordo per quanto tempo, all’uscita, il silenzio,  calato si impadronì di noi. Muti restammo per molto in macchina. E quel viaggio lungo ci sembro’ ancora più lungo.  Forse fino a Dresda, o Berlino. O ancora, oltre. Un viaggio, diverso, o forse uguale, a quello effettuato anni prima. In Polonia. Partiti in una giornata caldissima di inizio agosto, per la precisione, il 5, dal binario undici di Porta Nuova, con un treno speciale. Un “cappello” ci riuniva: M. Ausiliatrice, 14. Ragazze e ragazzi sconosciuti. Amicizie da costruire; ognuno una storia diversa, se 18-20 possono essere già conferire una storia “alle spalle”, proprio come uno di quei tanti zaini che ci portavamo dietro, un pezzo di cameretta che si muoveva con noi. Ragazzi  provenienti da ogni dove, da Torino e dal Piemonte: San Paolo, Rebaudengo, Valdocco-Maria Ausiliatrice, Nizza Monferrato, Asti, Alessandria...  Marsupio e passaporto a portata di mano. Oltre al già citato zaino.  Walkman, auricolari, merendine in ogni dove. Un libro, la cartina, un blocchetto, la penna,  per appuntare qualcosa, in quella lunghissima traversata europea che da lì a poco ci aspettava. Torino -Varsavia. In mezzo, altre città. Vercelli, Novara, Milano. Direzione, Auschwitz, Birkenau. Tappe inserite in altro contesto. Un giro dell’ Est. Tutto cominciò per scherzo. In uno di quei sabati primaverili, ciondolando in una zona ora trasformata e mangiata dai centri commerciali. Una ragazza, Daniela,  mi parlò di un viaggio, in estate. Poco convinto, come possono essere certe convinzioni e credenze. Più radicate altre: giustizia sociale, redistribuzione, classi sociali, opposizione, l’Università, il movimento operaio, la Fiom, le conquiste. In ogni caso, accettai. Quel viaggio “s’aveva da fare”.  Cinque agosto, ore 15. Porta Nuova. Noi che andavamo incontro alla gioventù e questa che veniva incontro a noi. In treno. La sera, dai finestrini, le Alpi, l’aria fresca notturna. Trento, Bolzano, il confine. Praga, al mattino. Nei pressi della stazione, una casa salesiana ci accolse. Per colazione e pranzo. Giro della città. La ricerca di rullini fotografici! Rullini! Come le cabine telefoniche. Repertori. Studio antropologico. Code alle cabine. Poi Varsavia. Ancora treno. Questo nome, che in molti avevamo sentito insieme a Bruxelles, a “che tempo fa”, in tv, (temperature delle città europee)  riuscivamo ad abbinarlo  solo alla neve.  Spesso non pervenute. Cracovia e tantissima Polonia. Varsavia. Il fiume. Le tende dei russi e la nostra “casa S. S.G.B.” e l’amicizia con loro. Polonia. Occhi azzurri,  a volte tristi, altre no. Capelli biondi, trecce, libri. Gente con il dolore negli occhi, ma sempre accogliente. L’università. I viali. Czestochowa e poi, Auschwitz.  Fino al giorno prima, si cantava, si scherzava, si giocava, si girava mischiandoci tra gli universitari. “Czésc” e zloty alla mano e cappello alla marinara. Cosimo, Chiara, Francesca, Elena, Teresa, Gregorio, Silvano, Gianni, Doriana,  le sorelle Cristina ed Elena, Giampiero e sua moglie Giovanna, le gemelle Michela e Stefania, e tantissimi altri, che col passare dei giorni incontravamo;  nomi e persone che col tempo la vita ti porta a perdere di vista, e quando ti vengono in mente, o li incontri, così, per caso, tutto ritorna lì. Non quel  mese trascorso, li,  in giro, “all’ Est”. Tutto ritorna a quelle atrocità che sono state e che sono ancora li e che abbiamo visto. Montagne di capelli in una stanza, stampelle, vestiti, in altre, camere a gas. Il binario. Ragazze, ragazzi, venti, venticinque anni, tutti, entrati in un modo, tornati a Torino in un altro. In treno, in quel lunghissimo viaggio del ritorno, in una giornata di fine agosto, non riuscivamo più a prendere sonno. Né seduti, né sdraiati, quei pochi che avevano una cuccetta, né in corridoio. Sdraiati sul nostro sacco a pelo. Niente occhi chiusi. Neppure dopo. A Porta Nuova, ci lasciammo, a centinaia, uniti da qualcosa di diverso. Ognuno di noi aveva preso un impegno. Non dimenticare.  Memoria. Lacrime.  L’estate che continuo’, la sera stessa. Altro treno. Direzione Salento. In uno scompartimento, con alcuni provenienti “dall’est”. Restammo ancora in silenzio. Ora, Gregorio è un medico, Cristina una bravissima insegnante, così come Giovanna, Francesca in giro per il mondo, come Chiara, dopo aver studiato a Pavia, Cosimo nella scuola, Anna, una dottoressa…Ognuno, a suo modo, nel suo mondo, ricorda quel viaggio, quel campo, quel luogo. Che tutti nella vita dovrebbero fare.

DSCN0952Quando posso, torno all’Istituto Storico della Resistenza. Una lettura, un libro, qualche fotografia. Il ricordo di quel viaggio, continua.