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Mio “keepsake”

Dopo il mio farewell ad una cittadina piemontese, soprannominata “la bella” (anche se direi la “fredda” in tutti i sensi) adagiata ai piedi di stupende montagne che fanno da corona al Monte Rosa, eccomi sul bus verso la nuova cittadina, sede dell’istituto scolastico che mi “ospiterà” per un anno “di precariato”

Una cittadina, quest’ultima, “sdraiata” sulle colline torinesi che videro, più di un secolo fa, un ragazzo, farsi prima garzone e poi studente al prezzo di notevoli sacrifici. Un personaggio divenuto in seguito, un santo sociale: don Bosco. Un prete che ha dato tutto, pur di rendere effettivi e garantire i diritti dei giovani lavoratori e garantire per questi ultimi una giusta ed equa retribuzione. Mentre oggi si gioca a comprimerli, quei diritti. La cittadina in questione  venuta alla ribalta della cronaca cittadina per una frase fuori luogo di un assessore, di quello stesso comune, durante una seduta del Consiglio comunale . In sintesi, in quell’intervento (portato alla ribalta da un quotidiano torinese) “I ragazzi con handicap disturbano”; quindi, basta disabili a scuola? Meglio sorvolare su quel punto. Che soggetti, che mondo. Ma torniamo a scrivere di scuola. Tagli e paradossi.

Nella scuola purtroppo i paradossi son tanti. Collaboratori scolastici laureati, tecnici informatici ingegneri che vengono licenziati per i tagli, istruttori pratici diplomati, insegnanti non laureati, e via dicendo. Inoltre la suddivisione dei lavoratori della scuola classificabili in lavoratori di serie A e altri di serie B. Tra questi ultimi, i collaboratori scolastici.

Nella scuola, giustamente, i collaboratori scolastici si occupano e preoccupano anche delle esigenze dei ragazzi diversamente abili, ma, se i collaboratori sono precari, sono sprovvisti di quel famoso articolo 7 che permette loro di avere competenze specifiche nei confronti dei diversamente abili. Ancora: corsi come quelli su sicurezza, visite mediche e altro spesso sono preclusi ai precari. Le ferie, poi, sono godibili solo in periodi indicati dai superiori, perché prima, la scelta spetta a quelli di serie A. Nei ricordi della “passata stagione eporediese”, vi sono colleghe e colleghi divenuti amiche e amici. In particolare insegnanti sul sostegno che per una politica di tagli non hanno potuto dare continuità e affetti al loro lavoro e ai loro “ragazzi”. Fra questi, D. laureata in filosofia, con due specializzazioni all’insegnamento, storia e filosofia e quella sul sostegno, area umanistica, attualmente è disoccupata. Ha partecipato alle nomine, in una città siciliana, dove ha “incontrato” la disperazione. Afferma: “Non ho mai provato l’emozione di essere nominata dal Provveditore, avere la facoltà di scegliere la scuola in cui lavorare e firmare un contratto. La nomina dell’anno scorso è stata una vera sorpresa, anche se, a 1400 km di distanza. Ho avuto la possibilità di calarmi per la prima volta nel ruolo dell’insegnante di sostegno e di “mettermi al servizio” di chi ha altrettante risorse. Ripeterei l’esperienza ma ovviamente preferirei lavorare qui, in Sicilia per non dover ripetere il sacrificio di stare lontana dal mio ragazzo e dalla mia famiglia. Chissà quando un simile diritto, quello di lavorare e vivere nella regione di appartenenza potrà essere realizzato”.

In seguito è la volta di F. “Abbiamo fatto qualsiasi cosa questo sistema richiedesse: laurea, Ssis, corsi abilitanti sul sostegno, master da mille euro, ricorsi, controricorsi…” Ed ora? si domanda F. “chi mi ridarà gli anni passati sui libri e chi i 5 mila euro spesi in istruzione a pagamento solo negli ultimi due anni della mia vita?”. La sensazione più triste, nel parlare con F. è la constatazione della mancanza di “un appuntamento con il futuro”. “Si ha la sensazione”, mi riferisce, “di rincorrere qualcosa senza raggiungerla mai”. In seguito, ne individua, come molti di noi la causa e i mandanti: “L’istruzione, a pagamento, che devi obbligatoriamente fare, per non rimanere indietro, ha arricchito qualcuno, ma non te; e tu, che eri in buona fede, pensavi che questo sarebbe stato finalmente l’ultimo tassello per raggiungere il tuo sogno”.

Già, il pagamento. La ricerca del privato a tutti i costi. Privatizzare la scuola. Questo è il vero obiettivo ricercato da questo Governo. E’ la la storia, già conosciuta di una scuola che si “autofinanzia” due volte. Il caso di Adro. Come sostiene un giornalista, sarebbe il caso di essere indignati, in maniera permanente, effettiva. Da ricordare ancora il caso dei genitori che si autotassano pur di avere “un pezzo di collaboratore scolastico”, come avviene in un sobborgo alle porte di Alessandria. I “tagli” avevano eliminato un collaboratore e così, di necessità, virtu’.

Nei “ricordi”, vi è anche Domenico Capano, “l‘ingegnere”, tecnico nella scuola, anche lui, precario, e ora “fuori” grazie, sempre, si fa per dire, ai tagli. Un ingegnere che ha avuto forza anche di cimentarsi con la storia, pubblicando un libro su Piergiovanni Salimbeni, nel ‘700, da quella picciola Terra di Limpidi” (Edizioni Lulu.com). Posto, di lavoro, quello di Domenico, ricoperto sicuramente da tanti abili tecnici un tempo magari dipendenti della provincia e ora dipendenti statali, magari non ingegneri, magari, chi lo sa, non tanto bravi quanto Domenico. O magari collaboratori scolastici in progressione con concorso interno. In classe con laptop, ma senza tecnici validi come Domenico.

Poi Cosimo, laureato in storia e filosofia, anche lui, “retrocesso” causa tagli: da futuro insegnante a collaboratore scolastico. “ Mi sveglio alle quattro e quaranta, per essere alle sette a scuola; pochi km coperti in malo modo dai mezzi pubblici”. Prospettive? “Attualmente mi preparo per l’esame di un master e nel frattempo spero mi chiamino. Per insegnare”.

E poi ci sono io. Il mio bus è quasi arrivato. Un’occhiata al giornale. Una notizia in particolare mi ferisce e mi stupisce. Un box piccolissimo. “Quaranta milioni di euro, di cui due devoluti, su sua richiesta (al soggetto interessato) in beneficienza. E’ la cifra che Unicredit verserà a Profumo, sostiene il quotidiano, per l’ addio anticipato alla poltrona di ad”. Ancora. “In Bot annuali renderebbe 1300 euro al giorno”. Neanche un’ora prima, pensando fosse accreditato, come tutti i mesi, lo stipendio, il mio, come per tantissimi precari, mi viene reso noto che il bonifico non è stato effettuato. Cambiando scuola, chissà quando arriverà. “No bonifico? No party”, nonostante tutti i 23 del mese, il misero bonifico attesti, come il nome di battesimo, la precarietà. Un marchio. Una precarietà che lascia a bocca asciutta e vuote (e svuota)le tasche. Di molti. Pazzesco pensare che abbiamo speso il 17% del pil europeo per salvare delle istituzioni che dovrebbero salvarsi da sole. A proposito di lavoro. In capo al terzo anno di lavoro, si necessita del certificato di sana e robusta costituzione, che rasenta il costo di 50 euro. A proprio carico. Cioè dei lavoratori. Come la disposizione Brunetta che prevede il tesserino di riconoscimento con la propria fotografia. Già, ma le foto, chi le paga? Il lavoratore. Tutto questo è pazzesco, pensare che lo Stato si comporti come un “job killer” nei confronti dei tanti D., F., Domenico, Cosimo e gli altri duecentomila precari di questo autunno scolastico, che speriamo sia caldo. Precari, definiti “politicamente strumentalizzati” per il semplice fatto di non avere più traccia di bonifico o se, per un incontro con il proprio futuro decidono di scendere in piazza a manifestare contro questo taglio indiscriminato. Un autunno scolastico che si accompagna al terzo autunno di crisi finanziaria.

Pare di sentire Ennio Flaiano: la situazione è grave ma non è seria.

Evitare, ad ogni costo, le guerre tra poveri

Non è facile. Non è facile distinguere. Spesso e facilmente si alimenta, volutamente, una “guerra tra poveri”. Basta poco. Uno sciopero: delle ferrovie. Una proposta: 500 euro ai giovani, prelevando le risorse da redistribuire dalle pensioni. Sul  posto di lavoro: le “pim” (proposte di miglioramento, nel privato), i fondi d’istituto nelle scuole. Il lavoro: fisso e precario. L’età anagrafica: “saggi” e giovani. Ultimamente, mi sono arrivate mail csu questi temi, sviluppando  un dibattito tra “chi è garantito e chi non lo è“; tra chi ha una posizione contrattuale e chi no; tra chi gode di una certa anzianità sul proprio posto di lavoro e chi no.  Tra, “un tempo ed oggi”. Il vissuto, nel quotidiano, porterebbe a “caderci”, in quella contraddizione. L’esempio è stato la giornata di mercoledì, sciopero dei macchinisti ferrovieri. Macchinisti ferrovieri, quindi, lavoratori. Impossibilitato a recarmi sul posto di lavoro,  con il solito mezzo, il treno, (in possesso di abbonamento mensile) ho provato, come tantissimi, nelle mie identiche condizioni a cercare altri mezzi di fortuna. I benestanti, un taxi, altri, macchine private, altri ancora, la maggioranza, un altro mezzo pubblico. Un bus. Torino-Ivrea. Peccato che l’abbonamento mensile, del treno, coprisse solo una tratta: si è resa necessaria così la ricerca di una rivendita. Per il biglietto integrativo. Un costo aggiuntivo pari ad un paio di euro. E giu’ le recriminazioni. Per i due euro sborsati. Discutibili. In una giornata simile si poteva evitare di “scucire” soldi, ulteriormente. Si doveva. evitare. “Colpa dei macchinisti”, recriminavano in molti. Fortunatamente non mi sono lasciato coinvolgere. Piuttosto, è esasperante il fatto che tutte le mattine, i treni, di quella linea, oltre che il ritardo debbano farci “gustare” anche una buona dose di ghiaccio. Secco, ma sempre ghiaccio. Ormai le ferrovie hanno deciso di  premiare altre fette di mercato, quelle piu’ redditizie. I pendolari, purtroppo, non rendono. A proposito di treni: oggi, sul treno delle 14. 15, in partenza da Milano Centrale e diretto a Torino Porta Nuova, è successa una cosa un po’ particolare. Tre  o quattro vagoni (a detta di alcuni che mi hanno raccontato l’accaduto) avrebbero subito la chiusura, causa “impossibilitatà del personale a controllare l’intero treno”. Mancanza di personale? Per tornare ai “trabocchetti” delle proposte,  che fanno cascare nel tranello delle “guerre”, quella di assegnare 500 euro ai “giovani” (come sorta di bonus) al fine di garantire loro la possibilità di… “uscire (per andare dove, però non è dato sapere). “Bamboccioni“, “baby boomerang”…, qualcuno contro qualcun altro. Proposta sbagliata. Nella scuola. In quante ci si azzuffa per una misera cifra di un fondo d’istituto che il piu’ delle volte è una “copertina” (coperta conferisce l’idea di qualcosa di piu’ sostanzioso). Senza dimenticare che in alcune scuole la trasparenza è fondamentale e certa. In alcune. E l'”equidistanza” di chi dovrebbe distribuire rispetto ai lavoratori? Certa? sicura? garantita? Mha.  “Tanti auguri”, cantava Raffaella Carrà. Guerre tra poveri e guerre di poveri. “Guerra generazionale”.  Forse un ottimo modo per conservare il potere, vero? Difficile e impegnativo, ma dobbiamo provarci a non cadere nel tranello che ripetutamente certi detentori di potere, affascinati da una sedia, da una scrivania, cercano quotidianamente di non mollare. Occhi vigili, sempre.  Cominciamo a guardare le grandi proprietà e cominciare a distribuire “la coperta” diversamente da come fatto fino ad oggi. La lotta deve tornare a guardare  il verso “verticale”

Fasce di reperibilità: decreto in G.U

di R.P.
La pubblicazione del provvedimento era attesa da tempo. Il decreto entrerà in vigore il 4 febbraio prossimo. Dopo la visita fiscale, non esiste più obbligo di reperibilità.
Sulla Gazzetta Ufficiale del 20 gennaio è stato pubblicato il decreto della Presidenza del Consiglio in materia di fasce orarie di reperibilità per i dipendenti pubblici assenti per malattia.
Il provvedimento (il n. 206, del 18 dicembre scorso) era espressamente previsto dal decreto legislativo n. 150 (il cosiddetto “decreto Brunetta”) e stabilisce che le fasce di reperibilità sono due: una dalle 9 alle 13 e una dalle 15 alle 18; l’obbligo di
reperibilità – precisa il decreto – sussiste anche nei giorni non lavorativi e festivi.
Sono esclusi dall’obbligo i dipendenti pubblici la cui assenza sia legata a:
a) patologie gravi che richiedono terapie salvavita;
b) infortuni sul lavoro;
c) malattie per le quali e’ stata riconosciuta la causa di servizio;
d) stati patologici sottesi o connessi alla situazione di invalidità riconosciuta.
Di particolare importanza anche questa precisazione contenuta nell’articolo 2: “Sono altresì esclusi i dipendenti nei confronti dei quali è stata già effettuata la visita fiscale per il periodo di prognosi indicato nel certificato”.
Le conseguenze di questa regola non sono di poco conto soprattutto se si tiene conto che l’Amministrazione ha l’obbligo di richiedere la visita fiscale fin dal primo giorno di assenza: in pratica un dipendente che si assenta per 20 giorni, può ricevere la visita fiscale il secondo o il terzo giorno di assenza, dopo di che resta del tutto libero di uscire di casa in qualunque momento della giornata.
Al contrario per un’assenza breve di due-tre giorni, il dipendente risulta molto meno libero di muoversi di casa dovendo rimanere in attesa della visita che potrebbe arrivare anche il l’ultimo giorno.
Insomma il meccanismo sembra favorire di fatto chi si assenta per lunghi periodi, penalizzando al contrario chi si ammala per pochi giorni.
Il decreto entrerà in vigore il 4 febbraio prossimo e cioè a partire dal 15° giorno dalla pubblicazione del provvedimento sulla Gazzetta Ufficiale.

20/01/2010

Fonte: http://www.tecnicadellascuola.it

“A spasso, nel tempo, nello spazio”

precari-della-ricercaQuesta mattina, come da appuntamento, mi reco in Piazza Arbarello, a Torino, luogo d’inizio della manifestazione della Flc Cgil contro le scelte politiche di un governo che avrebbero uno scopo preciso. Secondo Mimmo Pantaleo, (su Liberazione di oggi), “cancellare i diritti di tutto il mondo del lavoro”. Un mondo, quello del lavoro pubblico continuamente “sotto attacco”. Pensavo alla mia presenza di oggi, che era fondamentale (almeno dal mio punto di vista), per contrastare, insieme al “popolo” e alla “classe” leggi quali la 133/08 e la legge finanziaria 2009 che prevedono tagli “umani”. Non mi interessa sapere quanti e chi, ad esempio, nella mia scuola, ha aderito allo sciopero; non voglio entrare in sterili polemiche” se chi ha avuto un mandato, quello sindacale, c’era oppure no. E’ un po’ come la responsabilità penale:”sempre personale” . Il “potere unilaterale” del governo su carriere, salario, reclutamento, organizzazione del lavoro sono temi più proccupanti, ma il punto, che spesso viene tirato in ballo durante le mie frequentazioni con operai, lavoratori del mondo “privato” è un altro: che il 30 ottobre è stato stipulato un accordo separato sul protocollo per il pubblico impiego e che potrebbe creare seri problemi per i futuri contratti nazionali. Ma ritornando al mio arrivo in piazza, questa mattina, e dato che quella non era ancora piena, colgo l’occasione per sfogliare, oltre che Liberazione, il Manifesto e la Repubblica. Proprio su quest’ultima cade l’attenzione e per un momento, penso ad uno scherzo di carnevale ritardato. Infatti,a a pag. 20, un articolo di Luisa Grion, cita: “Brunetta: nello Stato solo pochi precari. La Cgil all’attacco: allora stabilizzateli”. Ho pensato che fossero pochi, perché probabilmente lavoratori, tutti e soltanto della mia città: questione di sfortuna, mi ridico. Invece, leggendo nel corpo dell’articolo scopro che i dati si riferiscono “ad un campione parziale”. Mi riprometto di rileggerlo ancora più attentamente in seguito. Appena letto ho pensato che forse erano dati riferiti a questionari somministrati solo nella mia città. Mentre leggo e rileggo, tra la rabbia, che alcune persone meritano da giorni, pagine e pagine, dopo aver vissuto nel lusso, mentre altre, tantissime, che vivono nella disperazione, di un contratto in scadenza, o di chi non lo ha mai avuto, la piazza, finalmente, comincia ad animarsi, e in essa, fioriscono, quà e là, cartelli e striscioni, colorati e caratterisitici. Alcuni che hanno attirato l’attenzione, mia e di tutti quelli presenti, insieme a me,erano:
“Noi difendiamo il lavoro, No ad una scuola ricca di ignoranza. Sì ad una scuola per la conoscenza”.
“Vogliamo una scuola per tutti i bambini, viva il tempo pieno, abbasso la Gelmini”.
“Tempo pieno: Investimenti + integrazione e elevati livelli di apprendimento”.
“No al maestro unico, no alla riduzione dell’orario, no all’aumento degli alunni”.
“Politecnico in lotta; no fondazioni”.
Una barca, incrocia via Pietro Micca, e l’onda subito dietro: “Le onde passano, i pirati restano”.
“Collettivi studenti di Scienze”.
“Pericolo tagli in vista, promesse nuove mareggiate”.
“Precari discipline umanistiche”.
“Proteggiamo gli scolari da un governo di somari”.
“-42.000/-37.000 dietro i numeri ci sono le persone. No ai tagli dell’organico”.
“L’istruzione non è una merce, la scuola non è un’azienda”.
Altri cartelli sull’articolo 34 della costituzione e altri che davvero, hanno come prospettiva, in virtù di quanto stabilito, una lunga passeggiata, nel tempo, “A Jurassic School, benvenuti nella scuola del passato”, come diceva un cartello, e nello spazio, visto che continuamente, il mondo dei lavoratori, precari, della scuola, è costretto, annualmente, se non durante l’anno scolastico, a calcare il suolo di più scuole.
Da domani, con le persone che incontrerò a scuola, mi ripeterò, come un mantra, un bellissimo pezzo tratto da il Manifesto di oggi, di Alba Sasso, ho pensato al mio luogo di lavoro, a quanto tempo, (nella mia posizione lavorativa) abbiamo operato con due colleghi in meno, per mesi e mesi, ai ragazzi diversamente abili che non possiedono un luogo tutto loro, ai colleghi che ho incontrato e che hanno lasciato il posto ad altri, a quelli cui scadrà il contratto il trenta giugno, a me, che scadrà il 31 agosto, e per questo, “mi ritengo fortunato”. Solo che noi, “precari” mentre siamo a spasso, nel tempo e nello spazio, altri, sulla terra, come i manager, continuano ad essere super pagati. Pezzo, dicevo, che mi ripeterò, quasi come un mantra:”una scuola irregimentata in un ordine burocratico e semplificato, in una sorta di disciplina generale che rimuove complessità e diversità. Un attacco alla scuola pubblica ai suoi compiti istituzionali. Si parla di merito e invece si sta parlando di un depauperamento qualitativo e quantitativo del sistema dell’istruzione. Davvero si può pensare che diminuire il numero degli insegnanti, eliminare fisicamente i precari, ridurre l’orario, dare meno garanzie ai soggetti disabili e ai bambini stranieri, tagliare le risorse in un sistema che ormai da quindici anni riduce e riduce senza investire sia la strada per migliorare la qualità del sistema?”
La manifestazione di oggi, conclusasi in Piazza Castello, risuona, ancora ora, (ripassato da un paio di ore) le parole, lanciate da qualcuno sul palco: “Signora Ministro, si dimetta, e rinunci alle sue normative”.
Prima di concludere la giornata, ringrazio quanti hanno manifestato insieme a me, dai compagni di partito a Domenico, Rosanna e sua sorella Caterina, e tutti gli altri. Ringrazio ancora quanti, tra gli amici ormai consolidati della Skf, della Indesit e della Denso hanno avuto parole di incoraggiamento, stima e amicizia, stretti tutti insieme in un unico abbraccio e un unico coro a dirmi, a dirci, e dire loro che : “Noi, la vostra crisi, non la paghiamo”.

Pubblico alcune foto.

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Se trenta euro sono come trenta denari

Gruppo Magneti Marelli Venaria a Porta Nuova in partenza alle ore 23,30
Gruppo Magneti Marelli Venaria a Porta Nuova in partenza alle ore 23,30

Si sta avvicinando rapidamente la partenza per Roma; come tante altre volte l’entusiasmo del ritrovare: amici, compagni, ex colleghi, stempera la stanchezza del lavoro quotidiano. Alle ore 23 ci sarà la partenza, in treno. Proverò a portare un portatile, in maniera da “postare” qualche foto nell’atrio di Porta Nuova o sul treno; mangerò qualche panino come lo si mangiava ai tempi della fabbrica. Un panino dolce e amaro. Dolce, perché mangiato in armonia, preparato a casa e poi scambiato, “vissuto”, e “faticato” direi, se mi si lascia passare il termine, amaro: perché le prospettive economiche  non sono delle più rosee. Ieri, al presidio contro la precarietà in piazza Castello davanti alla Prefettura a Torino, ho potuto “saggiare” l’antipasto di quanto lontana  sia la sofferenza di chi è precario, di chi è in cassa integrazione, di chi è senza contratto rispetto ad una gran parte della società italiana le cui menti sono state pervase e impegnate a verificare se son vere le lacrgrande-fratello-federica-squalificataime dell’ultima esclusa del grande fratello. Diciamoci la verità: al presidio di ieri eravamo pochi. Sono convinto che domani molti  sentiranno lontani i problemi che fino a ieri li assillavano e, quindi, non parteciperanno allo sciopero. Possono essere trenta euro o quaranta tolti dallo stipendio, così fondamentali per un bilancio famigliare? Purtroppo per tanti lavoratori lo sono e limitano la partecipazione, per altri il non credere negli scioperi e per altri ancora: “se ottengono qualcosa con me e senza di me la si ottiene uguale”. Eppure, sul luogo di lavoro ho sentito  affermare: “ieri sono uscita ed ho fatto shopping: ho speso duecento euro“. Lo scorso anno era precaria, oggi è di ruolo. E’ possibile, mi chiedo, che colleghi che fino a ieri erano precari possano di colpo ripiegarsi su se stessi e non sentire la condizione “altra” come propria, ancora?

Trenta denari come trenta euro?

I “fissi” della scuola hanno venduto i “precari” ? Se quest’ultima è la condizione, la conclusione, e mi auguro di sbagliarmi: il ministro Brunetta contro di noi, lavoratori del pubblico impiego, avrà buon gioco facilmente, perché si alimenta quel circuito perverso in cui diventa odioso colui o colei che ha il lavoro sicuro e fisso, anche se il suo stipendio è di solo mille euro e non appartiene alla categoria dei “fannulloni” e, l’odio sociale se v’è da essere lo si dovrebbe rivolgere verso bel altre cifre, verso ben altri “fannulloni”. Attenzione, suggerisco alle tante Luisa, la guerra fra poveri, in ispecie nei periodi di forte crisi, ha sempre giovato ai ricchi, e poi lo san tutti che in questo periodo i negozi di Torino stanno svendendo la merce o chiudendo, addirittura.

E’ vero, lo sciopero è una scelta individuale, ma proviamo a dirci la verità: possibile che nessuno, a parte un’interrogazione di Juri Bossuto (e molta attenzione da parte di Rifondazione Comunista), che nel consiglio regionale piemontese ha sollevato  il problema che esistono delle scuole dove ci sono precari con età anagrafica di 50 anni e con una famiglia da mantenere? Possibile, che nessuno abbia sollevato il problema che a Torino, a tutt’oggi c’è, ad esempio una scuola, ma potrebbero essercene altre, dove continuamente, da settembre, salvo un breve periodo, mancavano due collaboratori scolastici impegnati in altre scuole con profili superiori? E che, quindi, “se sulla carta il numero è giusto, nel momento del lavoro reale i collaboratori manchino? (perché iscritti in un’altra graduatoria e perché a tempo indeterminato potevano “migrare” come quel gabbiano?). Possibile che abbia manifestato per la sicurezza sul posto di lavoro e poi continuamente bisogna vedere e far passare sotto traccia che i posti di lavoro vacanti non possono essere ricoperti e quindi quel carico di lavoro pesare sul personale rimasto? I quotidiani italiani ( i cui editori in parte o totalmente, nella stragrande maggioranza sono le banche eccezion fatta per quelli di partito che criticati per il finanziamento pubblico ricevuto rappresentato l’unica stampa libera anche se è partigiana, ma nella scelta lo si sa a priori) non ne parlano perché il lavoratore e la sua salute non sono abbastanza importanti?  Quale è il problema? Cosa è che non fa notizia, oggi? O, cosa dovrebbe farla invece? Dovrebbe farla applicare regole “che chiudono in casa il lavoratore perché malato senza poter andare dal medico”? Fa notizia il fatto che estendendo l’orario delle visite fiscali, in modo così barbaro, renderebbero il “lavoratore recluso in casa”? Fa notizia il fatto che aumentano le spese per il medico fiscale e, quindi alcune scuole potrebbero essere in “bolletta?” Si parla tanto di “servizio”, e poi non lo si garantisce perché mancano i collaboratori? Fra una chiamata e l’altra è assicurato il servizio? Perché non si risponde che: “forse non sta proprio così?”;  come si affermava che: “I collaboratori scolastici in Italia sono in numero superiore ai carabinieri”? Possibile che bisogna decretare l’urgenza e la necessità dove non sussisterebbero i requisiti, i presupposti,  mentre per altri campi forse ne esisterebbero le motivazioni “erga omnes”? Possibile che, i liberisti italici dei due poli, parlino in continuazione di “produttività”, “efficienza”, “fannulloni” e via dicendo? A me, pare proprio poco corretto.

Operai della Bertone sul treno per Roma
Operai della Bertone di Grugliasco sul treno per Roma

Comunque, andrò a Roma, e saremo in tanti. Personalmente farò la parte anche per chi non potrà esser presente: i tantissimi Domenico, Maurizio, “gli associati in partecipazione”, chi è in cassa integrazione, chi è precario, chi è senza lavoro ecc. ecc.

Prima di chiudere vorrei solo esprimere una forte solidarietà a Maurizio, a cui non è stato sufficiente tutto lo sforzo effettuato per ottenere la laurea con il massimo dei voti; almeno per ora…..e nonostante tutto ha trovato e trova la forza e la voglia di prendersi un po’ in giro pubblicamente. Coraggio Maurizio.

p.s.
Il primo treno per Roma è partito alle ore 23. Il nostro treno parte alle ore 23,30. Posto la foto del Gruppo Magneti Marelli di Venaria scattata con il telefonino. Nel gruppo vi è un infiltrato, che fa la linguaccia, solidale, però, con la loro, la nostra lotta!! Posto, anche, la foto di due operai della Bertone di Grugliasco.

Ore 23,30
Partiti: che il sol dell’avvenire sia con noi!

IO non mi vergogno.

Io non mi vergogno di essere un dipendente pubblico, così come non mi sono mai vergognato di appartenere alla classe operaia, di mangiare un panino con i rumori assordanti di una fabbrica, in un posto chiamato cella, che era un riquadro riservato agli operai durante le pause che non si recavano in mensa. Gli odori nauseabondi erano una sorta di condimento. Non mi sono mai vergognato di avere una tessera sindacale Fiom che per me andava mostrata con fierezza e senso di appartenenza. Non mi vergognerei oggi di dire che lavoro per la pubblica amministrazione. E, non mi vergogno di guadagnare meno di mille euro, ma mi vergogno al pensiero di constastare che in Italia migliaia di persone non li guadagnano nemmeno, o non guadagnano affatto, e non sono considerati da nessuno. Mi vergogno perchè si è raggiunta una tale situazione che molti pensano di non essere niente e nessuno: rifiutati dalle banche perchè non guadagnano e non hanno possibilità di avere un prestito, un mutuo, niente; un futuro negato a milioni di persone lavoratori e non. Mi vergogno perchè l’amore nelle canzoni non ha barriere, mentre i soldi, la mancanza di lavoro continua a costruirle. Qualcuno si vergogna del fatto che oggi il debito pubblico ha raggiunto il suo record storico. Vi è qualcuno che si vergogna per averci lasciato in eredità tutto ciò? Vi è vergogna per avercela “menata” per venticinque anni con la storia del: si deve privatizzare, si deve liberalizzare, si deve esternalizzare. Qualcuno si vergogna di ciò? Basta con gli slogan e con le offese alla dignità dei lavoratori.

Domani niente scuola: Andrea Bajani

E’ mia intenzione continuare ad informarmi sulla situazione di questo periodo, sulla crisi economica e le possibilità di superarle.

Ma, sotto quel libro ve ne erano altri due: di Andrea Bajani.

Uno sulle tipologie contrattuali, uno sulla delocalizzazione. Quest’ultimo, “Se consideri le colpe“, ambientato in Romania, (un protagonista: “sulle tracce di una madre sempre in fuga”), mi è rimasto particolarmente impresso. Sarà stato per via di un incontro, dove ricordo anche Giorgio Airaudo (esponente torinese Fiom) e Luciano Gallino (sociologo).
Un incontro illuminante, che mi aveva dato la possibilità di capire meglio le ragioni della delocalizzazione (ovvero, come le imprese scegliessero, per trasferire la produzione, paesi dove il costo del lavoro è minore che in Italia).

Ricordo ancora di aver scambiato qualche opinione con lui e di aver ricevuto copia del suo libro con autografo, “per Romano, questo viaggio ad est“.

L’altro suo libro, di cui parlerò in seguito è “Domani niente scuola“, un viaggio per l’Europa, dove l’autore è ostaggio di 150 “scalmanati” per circa un mese.

Se consideri le colpe di Andrea Bajani domani-niente-scuola

Sono due libri che fanno capire molte cose sullo stato attuale dell’economia; penso valga la pena leggerli, così come vale la pena riflettere sulla condizione femminile nell’epoca attuale.
(Non dimentichiamo cosa intende fare il ministro Brunetta per alleviare la condizione femminile in Italia: aumentare l’età pensionabile da 60 anni a 65 anni).