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Treno della memoria

Capo Martino treno, fin dal nostro arrivo e dal salire, sul treno, posizionato su uno dei pochi binari della stazione e del Brennero, comincio’ a coccolarci a ad anticiparci le fermate divenute poi soste al confine. Una sigaretta senza fine per qualcuna, due chiacchiere con altre, un caffè per me, aria gelida, scarponi, giubbotti, guanti, sciarpe, e tutto il necessario per un viaggio. Diverso da “quello”. Capo Martino ci faceva risalire, dolcemente prima di ripartire. Avevamo un lettino, il tepore, e cibo per una stagione intera. La notte ben presto lascio’ il posto al giorno e la mattina si distese. La musica faceva ancora compagnia a qualcuno e altri si appisolavano mentre altri ancora erano già svegli. Verso le 10 Capo Martino mi chiamò. “Dica ragazze tra poco treno rallentare…Oswiem”. Avevo conosciuto questo nome anni prima. Sapevo. Il treno rallentava, delicatamente, per non fare male ulteriormente, e penso che tutti i treni rallentino. Sempre. Chiamai le ragazze e altre a me sconosciute. Il treno rallento’ marciando a passo d’uomo. Oswiem. Capimmo. Ci alzammo tutti e Guardammo fuori. E ci guardammo dentro. Per molto tempo.
(Il treno della memoria, febbraio 2017).

Cracovia-Torino

cracovis-15-2-2017-foto-borrelli-romanocracovia-foto-borrelli-romano-15-2-2017E  così,  dopo 15 ore di treno,  da Cracovia al Brennero e 7 di bus da questo a Torino,  siamo giunti al finale di questo viaggio “della memoria”e a questa pagina di storia appena scritta. Lasciate libere le camere verso le 10,  lo “sciamare” dei 700 lungo le strade di Cracovia era continuo e vario: chi verso le ultime compere,  chi verso il castello,  chi diretto alla “dama con ermellino”.  Il draghetto di Cracovia è  stato il più “battuto”, il piu ricercato,  quello desiderato e comperato e   ovviamente,  anche dal sottoscritto, in “triplice copia”,   sotto il mercatino coperto in piazza centrale. Poi,  un salto verso la Basilica appena davanti la piazza centrale. Chiesa al cui interno troviamo un polittico veramente favoloso. In seguito,  il ritorno presso la Cattedrale,  dalle parti del Castelloo. Alle 14,  partenza verso la stazione. torino-16-2-2017-foto-romano-borrelliAlle 16 partenza. “Capo Martino” ci da il benvenuto a bordo e ci augura buon viaggio. Repubblica Ceca,  Austria e montagne ci faranno compagnia tutta la sera e la notte,  fino a quando alle 6 di mattina capo Martino ci sveglia dicendoci di essere quasigiunti a destinazione.  Dopo 35 minuti “capo Martino” ci ringrazia  e ci chiede di “salutare tanto tanto tanto Italia”. Al Brennero i bus erano gia pronti. Alcuni verso Torino,  altri verso Cesena,  altri ancora verso Milano per il volo verso la Sicilia. Il nostro bus si muove e si incolonna lungo l’autostrada verso le 8.  Due soste e qualcuno è  già  malinconico: si guarda dietro! Al  freddo,  appena lasciato e alla compagnia formata e che tra poco,  inevitabilmente,  si sciogliera’. Alle 15 l’arrivo la’ da dove di era partiti: Lungo Dora Siena. Alle 16,  ” tutti  a casa”. Che dire? Cosa lascia questo viaggio in ciascuno di noi? Sicuramente un grande bagaglio di emozioni e conoscenze ma anche amicizie rafforzate o instaurate. Poi,  una volta scesi dal bus la ricerca affannosa dei bus appena aperto lo sportello-porta bagagli. I saluti,  le promesse,  le telefonate,  i gruppi,  su whatsapp. Si parte piccoli,  si torna un pochino piu grandi. Poi le responsabilità si diluiscono e resta il pensiero ad Auschwitz -Birkenau. Che ci accompagnera’ sempre.

Verso Cracovia

torino-10-2-2017-foto-borrelli-romano“Perché  Sanremo è  Sanremo”… musiche e immagini lentamente scivolano mentre  secondi che rincorrono minuti disegnano una nuova geografia aggiornata ad ora del tempo oramai passato,  ora che a loro volta inseguono e “annaspano” annegando i primi,  formando   ore che modificano quadranti,  giorni e vigilia che diventano notte prima del grande viaggio.  Un esame importante,  un viaggio, per molti,  “della memoria” nella storia,  presente.  Saremo in 13,  all’interno di un treno verso Cracovia e poi Auschwitz.  Compongo e disfo,  secondo regole del puzzle, oramai a me note e  collaudate, e continuamente,  riadattate,  uno zaino, tanto  ingombrante quanto i pensieri che si affollano e intasano vecchi  circuiti “neurini”.  Questo si,  quello no,  utile si,  indispensabile anche. La possibilita’ di pensare,  di fare una lista,  diversamente da altre,  tristemente note.  La comodita’ di un viaggio,  una cuccetta,  dove sgranchirsi,  e “fiatare” e rifiatare e fare silenzio. Il contrario di tutto cio’ che è  stato.  Non tutto è così semplice,  anche nel fare questo zaino per questo viaggio.  Tornare in Polonia dopo tanti anni. Emozioni,  proprie e altrui. Mie,  e degli dtudenti. Armonizzare parte cognitiva ed emozionale,  conoscenza dei limiti,  bisogni,  diritti propri e altrui.  Quale impatto emotivo? Adeguato? Quello o lo scrivente? Manca l’agitazione,  che educatamente  si è  alzata per far pisto alla  posto alla consapevolezza.  Era da un po’ che volevo fare e rifare mia questa esperienza,  in condizioni diverse dall’altra,  sempre mia,  nel giro dell’est… forse il tempo,  gli anni,  o l’estate,  occhi azzurri e verdi e capelli d’angelo,  soffici al tatto per la felicita’ dell’olfatto.  Non so… le lancette corrono,  corrono,  corrono. Tra poco oggi sara’ già domani,  una notte soltanto,  diversa da La Notte” di  E. Wiesel.  E si parte. Appello,  senza lista,  cuccetta per sdraiarsi,  acqua e viveri… senza soste. A parte il cambio mezzo. Al Brennero.

E da li,  i binari saranno identici,  e da li,  ognuno portera dentro di se un testimone… con un forte senso di responsabilita’.

Ripartenze

DSCN3425DSCN3411Giornate di sole, mare, spiaggia, cibo. Giornate in cui si è oziosamente attivi, a sognare ad occhi chiusi al mattino, sotto un ombrellone intenti a recuperare qualche ora di sonno rubata alla notte, e ad occhi aperti durante il resto della giornata. Serate di luna piena, le ultime, che hanno reso meno amaro l’approssimarsi del distacco da un periodo sereno. Sotto un albero di fico, al fresco notturno, lontani dalle luci stradali, arrivano i rumori di sandali e ciabatte estive, voci smaniose  di racconti e di sogni, dolci amari o infranti. Racconti di vita vissuta: dalle corse in bicicletta alla partita di pallone di poche ore prima, ai primi amori sbocciati a quelli terminati, a quelli che si vorrebbero, che si pensano senza il coraggio di dirlo, al contratto di lavoro, se verrà, alla posizione in graduatoria e alla cassa in deroga.  Intanto la luna, lassù, rende meno problematico il pensiero di : “cosa sarà da domani?”. Come ogni periodo che si rispetti anche questo volge al termine. Il treno frecciabianca Lecce-Torino è pronto a sfrecciare lungo la dorsale adriatica  e quasi tutto è pronto per le ripartenze. Come prima. Ripartirà tutto con il piede giusto? Le scuole? Le fabbriche? Il lavoro? Quante porte di Mirafiori si apriranno e quante, invece, resteranno chiuse? Quale giornalista ci proporrà il servizio sul terzo “Mirafiori riapre” alle sei del mattino, primo turno? Sistemare lo zaino, appendice di quel mondo quotidiano che ci segue, perchè così vogliamo, ovunque noi andiamo, verificare, biglietto alla mano, il numero di posto evidenziato, se lato corridoio o lato finestrino, un veloce saluto a chi condividerà questo viaggio, e, accomodarsi nell’attesa dell’annuncio.  L’altro contenitore, quello ideale, composto da emozioni e sentimenti raccolti in un mese, immersi nelle radici, lo serbiamo con noi, gelosamente, a tratti, e con cura;  di tanto in tanto si sovrappone ad una musica portata da chissà quali onde per mezzo di un mp3. Il Quotidiano, il Messaggero e La Stampa a farci compagnia, dopo, però. Dopo che il senso di nostalgia allenta la presa e le campagne, e gli alberi di ulivi, e i pannelli solari si saranno diradati e il circostante diverrà meno famigliare e meno coinvolgente. Un viaggiatore diretto a Foggia mi chiede “se va bene questo treno”. Osservo: biglietto a prezzo intero. La sua meta? Direzione, le campagne di pomodori, il suo futuro posto di lavoro. Dal suo sedile, munito di un cellulare, chiama, richiama, chiede e implora lavoro. Come fosse pane.  Da queste parti il lavoro di raccolta è terminato. Bisogna spostarsi. Mi racconta della sua pregressa esperienza di fabbrica, nel Nord Est. Dopo cinque anni di lavoro, azienda metalmeccanica, ora si ritrova disoccupato, costretto a riciclarsi nelle raccolte dei campi ad inseguire i vari raccolti in giro per l’Italia: pomodori, olive, arance. Il suo racconto e quel termine “raccolta” mi rimanda ai numerosi “raccoglitori” che si ritrovano alla fine del mercato, a Porta Palazzo, uno dei più grandi mercati d’Europa, a Torino. Gente sotto la soglia di povertà che stenta, a mettere qualcosa sotto i denti. Osservo  il suo bagaglio. Un sacchetto di plastica, così diverso dai tanti zaini, trolley e altro della nostra modernità, così diversi da quei pacchi legati con lo spago, in bella evidenza negli anni ’60-’70. e facciamo anche ’80.  All’interno di quel sacchetto, una bottiglia d’acqua, crackers, un panino, vuoto. Guardo la mia borsa, il suo contenuto. Ripieno di alimenti caserecci, tanto per rendere meno nostalgico il rientro, questa sera, domani e dopodomani. A volte provo vergogna, nelle tre ore di viaggio che ci accomunano. Mentre il treno corre e sfrecciando ci lasciamo alle spalle questa terra rossa, mai avara scruto  quel lavoratore che osserva la campagna come se stesse partecipando ad una Messa. Conta le cassette, le schiene ripiegate, i trattori pronti a raccogliere quei contenitori carichi da trasportare verso i tir. “Sette euro un cassone di pomodori, quattro se piccoli”. Mi indica le dimensioni del cassone. “Quando terminerà la raccolta dei pomodori, riprenderà il treno e cercherà le campagne con le olive. Trentacinque euro al giorno. Dormire? Talvolta il padrone (lo chiama proprio così ed evidenzio una sorta di “collante” fra gli operai e i lavoratori della terra) ci appronta una “rimessa”, un giaciglio, alla buona. Un posto coperto, buono per un mese. Poi, finito il lavoro, via”. La chiusura della fabbrica oltre che portarsi via un pezzo di dignità ha avuto la valenza simbolica di un passaggio a livello, chiuso, per il ricongiungimento della sua famiglia. Impossibile. Sul suo viso scendono alcune lacrime. Altre lacrime hanno solcato visi, rugosi, avvizziti  e non,  sulla banchina della stazione di Lecce. Un caffè in un bicchierino di plastica, con su scritto “caffè stazione” rende meno amaro il distacco. Persone anziane, a loro volta ex viaggiatori, raccontano i loro, di viaggi,  verso Milano, Torino, quando la denominazione del  treno, un infinito treno, era “Lecce-Torino-Monaco”, quando un troncone di questo terminava momentaneamente la corsa nel cuore della notte, a Bologna, per ricongiungersi con altro treno, via Brennero, direzione,  Germania….quando questi treni, viaggiavano fino a Bari con una motrice a cherosene: quasi tre ore per 120k…e i loro racconti si dipanano e si perdono nella notte dei tempi, di un’Italia in costruzione, e non in via di smantellamento, come oggi succede.  Viaggiatori, ex lavoratori, ora pensionati. Oggi ci sono i loro figli, nipoti, lavoratori di call-center, stagisti, a termine nella pubblica amministrazione, in quel che rimane di qualche fabbrica “su al Nord”. In treno, una volta più democratico, oggi forse meno. Ci si sente sempre più ultimo vagone, e non solo in Europa.  Le vertenze delle aziende in crisi aumentano. Migliaia di lavoratori con il fiato sospeso. Centinaia di migliaia di lavoratori rischiano di perdere molto, tutto. Come questo lavoratore. Ha perso molto, ma non la speranza.