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Giovanni e la radio

28 7 2016 foto Borrelli RomanoNella” rimessa”l’odore della benzina agricola era forte e nauseabondo.  A terra,  sul pavimento spartano,  una doppia striscia di olio faceva intuire che il trattore era stato posizionato fino al fondo, lasciando cosi pochi centimetri di spazio tra il muso e il muro. Tra l’entrata e il posteriore del trattore un paio di metri buoni permetteva il passaggio ora a destra ora a sinistra dove una porta sempre chiusa collegava questa rimessa col resto della casa. Rigorosamente bianca. Al lato destro del locale  enormi recipienti contenenti orzo e grano e attrezzi da campagna in attesa di qualche altro raccolto. Due sedie ed una finestra. A sinistra recipienti di olio e vino.  E quest’ultimo,  a dire il vero a sentirne l’odore,  molto probabilmente poteva essere aceto. Sul trattore una gallina aveva approfittato del portone aperto e  si era posizionata sul sedile. E covava. Gli odori non si facevano certo mancare tanto che neanche Rocky,  il cane di casa,  aveva piacere a sostare e anche la presenza umana che in quel momento ne registrava l’assenza lasciava le sue tracce con  un cappello di paglia,  pantaloni sfilacciati e camicia a quadrettoni leggera. Un paio di stivali ai piedi di tutto cio’. E poi cestini in vimini intrecciati un pallone bocce e boccino: presenza di qualche ragazzo che ora probabilmente aveva trovato nuovi e più  “attraenti” giochi. Faceva fresco li dentro dove il sole non entrava mai. Negli anni precedenti si raccontava che erano in molti a cercare riparo. Da cosa non e’ mai stato chiarito. Ma il luogo eletto era la sedia con la  radio. Era il periodo delle radio libere.  Una storia dell’estate di 40 anni fa. Adagiata su di una sedia al fianco di un’altra sedia libera. Giovanni,  mezzo cieco,  adagiava la mano sinistra sul bastone e con la destra girava e rigirava la manopola bianca della radio alla ricerca di qualcosa di interessante.  Era impressionato da tutti quei mondi racchiusi in quella scatola. Era felice e quando una musica andava si alzava e accennava passi di danza dall’alto dei suoi 80. Ma non erano passi: in realta’ stava fermo,  cioè. E anche la sua Paglietta  si muoveva sul suo capo calvo. Fino a pochi anni prima si raccontavano nello stesso luogo antiche storie popolari e si cantavano in dialetto canzoni dei tempi andati.  Tata Giuanni era uno spettacolo e un’attrazione per tutti i bimbini del posto che non andavano solo per osservare Giovanni e i suoi movimenti ma soprattutto per ascoltare tutti quei programmi che uscivano dalla scatola inframezzati da tanta pubblicità.   E quel concerto provocato dal movimento di due manopole era una festa libera per tutti. Cioè,   radio libere e commerciali per tutti. Un pensiero oltre a questo racconto è  andato alla stesura di una ricerca,  sul 1976,  RadioBra Onderosse e tutta la sua storia e quella di Carlo Petrini e Azio Citi,  verso Livorno alla ricerca di un… carrarmato americano abbandonato. Poi passarono gli anni insieme alle radio,  ai pretori che chiudevano e riaprivano radio e…  ed il resto lo conosciamo. Ma forse la storia di Giovanni detto “tata” non la conoscevate. Poi passarono altri anni,  5,  e Berlinguer ci disse qualcosa sulla questione morale. Tempo passato o presente?

Dalla radio…. un amore senza fine.

Processione

La processione si e’ appena conclusa. Eppure qualcosa resta. Addosso. Appiccicato. Come la cera delle candele sull’asfalto di una strada in costruzione. Come il sudore dopo una lunga camminata. Sotto le suole delle scarpe, che poi, quando rientri a casa, ti butti sul divano, sciogli i “lacci” e scopri quanta umanita’ ti sei portato appresso. Pensa che pensi: i bus, i tram, autisti che aspettano che il solito percorso venga al piu’ presto ripristinato. E ancora lenzuola e coperte, le migliori sui balconi, applausi. Passa il carro. Applausi. Un tempo c’erano “quelli del Cottolengo” a guardarci e gli ammalati forse eravamo noi. E davvero quello era un miracolo. Eravamo noi a esporci. Oggi il percorso e’ modificato. Sulle finestre dei post it di ogni colore richiamano gli impegni. Di oggi e domani. Che ci sara’ da fare in quella casa?Sara’ maschio? Femmina? Ragazze e ragazzi che si trovano in questa “mini autostrada” e cartelli di appartenenza. Giornate giovanili, oratori, citta’, regioni, anni, mesi, tutto si mischia tutto si tiene.  Ricordi che hanno fatto storia  da ricordare a scuola domani, racchiusi in pochi giorni: il compleanno di Diego, il caro “vecchio sindaco di Torino, il compleanno dello statuto dei lavoratori, e poi Peppino, il film da vedere, Falcone, Borsellino… domani. Oggi e’ questa umanita’ che cammina, prega, chiede, pensa. In cammino, ai lati delle vie, quasi per non farsi vedere. Joseph Conrad, il quotidiano. Che dice? “E’ impossibile comunicare ad altri la sensazione viva di un momento qualsiasi della nostra esistenza, quel che ne costituisce la verita’, la sua sottile e puntuale esistenza”.  Ci sono “gas” che provano a stare insieme. Temperatura e pressione sono al punto giusto. Si combinano bene, come l’azoto, l’idrogeno per fare l’ammoniaca. La temperatura e’ costante cosi come la pressione. Dovessero mutare…amici come prima. Ognuno per la propria strada. Qui, no.  Non provarci e’ peggio della solitudine, provarci e’ aiutare se’ e gli altri. E’ forte questo odore di cera mischiato al profumo dei fiori bianchi. Stordisce parecchio. L’orologio segna le 23 circa. Il percorso ultimato. Il carro sulla piazza.

Torino Porta Nuova. L’albero e i sogni

Foto Borrelli Romano. Porta Nuova, albero. 2014Albero Porta Nuova, foto Borrelli Romano, 2014Albero Porta Nuova, foto Borrelli Romano. 2014Albero Porta Nuova, foto Borrelli Romano, 2014.Albero Porta Nuova.foto Borrelli Romano, 2014.20141206_191005Foto Borrelli Romano, albero staz. P. Nuova 2014Porta Nuova albero, foto Borrelli Romano, 201420141206_190658Porta Nuova, albero, foto Romano BorrelliAlbero Porta Nuova, foto Borrelli Romano.2014In attesa della metro, in una delle due stazioni torinesi, nuova astronave, identificata ormai da lunga pezza come una balena spiaggiata, rilanciata tra le pieghe dei quotidiani cittadini come “pancia da riempire” e “segnalare“. In attesa, in una delle due stazioni della stazione, direzione la Grande Stazione, ancora con il trucco da sistemare. Siamo in tanti, quaggiù, anzi, nel sottosuolo, con le nostre memorie, nelle suole, nei piedi, fotografie di mappe, cartine stradali, cittadine, di ieri, di oggi e domani da farsi. Siamo in tanti e sembriamo tutti diretti verso lo stesso luogo. Molti decisi ad uscire, dalla trincea dello shopping, o rientrare, da quella. Gran caos di borse, zainetti, all’interno di uno dei due vagoncini che si trascinano da Fermi a Lingotto e viceversa. Davanti i bambini, alle prese con una finta guida di questo Val. Un salto veloce a Porta Nuova. Penna e foglio tra le mani, per molti, alla fiera dell’agenda torinese anche di non torinesi, di transito. Per la lettura di un libro che appartiene a tutti.  Che ci racconta questa grande agenda aperta che si chiama Albero di Natale di Porta Nuova, così magro ma pronto per una cura ricostituente grazie a questi speciali addobbi, di sogni, auspici, desideri? Saluti alla mamma (che la mamma e’ sempre la mamma), un primo Natale insieme di una coppia che scrive a 4 mani la felicita’,  una 2 A del Berti che si propone di classe e ripropone e rilancia una solidarietà di classe (fortunatamente qualcuno ci pensa ancora, anche se non ho ben capito perche'”Casamento no”. Ma chi e’ Casamento?Se qualcuno del Berti e’ in ascolto, anzi, in lettura….fatecelo sapere!), una critica, o meglio, un auspicio per treni più puntuali, Cecilia e Luca che provano a scrivere l’amore con un linguaggio universale, quello della musica, e provare a cantarlo oltre i due mesi, con “più” musica per tutti“, ovviamente, magari come la cantano e l’ascoltano loro; un biglietto di sola andata, per Roma, di chi non vorrebbe più viaggiare in “solitarietà” e che apprezza tutto quello che si nasconde dietro un biglietto.  (eccolo ritrovato, un biglietto, di sola andata………….ma non era quello dell’anno scorso. Difatti, una sfilza di biglietti ferroviari incollati sul paginone de La Stampa (24 dicembre 2013) faceva  sfoggio sull’ albero, e, come capita su certi libretti universitari, una “lode sul giornale“. (Meglio, una menzione), un fine week-end scritto in carattere cirillico su foglio Hotel Urbani, in via Saluzzo, a Torino, (ah, se così fosse…….magari una paginetta del grande Dostoevskji…le notti….bianche) e richiesta di lavoro, di turni, con la rinuncia dei regali. Margi di Bra vuole passare l’ anno integra e tutti gli esami. La richiesta di aiuto per un’ottima scuola da scegliere,  un  grazie, bellissimo, dolcissimo, di una ragazza, che provava commozione, l’anno scorso, nel leggere i biglietti, e che ora, quest’anno…forse in “solitarietà”, ringrazia amiche e amici per averle dato la forza necessaria a rivitalizzare. Infine, una ragazza, apre la borsetta, estrae un rossetto e su di un foglio, scrive velocemente, pensando di non essere vista, la sua richiesta: “Voglio essere felice”.

Infine…un blog sopra l’albero.Atrio Stazione Torino P. N. Foto Romano Borrelli

Impronte nel ’94, Orme nel 2014. I Maggiori, rettori

DSC00232Fino a poco tempo fa, una delle tante professioni che mai avrebbero conosciuto periodi di crisi, o, addirittura,  saracinesche abbassate per cessata attività, era il calzolaio, il ciabattino. Da queste parti, ne esisteva uno. “Nella città dentro la città”. In molti, passavano da lì, in quel negozietto, posto tra due piccolissimi archetti, tra un cortile ed un campo da gioco. In pietra. Tra due sotterranei, dove nel primo, si cuoceva il pane, di comunità, nel secondo, con gli anni, ci si rifugiava, dal rumore delle bombe. Poco lontano dal campo in pietra, double face per la domenica, il parcheggio, buono per la rimessa delle macchine la domenica mattina. E sempre nei giorni di festa,  un bar aperto, con profumo di caffè e brioches, qualche chiacchiera, un incontro, il più ed il meno della vita, come capita spesso nei vari “livelli di vita”. Nel cortile, piante e fiori, sempre ben curate. Un ispettore ne sovraintendeva la cura.  Dal  negozietto del calzolaio  emanava un odore, quello del cuoio,  che si respirava già dalla portineria, all’entrata, dove era posto uno di quei vecchi telefoni a rotella, a gettoni, che resisteva al passare del tempo.  Anche la cabina era qualcosa di arcaico. Un uomo mite, con con le rughe trasversali sulla fronte, era addetto, da molti anni, al cambio dei gettoni e al centralino, con tantissime telefonate internazionali in arrivo. “Buongiorno Almini“, e l’uomo mite rispondeva con un cenno di mano e un sorriso appena accennato. La sua era stata davvero una missione. Almeno fino a poco tempo prima. E mentre infilavi ad uno ad uno i gettoni nell’apposita feritoia, cominciavi a respirare l’odore, che non si sa bene esattamente di cosa, se di pelle e cuoio o pelle e cuoio misto al profumo di bucato proveniente dalle lavanderie. E col cuoio avanzato e regalato dal calzolaio, i ragazzi,  si divertivano, ci giocavano, provando a realizzare braccialetti intrecciati. Da quei gesti avrebbero anticipato l’importanza dell’intreccio nelle relazioni umane. Nonostante il re di quel negozietto fosse il cuoio, la Regina, come facile immaginarsi, era un’altra. (La regina di cuoi, invece, la si trovava in una zona ristretta e delimitata, nel cuneese, a Bra. Talvolta le pagine di quel libro fanno compagnia a qualche studente universitario, o qualche ricercatore di storie locali. “Regina di cuoi”, di Giovanni Arpino, anche questa, una storia di amicizie, di gioia e divertimento, dello stare insieme nei momenti di festa, del piacere nelle lunghe camminate e giocate con gli amici. Scrittore tra altri de “La suora giovane”, Sei stato felice Giovanni” edito nella collana “Gettoni“, “Gli anni del giudizio”, “L’ombra delle colline“. Inoltre, giornalista sportivo de La Stampa).  Ci si andava, dal calzolaio per un tacco, una suola, una stringa. Dovevano durare il più possibile, per compiere una infinità di km. Per giocare, lavorare, camminare.  I soldi erano pochi. Le scarpe dovevano resistere, magari per passarle al fratello più piccolo. Talvolta con le scarpe buone, della domenica, si finiva per giocarci,  al pallone. Spesso con un tocco particolare, magari di tacco,  insieme alla rete, si riusciva a rimediare un buco, in una delle due scarpe. Gli applausi e gli abbracci duravano quel poco che potevano durare. Il pensiero, correva subito al dopo partita e al ritorno a casa. Quando  il rientro a casa, insieme al pranzo, poteva essere “condito” da una buona dose di carezze materne.  Le scarpe servivano, erano utili, necessarie. Un tesoro da capitalizzare. Da conservare il più possibile. Utili, per andare, lontano. Viaggiare. Magari all’estero o in qualche missione. O magari, perché no, al mare.  Fare strada e non farsi strada. “Far fare strada“, fornirle, regalarle, per  provare a stare meglio “sulla strada“. Per lasciare impronte e sollevare, alleviare dalle fatiche chi segue. Quando le nevicate erano abbondanti, e camminare diventava difficile, era facile incontrare (quando non si chiudevano le scuole e qualche giunta comunale cadeva per “le abbondanti nevicate”) qualche padre “disegnare” impronte coi suoi passi. A seguire, il figlio, con i piedi nello spazio ricavato dalle impronte del padre.   Forse Egidio il Rettore,  pensava questo, quando il 31 gennaio dono’ alcune paia di scarpe da ginnastica ad alcuni ragazzi per meglio cooperare.  I mondiali di calcio del 1994, negli Usa, erano vicini. La strada da percorrere  era davvero molta. Occorreva lasciare  impronte per sfuggire alla mediocrità. Ora, l’odore del cuoio non si sente quasi più. Qui, come dalle parti del braidese, dove quell’odore era “industriale”.

Ora, altre orme e  nuovi piedi, “Maggiori“,  lanciano ai giovani  un monito, nuovo quanto antico. Anche le orme del 2014, come le impronte del 1994,  a pochi mesi dall’apertura di un nuovo  “Mondiale”.  E si sa, tutte le partite, cominciano con un “fischio”. Anche questa bella vecchia e nuova partita inizia con un solo e semplice “fischio”. La storia  continua a lasciare le sue impronte.

Un paio di scarpe. Da ginnastica. Una numerazione ristretta, ma efficace. Da numero “tre”  su cinque punti, lasciti. Di ieri: “orme”.  Nella città dentro la città.  Orme da lasciare “camminando affinché altri le possano seguire. Sono pochi, quelli che sono capaci di lasciare orme. Occorre lasciarle, per altri. Per chi segue. Parola d’ordine: no alla mediocrità. Occorre camminare sulle strade della vita lasciando orme”. Poco prima della Buonanotte. Del 30 gennaio.DSC00198

Slow-Food, Terra Madre, Bra, Torino. Le origini, il Pdup

Petrini consigliere comunale del Pdup, Bra, la cittadina dove è nato tutto e dove resta il tutto………

Salone del Gusto e Terra Madre,  il piu’ grande appuntamento mondiale dell’enogastronomia e dell’alimentazione. Torino capitale del cibo buono pulito e giusto. “Esageruma”, ma è proprio così……..

E così, tra un mega orto e gente del fud, un pensiero non puo’ non andare alle origini, a Bra e alle mie ricerche sul tema.

Doveroso ancora un ringraziamento per i contributi dei Professori, Giovanni Carpinelli e Sergio Dalmasso.

Fotografia con il cellulare del Ristorante “Boccondivino”, di Bra….dove molto della storia ha inizio.

Slow Food-Terra Madre…

Luna piena. Freddo intenso. Fermate della metropolitana torinese “invase” da turisti e non, come non avveniva da tempo. Chi sale, chi scende. Sacchetti in mano e profumi del mondo.  I piu’ vari. Fermata Terra Madre, Fermata Slow Food. Pala Oval. Torino. Contadini, agricoltori, allevatori da ogni parte del mondo. Vestiti colorati, belli, a vedersi. Visi di ogni tipo.  A me piace pensare alle origini di questo movimento, di questa Onu di coltivatori, allevatori, agricoltori. Cento stati, lingue differenti.  Sembra un’olimpiade del gusto.  Mi piace pensare al mio interesse per gli inizi di questa iniziativa, partita da Bra. Il mio lavoro di ricercatore, storico-sociologico, tra montagne di carte bollate e documenti, fra ricordi dei protagonisti di quel periodo, registrati  nel fumo di tante sigarette. Altrui. Giornate di neve, di pioggia e primaverili. Blocchi, matite, penne.  Mi piace smentire chi, alcuni giorni or sono ha dato del “choosy” a chi è “schizzinoso” nell’accettare un lavoro, e rispondere con ore interminabili, trascorse negli archivi, nella lettura di interrogazioni, interpellanze di archivi comunali. Leggere, interpretare, formarsi un quadro storico alla luce di quei documenti. Come erano le scuole? Come erano le infrastrutture? Il lavoro? La condizione del lavoratore? Ore di interviste a chi negli anni di nascita del movimento, all’epoca  ragazzo, ragazza, maturando, o studente, studentessa universitario, universitaria, ha contribuito a quello che oggi viene preso d’assalto: il salone del gusto, targato Slow Food e Terra Madre.  Tutto è partito da Bra, questa cittadina a pochi chilometri da Torino, in provincia di Cuneo.

Un lavoro enorme, a coronamento di un ciclo di studi universitari e post. (Carlo Petrini e iniziative culturali, attraverso l’attività politica e interviste di concittadini e compagni di scuola e di militanza. E ancora ringraziamenti ai Professori Giovanni Carpinelli e Sergio Dalmasso). Questo si dimostra. E’ chi lavora con lei, Signora Ministro, che non riesce a stabilizzare lavoratori della scuola neanche dopo anni di precariato; lavoratori che operano in condizioni davvero drammatiche, “compressi” dai tagli operati dal suo predecessore. Lavoratori che senza considerarsi schizzinosi continuano il proprio operato al servizio della collettività.

Fotografia di un quadro negli uffici Slow Food, e fotografia di un documento relativo all’attività politica di Carlo Petrini, militante e consigliere comunale in forza al Pdup.

Informazioni

  Treni notte fermi .Che gran pena che si prova a vederli in sosta “sonnecchiare”, attestati su binari “morti”, come certe vite, prive di “sbocchi”, di orientamento. Quante storie avrebbero da raccontare. Come gli anziani, “relegati all’esterno” delle nostre vite”. In ognuno di essi,  di quei treni, ben visibili in ogni grande stazione, all’interno di ciascuna pancia- scompartimento, visi, voci, occhi, racconti di vita dei tempi andati si perderebbero. Sciarpe a nascondere visi, d’inverno, occhiali da sole a nascondere occhi, lucidi, velati, festosi, di un incontro prossimo o di un addio. Non è dato sapere. Almeno non ora. In quelli, si ricorda tanto di Arpino, nei suoi viaggi tra Bra e Torino. E viceversa. Baracchini che si aprono e sprigionano odori e profumi. Treni veloci che si scontrano, a Roma. Collegamenti tra città che  “mancano”, almeno digitando internet;  scegliendo un interregionale infatti, potrebbe “mancare” una tratta, non coperta dallo stesso treno, solo perchè il suo percorso è suddiviso  in “compartimenti”. Un esempio. Un treno di media percorrenza, che attraversa piu regioni, cambia, tra una e l’altra, dopo una sosta prolungata, (in una data città), il suo “numero”. Come se quel treno avesse terminato la corsa. In realtà il materiale è identico. Riparte dallo stesso binario. Pronto sullo stesso binario.  Senza neanche bisogno di cambiare treno si potrebbe comodamente continuare il viaggio. Aspettando un quarto d’ora.  Solo che….solo che………i viaggiatori, non sapendo, corrono ad acquistare un altro biglietto, guarda caso, magari, di un treno intercity o ad alta velocità per poter continuare il proprio viaggio. Che strano. In un’epoca dove siamo tutti connessi, le informazioni risultano “monche”……Idem per una tratta, effettuata con una Freccia….se per caso scegliessi di terminare prima il mio percorso, pur avendo pagato fino ad una città di media grandezza,e, poniamo, volessi usufrurie di un treno “lento”,  per raggiungere una cittadina piu’ piccola e prossima, sono costretto a pagare nuovamente, nonostante ne sia in possesso già di un altro. Pazzesco. Liberalizzazioni pazzesche in una giornata di Liberazione. Con alcune serrande aperte. Il mercato bellezza, direbbero alcuni. Mentre il Presidente della Repubblica, Napolitano, dal palco di Pesaro, (Marche, terra visitata da numerosi Presidenti della Repubblica……….ah, Pertini!) chiede “rinnovamenteo, fiducia, unità”.  Avrei aggiunto molto altro………..certo, abbandonarsi alla cieca sfiducia, non va bene……..ma, avrei voluto ricordare altro, altri, anche.

Consiglio di visionare attentamente le possibilità di spostamento, senza concentrarsi solo ed esclusivamente sugli eurostar. Esistono altre possibilità, magari poco….”visibili”. In epoca di invisibili ed esclusi…………

Un viaggio di cinque anni chiamato “amore”

Di Simone Ciabattoni
14/05/2010 ore 7,30 circa. INSIEME ALLA CLASSE, dell’istituto agrario Dalmasso di Pianezza, Torino; con la classe  ci accingiamo ad un paio di  importanti visite di istruzione: un vivaio, sito nei pressi di Alba in provincia di Cuneo  e presso un’azienda vitivinicola, a Pocapaglia, nei pressi di Bra, anch’essa  cittadina in provincia di Cuneo. NON E’ UN SEMPLICE VIAGGIO D’ISTRUZIONE ma l’ultima occasione in cui  LA NOSTRA classe avrà modo di “spendere”  del tempo insieme.
La maturità che di qui a poco ci vedrà impegnati segnerà il termine di un anno scolastico; ma non  solo: con questo infatti si chiude  UN CICLO DI STUDI , DURATO  CINQUE ANNI; ciclo che ha conosciuto, onestamente, MOLTE DIFFICOLTA’ relative all’ambientamento, all’adattamento in un MONDO scolastico, quale, quello  DELLE SUPERIORI   così,  DIVERSO DA quello delle scuole MEDIE. Con il trascorrere degli anni, altre difficoltà si sono presentate. IN QUARTA, ad esempio, la classe si è formata dall’unione di due differenti sezioni, dando  luogo alla quarta classe SEZIONE G. Una fusione, inizialmente, non esente da difficoltà. Tutte, col tempo, ampiamente superate.
Il passare del tempo, l’approfondita conoscenza fra noi studenti, LO STUDIO, la fatica, l’impegno, il giusto valore dato a tutto ciò, hanno fatto sì che si superassero quelle difficoltà  prima citate, dando così vita  ad UN BELLISSIMO RAPPORTO TRA TUTTI I COMPAGNI. Rapporto ulteriormente migliorato con LA FANTASTICA GITA DELLA QUARTA SUPERIORE CHE HA DEFINITIVAMENTE plasmato le due sezioni di vecchia provenienza.

A ripensarci, oggi, il tempo è scivoltato via velocemente.  Un periodo che è una narrazione continua di storie personali, non solo di voti e  di valutazioni finali. Gioie, dolori, affetti, amori nati, cresciuti e terminati, amori non corrisposti e molto altro, che capitano a tutti in questa età.
TRA POCO PIU’ DI UNE MESE  TUTTO sarà FINITO, CI congederemo, ci  “licenzieranno” (probabilmente) dalla nostra scuola, la nostra casa:  seconda casa.  CERTO, l’amarezza la diluiremo, magari con un “ RESTIAMO IN CONTATTO”,  “non perdiamoci di vista”, “messaggiamoci”, “telefoniamoci”, restando con la consapevolezza CHE Nulla SARA’ PIU’ COME PRIMA. Un viaggio chiamato “amore” potremmo dire, alla Dino Campana, perché anche noi, abbiamo “coltivato le nostre rose”. Spesso, anche con le spine. Siamo uguali, ma anche tutti diversi. Non tutti occupano parte del proprio tempo, come rilevato da una recente ricerca,  un’ora al giorno, su you tube, un’ora su social network e ore settimanali sui videogiochi. Forse leggiamo poco, ma sappiamo chiederci il perchè “della balena grigia” avvistata in zone non sue; ci chiediamo quali conseguenze avranno  i disastri ecologici come “la marea nera”, dovuta all’inquinamento petrolifero e molto altro ancora. Ci dedichiamo al volontariato. Molti continuano ad essere generosi ed altruisti: anche alla nostra età “ e non solo nei primi due anni di vita”. Amiamo la vita con tutte le sue differenze; diamo importanza alla biodiversità e sappiamo di aver ricevuto solo in prestito un mondo che va preservato da tanto male che spesso l’uomo perpreta al solo scopo di trarne profitto.
Per quanto mi riguarda, anche io ho avuto modo di AFFEZIONArmi AD ALCUNE PERSONE piu’ di altre, e ROBERTO FRA TUTTe. Un amico, sempre presente, FIN DALLA PRIMA superiore; un’amicizia che ha conosciuto anche TANTE DISCUSSIONI, anche,  POLTICHE e nonostante cio’ Roberto resta, per me, un punto di riferimento.
Il futuro, per me, sarà Università, anche se “a caro prezzo”, dato che, a quanto ho avuto modo di vedere e sentire dai televisione e giornali, non “naviga certo in buone acque”.
Qui, avro’ probabilmente la compagnia di  RICCARDO E MICHELA. Al primo va un ringraziamento speciale per tutte le volte che mi ha accompagnato in macchina. A Michela, conosciuta solo in quinta, un incoraggiamento particolare, a non mollare mai. Il resto, che avrei piacere a comunicarle, in un mondo dove tutto è divenuto “spazio pubblico” vorrei preservarlo dalle luci e dai riflettori, ridando in tal modo, dignità e purezza ad un sentimento che nonostante tutto continuerà ancora a chiamarsi amore.
Ora, IL MOTORE DEL bus, di questo viaggio chiamato scuola superiore Dalmasso, è ancora acceso, ma lo sarà per poco. Le campane suoneranno ancora altre volte, ma non per noi; il nostro registro, si avvia alla chiusura e a prendere posto in un archivio, insieme a quelli degli anni passati. Le fotografie di classe finiranno su qualche scrivania, altre in qualche cassetto, ma restiamo noi, che abbiamo contribuito a scrivere un pezzo di storia e certamente altra ne scriveremo.
Sentivo l’esigenza di scrivere per dimostrare che dalla penna non fuoriesce solo inchiostro, ma emozioni, che devono essere liberate. Televisione, pubblicità ed altro ci dipingono in un certo modo, ma non siamo tutti così. Amiamo il sapere e desideriamo conoscere; vogliamo un’università che sia per tutti e non per pochi, aperta, senza confini. Sappiamo amare, nel modo giusto, senza clamori e pubblicità e sappiamo piangere. Come è capitato anche a me nello scrivere questo viaggio “chiamato amore”.

13 Febbraio 2009: Tutti a Roma, Piazza San Giovanni.

Oggi avevo deciso di fare un giro per Cuneo e provincia. Prima, però, dovevo incontrare alcuni ex colleghi di lavoro, amici, compagni. Alcuni di loro sono arrivati all’incontro a piedi, ed erano “s-Fiat-ati“; altri con una macchina, che spesso negli ultimi quattro mesi, va “controsterzo”. Mi hanno raccontato dei primi giorni di lavoro al rientro dalle vacanze forzate, con poche prospettive e pochi soldi in tasca. Mi hanno raccontato che i problemi sono tantissimi, mi hanno chiesto più volte se fosse vero che la cassa integrazione copre l’80% dello stipendio, e così, per dare una risposta esauriente abbiamo letto insieme “il Manifesto” del 27 gennaio a pag 5, che così diceva:” L’indennità è per un terzo livello al 63%, per un quarto al 61% e per un quinto al 57%; in un trimestre la perdita netta in busta paga può superare i 2700 euro.” Per quanto mi riguarda, ho detto loro quanto in mia conoscenza: “curva a U” o “curva ad L”, sempre di stagnazione si parla: sono i tempi della timida ripresa che non sono chiari e, paiono allontanarsi ogni giorno di più a giudicare dai dati diffusi. Ma, nel frattempo tantissimi hanno già perso il posto di lavoro, quelli a cui non è stato possibile rinnnovare il contratto a tempo determinato; “game over” cantava Elvis! In più, ieri si parlava del settore auto con 60 mila posti a rischio. A questi ci aggiungiamo i molti del pubblico impiego, qualcuno direbbe centomila posti di lavoro in scadenza a giugno e forse, qualcuno dice, non rinnovabili. A tutto ciò aggiungiamo il clima di divisione che qualcuno sta operando da tempo; fortunatamente in fabbrica nessuno ascolta le voci di chi indica nei lavoratori del pubblico impiego dei “perfetti grattatori di pancia”; anzi, fabbrica e pubblico impiego cominciano a stringersi le mani, ad abbracciarsi ed unirsi, idealmente, accerchiando la leva del potere: l’appuntamento è il 13 febbraio, a Piazza San Giovanni, in Roma.
Per quanto mi riguarda l’accordo firmato da cisl e uil non è accettabile. Qualcuno mi ha chiesto qualcosa? Questa è democrazia? Ricordo per quanto riguarda il punto relativo allo sciopero, che questo è un diritto individuale esercitato in maniera collettiva. Se non ricordo male, dovrebbe essere tutelato dalla costituzione. Forse che questa è cambiata nel giro di poche ore e qualcuno si è dimenticato di dirmelo? Eppure dal Parlamento non mi pare sia uscito nulla a riguardo. Democrazia, partecipazione…sono anni che continuano a decidere sulla nostra pelle: quando capiranno? Non aggiungo altro, penso che qualcuno prima di firmare dovrebbe tornare tra i lavoratori e sottoporre a verifica, chiedere se si è d’accordo oppure no; in altre parole: Referendum.
Non voglio far perdere tempo, voglio solo che si rispettino le procedure, i passaggi. Ma dico, possibile che siano sempre contenti di pagare la tessera senza “porli in discussione”? Sfiduciamoli.
Dopo aver discusso, parlato, incoraggiato ed infuso speranze nei miei colleghi, prendo il treno e mi dirigo in provincia di Cuneo. Amico Dalmasso, hai ragione: Cuneo è bellissima, e la sua provincia idem. Paperino si è sbagliato! Sergio, grazie per avermi fatto conoscere una realtà bellissima, ricca di luoghi di grande interesse turistico come Mondovì, Saluzzo, Bra….

L’associazionismo, un raggio di sole in giornate nebbiose

Una sera mentre percorrevo la strada, in treno per recarmi a Bra, ripensavo agli studi effettuati su questa meravigliosa cittadina, il suo territorio, la sua economia, la sua popolazione, tra l’800 ed il ‘900. Un aspetto particolare mi aveva particolarmente colpito: il dinamismo di una gran fetta dei suoi abitanti, così pronti, veloci, in ogni momento, e in particolare nei periodi di crisi, a costituire associazioni.

Leggendo un bellissimo manuale sull’associazionismo operaio in Italia (L’associazionismo operaio in Italia, 1870-1900), ho potuto constatare quante e quali erano le associazioni presenti  in Bra. Durante la presentazione della rivista “Bra, o della felicità”(forse non ho mai accennato, ma il titolo è tratto da un’opera di Gina Lagorio), il 22 dicembre , e in particolare  durante la presentazione di alcuni argomenti relativi all’ultimo numero, della rivista stessa, ripensavo a come momenti forti di solidarietà, di coscienza sociale possano essere d’aiuto a molte persone che in tempi di crisi economica, un po’ come quella che sta attraversando le vite di ciascuno di noi. L’associazionismo (ho notato qualche cosa di analogo alla condizione operaia di Terni, della solidarietà esistente non solo in quella fabbrica, ovvero quella descritta nel libro “Acciai speciali”, di Alessandro Portelli, ma anche nel contesto urbano, cittadino) mi ha portato a riflettere su alcuni dati dell’Istat presentati sui giornali nei giorni scorsi: “Istat, allarme povertà”, (la Stampa del 23 dicembre), “Allarme Istat: un milione di famiglie non ha i soldi per il cibo”, (La repubblica del 23 dicembre), “Un Natale da poveri” (il Manifesto). Potrei continuare nella rassegna stampa di qualche giorno fa, ma il dato che più mi fa riflettere è che potremmo pensare ad una città della grandezza di Torino, un milione di abitanti priva dei soldi per comprare il cibo. E il dato si aggiunge ad un altro, quello che il 15% della popolazione italiana arriva con difficoltà alla fine del mese, cioè quindici famiglie su cento faticano a giungere alla fine del mese. Qualche mese fa si parlava di crisi della terza settimana, ovviamente per i percettori di reddito fisso, mentre per altri si parlava di utili da ripartire, e tuttora per molti gli utili continuano ad essere buoni, tanto che alcuni bilanci si chiudono in attivo, è solo che per molti i bilanci famigliari si chiudono nuovamente in rosso. La questione importante è che i dati tengono conto anche di famiglie medie, ma quanti e quante sono le famiglie che non vengono “inchiestate” per così dire su quanti capi di abbigliamento, un maglione ad esempio, hanno in casa?  Infatti, altro dato che mi ha fatto impressione è che il 16, 8% non ha avuto i soldi necessari per i vestiti necessari, o che il 10,4% non ha avuto i soldi necessari per le spese mediche. Nel 2006 erano quattro le famiglie su cento che non riuscivano a sfamarsi; nel 2007 sono diventate  cinque, quindi un milione  di famiglie, e come dicevo prima, una città come Torino. I dati presentano una media come reddito disponibile pari a 28.552 euro al netto del prelievo tributario, ma peccato che nel conteggio ci siano i sig Rossi con un signore ricchissimo. Non oso pensare ai dati dell’anno prossimo. Un altro dato che rumoreggia è che in media per i regali di Natale si siano spesi circa 200 euro. Incredibile: personalmente ho visto delle vie della mia città piene di gente, ma  con le mani in tasca, e non a reggere alcun sacchetto. Anche in alcuni supermercati, un paio di giorni prima della vigilia di Natale ho visto poca gente a ridosso delle casse. Pare che l’unico settore che non abbia conosciuto crisi sia stato Slow Food, forse dovuto anche al fatto che i prodotti non sono molti, e la gente comunque si sta orientando su questo settore come idea di regalo natalizio. In ogni caso pare che si sia registrato un meno 25% sugli acquisti per gli addobbi della casa, un meno 23 % per i vestiti e le scarpe, ed un meno 10% per i profumi ed i mobili, oltre un meno 5% dell’elettronica e della casa. Un altro dato importante è che sì, è certamente difficile ipotizzare l’andamento economico futuro, ma molti hanno difficoltà a leggere anche il presente, con una voce fuori dal coro inaspettata, e che certo fa piacere, il vescovo di Milano, ha deciso di istituire un fondo per i cittadini in difficoltà, un fondo proveniente dall’8 per mille, gestito dalle Acli e dalla Caritas. Certo non si pensa di risolvere il problema, ma il modello pare verrà adottato anche dal vescovo di Torino. E altri? Si sta parlando tanto di “settimana corta”, ma forse, come afferma Loris Campetti, potrebbe esserci anche un “salario corto”; spalmare infatti la minor produzione su molti riducendo il salario, non mi pare una buona soluzione.  Se già lo stipendio medio di un operaio di terzo livello, si aggira sui mille euro, quando lavora, e non è in cig, con la settimana corta, come potrà essere? E poi, i precari? quelli che dal primo gennaio lasceranno il posto di lavoro che nel pubblico impiego potrebbero essere in molti? L’associazionismo dicevo, forse potrebbe essere un rimedio, ma prima dobbiamo eliminare molto egoismo. Alcuni giorni fa, leggevo da qualche parte che quest’anno chi consuma circa 2000 litri di carburante avrà un risparmio di 800 euro circa; chi ha un mutuo, sugli interessi, circa 4500 euro; poi luce e gas faranno altri 50 euro. Ma, mi domando, risparmio rispetto a cosa? Quale è il parametro di riferimento? Ai prezzi che avrebbero dovuto essere e sono alle stelle o a quelli che avrebbero realmente dovuto essere? E poi, onestamente, quanti euro si sono persi i lavoratori dipendenti considerando l’inflazione programmata rispetto a quella reale nel momento del rinnovo contrattuale? Un’ultima cosa, mi domando perchè devono esserci delle differenze sui rinnovi contrattuali tra impiegati pubblici, con 60 euro in più, ad altri dipendenti 600 euro in più a patto di avere due ore lavorative in più, o al altri ancora, una cifra totalmente differente? No Dramma, ci viene consigliato d’oltreoceano, pero’ a me pare che a “pagare” siano sempre gli stessi. Eppure, una notizia , anzi due belle c’erano state: un regalo di una panda da Pechino a Taiwan, ed il Manifesto che riuscirà a mangiare il panettone, grazie a tantissimi giornali venduti a 50 euro e a molti lettori che davvero conoscono il senso della solidarietà e dell’associazionismo Forse si è data troppa importanza al fisico di alcuni premier o presidenti, asciutti, magri, grassi, quello con addominali, fisico statuario, che “fa pensare ad una politica di forze”, notizie viste “dal buco della serratura, capaci solo di rafforzare, in molti che l’apparire forse è meglio che l’essere, ecco perchè la concretezza di Bra scoperta nella sua storia mi ha insegnato davvero tanto. Forse, ci vorrebbe una presentazione della rivista per ciascun mese dell’anno, tanta fiducia, tanta storia riscoperta e da attualizzare, e, perchè no, uno sguardo a quella “Zizzola”, capace di far innamorare e battere il cuore…. almeno una volta al mese.

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