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Io sciopero

 

Giovedì 15 ottobre. Scuola. Ciao, domani aderisci allo sciopero?, domando ad una collega. “Non so, dipende: se gli amici dell’altra scuola aderiranno, sicuramente”. Rivlgo ad altri l’identica domanda: “Ciao, domani aderite allo sciopero? “No, abbiamo già dato”. Tento ancora. Magari, a volte la fortuna…Ciao, domani, aderisci allo sciopero? “No”, e guardando i suoi allievi, essendo l’insegnante di sostegno, mi risponde: “Impossibile aderire, se pensi a loro”. Eppure, penso: anche gli insegnanti di sostegno, che quotidianamente affrontano difficoltà nel loro lavoro, dovrebbero pensare e formulare una risposta differente. Piu’aderente alle esigenze di chi ha bisogno. Io, invece, aderisco. Rispondo “alla chiamata”. La seconda, di sei ore. Sei piu’ sei, per tenere alta “l’attenzione”. La mia. Non quella di altri. “Le merendine” non saziano mai e non riempiono mai le pance vuote”. Rispondo affermativamente, a questa chiamata, non fosse altro per evidenziare una società “decomposta” che si caratterizza per una regressione culturale ed un attacco alla scuola. Aderisco allo sciopero e non mi importa la contabilità del “quanti eravamo”. Se in piazza eravamo diecimila, o quindicimila o, come sosteneva qualcuno, ventimila. “Esageroma nen”, era solito dire Bobbio. Scendo in piazza perchè decido, scelgo, in maniera adulta, responsabile, perchè questa società, così come è, non mi piace. Scendo in piazza, non per fare compagnia a qualche amico. Manifesto e “continuo a dare” perchè il terzo autunno di crisi economica-finanziaria ha accentuato ulteriormente il fenomeno di cui sono vittima. Insieme a chi ha scelto e deciso di non scioperare. Siamo vittime. Consapevoli e inconsapevoli. Eppure, quel fenomeno,la precarietà, tocca moltissimi. Precarietà: condizione strutturale, esistenziale, generalizzata. L’esasperazione dell’individualismo porta a quelle risposte raccolte, del perchè quei colleghi non hanno manifestato. Anche io osservo i ragazzi diversamente abili, cosa avrebbero bisogno e cosa non hanno; le contraddizioni fra lavoratori di serie a e serie b, all’interno della stessa scuola, strutture mal funzionanti; contratti “stop and go”, eppure mi ripeto sempre che “Il problema degli altri è uguale al mio: sortirne tutti insieme è la politica. Sortirne da soli è l’avarizia”. Ah, come mi manca “quella professoressa”. La vigilia dello sciopero, tre risposte “avare”. Come vive il Cristiano la propria fede? si domandava un don, alcuni giorni fa. “Solo calandosi nella storia e nella sua oscurità con una franchezza di denuncia di tutte le illegalità… a tutti coloro che hanno a cuore le sorti di questa Italia si chiede un gesto di generosità e tenerezza” (don Andrea Gallo, il Manifesto, 10 ottobre 2010). Quelle professoresse di oggi, invece, avrebbero potuto chiamarsi “Tina”: senza alternative. L’alternativa, per loro, “è sortirne da soli, cioè, l’avarizia”.

Scendo in piazza, misurandomi con i numeri di questa città, che spende meno, che perde posti di lavoro. Scendo in piazza, misurandomi con i numeri che indicano disuguaglianze in aumento nel Paese, che tra il 1983 ed il 2005 la percentuale del Pil attribuibile ai profitti d’impresa ha registrato un balzo all’insu’ pari ad otto punti di pil, E i dipendenti Fiat, nel 2009, si accontentavano di 11 mila euro annui. Penso a quelle tre risposte, e a molte altre ancora. A comportamenti di molti che ne “sortiscono soli” e cercano il proprio tornaconto, incapaci di gesti di generosità. La prima cosa che mi viene in mente è urlare un “Kiss the past, goodbye”! E lo penso. Pero’ penso anche ad ex colleghi, ora disoccupati; a Simone, in piazza, perchè preoccupato di rimanere senza borsa di studio. Penso ai senza lavoro, cassintegrati, in mobilità, precari, senza tetto, senza fissi dimora: tutti precipitati nell’emarginazione. Che contraddizioni: internet, i-Pad, i-Pod, google, connessioni continue, esserci, eppure, tutti quelli come se non esistessero. “Ogni città d’Italia, contiene al proprio interno un’altra città, nascosta e quasi invisibile: la città di chi campa di poco o di niente…”. (Veronica Tomassini, Sangue di cane, Laurana Editore). E, rifacendomi al suo stupendo libro, di Veronica, scopro che sono qui, anche per Simone, Domenico, Cosimo, F., D., e tanti, molti altri. “Vi ho tutti stretti nel pugno, siete un soffio. Chiudo il pugno e vi fermo tutti, tutti…” così scrive Veronica, così rispondo a chi mi chiede: “Fai sciopero?”

Lezioni Bobbio 2010

Grande appuntamento, oggi, a Torino.  Davanti il Teatro Carignano, una fila ordinata, aspettava il proprio turno per varcare la soglia del teatro e assistere così alla relazione del professor Jean Paul Fitoussi su “Diseguaglianze e diritti“. Talmente tante le persone in attesa che ad un certo punto è stato necessario, da parte dell’organizzazione, distribuire un numerino, al fine di cap ire  con precisione quanti avrebbero ascoltato la “lezione” in piedi su  “Disuguaglianze e diritti. Introduzione di Gastone Cottino, presenta Gabriele Magrin”.  Una “lezione” che rientra nella manifestazione del centenario della nascita di Norberto Bobbio. Una figura, quella di Bobbio, ricordata già in un primo ciclo di incontri nel  2004 e che oggi, con Biennale Democrazia se ne promuove ancora il ricordo con l’attività  “Lezioni Bobbio 2010”. Impressionante il colpo d’occhio del teatro: pieno, in ordine di posto, con una netta prevalenza di ragazze e ragazzi attente ed attenti ad ogni passaggio degli interventi dell’economista. Un economista che si confronta su grandi temi, vicini all’interesse della sostenibilità: sociale, ambientale, civile… In un suo passaggio definisce Bobbio come “uomo di convinzione“. Bobbio, uomo di sinistra. E che differenze, fra sinistra e destra.

Passaggi che richiamano alla macroeconomia, alla disuguaglianza, come cuore del problema, al concetto di crisi, come economica e ambientale. Passaggi che ci ricordano come l’economia in crisi, “è finanziaria”. Altri che ci illuminano sul ruolo dei tassi di interesse, dei prestiti, del ruolo del FMI (Fondo Monetario Internazionale), della crisi della Grecia e delle soluzioni.  Insomma, il “paradosso assurdo”: fanno soldi sul disastro che hanno creato.