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La mia Torino. 4. Tra storia locale e devozione

Interno di una casa condominiale, Torino
Interno di una casa condominiale, Torino

Torino. Casa di ringhiera, interno con un dipinto dedicato a Maria Ausiliatrice. Foto, Romano Borrelli

Un profumo particolare, ci coglie, nel nostro piccolo “borgo” torinese, appena “metti il naso fuori” di casa. Un profumo che si allarga, a macchia d’olio. Un profumo ricercato, come i luoghi, ritrovati e racconti. Provare a raccontarli, sapendo della limitatezza  del “blog di Romano B”. rispetto ad  altri blog, “sponsorizzati”  come quelli “stile progetto” della provincia, che “confluiscono” sulla stampa cittadina e nazionale.  Pero’, per correttezza,  la storia delle circolari a scuola, come documenti, era partita proprio da qui, dal blog di Romano B.  (vedere quotidiano cittadino, dicembre). Un intento diverso, questo. Riproporre e raccontare persone e luoghi che davvero hanno scritto e fatto storia. Nel loro piccolo. Storia locale.  Provare ad immaginare, una camminata, e far vedere e narrare, e poi appuntare, con la lettera 28, o per la lettera 28, e raccontarla con lei e grazie a lei,  e al termine, esserne fieri, di “tanto colore”, dopo tanto bianco e nero. Scriverla e riscriverla. Quando anche un piccolo quadernetto, una rubrica si proponeva come un conto aperto per chi, le tasche, continuava ad averle vuote, nonostante  il duro e tanto lavoro. Famiglie di un tempo. Con tante bocche da sfamare. Storia di un quartiere di città. Esci. E non sai più se è l’odore, il profumo o il profumo di un ricordo. Ti assorbe. Lentamente. Un odore, misto, di erba appena tagliata, di colla, appena passata, sui cartelloni elettorali che propongono, ” Alle europee, vota questo, vota quello”. Alle regionali, “vota questo, vota quello”.  Odori di passato e di presente, misto a rumori di lavori, di un tempo e attuali. Rasentandoli,  quei cartelloni, senti quell’odore, di stampa, di colla, di fatica, di sudore, di attacchini, militanti, magari anziani. E pensi a quante riunioni, fumose e fluviali, consumatesi a loro volta in un fiume di parole. Riunioni a tempo, capaci di celebrare sempre qualche leader di questa o quella mozione. L’ultimo a resistere, e chiudere la sezione, o il circolo,  sarebbe stato incoronato  leader. Dalla passione, non dalla conta.  Avrebbe saputo dire sempre una parola in più degli altri.  Di conforto, se la tua area era perdente, di incoraggiamento se la timidezza prendeva il sopravvento. La casa, in fondo, era sempre comune. Come la causa. E il pane che si mangiava, era sempre lo stesso. La Resistenza, continua. Continua la Resistenza, anche nella dialettica. “Care compagne, cari compagni…”.  Una prova di forza, di carattere, una prova di ostruzionismo. Gruppi di anziani, nei pressi di una panchina, controllano i lavori degli attacchini. Li avvicini. Discutono. Di 80 euro. Osservi attentamente la piazzetta,  con i suoi alberi e ti  rendi conto di quanto un tempo questa area  sembrava più grande.  E non soltanto, l’area politica, di appartenenza, di riferimento. Era l’altra Chiesa. Analogie, somiglianze. Giochi di parole.  E anche gli odori, degli stessi alberi, sembrano, ora,  diversi, come effettivamente lo sono dal giorno alla notte. In realtà, eravamo noi, piccoli, allora che percepivamo tutto più grande. In realtà, non erano ancora presenti su scala nazionale,  le allergie che impedivano di respirare a pieni polmoni e a testarne le differenze.  Tra poco, la notte calerà. Luci si accenderanno in ciascuna casa. Alcune di quelle si spegneranno, altre invece resteranno accese. Occhi attenti, occhi vigili. Uno scrutarsi vicendevole. Chi ha terminato il turno, chi lo dovrà iniziare,chi si occuperà, nella notte della farina, del lievito, del forno. Del pane per domani. E pensi a quel profumo di pane che investiva tutto il borgo. Un tempo.  E non solo. Strano a pensarci, ma davvero, col pane, i panettieri, non solo portano “la biovetta” o “la michetta” sulle tavole di casa nostra.  Ma ci stanno essi stessi. Quotidianamente. I panettieri ci restano, nelle case, con il nostro  ( e il loro pane quotidiano.).Ci portano una storia, di lavoro, del lavoro, di fatica e di fatica; la loro storia, quelle di altri. Storie che trasudano da qualche rubrica. A, b, c, d…L. E all’interno di ogni lettera, un nome, un cognome, una famiglia, una casa, luci elettriche e luci di candela. Talvolta un numero.  Consumi, abitudini, tipologia di pane, quantità, preferenze. Un conto aperto. Un universo. Da quelle rubrica, si aprono altri mondi. Altri modi. Vecchi lavori dei quali ora non esiste più traccia. Una Istat in miniatura.  Intimità.  Tipologie di lavori collegati a persone che avevano presso quel negozio il “conto aperto”. All’interno di una rubrica, la storia, operaia, di un pezzo di borgo. La storia italiana, la storia di Torino, degli operai Fiat, della continua lotta per la sopravvivenza, e di lotta continua, della lira e di quando la paga era percepita il 15, con l’acconto, e il 30, con il saldo.  E il 28, si cominciava, per ogni lettera, a tratteggiare il conto.  Il 28, poi, con il saldo, cominciava a bisbigliare sottovoce, il quanto, e che, se si poteva, si chiudeva il conto aperto,  raccontato da quella rubrica, che giro e rigiro tra le mani. Con la consapevolezza di non sfogliare pagine, ma “trattare” con persone. “Handle with care”.Una rubrica che racconta “gli terni” di un quartiere, che potrebbero essere  di una città qualsiasi. Una “rubrica” che racconta l’interno del vissuto famigliare, ora che delle rubriche, sono rimaste solo nelle memorie telefoniche.  Case di ringhiera, ricche di forte umanità e semplicità. Cortili, dove in questo mese si recitano rosari.  Con tanta devozione popolare, soprattutto dalle parti della circoscrizione 7, dove anche le “paline” del bus, raccontano qualcosa di devozione.

Interno panetteria Torino. Foto, Romano

Spesso, ad ogni lettera, che era una famiglia, una nota a piè di pagina, come si usa fare nei libri, un rimando. “Passerà il mese prossimo”.  Brevi commenti, a matita, a penna. Già immagino quelle punte, non fatte, per la mancanza di tempo, per la delicatezza, per la riservatezza, per la coda di chi preme e ha fretta di prendere il pane, e tornare a casa. Le giustifiche apportate, talvolta, sono strazianti. Visite mediche, moglie, figli, qualche viaggio improvviso al Sud per la suocera o qualche congiunto, la prima Comunione di qualche figlio, il padrone che non paga, la cig in agguato. Con il far della mattina, la luce. Una luce leggera, che allontana umidità e nebbia. Un tratto cancella, apparentemente qualcosa.  Il pane fresco, appena cotto, caldo, continua a farsi, come una volta, nonostante in tantissimi di quegli interni, ora, si preferisce farselo a casa. Luce nella luce. Entro, in un paio di cortili, a me famigliari.  La sfornation, la famosa bici, è poggiata sul muro del cortile. Qualche gatto la osserva, sornione, godendosi i primi raggi del sole. “Giovanni“, non è solo il nome di un materassaio. E’ un nome molto comune, che continua a leggersi e a farsi leggere, e gridare, da un cortile all’altro. E’ comune, come il pane, come la farina, come la storia, come certe storie.  La storia di un negoziante, di un borgo, che la storia l’ha scritta, e non solo su una rubrica,  che tratterò, perché meritano. Perché hanno fatto la storia. Di un pezzo di città. Che vale la pena scrivere e ricordare. Per il senso di umanità, di solidarietà che l’uomo, quando vuole, riesce ancora ad esprimere in atti concreti.

ps. Non posso non terminare queste riflessioni, questi ricordi con un pensiero a Senigallia. Nel 2000, a Torino, nel borgo, e non solo, l’alluvione fece “irruzione”,  lungo le strade cittadine,  insieme a tanti disastri. Il pensiero va a Senigallia, colpita duramente. Con il rinnovato augurio che possa riprendersi, insieme a tutta la cittadinanza, affinché possa tornare in forma, più e meglio di prima, per coccolare ogni ritorno e ogni nuovo arrivo.

Interno di una panetteria. Il forno.
Interno di una panetteria torinese. Il forno.

La mia Torino 2

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Colombi. Porticato nei pressi di Porta Palazzo. Torino.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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Torino. Nei pressi del Comune, in bici per la messa in comune.

 

 

 

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Torino. La fine del mercato.

La mia Torino, non confluisce solo a Piazza Vittorio. Non soltanto. Almeno. La vedo convergere e confluire, dal mio “punto” di vista, verso altri lidi. Punto che non è una autovettura “lanciata” dal suolo di un  Cape Canaveral torinese, “attorniato” a mo’ di corona da numerosi locali. Piazza e piazze, meta di tantissimi, non solo il week-end, ma ogni giorno della settimana. E’ il punto di vista di chi “tira la carretta” e di chi l’ha vista tirare. I balconi, ad esempio, raccontano, e con essi, le case di ringhiera. Quante tute stese ad asciugare il sabato e la domenica potrebbero raccontare i balconi cittadini dove, proprio  in uno di questi, forse, ora si espongono e cantano alcuni artisti, così  ben raccontati dal nostro giornale “quotidiano” cittadino. E’ lo specchio dei tempi. Andati, ma attuali. Balconi, case di ringhiera, cortili, dove nel mese di maggio, mariano per la chiesa, ci si trova in gruppi, per recitare il rosario. E ti piacerebbe scrivere un pezzo  sulla storia di questi cortili, dove non si canta, oggi, ma si e’ lavorato, tanto, e si sono costruiti rapporti umani, cordiali e sinceri. Ponti tra le persone. E ora che vedi i manifesti di Maria Ausiliatrice con le tappe di approdo alla grande processione del 24 maggio, lungo le strade di Torino, li pensi e li ripensi, in questo” punto” di Torino, che non e’ piazza Vittorio, ma zona di salesiani, don Bosco e tanta sinistra. Ciascuno con la sua sforia, di quelle sentite raccontare e di quelle appena intraviste. E quanta storia e  non solo devozione, passa da questi cortili, dove si sono consumati “lavoratori” e lavori di un tempo. La bici del fornaio, la “sfornation“, come la chiamavamo noi bambini, legando quella strana bicicletta ai ricordi di una pubblicita’.  Bici pronta per la consegna mattutina con il suo cestello bianco, posto sul davanti. Profumo sparso in ogni via prima della consegna. Nelle varie comunità della circoscrizione. (la sette, Valdocco, Aurora).”Ciuchino” il panettiere, lo invidiavi, quando con la sua bici, assaporava il gusto della libertà. Ma era quella libertà, che invidiavi, non quella vita, dalle tante ristrettezze. Era un libertà “ristretta”. Il gusto dell’aria fresca, per le vie della città, il suono della fisarmonica la domenica pomeriggio, che saliva su, fino ai piani alti, fino al palazzo affianco. Ma era tanta fatica. Fornaio che talvolta invidiavi, per la sua maglietta bianca, a maniche corte, anche nei mesi più freddi. E lo invidiavi perché pareva che l’estate non avesse mai fine. Guardavi la neve, sugli alberi, sul trincerone della ferrovia, e “Ciuchino” in maniche corte e pantaloncini. Pareva che con l’estate fosse in atto il “rompete le righe” della scuola. E capitava di pensare a quella “biovetta” che avresti mangiato il giorno dopp e sul perche’ a Torino era la biovetta mentre a Milano era la “michetta”. E cosi’, il giorno prima della gita, per Milano e Pavia, finite le biovette, ti trovi a comperare le biove che ci poteva mangiafe il bus intero. E cosi’, finivi per legafe per sempre il nome del pane ad un evento, una gita, due citta’, Pavia, Milano, la Certosa e quel pane messo in uno zaino intero. Senza dimenticare che talvolta, in negozio, c’ era la mamma di ciuchino, che ti porgeva sempre il grissino, e tu, speravi sempre di vexere quella mano tesa, per ricevere quel pezzo di pane cosi tanto torinese che vedevi in alcune occasioni nelle pizzerie. “La torinese” e pensavi che la notte, al forno, ciuchino e sua mamma, avessero fatto, quei grissini per la pizzeria. E te li sentivi sempre vicini  e di colpo immaginavi partire il suono della fisarmonica, suonata da uno dei suoi figli’. Fornaio che non invidiavi, quando dal balcone di casa, notavi la luce del forno accesa,  e tutto il resto della città si apprestava a dormire; tutto questo, avveniva prima. Prima che il pane cominciassero a cuocerselo in casa, con qualche impastatrice o robe varie; la “pressetta” del materassaio e quel suo lavorare in cortile, in ogni stagione, e ti veniva da pensare “beato lui che è sempre in cortile”! quando avresti voluto andarci, ma non si poteva, perché il regolamento dei condomini impediva “il gioco del pallone in cortile”;  e la moglie del materassaio contribuiva ad ampliare quel senso di liberta’, emanato dalla forza del suo canto non sapendo piu’ bene se eravamo in quegli anni o in un’ altra Torino. Senza dimenticare i contenitori del verduriere che esponevano, lì sul corso, il “baccalà” o lo stoccafisso in quell’acqua che un po’, il mare, te lo faceva ricordare per forza, anche se uno di quei mari che non avevi mai visto; e sempre lì, nel corso, il sacco delle noccioline del “droghiere” con quella scritta dal sapore  vagamente americano. Ti femavi un attimo, prima del rientro a casa, con la cartella sulle spalle e di colpo, forse dopo averti visto, usciva il padre del negoziante, il sig. Piero, che in quel periodo pareva essere gia piuttosto anziano nel suo incedere. Infilava la mano in quel sacco enorme e tirava fuori qualche nocciolina, per la gioia dei bambini. E mentre le mangiavi pensavi a quell’ america.’Il mio punto di vista,  è di quelli di chi tira la carretta, osserva luoghi particolari, nascosti dalla polvere di un birrificio che sono stati e meriterebbero un capitolo di storia  nel e del movimento operaio. Un punto di vista  che ricorda  e conserva narrazioni altrui e dove la carretta la si tirava e la si tira ancora, come a Porta Palazzo, dove  quotidianamente ti immergi non solo in un mare di frutta e verdura. Cammini tra i colori e nei colori variopinti  delle bancarelle, con quelle tende che di tanto in tanto producono un po’ di ombra nel ciondolare estivo, sommerso da grida in una babele di lingue che, lentamente o velocemente (non saprei dire)  hanno soppiantato il  vero dialetto piemontese. Piemontese, che non era affatto “falso e cortese”. Magari, nei racconti evocati, alcune volte non “affittava” ai “napuli”, causa il cattivo uso delle vasche da bagno. Sarà poi vera la storia che non le affittavano perché usavano le vasche da bagno per piantare? Mha, anche queste, storie. Sicuramente, erano tutte dicerie. E poi, anche se soppiantato, talvolta,  il  “piemontese”  lo si usa ancora, almeno qualche parola, goffamente usata, a dire il vero,  da  qualche cinese o arabo, pur di invogliarti a comperare. Il mio “punto” di vista è di quelli che osservano chi “mette in comune” nel carretto, a due passi dal comune, tante cose, da noi considerate “cianfrusaglie” e inservibili, ma servibili a “terzi” che non sono solo “terzo”, del mondo. Ed è bello veder passare due ragazzi, con una strana bicicletta, andare per la città a  “raccogliere” e poi consegnare ai bisognosi il tutto. E quanti.  Bisogni. Punto di vista che alza gli occhi al cielo e osserva la presa in comune e in carico di due colombi, che, “tubano” e si prendono cura, uno dell’altro, come chi, alla fine del mercato,  (i raccoglitori) “mette in comune” quanto ha trovato, dividendolo, suddividendolo.  Come fosse pane appena sfornato. Scarti di altri, buoni da farci il pranzo. E qualcosa di antico, lo scarto, lo ricorda: la pietra scartata è diventata testata d’angolo. Qualcosa di buono, insomma, dallo scarto.  Insomma, il punto di vista, è una città che conserva una memoria storica da rinnovare e ravvivare. Con forti radici solidali. Questo è il metro per procedere.Dimenticavo. I personaggi raccontati nei loro gesti di bonta’,  sono tutti piemontesi, torinesi. E questa, almeno, non e’ una diceria. Cristina e’ una signora dagli occhi chiari, parecchio saggia, ma la vedi di tanto in tanto contemplare il suo forno e i tempi andati. Di tanto in tanto, porge ancora la sua mano con i grissini a qualche bimbo africano che si appresta ad andare alla scuola materna.