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Portici di carta 2016

torino-portici-di-carta-9-10-2016-borrelli-romanoLa prima cosa che si fa uscendo di casa è…. “brrrrrr” per poi esclamare: “ma che freddo che  fa”. In effetti fa “freschino”,  qui,  a Torino,   ma “sotto i portici” ci si scalda camminando “lentamente”:  due km dei 12 disponibili nella nostra città sabauda da “attenzionare”,  osservare,  leggere,  annusare.  Un occhiata là ,  una sbirciatina li,  una “toccatina” (meglio “sfogliatina” per non incappare in altre interpretazioni) a quella copertina e se ce la si fa lo si compera.  Il tutto sotto la lente di un attento e severo Umberto Eco a cui i “portici”sono in questa edizione dedicati. Cosa direbbe e risponderebbe all’urlo lanciato ieri sulla carta e sui social ” troppi compiti ai ragazzi? ” In mezzo,  via Roma,  interdetta al traffico pedonale persone silenziose immerse “nel verde” e ai loro lati, libri,  libri,  libri. Oggi la mia scelta “solidale” è  ricaduta  su di un volume piccino,  di don Milani,  come promesso ieri da queste pagine. Direzione “un libro per ricostruire”,  una blibioteca verso le zone terremotate. Il Che e don Milani sono personaggi che hanno fatto storia.  Due icone oggetto di studio nel corso universitario del ’68 (Il Che,  morto ad ottobre del ’67 e don Milani nel giugno dello stesso anno. Ovviamente dipanati prima e dopo quell’anno. Prendo,  pago e mi dirigo verso piazza San Carlo dove una “boccia” trasparente raccoglie tantissimi libri (ieri sera erano più di trecento,  così si diceva). Nei pressi della boccia- contenitore flash in attesa,  (come fosse una finale di coppa) forse per la chiusura della manifestazione di oggi e quella del giornale di stanotte,  con la “penna” della cronaca cittadina in attesa anch’essa di mettere nero su bianco l’evento Portici di carta 2016: numeri,  editori,  compratori,  artefice. Ci vuole l’occhio clinico e fiuto. Certe grazie non puoi non notarle: un po’ come una bella donna gravida.   Prendo la strada del ritorno e in mezzo al traffico pedonale qualcuno  urla al mondo intero le sue necessità :”scusa sai dove è  un pisciaturo? “

Un “occhio” verso l’alto. “Bella!”

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Chiesa San Lorenzo. Torino. Piazza Castello. Interno. Cupola.

Fa ancora freddo, a Torino. A tratti, piove. Entro nella Chiesa di San Lorenzo, a Torino. Una “struttura” barocca, del Guarino Guarini, opera “a cavallo” tra il 1668 e il 1687. Trovo riparo e accoglienza. A due passi dalla Mole e da Piazza Castello.

Chiesa San Lorenzo
Chiesa San Lorenzo. Piazza Castello. Torino

 

Esattamente come anni addietro, studenti tendono l’orecchio al loro insegnante.  Un tempo, educazione tecnica, o educazione artistica. Ci si fissava con l’attenzione sulle finestrelle, sulla cupola. Matite ben affilate e appunti. Oggi, identica attenzione. E dopo aver prestato l’orecchio, fissano gli occhi verso la cupola. Un altro gruppo intento a “creare” su fogli A 4 quanto stanno appena osservando, sotto la direzione di un valido professore. Una meraviglia. Cupola e l’osservare in religioso silenzio il gruppo di studenti.  In un angolo, ragazzini da scuola media mostrano “un grado avanzato di conoscenze”.  Tablet e smartphone riproducono esattamente quanto stanno osservando. Sono attrezzatissimi. Oltre al loro zainetto, il corredo di inizio settembre, strutture informatiche. Chissà se sono attrezzati anche interiormente. Vero è che siamo tutti bambini nell’era di twitter, rendendoci, in gran parte dipendenti dai social network. Allora, come siamo attrezzati? Interiormente, penso. Una domanda che mi accompagna ogni giorno, lungo le “vie” di un altro edificio che si chiama scuola.  La fabbrica della conoscenza. Dove giorno dopo giorno si cresce e si matura. Luogo dove incontri, luogo di incontro. Se si ha voglia di spendersi. Dove crescita cognitiva e crescita emotiva non vanno di pari passo. Ci si parla, ci si confronta. Dal dialogo, dai racconti, si traggono autentiche storie di vita. Difficoltà, problemi, speranze. Il lavoro, in cima a tutto.  Confidenze, “cavolate” e amori in corso. E lavori in corso. Dalla cupola della Chiesa San Lorenzo, a scuola.  Un gruppo di studenti “imbianca” nuovamente un altro pezzo di edificio. Sotto la “sorveglianza” attenta e scrupolosa del loro insegnante. Mentre questi sono dediti al lavoro, passano anche giovanili “amori in corso“. Trafelati, di corsa, sfuggenti, discreti. In ogni caso, li riconosci. Visi sorridenti e furbeschi. Tutto fa scuola, nella scuola. Un altro gruppo è in procinto di rientrare “dal viaggio della memoria”.  Un’esperienza davvero importante.

Per quanto riguarda ora, a scuola, il classico saluto. E allora, “bella”!

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Chiesa San Lorenzo. Torino. Piazza Castello. Interno. Cupola

La cupola è davvero stupenda. Maestosa. All’uscita dalla Chiesa San Lorenzo, alcuni conoscenti mi informano sull’elezione del nuovo successore di don Bosco, il Rettor Maggiore dei Salesiani.  E’ don Angel Fernadez Artime (spagnolo, è stato ispettore dell’ Argentina). Anche io comincio a pensare ad altra cupola. Meglio, cupolone. A via Cavalleggeri, Via Gregorio VII, Avanzini, i bus l’H e l’808. Roma, l’ Osservatore Romano, la Pisana…Una grande bellezza.

 

Scambiamo due chiacchiere e mi informano ancora di aver letto attentamente alcuni articoli sul blog inerenti il capitolo e don Bosco.

Ancora in tanti, inoltre, continuano a dirmi grazie per il bel lavoro su Torre Giuseppe.  Persone e voci provenienti dal primo oratorio di don Bosco, Valdocco. Sarebbe bello che anche la rivista salesiana riproponesse la storia sulla rivista Maria Ausiliatrice. Un bell’esempio, di uomo e di stile salesiano. Un uomo capace di abbracciare l’umanità. Sarebbe bello perché in molti che non hanno dimestichezza con il pc potrebbero leggere la storia su formato cartaceo. E assaporarne la storia ancora meglio.

Città aperta

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Torino, città delle piazze. Una, fra le tante, o meglio, tutte, se pensate per tutti, Piazza delle medaglie, della gente comune, e da appuntare alla gente comune, che pero’ non gareggia, in uno sport, ma nella vita, a cercare il posto giusto, ma senza competitività,  che sciopera, per un domani migliore, per sé, e per altri,  talvolta, e si ritrova qua, dopo un lungo corteo, gente che  esce dall’Università, e talvolta luogo  delle studentesse e degli studenti, che manifestano per i tagli, alla scuola, e qualcuno ne è uscito col dito ammaccato, gente che esce dagli uffici, da scuola, da messa, dalla bellissima Basilica di  San Lorenzo,  che passeggia, che si innamora, si rinfranca cercando una panchina…che esce dalla Regione….Piazza che installa e gente che si installa. Quando poi, scuola, lavoro e amore confluiscono, come il primo di maggio, è l’apoteosi. Giapponesi e non, sempre con la macchinetta fotografica alla mano e gente che è alla mano. Una piazza nel cuore sempre aperto di Torino. Panchine, libri  e giornale cittadino sempre aperti. Coppiette, con trancio di pizza, “focaccia ligure“,  quella comprata sotto i portici,  o in alternativa, parole, miele, che non è mai troppo, e amore. E’ sufficiente. In lontananza le luci di via Roma e via Po, e via Pietro Micca. Da qualche zaino, di qualche scolaresca, di tanto in tanto, fuoriesce un  pallone.  Per brevissimi istanti. Ma la piazza è un “quadro” e tale si conserva, e folle di turisti e residenti, sono in coda, per vedere. Una “Sacra famiglia“, come tante altre che girano, qui intorno. Raffaello intanto, osserva con occhio fermo e si lascia osservare. La piazza va fotografata, conservata, “mostrata”.   Un pallone, dicevo, talvolta, data la dimensione, è già “fuori”, come il pallone-occhio. Il pallone mongolfiera, e i suoi “mongolfolli”, che staziona a Borgo Dora e che ricorda come siano sempre attuali i livelli di vita; quando il cielo è pulito, si riesce a vedere anche il Sud, e il suo mare, e la sabbia di velluto. Da lassù, Torino: una grande bellezza. Ma occorre anche “stare dentro“, e questa piazza aiuta, a godere di ogni piccolo istante, anche una semplice camminata, la lettura di un libro: una mindfulness. Un “pallone” tirato troppo forte  e troppo in aria, ridiscende velocemente, alle spalle di Piazza Castello. Ma, una mano, è pronta ad accoglierlo. Le mani, solo talvolta sono piene. Non mancano mai,  nella gente comune, le mani tesi, aperte, pronte all’accoglienza. Città che accoglie. Che ci prova, ad amare. Città che resiste, e che per questo, la sua medaglia, questa si, d’oro, alla Resistenza,  la detiene e la conserva.  Città aperta. Torino.